Il moto perpetuo del perdono


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Il perdono è stato sempre difficile da comprendersi e ancor più difficile, se non impossibile, da vivere come scelta. Solo nell’ottica dell’amore, il perdono ha una sua collocazione e una sua spiegazione. Solo se si ama, il perdono ha motivo d’essere vissuto e sarà più facilmente compreso. L’amore, se vuole essere genuinamente tale, non deve mai essere meritato altrimenti diventa un diritto invece rimane sempre un gesto, una scelta che mostra accoglienza, gratuità, piacere di rendere felici gli altri. Chi offende, chi calunnia, chi compie il male sa che non deve attendersi nulla in cambio se non, umanamente parlando, altrettanta cattiveria, invece, quando si ama si sconfigge il male col bene.

Ammesso che in qualche modo sia comprensibile o giustificabile il perdono, perché cristianamente è plausibile, il vangelo di oggi si chiede, per bocca di Pietro che interroga il maestro, ma quante volte si deve perdonare al fratello che pecca contro chi è disposto a perdonare? E la risposta del Maestro non è sorprendente. Non solo in ragione della quantità ma, soprattutto della qualità. Non solo fino a sette volte, come lo stesso Pietro, credendo di donare un perdono perfetto ha affermato. Difatti il numero sette biblicamente era considerato come esaustivo, in quanto perfetto, perché indica molteplicità e infinità. Gesù va oltre e gli risponde: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”. Ossia sempre. Una cosa è certa: non si perdona per calcoli, perché ogni calcolo, per quanto esageratamente generoso possa essere, è sempre e comunque limitativo quindi monco. L’amore non pone limiti, non si arrende dinanzi alle fatiche, è instancabilmente proteso verso l’altro al di là dei sacrifici e delle rinunce richieste.

“L’amore vince l’odio e la vendetta è disarmata dal perdono”. Ecco le armi del cristiano per combattere. Essere arrendevoli, apparentemente perdenti, ma in effetti l’amore vince quando perde. A differenza del male che perde proprio quando vince. Il perdono sfugge ad ogni logica umana soprattutto quella intesa e trasudante il legalismo o il senso della giustizia inteso come semplice mero e riduttivo equilibrio. Il perdono è un atto d’ingiustizia perché chiede di dare ciò che non si è meritato, spinge a raggiungere chi si è allontanato da te, impone di amare chi ti odia e ti ha fatto del male. La natura umana si ribella dinanzi a queste proposte. Difatti solo un cuore umano illuminato e sostenuto dalla ricchezza della grazia di Dio può trovare il coraggio di non gattonare per essere espresso e partecipato, ma corre verso coloro che, mostrando debolezza e piccolezza, si sono espressi con la determinazione del male, dell’offesa, del sopruso e della negligenza.



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BENITO GIORGETTA (16 febbraio 1955 Montemitro, Campobasso), sacerdote della diocesi di Termoli-Larino, parroco di San Timoteo in Termoli (Campobasso), licenziato in sacra teologia con specializzazione in mariologia. Dottore in bioetica, è giornalista pubblicista. Vicario foraneo. Docente di Teologia morale della sessualità e Bioetica presso l’Istituto Teologico Abruzzese Molisano di Chieti. Presidente dell’Associazione “Iktus – Onlus”.

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