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Il Natale secondo Francesco

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Il 23 novembre 1223 viene promulgata da papa Onorio III la bolla Solet annuere, con la quale si riconosce ufficialmente da parte della Chiesa la Regola di vita della comunità francescana. Mediante questo atto pubblico, per la prima volta, la «vita francescana viene approvata e riconosciuta come “cattolica”. Allo stesso tempo, con la bolla vengono poste le fondamenta canoniche per l’agire futuro dell’Ordine nella Chiesa e nella società».[1] In questo modo l’avvenire dell’Ordine, certo non senza compromessi, era ecclesialmente assicurato oltre la persona stessa di Francesco; che era di suo ben consapevole sia dell’importanza del riconoscimento implicito nell’approvazione dell’Ordine, sia dei limiti che tutto ciò significava rispetto ai suoi ideali evangelici.

Con questo stato d’animo, alcuni giorni dopo, Francesco si mise in cammino verso l’eremo di Greccio, un paese nel nord-est del Lazio, dove voleva celebrare la liturgia del Natale. Un cammino che lo riportava, allo stesso tempo, dallo splendore romano e dalla potenza della Chiesa alla semplicità della sua originaria vocazione – potremmo dire dal diritto canonico al Vangelo: «La regola e vita dei frati è questa, cioè vivere in obbedienza, in castità e senza nulla di proprio, e seguire la dottrina e l’esempio del Signore nostro Gesù Cristo (…)».[2]

Il primo presepe

È nella luce di questo spirito, ossia quello di una pratica letterale del vissuto di Gesù nei gesti del proprio corpo, che il presepe ha il suo dies natalis nella nostra cultura europea. Giunto a Greccio, Francesco fece chiamare un suo amico che abitava nel villaggio per discutere con lui una questione che gli stava a cuore in vista della ormai prossima festa del Natale. Ciò che Francesco voleva era «vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato (Gesù) per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello».[3] Quando tutto fu preparato secondo questo suo desiderio, così annota Celano nella sua biografia agiografica, Francesco «era raggiante di letizia».[4]

Il primo presepe venne dunque percepito come una scena che rendeva visibile e toccabile il Dio che è Gesù: «In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme».[5] Da un lato, si trattava di qualcosa che oggi potremmo chiamare una vera e propria esperienza estetica. Attraverso la configurazione corporale della scena del presepe poteva venir riacquisita quella dimensione della sensibilità e materialità che è essenziale e irrinunciabile per la fede cristiana in un Dio che si è fatto carne. La possibilità di un’estetica teologica del presepe è d’altronde pienamente in linea col sentire della fede di Francesco, che vedeva nella «umiltà dell’Incarnazione» e nella «carità della Passione» di Gesù il nucleo incandescente ed essenziale del cristianesimo.

Questa disposizione di Francesco si concentra su uno stupore/meraviglia della fede davanti alla concretizzazione dell’essere-spirituale di Dio in una carne umana, con tutta la sua vulnerabilità e provvisorietà: «L’altissimo Padre annunciò che questo suo Verbo, così degno, così santo e così glorioso sarebbe venuto dal cielo, l’annunciò per mezzo del suo arcangelo Gabriele alla santa e gloriosa Vergine Maria, dalla quale ricevette la carne della nostra fragile umanità».[6] Che la vulnerabilità e finitudine della nostra carne siano una cosa (sola) con Dio, rappresenta quella profonda esperienza di Francesco che lo porterà a cantare della morte corporale come di «nostra sorella morte».

L’incarnazione di Dio e la Passione di Gesù sulla croce costituiscono per Francesco un’unica realtà teologica, nella quale si rispecchia la questione antropologica del legame tra corpo e morte.

Mettendo mano al primo presepe, come scena del Vangelo nell’oggi della vita umana, Francesco voleva anche dare forma all’ambivalenza del rapporto fra corpo e morte, per poter penetrare più profondamente nel mistero del morire come in qualcosa con cui l’umano deve essere familiare. «Dopo la perdita della veste di luce, la morte diviene il secondo abito dell’uomo – quella maschera ambivalente che lo protegge di fronte al vuoto che annichilisce ogni cosa e che è effetto del suo sguardo quando desidera la totalità. Tale totalità è interrotta dalla morte, che sottrae ogni sé da se stesso e dagli altri. (…) Per questa ragione la morte simula quell’originario limite di nominabilità che avvolgeva l’uomo: un limite che, se oltrepassato, non conduce a Dio o a una cosa in sé, ma al nulla assoluto».[7]

La morte può essere «sorella nostra» perché essa ci protegge da una totalizzazione di noi stessi, nel momento in cui la sentiamo come il limite estremo della nostra auto-potenza. In questo senso, il presepe ai tempi di Francesco rappresentava anche una resistenza alla pretesa di totalità di una Chiesa che voleva disporre sui «limiti» dell’incarnazione di Dio.

D’altro lato, il presepe è fin dagli inizi profondamente radicato nella spiritualità francescana. Un aspetto centrale del movimento francescano delle origini era, infatti, l’assenza di un vincolo territoriale della fraternitas in cui i frati vivevano insieme. Questa mobilità della fraternità era l’adeguata risposta spirituale alle sfide di un’epoca che veniva caratterizzata sempre più dal commercio, dal movimento delle persone e delle cose, trovando corrispondentemente il suo centro focale nelle città con grandi mercati e lungo le vie commerciali. La stabilitas del monachesimo, con il suo vincolo territoriale di carattere rurale, non era più in grado di tenere il passo con questa trasformazione delle forme del vivere umano. Anche il cristianesimo doveva farsi mobile e leggero, per circolare là dove passavano gli esseri umani e rendersi così presente nei crocevia della vita quotidiana, ed essere così «trasportato» in questo brulichio del movimento per esservi concretamente presente al suo interno. A questo miravano esplicitamente sia la mobilità della fraternitas, sia la rinuncia radicale a qualsiasi forma di possesso e possedimento da parte della comunità francescana.

Il Dio mobile

Il primo presepe di Greccio si inserisce dunque nel solco di questa mobilità e libertà da ogni vincolo territoriale della forma di vita francescana. Non sappiamo poi davvero perché Francesco abbia «inventato» il presepe; ma sappiamo come funzionava il presepe quale scena del Vangelo di Gesù – appunto, «Greccio è diventata una nuova Betlemme».

Con il presepe non era più necessario recarsi in Terra Santa per sostare nel luogo del vissuto di Gesù. Nel momento in cui questo luogo, dapprima a Greccio e poi ovunque nel mondo, poteva essere realizzato in qualsiasi luogo, non vi erano più ragioni per (ri)conquistare con la forza e la violenza armata il luogo geografico della nascita di Gesù. Il presepe di Francesco rappresenta, in fin dei conti, la «invenzione» della non territorialità geo-politica ed esistenziale del vissuto di Gesù come incarnazione di Dio: un vissuto che può essere trovato ovunque, così che gli uomini e le donne possono vivere in ogni luogo in pace tra di loro.

Francesco sapeva bene che la pace come condizione dei rapporti interumani era un’ideale estremamente fragile. Per questo ingiungeva ai suo fratelli di rompere definitivamente con la logica della violenza e della, altrettanto violenta, reazione a essa, per manifestare in tal modo in ogni luogo possibile l’amore di Gesù per tutti. «Sono veri pacifici coloro che in tutte le contrarietà che sopportano in questo mondo, per l’amore del Signore nostro Gesù Cristo, conservano la pace nell’anima e nel corpo».[8]

Mediante questa pacifica mobilità e non territorialità del cristianesimo e del suo Dio, di fatto realizzata dal presepe, Francesco cercava di delineare anche una possibile alternativa ecclesiale alle Crociate. «Anche la quinta crociata (1217-1221), che ebbe un notevole importanza per Francesco, aveva in primo luogo scopi politici e territoriali, mentre le questioni riguardanti un confronto teologico con l’Islam o una missione cristiana per i crociati non avevano alcun rilievo. Di contro, il Poverello durante questa Crociata, attraverso azioni personali, era tutto teso a dare forma a iniziative di pace e missionarie; ma questo suo impegno sostanzialmente si rivelò essere fallimentare. Eppure i problemi del confronto dei cristiani con l’Islam e una preoccupazione missionaria rimasero centrali e vitali per lui fino al termine della sua vita».[9]

L’esperienza estetico-devozionale del presepe quale raffigurazione plastica e pratica letterale del Vangelo corrispondeva alla sua comprensione del confronto cristiano con l’Islam: «Perciò qualsiasi frate che vorrà andare tra i Saraceni e altri infedeli, vada con il permesso del suo ministro e servo. Il ministro poi dia loro il permesso e non li ostacoli se vedrà che sono idonei ad essere mandati; infatti dovrà rendere ragione al Signore, se in queste come in altre cose avrà proceduto senza discrezione. I frati poi che vanno fra gli infedeli, possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio a e confessino di essere cristiani».[10]

Nessuna violenza, nessuna strategia faraonica, ma la pura semplicità del Vangelo: dedizione di sé a favore di ogni essere umano, vissuta come ospitalità incondizionata della fede cristiana. Proprio quello che il presepe voleva rendere visibile.

Da Francesco a Francesco

Su queste armoniche dell’immaginario credente si muove anche il deciso rilancio della devozione del presepio, chiaramente inteso nella recente lettera di papa Francesco. L’asse portante è coerente all’insieme del suo ministero petrino così come lo ha espresso fin dai primi giorni: il cristianesimo si decide oggi intorno alla forza affettiva di pratiche, concrete e semplici, della fede nel quotidiano, piuttosto che nell’affermazione verbale di principi senza tempo attentamente immunizzati rispetto alla storia del cristianesimo stesso. Anzi, il presepe ci dice che del cristianesimo è così da tempi immemori. Le pratiche, in altre parole, sanno generare risonanze profonde e durature, altrimenti impossibili, creando l’effetto di una presa diretta tra l’evento cristiano di Dio e la fede che si dispone al suo affidabile accoglimento: «La gente accorsa (a Greccio per il primo presepe, n.d.a.) manifestò una gioia indicibile, mai assaporata prima, davanti alla scena del Natale (…). È così che nasce la nostra tradizione: tutti attorno alla grotta e ricolmi di gioia, senza più alcuna distanza tra l’evento che si compie e quanti diventano partecipi del mistero».

Insomma, la devozione sembra potere qualcosa che perfino la celebrazione liturgica del mistero cristiano non può; senza porsi come alternativa a essa, certo, ma ricordando sempre a tutti che né la liturgia né la dottrina da sole bastano per la giusta calibrazione della qualità affettiva della fede e per accenderne un’immaginazione che sia corrispondente all’inedito sorprendete del «Dio che è stato bambino» (davvero).

Per questo si dovrebbe fare attenzione a non derubricare la pratica devota del presepio a mera questione infantile di una fede sì pia ma non all’altezza della misura cristiana di Dio, così come questa viene formulata nella speculazione teologica, da un lato, e dall’affermazione dottrinale, dall’altro.

Infatti, la semplicità materiale e la libera creatività spirituale, innestata nello scorrere del tempo umano, che è il presepio hanno dato prova di sé con un’efficacia di annuncio e di circolazione del Vangelo di cui nessuna asserzione dogmatica della fede è stata finora capace: «San Francesco, con la semplicità di quel segno, realizzò una grande opera di evangelizzazione. Il suo insegnamento è penetrato nel cuore dei cristiani e permane fino ai nostri giorni come una genuina forma di riproporre la bellezza della nostra fede con semplicità». Il movimento che segue la narrazione di Francesco in questa ripresa convinta della pratica devozionale del presepio va, in modo del tutto coerente a quanto il papa non si stanca di ripetere da anni, dal cielo alla terra. Ma appunto, non si tratta della discesa strapiombante dell’unione ipostatica come termine della fede cristiana, ma della raccolta di tutto il creato nella sua fragilità che si concentra nella vulnerabilità estrema del bimbo di Nazareth, completamente affidato alle mani dei suoi.

Il palazzo di Erode del sogno prometeico di un’ascesa dell’uomo alle altezze di Dio è destinato a rimanere per sempre nell’oscurità di un lembo di terra che si sottrae al desiderio di destinazione che è il Dio di Gesù. Ma neanche l’inospitalità di queste tenebre rimane fuori dallo scenario del presepio, restandone sullo sfondo come parte di esso.

A perpetua memoria che in Gesù Dio non si destina allo splendore delle potenze mondane, ma abita lietamente ogni possibile margine della terra facendone risplendere la dignità che quei margini (residuali) dell’umano hanno davanti a Dio. Nessun romanticismo della marginalità, del bordo estremo dei dimenticati del mondo: da lì viene un grido che chiede giustizia al cospetto di Dio e che egli deve onorare. Tra l’oscurità del palazzo di Erode e l’abisso della dimenticanza dei margini della terra, pervasi dalla violenza della volontà di possesso illimitato, da un lato, e da quella di una disperata lotta per la sopravvivenza, dall’altro, solo la «rivoluzione della tenerezza» può riconsegnare l’umano alla speranza e alla dignità che gli sono dovuti. «Dal presepe, Gesù proclama, con mite potenza, l’appello alla condivisione con gli ultimi quale strada verso un mondo più umano e fraterno, dove nessuno sia escluso ed emarginato».

Il cristianesimo oltre se stesso

Il presepe, non il dogma, annuncia una giustizia che deve essere realizzata in questo mondo – e non posposta in attesa di una migliore congiuntura economica e nemmeno dilazionata senza termine in attesa della venuta del Messia alla fine dei tempi. Dio si spende qui, nel quotidiano di ogni giorno, sempre di nuovo – il Regno è davvero inaugurato, realizzando questo suo essere in-principio attraverso una serie di allargamenti inattesi della scena immaginata dal presepio: «Spesso i bambini – ma anche gli adulti – amano aggiungere al presepe statuine che sembrano non avere alcuna relazione con i racconti evangelici. Eppure, questa immaginazione intende esprimere che in questo nuovo mondo inaugurato da Gesù c’è spazio per tutto ciò che è umano e per ogni creatura».

Perché nella pratica devozionale del presepe è proprio così che funziona il cristianesimo: mai sufficiente a se stesso, costretto ad aprirsi costantemente su ciò che esso non porta in sé. Allora si comprende perché papa Francesco si augura che questa pratica abbia luogo anche nello spazio pubblico e perché venga ripresa dove è caduta in desuetudine. Perché il presepio ricorda, in primo luogo al cristianesimo stesso, la presenza non dispotica e non totalitaria del Dio di Gesù: mai senza l’altro, chiunque esso sia. Sono queste le pratiche della fede che onorano veramente la differenza: senza assimilarla, né svuotandola del suo doveroso essere-altro.

Principio che i nostri territori dell’Occidente farebbero bene a riapprendere, perché l’elisione di ogni differenza, in nome di un’eguaglianza indistinta e omologante, finisce col generare l’onnipotenza dell’indistinto, da un lato, e la rivalsa arcaica dell’identitario, dall’altro. Ed è bene che il cristianesimo impari rapidamente di non essere immune né all’uno né all’altro; anzi, di poter essere proprio lui, oggi, il terreno fecondo su cui attecchisce la fascinazione dell’hybris fra l’indistinto generico e l’identitario militante.

Per questo Francesco ammonisce pacatamente proprio i suoi, ricordando loro che «il modo di agire di Dio quasi tramortisce, perché sembra impossibile che Egli rinunci alla sua gloria per farsi uomo come noi. Che sorpresa vedere Dio che assume i nostri stessi comportamenti: dorme, prende il latte dalla mamma, piange e gioca come tutti i bambini! Come sempre Dio sconcerta, è imprevedibile, continuamente fuori dai nostri schemi».


[1] F. von Assisi, Sämtliche Schriften (Lateinisch/Deutsch), hg. Von D. Berg, Stuttgart 2014, 69.

[2] Francesco di Assisi, Regola non bollata, § 4.

[3] Tommaso da Celano, Vita prima di san Francesco, § 468.

[4] Ivi, § 469.

[5] Ivi, § 469.

[6] Francesco di Assisi, Seconda lettera ai fedeli.

[7] K. Appel, Apprezzare la morte, Bologna 2015, 29.

[8] Francesco di Assisi, Ammonizioni, § 164.

[9] D. Berg, Nachwort, in Franziskus von Assisi, Sämtliche Schriften, 342-343.

[10] Francesco di Assisi, Regola non bollata, §§ 42-43.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Il Natale secondo Francesco

  

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Il 23 novembre 1223 viene promulgata da papa Onorio III la bolla Solet annuere, con la quale si riconosce ufficialmente da parte della Chiesa la Regola di vita della comunità francescana. Mediante questo atto pubblico, per la prima volta, la «vita francescana viene approvata e riconosciuta come “cattolica”. Allo stesso tempo, con la bolla vengono poste le fondamenta canoniche per l’agire futuro dell’Ordine nella Chiesa e nella società».[1] In questo modo l’avvenire dell’Ordine, certo non senza compromessi, era ecclesialmente assicurato oltre la persona stessa di Francesco; che era di suo ben consapevole sia dell’importanza del riconoscimento implicito nell’approvazione dell’Ordine, sia dei limiti che tutto ciò significava rispetto ai suoi ideali evangelici.

Con questo stato d’animo, alcuni giorni dopo, Francesco si mise in cammino verso l’eremo di Greccio, un paese nel nord-est del Lazio, dove voleva celebrare la liturgia del Natale. Un cammino che lo riportava, allo stesso tempo, dallo splendore romano e dalla potenza della Chiesa alla semplicità della sua originaria vocazione – potremmo dire dal diritto canonico al Vangelo: «La regola e vita dei frati è questa, cioè vivere in obbedienza, in castità e senza nulla di proprio, e seguire la dottrina e l’esempio del Signore nostro Gesù Cristo (…)».[2]

Il primo presepe

È nella luce di questo spirito, ossia quello di una pratica letterale del vissuto di Gesù nei gesti del proprio corpo, che il presepe ha il suo dies natalis nella nostra cultura europea. Giunto a Greccio, Francesco fece chiamare un suo amico che abitava nel villaggio per discutere con lui una questione che gli stava a cuore in vista della ormai prossima festa del Natale. Ciò che Francesco voleva era «vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato (Gesù) per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello».[3] Quando tutto fu preparato secondo questo suo desiderio, così annota Celano nella sua biografia agiografica, Francesco «era raggiante di letizia».[4]

Il primo presepe venne dunque percepito come una scena che rendeva visibile e toccabile il Dio che è Gesù: «In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme».[5] Da un lato, si trattava di qualcosa che oggi potremmo chiamare una vera e propria esperienza estetica. Attraverso la configurazione corporale della scena del presepe poteva venir riacquisita quella dimensione della sensibilità e materialità che è essenziale e irrinunciabile per la fede cristiana in un Dio che si è fatto carne. La possibilità di un’estetica teologica del presepe è d’altronde pienamente in linea col sentire della fede di Francesco, che vedeva nella «umiltà dell’Incarnazione» e nella «carità della Passione» di Gesù il nucleo incandescente ed essenziale del cristianesimo.

Questa disposizione di Francesco si concentra su uno stupore/meraviglia della fede davanti alla concretizzazione dell’essere-spirituale di Dio in una carne umana, con tutta la sua vulnerabilità e provvisorietà: «L’altissimo Padre annunciò che questo suo Verbo, così degno, così santo e così glorioso sarebbe venuto dal cielo, l’annunciò per mezzo del suo arcangelo Gabriele alla santa e gloriosa Vergine Maria, dalla quale ricevette la carne della nostra fragile umanità».[6] Che la vulnerabilità e finitudine della nostra carne siano una cosa (sola) con Dio, rappresenta quella profonda esperienza di Francesco che lo porterà a cantare della morte corporale come di «nostra sorella morte».

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L’incarnazione di Dio e la Passione di Gesù sulla croce costituiscono per Francesco un’unica realtà teologica, nella quale si rispecchia la questione antropologica del legame tra corpo e morte.

Mettendo mano al primo presepe, come scena del Vangelo nell’oggi della vita umana, Francesco voleva anche dare forma all’ambivalenza del rapporto fra corpo e morte, per poter penetrare più profondamente nel mistero del morire come in qualcosa con cui l’umano deve essere familiare. «Dopo la perdita della veste di luce, la morte diviene il secondo abito dell’uomo – quella maschera ambivalente che lo protegge di fronte al vuoto che annichilisce ogni cosa e che è effetto del suo sguardo quando desidera la totalità. Tale totalità è interrotta dalla morte, che sottrae ogni sé da se stesso e dagli altri. (…) Per questa ragione la morte simula quell’originario limite di nominabilità che avvolgeva l’uomo: un limite che, se oltrepassato, non conduce a Dio o a una cosa in sé, ma al nulla assoluto».[7]

La morte può essere «sorella nostra» perché essa ci protegge da una totalizzazione di noi stessi, nel momento in cui la sentiamo come il limite estremo della nostra auto-potenza. In questo senso, il presepe ai tempi di Francesco rappresentava anche una resistenza alla pretesa di totalità di una Chiesa che voleva disporre sui «limiti» dell’incarnazione di Dio.

D’altro lato, il presepe è fin dagli inizi profondamente radicato nella spiritualità francescana. Un aspetto centrale del movimento francescano delle origini era, infatti, l’assenza di un vincolo territoriale della fraternitas in cui i frati vivevano insieme. Questa mobilità della fraternità era l’adeguata risposta spirituale alle sfide di un’epoca che veniva caratterizzata sempre più dal commercio, dal movimento delle persone e delle cose, trovando corrispondentemente il suo centro focale nelle città con grandi mercati e lungo le vie commerciali. La stabilitas del monachesimo, con il suo vincolo territoriale di carattere rurale, non era più in grado di tenere il passo con questa trasformazione delle forme del vivere umano. Anche il cristianesimo doveva farsi mobile e leggero, per circolare là dove passavano gli esseri umani e rendersi così presente nei crocevia della vita quotidiana, ed essere così «trasportato» in questo brulichio del movimento per esservi concretamente presente al suo interno. A questo miravano esplicitamente sia la mobilità della fraternitas, sia la rinuncia radicale a qualsiasi forma di possesso e possedimento da parte della comunità francescana.

Il Dio mobile

Il primo presepe di Greccio si inserisce dunque nel solco di questa mobilità e libertà da ogni vincolo territoriale della forma di vita francescana. Non sappiamo poi davvero perché Francesco abbia «inventato» il presepe; ma sappiamo come funzionava il presepe quale scena del Vangelo di Gesù – appunto, «Greccio è diventata una nuova Betlemme».

Con il presepe non era più necessario recarsi in Terra Santa per sostare nel luogo del vissuto di Gesù. Nel momento in cui questo luogo, dapprima a Greccio e poi ovunque nel mondo, poteva essere realizzato in qualsiasi luogo, non vi erano più ragioni per (ri)conquistare con la forza e la violenza armata il luogo geografico della nascita di Gesù. Il presepe di Francesco rappresenta, in fin dei conti, la «invenzione» della non territorialità geo-politica ed esistenziale del vissuto di Gesù come incarnazione di Dio: un vissuto che può essere trovato ovunque, così che gli uomini e le donne possono vivere in ogni luogo in pace tra di loro.

Francesco sapeva bene che la pace come condizione dei rapporti interumani era un’ideale estremamente fragile. Per questo ingiungeva ai suo fratelli di rompere definitivamente con la logica della violenza e della, altrettanto violenta, reazione a essa, per manifestare in tal modo in ogni luogo possibile l’amore di Gesù per tutti. «Sono veri pacifici coloro che in tutte le contrarietà che sopportano in questo mondo, per l’amore del Signore nostro Gesù Cristo, conservano la pace nell’anima e nel corpo».[8]

Mediante questa pacifica mobilità e non territorialità del cristianesimo e del suo Dio, di fatto realizzata dal presepe, Francesco cercava di delineare anche una possibile alternativa ecclesiale alle Crociate. «Anche la quinta crociata (1217-1221), che ebbe un notevole importanza per Francesco, aveva in primo luogo scopi politici e territoriali, mentre le questioni riguardanti un confronto teologico con l’Islam o una missione cristiana per i crociati non avevano alcun rilievo. Di contro, il Poverello durante questa Crociata, attraverso azioni personali, era tutto teso a dare forma a iniziative di pace e missionarie; ma questo suo impegno sostanzialmente si rivelò essere fallimentare. Eppure i problemi del confronto dei cristiani con l’Islam e una preoccupazione missionaria rimasero centrali e vitali per lui fino al termine della sua vita».[9]

L’esperienza estetico-devozionale del presepe quale raffigurazione plastica e pratica letterale del Vangelo corrispondeva alla sua comprensione del confronto cristiano con l’Islam: «Perciò qualsiasi frate che vorrà andare tra i Saraceni e altri infedeli, vada con il permesso del suo ministro e servo. Il ministro poi dia loro il permesso e non li ostacoli se vedrà che sono idonei ad essere mandati; infatti dovrà rendere ragione al Signore, se in queste come in altre cose avrà proceduto senza discrezione. I frati poi che vanno fra gli infedeli, possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio a e confessino di essere cristiani».[10]

Nessuna violenza, nessuna strategia faraonica, ma la pura semplicità del Vangelo: dedizione di sé a favore di ogni essere umano, vissuta come ospitalità incondizionata della fede cristiana. Proprio quello che il presepe voleva rendere visibile.

Da Francesco a Francesco

Su queste armoniche dell’immaginario credente si muove anche il deciso rilancio della devozione del presepio, chiaramente inteso nella recente lettera di papa Francesco. L’asse portante è coerente all’insieme del suo ministero petrino così come lo ha espresso fin dai primi giorni: il cristianesimo si decide oggi intorno alla forza affettiva di pratiche, concrete e semplici, della fede nel quotidiano, piuttosto che nell’affermazione verbale di principi senza tempo attentamente immunizzati rispetto alla storia del cristianesimo stesso. Anzi, il presepe ci dice che del cristianesimo è così da tempi immemori. Le pratiche, in altre parole, sanno generare risonanze profonde e durature, altrimenti impossibili, creando l’effetto di una presa diretta tra l’evento cristiano di Dio e la fede che si dispone al suo affidabile accoglimento: «La gente accorsa (a Greccio per il primo presepe, n.d.a.) manifestò una gioia indicibile, mai assaporata prima, davanti alla scena del Natale (…). È così che nasce la nostra tradizione: tutti attorno alla grotta e ricolmi di gioia, senza più alcuna distanza tra l’evento che si compie e quanti diventano partecipi del mistero».

Insomma, la devozione sembra potere qualcosa che perfino la celebrazione liturgica del mistero cristiano non può; senza porsi come alternativa a essa, certo, ma ricordando sempre a tutti che né la liturgia né la dottrina da sole bastano per la giusta calibrazione della qualità affettiva della fede e per accenderne un’immaginazione che sia corrispondente all’inedito sorprendete del «Dio che è stato bambino» (davvero).

Per questo si dovrebbe fare attenzione a non derubricare la pratica devota del presepio a mera questione infantile di una fede sì pia ma non all’altezza della misura cristiana di Dio, così come questa viene formulata nella speculazione teologica, da un lato, e dall’affermazione dottrinale, dall’altro.

Infatti, la semplicità materiale e la libera creatività spirituale, innestata nello scorrere del tempo umano, che è il presepio hanno dato prova di sé con un’efficacia di annuncio e di circolazione del Vangelo di cui nessuna asserzione dogmatica della fede è stata finora capace: «San Francesco, con la semplicità di quel segno, realizzò una grande opera di evangelizzazione. Il suo insegnamento è penetrato nel cuore dei cristiani e permane fino ai nostri giorni come una genuina forma di riproporre la bellezza della nostra fede con semplicità». Il movimento che segue la narrazione di Francesco in questa ripresa convinta della pratica devozionale del presepio va, in modo del tutto coerente a quanto il papa non si stanca di ripetere da anni, dal cielo alla terra. Ma appunto, non si tratta della discesa strapiombante dell’unione ipostatica come termine della fede cristiana, ma della raccolta di tutto il creato nella sua fragilità che si concentra nella vulnerabilità estrema del bimbo di Nazareth, completamente affidato alle mani dei suoi.

Il palazzo di Erode del sogno prometeico di un’ascesa dell’uomo alle altezze di Dio è destinato a rimanere per sempre nell’oscurità di un lembo di terra che si sottrae al desiderio di destinazione che è il Dio di Gesù. Ma neanche l’inospitalità di queste tenebre rimane fuori dallo scenario del presepio, restandone sullo sfondo come parte di esso.

A perpetua memoria che in Gesù Dio non si destina allo splendore delle potenze mondane, ma abita lietamente ogni possibile margine della terra facendone risplendere la dignità che quei margini (residuali) dell’umano hanno davanti a Dio. Nessun romanticismo della marginalità, del bordo estremo dei dimenticati del mondo: da lì viene un grido che chiede giustizia al cospetto di Dio e che egli deve onorare. Tra l’oscurità del palazzo di Erode e l’abisso della dimenticanza dei margini della terra, pervasi dalla violenza della volontà di possesso illimitato, da un lato, e da quella di una disperata lotta per la sopravvivenza, dall’altro, solo la «rivoluzione della tenerezza» può riconsegnare l’umano alla speranza e alla dignità che gli sono dovuti. «Dal presepe, Gesù proclama, con mite potenza, l’appello alla condivisione con gli ultimi quale strada verso un mondo più umano e fraterno, dove nessuno sia escluso ed emarginato».

Il cristianesimo oltre se stesso

Il presepe, non il dogma, annuncia una giustizia che deve essere realizzata in questo mondo – e non posposta in attesa di una migliore congiuntura economica e nemmeno dilazionata senza termine in attesa della venuta del Messia alla fine dei tempi. Dio si spende qui, nel quotidiano di ogni giorno, sempre di nuovo – il Regno è davvero inaugurato, realizzando questo suo essere in-principio attraverso una serie di allargamenti inattesi della scena immaginata dal presepio: «Spesso i bambini – ma anche gli adulti – amano aggiungere al presepe statuine che sembrano non avere alcuna relazione con i racconti evangelici. Eppure, questa immaginazione intende esprimere che in questo nuovo mondo inaugurato da Gesù c’è spazio per tutto ciò che è umano e per ogni creatura».

Perché nella pratica devozionale del presepe è proprio così che funziona il cristianesimo: mai sufficiente a se stesso, costretto ad aprirsi costantemente su ciò che esso non porta in sé. Allora si comprende perché papa Francesco si augura che questa pratica abbia luogo anche nello spazio pubblico e perché venga ripresa dove è caduta in desuetudine. Perché il presepio ricorda, in primo luogo al cristianesimo stesso, la presenza non dispotica e non totalitaria del Dio di Gesù: mai senza l’altro, chiunque esso sia. Sono queste le pratiche della fede che onorano veramente la differenza: senza assimilarla, né svuotandola del suo doveroso essere-altro.

Principio che i nostri territori dell’Occidente farebbero bene a riapprendere, perché l’elisione di ogni differenza, in nome di un’eguaglianza indistinta e omologante, finisce col generare l’onnipotenza dell’indistinto, da un lato, e la rivalsa arcaica dell’identitario, dall’altro. Ed è bene che il cristianesimo impari rapidamente di non essere immune né all’uno né all’altro; anzi, di poter essere proprio lui, oggi, il terreno fecondo su cui attecchisce la fascinazione dell’hybris fra l’indistinto generico e l’identitario militante.

Per questo Francesco ammonisce pacatamente proprio i suoi, ricordando loro che «il modo di agire di Dio quasi tramortisce, perché sembra impossibile che Egli rinunci alla sua gloria per farsi uomo come noi. Che sorpresa vedere Dio che assume i nostri stessi comportamenti: dorme, prende il latte dalla mamma, piange e gioca come tutti i bambini! Come sempre Dio sconcerta, è imprevedibile, continuamente fuori dai nostri schemi».


[1] F. von Assisi, Sämtliche Schriften (Lateinisch/Deutsch), hg. Von D. Berg, Stuttgart 2014, 69.

[2] Francesco di Assisi, Regola non bollata, § 4.

[3] Tommaso da Celano, Vita prima di san Francesco, § 468.

[4] Ivi, § 469.

[5] Ivi, § 469.

[6] Francesco di Assisi, Seconda lettera ai fedeli.

[7] K. Appel, Apprezzare la morte, Bologna 2015, 29.

[8] Francesco di Assisi, Ammonizioni, § 164.

[9] D. Berg, Nachwort, in Franziskus von Assisi, Sämtliche Schriften, 342-343.

[10] Francesco di Assisi, Regola non bollata, §§ 42-43.

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