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Il mondo in preghiera per la pace

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Oggi è la giornata di orazione e digiuno che Francesco ha voluto per la Siria. Una supplica al Cielo per cambiare la storia

Pace in siria
Pace in siria

Oggi è il giorno del silenzio. E del grido di pace. Quel grido di pace che il Papa spera si alzi da tutto il mondo. Senza manifestazioni eclatanti, senza roboanti iniziative. Un grido nel silenzio, un grido che si fa innanzitutto preghiera, perché la pace è un dono di Dio.

 Un giorno di digiuno, dunque di sacrificio e di distacco, perché la pace dipende anche dal cuore di ciascuno, dal cambiamento di ciascuno, dall’impegno di ciascuno. È per questo che annunciando la giornata di preghiera per la Siria e la veglia in piazza San Pietro, Francesco ha sottolineato che l’invito a costruire la pace è rivolto non soltanto ai cattolici o ai cristiani, non soltanto ai credenti delle altre religioni, ma anche a chi non crede.

 Sono tante e diverse le adesioni all’accorato, drammatico appello papale di domenica scorsa. La sensazione è che l’opinione pubblica, in tanti Paesi del mondo, sia più perplessa rispetto all’intervento armato occidentale che si prospetta rispetto a quanto avvenne con la guerra in Iraq del 2003. Al tempo stesso, cresce anche la consapevolezza della necessità di fare qualcosa per fermare il massacro in atto da due anni, nella quasi totale indifferenza.

 Di fronte a tutto questo, alle opzioni in campo, si sarebbe tentati di pensare che tutto dipenda dalle decisioni dei grandi, dalle strategie delle più importanti cancellerie mondiali, dal sentimento prevalente nei capi di Stato delle superpotenze. Che cosa può realisticamente ottenere un digiuno penitenziale e una preghiera? La grande silenziosa catena umana che da ogni lato del mondo oggi si unirà per invocare la pace dal Cielo, e culminerà, dopo la preghiera del rosario a Maria, con l’adorazione eucaristica nel cuore della cristianità come nella più piccola e sperduta chiesa di campagna, che cosa mai potrà cambiare?

 I cronisti cercano di descrivere la realtà degli eventi, gli storici la analizzano a distanza e ne traggono dei bilanci. Ma nella storia della Chiesa ciò che non si vede, che non può essere misurato, che non finisce nei libri, che non potrà mai essere documentato in un servizio televisivo, è molto più importante di ciò che risulta in superficie. Non sapremo mai, nell’al-di-qua, quanto hanno potuto influire le preghiere e i sacrifici di tanti uomini e donne sconosciuti. Quale incidenza hanno avuto. Quanre vite hanno salvato. I Papi credono nella forza inerme e silenziosa, ma potente, della preghiera. Sanno che la preghiera può cambiare la storia.

«La pace, prima di tutto, è un dono di Dio che va perciò chiesto ed accolto con cuore umile ed aperto», ha detto ieri a Radio Vaticana il «ministro degli Esteri» della Santa Sede Dominique Mamberti. Le diplomazie faranno il loro lavoro e giocheranno le loro carte. La diplomazia della Santa Sede continua a ribadire l’appello alle parti in causa per fermare la violenza e «intraprendere con coraggio la via dell’incontro e del negoziato». «È ovvio – ha detto ancora Mamberti – che non c’è una soluzione militare al conflitto: se la violenza continua, non si avranno vincitori, ma solo sconfitti».

Oggi però l’invito di Francesco è per ognuno di noi, non soltanto per i capi di Stato, i premier, i potenti del G20, i diplomatici. Oggi è il giorno del silenzio, per far risuonare più forte quel grido di pace.

da Vaticaninsider

Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Oggi è il giorno del silenzio. E del grido di pace. Quel grido di pace che il Papa spera si alzi da tutto il mondo. Senza manifestazioni eclatanti, senza roboanti iniziative. Un grido nel silenzio, un grido che si fa innanzitutto preghiera, perché la pace è un dono di Dio.

 Un giorno di digiuno, dunque di sacrificio e di distacco, perché la pace dipende anche dal cuore di ciascuno, dal cambiamento di ciascuno, dall’impegno di ciascuno. È per questo che annunciando la giornata di preghiera per la Siria e la veglia in piazza San Pietro, Francesco ha sottolineato che l’invito a costruire la pace è rivolto non soltanto ai cattolici o ai cristiani, non soltanto ai credenti delle altre religioni, ma anche a chi non crede.

 Sono tante e diverse le adesioni all’accorato, drammatico appello papale di domenica scorsa. La sensazione è che l’opinione pubblica, in tanti Paesi del mondo, sia più perplessa rispetto all’intervento armato occidentale che si prospetta rispetto a quanto avvenne con la guerra in Iraq del 2003. Al tempo stesso, cresce anche la consapevolezza della necessità di fare qualcosa per fermare il massacro in atto da due anni, nella quasi totale indifferenza.

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 Di fronte a tutto questo, alle opzioni in campo, si sarebbe tentati di pensare che tutto dipenda dalle decisioni dei grandi, dalle strategie delle più importanti cancellerie mondiali, dal sentimento prevalente nei capi di Stato delle superpotenze. Che cosa può realisticamente ottenere un digiuno penitenziale e una preghiera? La grande silenziosa catena umana che da ogni lato del mondo oggi si unirà per invocare la pace dal Cielo, e culminerà, dopo la preghiera del rosario a Maria, con l’adorazione eucaristica nel cuore della cristianità come nella più piccola e sperduta chiesa di campagna, che cosa mai potrà cambiare?

 I cronisti cercano di descrivere la realtà degli eventi, gli storici la analizzano a distanza e ne traggono dei bilanci. Ma nella storia della Chiesa ciò che non si vede, che non può essere misurato, che non finisce nei libri, che non potrà mai essere documentato in un servizio televisivo, è molto più importante di ciò che risulta in superficie. Non sapremo mai, nell’al-di-qua, quanto hanno potuto influire le preghiere e i sacrifici di tanti uomini e donne sconosciuti. Quale incidenza hanno avuto. Quanre vite hanno salvato. I Papi credono nella forza inerme e silenziosa, ma potente, della preghiera. Sanno che la preghiera può cambiare la storia.

«La pace, prima di tutto, è un dono di Dio che va perciò chiesto ed accolto con cuore umile ed aperto», ha detto ieri a Radio Vaticana il «ministro degli Esteri» della Santa Sede Dominique Mamberti. Le diplomazie faranno il loro lavoro e giocheranno le loro carte. La diplomazia della Santa Sede continua a ribadire l’appello alle parti in causa per fermare la violenza e «intraprendere con coraggio la via dell’incontro e del negoziato». «È ovvio – ha detto ancora Mamberti – che non c’è una soluzione militare al conflitto: se la violenza continua, non si avranno vincitori, ma solo sconfitti».

Oggi però l’invito di Francesco è per ognuno di noi, non soltanto per i capi di Stato, i premier, i potenti del G20, i diplomatici. Oggi è il giorno del silenzio, per far risuonare più forte quel grido di pace.

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