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Il Papa ai preti: omelia non sia sofisticata né show

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Due ore dedicate a ars celebrandi e predicazione. «Accompagnare il popolo nello stupore dell’incontro con Dio». Molte domande spontanee: i sacerdoti sposati, gli squilibri psichici in seminario, i fedeli immigrati

IACOPO SCARAMUZZI
CITTÀ DEL VATICANO

Celebrare messa è «entrare e far entrare nel mistero». Lo ha detto Papa Francesco, che, come ogni anno a inizio Quaresima, ha incontrato questa mattina i preti della sua diocesi, Roma, in un’udienza, a porte chiuse, dedicata alla ars celebrandi e, in particolare, all’omelia. Momento centrale della celebrazione che non deve essere né «sofisticata» né uno «show», ma – hanno riferito diversi sacerdoti all’uscita dell’incontro che si è svolto nell’aula delle udienze – radicata nella vita, nella preghiera e nella capacità del ministro di entrare in comunione con il «popolo di Dio» fino a piangere con esso. Nelle due ore di incontro ampio spazio è stato dedicato alle domande dei preti, alcune preparate altre, per volontà dello stesso Pontefice, improvvisate. Nel rispondere Jorge Mario Bergoglio, con consueta schiettezza, ha affrontato tematiche come i sacerdoti che hanno lasciato il sacerdozio perché si sono sposati, i fedeli immigrati e il rischio, da evitare, di fare entrare in seminario persone con squilibri psichici.

Dopo il saluto iniziale del card. Vicario Agostino Vallini, vicario del Papa per la diocesi di Roma, Jorge Mario Bergoglio «ha introdotto l’incontro – ha reso noto la sala stampa della Santa Sede – facendo riferimento a un suo intervento del primo marzo 2005 alla Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti sul tema dell’Ars celebrandi», il cui testo era stato distribuito in precedenza ai partecipanti ed è stato ripubblicato, nel pomeriggio, dall’Osservatore Romano. Testo che, ha rivelato lo stesso Pontefice, aveva suscitato all’epoca qualche rimprovero del cardinale tedesco Joachim Meisner «e anche l’allora cardinale Ratzinger mi ha detto che mancava una cosa importante dell’ars celebrandi, che era il sentirsi davanti a Dio: e aveva ragione, di questo io non avevo parlato».

Nel discorso introduttivo, il Papa ha mescolato due temi: l’omiletica («L’omelia per ogni sacerdote è una sfida») e l’ars celebrandi, ossia l’arte del celebrare, il cui nucleo è «recuperare il fascino della bellezza» e«lo stupore, quello che si sente nell’incontro con Dio», un sentimento che «attira e ti lascia in contemplazione». In questo senso, «celebrare è entrare e far entrare nel mistero: è semplice ma è così». Il Papa ha dunque fatto un parallelo tra la preghiera e la celebrazione: «Quando incontriamo il Signore nella preghiera sentiamo questo stupore, quando preghiamo formalmente o formalisticamente no». Analogamente, nell’ars celebrandi «si deve pregare davanti a Dio con la comunità, ma normalmente come si prega». Al contrario, «quando troviamo i sacerdoti che celebrano in modo sofisticato, artificiale, o che abusano un po’ dei gesti – ha sottolineato il Papa – non è facile che si dia stupore», e così «se io sono eccessivamente rigido non faccio entrare nel mistero» e «se io sono showman, protagonista della celebrazione, non faccio entrare nel mistero». Jorge Mario Bergoglio ha citato anche due contro-esempi: il papà di un sacerdote felice perché con gli amici aveva trovato una chiesa in cui «si celebrava la messa senza predicare l’omelia», e la nipote stessa del Papa, che si lamentava perché al posto dell’omelia aveva subito «una lezione di 40 minuti sulla Summa di san Tommaso».

Il sacerdote, invece, provoca i fedeli se egli stesso vive, nella preghiera e nella contemplazione, una relazione con Dio. In questo senso, la ars celebrandi non è «ars restaurandi», ma proporre ai fedeli ciò che il sacerdote ha vissuto. Per sottolineare che l’omelia ha sia un intrinseco valore liturgico che un apporto del sacerdote che la pronuncia, il Papa ha spiegato che essa non è né, come pensava Lutero, solo «ex opere operatur» (quando la grazia è trasmessa per il fatto stesso di compiere l’azione), né solo «ex oper operantis» (quando cioè la disposizione del soggetto che celebra determina la trasmissione della grazia), ma «metà metà». Jorge Mario Bergoglio, che ha fatto l’esempio di sacerdoti che si preparano alla omelia domenicale sin dal lunedì, affinché essa «maturi» dentro, ha anche suggerito la lettura di due libri sulla predicazione, uno di Domenico Grasso, l’altro di Ugo Rahner («Non Karl Rahner, Ugo – ha scherzato – si distingue dal fratello perché scrive chiaro»). Il Papa, che ha citato en passant il «direttorio omiletico» pubblicato recentemente dal Vaticano, ha anche sottolineato la necessità di una «pastorale liturgica di formazione», sia per il popolo di Dio che per i sacerdoti e i seminaristi, ed ha più volte richiamato il magistero dei Papi sull’omelia nella messa.

Dopo il discorso introduttivo del Papa, l’incontro è proseguito con domande dei sacerdoti e risposte del Pontefice. E’ stato lo stesso Francesco, in particolare, dopo le prime cinque o sei domande pre-preparate, a incoraggiare i preti a porgere domande spontanee, cosa che hanno fatto sette o otto di loro. Svariati gli argomenti affrontati. Si è tornati sull’invito, rivolto ieri dal Papa nella cerimonia all’Aventino per il mercoledì delle ceneri, a «piangere» per non essere «ipocriti», e il Papa ha sottolineato la necessità per un sacerdote di «piangere con il popolo di Dio», in comunione dunque con la comunità che gli è affidata. E’ stato toccato il tema della formazione dei sacerdoti, e il Papa – riecheggiando peraltro quanto aveva già detto in occasione di un’udienza al seminario Leonino di Anagni – ha sottolineato che, per la carenza di vocazioni, un vescovo deve fare attenzione a non fare entrare in seminario persone che scelgono il cammino sacerdotale per nascondere «squilibri» di natura psichica. Francesco ha sottolineato che se l’omelia è «ben fatta», anche i fedeli più saltuari o distratti, come quelli che vanno a messa solo quando c’è un funerale o un matrimonio, possono essere attratti dalla parola di Dio anziché rimanere fuori dalla chiesa a fumare una sigaretta. Un sacerdote ha domandato perché il Papa aveva parlato dell’omelia, una volta, come «atto di giustizia» e il Papa ha spiegato, citando san Paolo, che l’omelia ci giustifica, ossia ci rende giusti, perché rappresenta il momento in cui la grazia di Dio si inserisce in noi, la sua parola scende in noi, ed ha messo in evidenza che nella celebrazione è il Signore che celebra in noi, è lui «l’altare del popolo».

E’ intervenuto don Giovanni Cereti, sacerdote e teologo, che ha posto la questione di quei preti che, dispensati dopo essersi sposati, chiedendo alla Chiesa di essere riammessi al sacerdozio, e il Papa, sempre a quanto riferito dai presenti, ha spiegato che si tratta di un problema di non facile soluzione, all’attenzione della congregazione per il Clero, e di una questione che la Chiesa ha a cuore”. Un sacerdote ha poi messo in evidenza il fatto che, a messa, tra i fedeli vi sono ormai persone di diverse culture e origini, cinesi, maghrebini, convertiti dall’islam, ed ha chiesto al Papa quale atteggiamento assumere. Il Papa ha risposto affermando di non avere soluzioni ma di ritenere che il sacerdote deve «entrare nella storia», «immergersi nella storia» e trovare soluzioni nello Spirito.

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Celebrare messa è «entrare e far entrare nel mistero». Lo ha detto Papa Francesco, che, come ogni anno a inizio Quaresima, ha incontrato questa mattina i preti della sua diocesi, Roma, in un’udienza, a porte chiuse, dedicata alla ars celebrandi e, in particolare, all’omelia. Momento centrale della celebrazione che non deve essere né «sofisticata» né uno «show», ma – hanno riferito diversi sacerdoti all’uscita dell’incontro che si è svolto nell’aula delle udienze – radicata nella vita, nella preghiera e nella capacità del ministro di entrare in comunione con il «popolo di Dio» fino a piangere con esso. Nelle due ore di incontro ampio spazio è stato dedicato alle domande dei preti, alcune preparate altre, per volontà dello stesso Pontefice, improvvisate. Nel rispondere Jorge Mario Bergoglio, con consueta schiettezza, ha affrontato tematiche come i sacerdoti che hanno lasciato il sacerdozio perché si sono sposati, i fedeli immigrati e il rischio, da evitare, di fare entrare in seminario persone con squilibri psichici.

Dopo il saluto iniziale del card. Vicario Agostino Vallini, vicario del Papa per la diocesi di Roma, Jorge Mario Bergoglio «ha introdotto l’incontro – ha reso noto la sala stampa della Santa Sede – facendo riferimento a un suo intervento del primo marzo 2005 alla Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti sul tema dell’Ars celebrandi», il cui testo era stato distribuito in precedenza ai partecipanti ed è stato ripubblicato, nel pomeriggio, dall’Osservatore Romano. Testo che, ha rivelato lo stesso Pontefice, aveva suscitato all’epoca qualche rimprovero del cardinale tedesco Joachim Meisner «e anche l’allora cardinale Ratzinger mi ha detto che mancava una cosa importante dell’ars celebrandi, che era il sentirsi davanti a Dio: e aveva ragione, di questo io non avevo parlato».

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Nel discorso introduttivo, il Papa ha mescolato due temi: l’omiletica («L’omelia per ogni sacerdote è una sfida») e l’ars celebrandi, ossia l’arte del celebrare, il cui nucleo è «recuperare il fascino della bellezza» e«lo stupore, quello che si sente nell’incontro con Dio», un sentimento che «attira e ti lascia in contemplazione». In questo senso, «celebrare è entrare e far entrare nel mistero: è semplice ma è così». Il Papa ha dunque fatto un parallelo tra la preghiera e la celebrazione: «Quando incontriamo il Signore nella preghiera sentiamo questo stupore, quando preghiamo formalmente o formalisticamente no». Analogamente, nell’ars celebrandi «si deve pregare davanti a Dio con la comunità, ma normalmente come si prega». Al contrario, «quando troviamo i sacerdoti che celebrano in modo sofisticato, artificiale, o che abusano un po’ dei gesti – ha sottolineato il Papa – non è facile che si dia stupore», e così «se io sono eccessivamente rigido non faccio entrare nel mistero» e «se io sono showman, protagonista della celebrazione, non faccio entrare nel mistero». Jorge Mario Bergoglio ha citato anche due contro-esempi: il papà di un sacerdote felice perché con gli amici aveva trovato una chiesa in cui «si celebrava la messa senza predicare l’omelia», e la nipote stessa del Papa, che si lamentava perché al posto dell’omelia aveva subito «una lezione di 40 minuti sulla Summa di san Tommaso».

Il sacerdote, invece, provoca i fedeli se egli stesso vive, nella preghiera e nella contemplazione, una relazione con Dio. In questo senso, la ars celebrandi non è «ars restaurandi», ma proporre ai fedeli ciò che il sacerdote ha vissuto. Per sottolineare che l’omelia ha sia un intrinseco valore liturgico che un apporto del sacerdote che la pronuncia, il Papa ha spiegato che essa non è né, come pensava Lutero, solo «ex opere operatur» (quando la grazia è trasmessa per il fatto stesso di compiere l’azione), né solo «ex oper operantis» (quando cioè la disposizione del soggetto che celebra determina la trasmissione della grazia), ma «metà metà». Jorge Mario Bergoglio, che ha fatto l’esempio di sacerdoti che si preparano alla omelia domenicale sin dal lunedì, affinché essa «maturi» dentro, ha anche suggerito la lettura di due libri sulla predicazione, uno di Domenico Grasso, l’altro di Ugo Rahner («Non Karl Rahner, Ugo – ha scherzato – si distingue dal fratello perché scrive chiaro»). Il Papa, che ha citato en passant il «direttorio omiletico» pubblicato recentemente dal Vaticano, ha anche sottolineato la necessità di una «pastorale liturgica di formazione», sia per il popolo di Dio che per i sacerdoti e i seminaristi, ed ha più volte richiamato il magistero dei Papi sull’omelia nella messa.

Dopo il discorso introduttivo del Papa, l’incontro è proseguito con domande dei sacerdoti e risposte del Pontefice. E’ stato lo stesso Francesco, in particolare, dopo le prime cinque o sei domande pre-preparate, a incoraggiare i preti a porgere domande spontanee, cosa che hanno fatto sette o otto di loro. Svariati gli argomenti affrontati. Si è tornati sull’invito, rivolto ieri dal Papa nella cerimonia all’Aventino per il mercoledì delle ceneri, a «piangere» per non essere «ipocriti», e il Papa ha sottolineato la necessità per un sacerdote di «piangere con il popolo di Dio», in comunione dunque con la comunità che gli è affidata. E’ stato toccato il tema della formazione dei sacerdoti, e il Papa – riecheggiando peraltro quanto aveva già detto in occasione di un’udienza al seminario Leonino di Anagni – ha sottolineato che, per la carenza di vocazioni, un vescovo deve fare attenzione a non fare entrare in seminario persone che scelgono il cammino sacerdotale per nascondere «squilibri» di natura psichica. Francesco ha sottolineato che se l’omelia è «ben fatta», anche i fedeli più saltuari o distratti, come quelli che vanno a messa solo quando c’è un funerale o un matrimonio, possono essere attratti dalla parola di Dio anziché rimanere fuori dalla chiesa a fumare una sigaretta. Un sacerdote ha domandato perché il Papa aveva parlato dell’omelia, una volta, come «atto di giustizia» e il Papa ha spiegato, citando san Paolo, che l’omelia ci giustifica, ossia ci rende giusti, perché rappresenta il momento in cui la grazia di Dio si inserisce in noi, la sua parola scende in noi, ed ha messo in evidenza che nella celebrazione è il Signore che celebra in noi, è lui «l’altare del popolo».

E’ intervenuto don Giovanni Cereti, sacerdote e teologo, che ha posto la questione di quei preti che, dispensati dopo essersi sposati, chiedendo alla Chiesa di essere riammessi al sacerdozio, e il Papa, sempre a quanto riferito dai presenti, ha spiegato che si tratta di un problema di non facile soluzione, all’attenzione della congregazione per il Clero, e di una questione che la Chiesa ha a cuore”. Un sacerdote ha poi messo in evidenza il fatto che, a messa, tra i fedeli vi sono ormai persone di diverse culture e origini, cinesi, maghrebini, convertiti dall’islam, ed ha chiesto al Papa quale atteggiamento assumere. Il Papa ha risposto affermando di non avere soluzioni ma di ritenere che il sacerdote deve «entrare nella storia», «immergersi nella storia» e trovare soluzioni nello Spirito.

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