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Il Papa ai vescovi: non accettate preti per riempire posti vuoti

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Udienza alla Congregazione per il Clero: «La vita sacerdotale non è un ufficio burocratico né un insieme di pratiche religiose da sbrigare». E i giovani «non hanno bisogno di un professionista del sacro o di un eroe che, dall’alto e dall’esterno, risponda ai loro interrogativi»

SALVATORE CERNUZIO
CITTÀ DEL VATICANO

Il pensiero è per i giovani preti, che vivono tra «l’entusiasmo dei primi progetti» e «le paure» e «fatiche» delle nuove responsabilità, ma il messaggio è per i vescovi che esorta a stare vicino ai sacerdoti ammonendoli, allo stesso tempo, dal far entrare in seminario ragazzi evidentemente non chiamati al sacerdozio solo «per riempire posti vuoti». Papa Francesco torna sul tema nel lungo discorso ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione per il Clero, ricevuti oggi in Vaticano. 

 

 

La riflessione di Bergoglio parte da una constatazione: «Spesso, i giovani sono giudicati in modo un po’ superficiale e troppo facilmente sono etichettati come generazione “liquida”, priva di passioni e di ideali». Di certo, «ci sono giovani fragili, disorientati, frammentati o contagiati dalla cultura del consumismo e dell’individualismo. Ma questo non deve impedirci di riconoscere che i giovani sono capaci di scommettere “fermamente” sulla vita e di mettersi in gioco con generosità; di puntare lo sguardo verso il futuro e di essere, così, un antidoto rispetto alla rassegnazione e alla perdita della speranza che segna la nostra società». «Con tutti i loro limiti», i giovani «sono sempre una risorsa».  

 

Il problema è: «Nei nostri presbiteri, come guardiamo i preti giovani?». La scelta del Signore sempre «ricade sui piccoli» perché Dio non guarda la «grandezza delle forze umane», ma i vescovi seguono lo stesso criterio? Si preoccupano di quello che muove il cuore di questi ragazzi divisi all’inizio del loro ministero tra «il fascino della chiamata e le esigenze impegnative che essa comporta»? 

  

«Com’è importante che i preti giovani trovino parroci e vescovi che li incoraggiano» e «non solo li aspettano perché c’è bisogno di ricambio e di riempire posti vuoti!», esclama il Pontefice. Attenzione ai «posti vuoti», avverte: «Non riempire quei posti con gente che non è stata chiamata dal Signore, non prendere da qualsiasi parte; esaminare bene la vocazione di un giovane, l’autenticità, se viene per rifugiarsi o perché sente la chiamata del Signore. Accogliere soltanto perché abbiamo bisogno, cari vescovi, questa è un’ipoteca per la Chiesa! Un’ipoteca».  

 

Altrettanto pericoloso è lasciare i sacerdoti soli, allo sbaraglio. Il rischio è doppio: o che cadano nella «tentazione di rifugiarsi nella rigidità» o che finiscano per «lasciare tutto, essere dispersi». «Non lasciarli da soli», è la raccomandazione del Pontefice. «La vicinanza – aggiunge a braccio – i vescovi vicini ai sacerdoti; i vescovi vicini ai preti. Quante volte io ho sentito le lamentele di sacerdoti… Questo l’ho detto tante volte – forse lo avrete sentito –: ho chiamato il vescovo; non c’era, e la segretaria mi ha detto che non c’era; ho chiesto un appuntamento; “È tutto pieno per tre mesi…”. E quel prete rimane staccato dal vescovo. Ma se tu, vescovo, sai che nella lista delle chiamate che ti lascia il tuo segretario o la tua segretaria ha chiamato un prete e tu hai l’agenda piena, quello stesso giorno, alla sera o il giorno dopo – non di più – richiamalo al telefono e digli come sono le cose, valutate insieme, se è urgente, non urgente… Ma l’importante è che quel prete sentirà che ha un padre, un padre vicino».  

 

«Vicinanza» è allora la parola-chiave. «Non si può governare una diocesi senza vicinanza, non si può far crescere e santificare un sacerdote senza la vicinanza paterna del vescovo», chiosa Bergoglio. E sottolinea alcuni atteggiamenti importanti che, sia i preti di nuovo corso che i vescovi di lunga data, dovrebbero seguire: «Pregare senza stancarsi, camminare sempre e condividere con il cuore». 

  

Pregare, «perché possiamo essere “pescatori di uomini” solo se noi per primi riconosciamo di essere stati “pescati” dalla tenerezza del Signore», sottolinea il Papa. «Se non rimaniamo strettamente legati a Lui, la nostra pesca non potrà avere successo. Pregare sempre, mi raccomando!». Anche se ha volte non si ha tempo sufficiente come invece avveniva «durante gli anni di formazione» dove «gli orari delle nostre giornate erano scanditi in modo da lasciarci il tempo necessario per la preghiera». Dopo, «non si può avere tutto così sistemato e organizzato, dal momento che si è immersi nei ritmi, talvolta incalzanti, degli impegni pastorali». Ma ciò non deve impedire di fermarsi, anche solo per un momento durante il giorno, davanti al Tabernacolo. «“Ma monsignore io mi addormento. Io cerco, però… mi addormento”. Addormentati pure, che al Signore piace, ma stai lì, davanti a Lui. E avere cura di ascoltare anche il nostro corpo, che è un bravo medico, e ci avvisa quando la stanchezza ha superato i limiti».  

 

Un prete, infatti, rimarca Francesco, non deve mai sentirsi “arrivato”. È in questo senso che deve «camminare sempre». Avere, cioè, coscienza di rimanere sempre «un discepolo», «pellegrino sulle strade del Vangelo e della vita». Bisogna «aggiornarsi sempre e restare aperti alle sorprese di Dio!»; in questa apertura verso il nuovo, «i giovani preti possono essere creativi nell’evangelizzazione, frequentando con discernimento i nuovi luoghi della comunicazione, dove incontrare volti, storie e domande delle persone, sviluppando capacità di socialità, di relazione e di annuncio della fede».  

 

In tal senso il Papa invita pure a «“stare in rete” con gli altri presbiteri» in modo da «impedire che il tarlo dell’autoreferenzialità freni l’esperienza rigenerante della comunione sacerdotale» e si rischi di «irrigidirsi nelle proprie acquisizioni o fissarsi nei propri schemi». La vita presbiterale, infatti, «non è un ufficio burocratico né un insieme di pratiche religiose o liturgiche da sbrigare», ribadisce Papa Francesco. «Essere preti è giocarsi la vita per il Signore e per i fratelli, portando nella propria carne le gioie e le angosce del Popolo, spendendo tempo e ascolto per sanare le ferite degli altri».  

 

Questa è la «condivisione del cuore» che i novelli sacerdoti devono vivere con gli altri giovani e ragazzi. «Si tratta di stare in mezzo a loro non soltanto come un amico tra gli altri, ma come chi sa condividere con il cuore la loro vita, ascoltare le loro domande e partecipare concretamente alle diverse vicissitudini della loro vita». Anche perché «i giovani non hanno bisogno di un professionista del sacro o di un eroe che, dall’alto e dall’esterno, risponda ai loro interrogativi»; loro «sono attratti piuttosto da chi sa coinvolgersi sinceramente nella loro vita». E sa affiancarli «con rispetto», e ascoltarli «con amore». 

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Il Papa ai vescovi: non accettate preti per riempire posti vuoti

  

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SALVATORE CERNUZIO
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Il pensiero è per i giovani preti, che vivono tra «l’entusiasmo dei primi progetti» e «le paure» e «fatiche» delle nuove responsabilità, ma il messaggio è per i vescovi che esorta a stare vicino ai sacerdoti ammonendoli, allo stesso tempo, dal far entrare in seminario ragazzi evidentemente non chiamati al sacerdozio solo «per riempire posti vuoti». Papa Francesco torna sul tema nel lungo discorso ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione per il Clero, ricevuti oggi in Vaticano. 

 

 

La riflessione di Bergoglio parte da una constatazione: «Spesso, i giovani sono giudicati in modo un po’ superficiale e troppo facilmente sono etichettati come generazione “liquida”, priva di passioni e di ideali». Di certo, «ci sono giovani fragili, disorientati, frammentati o contagiati dalla cultura del consumismo e dell’individualismo. Ma questo non deve impedirci di riconoscere che i giovani sono capaci di scommettere “fermamente” sulla vita e di mettersi in gioco con generosità; di puntare lo sguardo verso il futuro e di essere, così, un antidoto rispetto alla rassegnazione e alla perdita della speranza che segna la nostra società». «Con tutti i loro limiti», i giovani «sono sempre una risorsa».  

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Il problema è: «Nei nostri presbiteri, come guardiamo i preti giovani?». La scelta del Signore sempre «ricade sui piccoli» perché Dio non guarda la «grandezza delle forze umane», ma i vescovi seguono lo stesso criterio? Si preoccupano di quello che muove il cuore di questi ragazzi divisi all’inizio del loro ministero tra «il fascino della chiamata e le esigenze impegnative che essa comporta»? 

  

«Com’è importante che i preti giovani trovino parroci e vescovi che li incoraggiano» e «non solo li aspettano perché c’è bisogno di ricambio e di riempire posti vuoti!», esclama il Pontefice. Attenzione ai «posti vuoti», avverte: «Non riempire quei posti con gente che non è stata chiamata dal Signore, non prendere da qualsiasi parte; esaminare bene la vocazione di un giovane, l’autenticità, se viene per rifugiarsi o perché sente la chiamata del Signore. Accogliere soltanto perché abbiamo bisogno, cari vescovi, questa è un’ipoteca per la Chiesa! Un’ipoteca».  

 

Altrettanto pericoloso è lasciare i sacerdoti soli, allo sbaraglio. Il rischio è doppio: o che cadano nella «tentazione di rifugiarsi nella rigidità» o che finiscano per «lasciare tutto, essere dispersi». «Non lasciarli da soli», è la raccomandazione del Pontefice. «La vicinanza – aggiunge a braccio – i vescovi vicini ai sacerdoti; i vescovi vicini ai preti. Quante volte io ho sentito le lamentele di sacerdoti… Questo l’ho detto tante volte – forse lo avrete sentito –: ho chiamato il vescovo; non c’era, e la segretaria mi ha detto che non c’era; ho chiesto un appuntamento; “È tutto pieno per tre mesi…”. E quel prete rimane staccato dal vescovo. Ma se tu, vescovo, sai che nella lista delle chiamate che ti lascia il tuo segretario o la tua segretaria ha chiamato un prete e tu hai l’agenda piena, quello stesso giorno, alla sera o il giorno dopo – non di più – richiamalo al telefono e digli come sono le cose, valutate insieme, se è urgente, non urgente… Ma l’importante è che quel prete sentirà che ha un padre, un padre vicino».  

 

«Vicinanza» è allora la parola-chiave. «Non si può governare una diocesi senza vicinanza, non si può far crescere e santificare un sacerdote senza la vicinanza paterna del vescovo», chiosa Bergoglio. E sottolinea alcuni atteggiamenti importanti che, sia i preti di nuovo corso che i vescovi di lunga data, dovrebbero seguire: «Pregare senza stancarsi, camminare sempre e condividere con il cuore». 

  

Pregare, «perché possiamo essere “pescatori di uomini” solo se noi per primi riconosciamo di essere stati “pescati” dalla tenerezza del Signore», sottolinea il Papa. «Se non rimaniamo strettamente legati a Lui, la nostra pesca non potrà avere successo. Pregare sempre, mi raccomando!». Anche se ha volte non si ha tempo sufficiente come invece avveniva «durante gli anni di formazione» dove «gli orari delle nostre giornate erano scanditi in modo da lasciarci il tempo necessario per la preghiera». Dopo, «non si può avere tutto così sistemato e organizzato, dal momento che si è immersi nei ritmi, talvolta incalzanti, degli impegni pastorali». Ma ciò non deve impedire di fermarsi, anche solo per un momento durante il giorno, davanti al Tabernacolo. «“Ma monsignore io mi addormento. Io cerco, però… mi addormento”. Addormentati pure, che al Signore piace, ma stai lì, davanti a Lui. E avere cura di ascoltare anche il nostro corpo, che è un bravo medico, e ci avvisa quando la stanchezza ha superato i limiti».  

 

Un prete, infatti, rimarca Francesco, non deve mai sentirsi “arrivato”. È in questo senso che deve «camminare sempre». Avere, cioè, coscienza di rimanere sempre «un discepolo», «pellegrino sulle strade del Vangelo e della vita». Bisogna «aggiornarsi sempre e restare aperti alle sorprese di Dio!»; in questa apertura verso il nuovo, «i giovani preti possono essere creativi nell’evangelizzazione, frequentando con discernimento i nuovi luoghi della comunicazione, dove incontrare volti, storie e domande delle persone, sviluppando capacità di socialità, di relazione e di annuncio della fede».  

 

In tal senso il Papa invita pure a «“stare in rete” con gli altri presbiteri» in modo da «impedire che il tarlo dell’autoreferenzialità freni l’esperienza rigenerante della comunione sacerdotale» e si rischi di «irrigidirsi nelle proprie acquisizioni o fissarsi nei propri schemi». La vita presbiterale, infatti, «non è un ufficio burocratico né un insieme di pratiche religiose o liturgiche da sbrigare», ribadisce Papa Francesco. «Essere preti è giocarsi la vita per il Signore e per i fratelli, portando nella propria carne le gioie e le angosce del Popolo, spendendo tempo e ascolto per sanare le ferite degli altri».  

 

Questa è la «condivisione del cuore» che i novelli sacerdoti devono vivere con gli altri giovani e ragazzi. «Si tratta di stare in mezzo a loro non soltanto come un amico tra gli altri, ma come chi sa condividere con il cuore la loro vita, ascoltare le loro domande e partecipare concretamente alle diverse vicissitudini della loro vita». Anche perché «i giovani non hanno bisogno di un professionista del sacro o di un eroe che, dall’alto e dall’esterno, risponda ai loro interrogativi»; loro «sono attratti piuttosto da chi sa coinvolgersi sinceramente nella loro vita». E sa affiancarli «con rispetto», e ascoltarli «con amore». 

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