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Il Papa in Colombia per salvare la fragile pace

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Un Paese che sta cercando di uscire da mezzo secolo di violenze e guerriglia, piagato dalla povertà, dal narcotraffico e da un’oligarchia politica in mano a 300 famiglie. Riconciliazione e unità della nazione i messaggi chiave

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO

Quello che inizia oggi è uno dei viaggi più delicati e problematici di Papa Francesco. Certo, la Colombia è un grande Paese cattolico latinoamericano, e ci si aspetta una straordinaria partecipazione popolare agli appuntamenti papali. Ma la situazione è complessa e la pace, iniziata con lo storico accordo tra il governo del presidente Manuel Santos, premio Nobel per la pace, e i guerriglieri delle FARC (Forze armate rivoluzionarie della Colombia), appare come un piccolo seme già insidiato da molte minacce.  

 

 

Durante questo suo quinto pellegrinaggio in America Latina, il Papa percorrerà 21.178 chilometri e pronuncerà 12 discorsi in spagnolo, visitando quattro città: Bogotà, Villa Vicencio, Medellin e Cartagena. Una visita tutto sommato lunga, per incoraggiare i primi passi verso la riconciliazione e la pace. Ma Francesco non va in Colombia come mediatore, a fare da “garante” per quell’accordo ottenuto con grande fatica ma bocciato dal referendum popolare. Un accordo divenuto oggetto di uno scontro politico feroce tra il governo e l’opposizione guidata dall’ex presidente Álvaro Uribe. E pur invitando alla riconciliazione, unica via per uscire da una guerra civile violentissima che ha lasciato sul terreno centinaia di migliaia di vittime innocenti e straziato la carne delle famiglie, si terrà lontano dalle polemiche sulle clausole dell’accordo siglato l’anno scorso. 

 

Dal 9 aprile 1948, giorno dell’omicidio del candidato presidenziale e leader liberale cattolico Jorge Elicer Gaitán, fino ad oggi, la Colombia ha subito settant’anni di violenza interna, nell’ultimo mezzo secolo caratterizzata dalle guerriglie dei gruppi di matrice marxista-leninista e, dall’altra parte, dai gruppi paramilitari di destra, oltre che da una massiccia presenza del narcotraffico, che non tende affatto a diminuire. Soltanto nell’ultimo mezzo secolo, le vittime sono state 230mila, per lo più civili. 

 

La scelta dei guerriglieri delle FARC di abbandonare le armi per trasformarsi in un partito politico in cambio di immunità e accesso al Parlamento come previsto dall’accordo, non è stata senza conseguenze. La popolazione voleva la fine della guerra civile, ma la scia di sangue, i morti o i rapiti, non si possono dimenticare con un colpo di spugna. La firma che nel settembre 2016 ha reso operativo l’accordo, poi sottoposto a voto popolare e bocciato dal referendum, è dunque soltanto un primo passo. Un primo passo ancora fragile. Restano le incognite su un futuro che si teme possa macchiarsi ancora di vendette, uccisioni, violenze. Mentre c’è chi teme che parte delle armi delle FARC – ne è stato consegnato il 40% – siano depositate oltre il confine con il Venezuela, come pure c’è chi si domanda di quali fondi in paradisi fiscali possano ancora godere gli ex guerriglieri. 

 

La guerriglia e le ingiustizie sociali hanno provocato anche due milioni di sfollati, famiglie che hanno dovuto abbandonare la propria casa e la propria terra: non ci potrà essere una pace giusta senza affrontare il problema del loro ritorno e della riconversione delle coltivazioni nel Paese che è il primo produttore al mondo di cocaina e dove la produzione non è affatto scesa negli ultimi due anni.  

 

È difficile immaginare un futuro di pace e di partecipazione condivisa in una Colombia nella quale dal 1948 a oggi la classe politica al governo – sia liberali che conservatori – appartiene a non più di 300 famiglie legate tra di loro. Il presidente Santos, ormai alla fine del suo mandato, sta valutando quale candidatura appoggiare, ben sapendo che anche i suoi più stretti collaboratori, una volta al potere, potrebbero rinegoziare gli accordi di pace. L’attuale leader dell’opposizione Uribe è stato presidente e mentore dello stesso Santos. Se la vittoria andasse a lui, una rinegoziazione dell’accordo sofferto e ottenuto a fatica, sarebbe inevitabile, dato che Uribe lo ritiene una porta aperta verso una deriva «castro-chavista».  

 

Mentre l’oligarchia del potere colombiano coltiva le sue ambizioni, c’è un popolo che al 50% vive al sotto della soglia di povertà, con quasi un milione di bambini che stanno per strada a rovistare nella spazzatura. La Colombia è un Paese nel quale lo sfruttamento del lavoro infantile è ancora molto presente. Vanno ricercate in queste situazioni di povertà le cause remote della violenza dell’ultimo mezzo secolo. Una violenza che si è purtroppo trasformata in cultura della violenza: polizie private, gruppi paramilitari, sicari di professione. Per questo servono leggi giuste, che il Papa invocherà perché non prevalga la legge del più forte.  

 

Senza un processo di riconciliazione politica, che ancora non appare all’orizzonte, la pace rimane dunque fragilissima, legata a un filo sottile, in balia della radicalizzazione e polarizzazione del dibattito politico interno. 

 

Com’è ovvio, tutti gli attori in campo cercheranno di sfruttare la presenza del Papa in questi giorni. Il presidente Santos, al minimo dei consensi popolari nel suo Paese secondo i più recenti sondaggi, la considera come la consacrazione del suo operato. L’opposizione di Uribe soppeserà ogni parola del Pontefice per cercare di evitare che questo messaggio passi. Anche i guerriglieri delle FARC e dell’ELN – Esercito di liberazione nazionale, nato da matrici cattoliche, che proprio due giorni fa ha annunciato un cessate il fuoco e la firma di un accordo bilaterale col governo – faranno di tutto pur di poter comparire sulla ribalta.  

 

Infine s ullo sfondo di questa trasferta Oltreoceano c’è la gravissima crisi del Venezuela. In Colombia si trovano decine di migliaia di sfollati dal Paese governato con pugno di ferro dal Presidente Nicolás Maduro. Certo, Francesco va in Colombia, non in Venezuela. C’è però chi si aspetta che possa trovare il modo di mandare un messaggio di vicinanza per il popolo venezuelano che soffre.  

Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Un Paese che sta cercando di uscire da mezzo secolo di violenze e guerriglia, piagato dalla povertà, dal narcotraffico e da un’oligarchia politica in mano a 300 famiglie. Riconciliazione e unità della nazione i messaggi chiave

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Quello che inizia oggi è uno dei viaggi più delicati e problematici di Papa Francesco. Certo, la Colombia è un grande Paese cattolico latinoamericano, e ci si aspetta una straordinaria partecipazione popolare agli appuntamenti papali. Ma la situazione è complessa e la pace, iniziata con lo storico accordo tra il governo del presidente Manuel Santos, premio Nobel per la pace, e i guerriglieri delle FARC (Forze armate rivoluzionarie della Colombia), appare come un piccolo seme già insidiato da molte minacce.  

 

 

Durante questo suo quinto pellegrinaggio in America Latina, il Papa percorrerà 21.178 chilometri e pronuncerà 12 discorsi in spagnolo, visitando quattro città: Bogotà, Villa Vicencio, Medellin e Cartagena. Una visita tutto sommato lunga, per incoraggiare i primi passi verso la riconciliazione e la pace. Ma Francesco non va in Colombia come mediatore, a fare da “garante” per quell’accordo ottenuto con grande fatica ma bocciato dal referendum popolare. Un accordo divenuto oggetto di uno scontro politico feroce tra il governo e l’opposizione guidata dall’ex presidente Álvaro Uribe. E pur invitando alla riconciliazione, unica via per uscire da una guerra civile violentissima che ha lasciato sul terreno centinaia di migliaia di vittime innocenti e straziato la carne delle famiglie, si terrà lontano dalle polemiche sulle clausole dell’accordo siglato l’anno scorso. 

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Dal 9 aprile 1948, giorno dell’omicidio del candidato presidenziale e leader liberale cattolico Jorge Elicer Gaitán, fino ad oggi, la Colombia ha subito settant’anni di violenza interna, nell’ultimo mezzo secolo caratterizzata dalle guerriglie dei gruppi di matrice marxista-leninista e, dall’altra parte, dai gruppi paramilitari di destra, oltre che da una massiccia presenza del narcotraffico, che non tende affatto a diminuire. Soltanto nell’ultimo mezzo secolo, le vittime sono state 230mila, per lo più civili. 

 

La scelta dei guerriglieri delle FARC di abbandonare le armi per trasformarsi in un partito politico in cambio di immunità e accesso al Parlamento come previsto dall’accordo, non è stata senza conseguenze. La popolazione voleva la fine della guerra civile, ma la scia di sangue, i morti o i rapiti, non si possono dimenticare con un colpo di spugna. La firma che nel settembre 2016 ha reso operativo l’accordo, poi sottoposto a voto popolare e bocciato dal referendum, è dunque soltanto un primo passo. Un primo passo ancora fragile. Restano le incognite su un futuro che si teme possa macchiarsi ancora di vendette, uccisioni, violenze. Mentre c’è chi teme che parte delle armi delle FARC – ne è stato consegnato il 40% – siano depositate oltre il confine con il Venezuela, come pure c’è chi si domanda di quali fondi in paradisi fiscali possano ancora godere gli ex guerriglieri. 

 

La guerriglia e le ingiustizie sociali hanno provocato anche due milioni di sfollati, famiglie che hanno dovuto abbandonare la propria casa e la propria terra: non ci potrà essere una pace giusta senza affrontare il problema del loro ritorno e della riconversione delle coltivazioni nel Paese che è il primo produttore al mondo di cocaina e dove la produzione non è affatto scesa negli ultimi due anni.  

 

È difficile immaginare un futuro di pace e di partecipazione condivisa in una Colombia nella quale dal 1948 a oggi la classe politica al governo – sia liberali che conservatori – appartiene a non più di 300 famiglie legate tra di loro. Il presidente Santos, ormai alla fine del suo mandato, sta valutando quale candidatura appoggiare, ben sapendo che anche i suoi più stretti collaboratori, una volta al potere, potrebbero rinegoziare gli accordi di pace. L’attuale leader dell’opposizione Uribe è stato presidente e mentore dello stesso Santos. Se la vittoria andasse a lui, una rinegoziazione dell’accordo sofferto e ottenuto a fatica, sarebbe inevitabile, dato che Uribe lo ritiene una porta aperta verso una deriva «castro-chavista».  

 

Mentre l’oligarchia del potere colombiano coltiva le sue ambizioni, c’è un popolo che al 50% vive al sotto della soglia di povertà, con quasi un milione di bambini che stanno per strada a rovistare nella spazzatura. La Colombia è un Paese nel quale lo sfruttamento del lavoro infantile è ancora molto presente. Vanno ricercate in queste situazioni di povertà le cause remote della violenza dell’ultimo mezzo secolo. Una violenza che si è purtroppo trasformata in cultura della violenza: polizie private, gruppi paramilitari, sicari di professione. Per questo servono leggi giuste, che il Papa invocherà perché non prevalga la legge del più forte.  

 

Senza un processo di riconciliazione politica, che ancora non appare all’orizzonte, la pace rimane dunque fragilissima, legata a un filo sottile, in balia della radicalizzazione e polarizzazione del dibattito politico interno. 

 

Com’è ovvio, tutti gli attori in campo cercheranno di sfruttare la presenza del Papa in questi giorni. Il presidente Santos, al minimo dei consensi popolari nel suo Paese secondo i più recenti sondaggi, la considera come la consacrazione del suo operato. L’opposizione di Uribe soppeserà ogni parola del Pontefice per cercare di evitare che questo messaggio passi. Anche i guerriglieri delle FARC e dell’ELN – Esercito di liberazione nazionale, nato da matrici cattoliche, che proprio due giorni fa ha annunciato un cessate il fuoco e la firma di un accordo bilaterale col governo – faranno di tutto pur di poter comparire sulla ribalta.  

 

Infine s ullo sfondo di questa trasferta Oltreoceano c’è la gravissima crisi del Venezuela. In Colombia si trovano decine di migliaia di sfollati dal Paese governato con pugno di ferro dal Presidente Nicolás Maduro. Certo, Francesco va in Colombia, non in Venezuela. C’è però chi si aspetta che possa trovare il modo di mandare un messaggio di vicinanza per il popolo venezuelano che soffre.  

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