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Il mio viaggio di speranza. Dal Senegal all’Europa.

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Il mio viaggio di speranza. Dal Senegal all’Europa., Bay Mademba, Giovane Africa

                                          Edizioni, 2011

La storia è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra della vita, nunzia dell’antichità.

— Marco Tullio Cicerone 

 

 

 

IMG_1880I casi della vita. A chi non è capitato. Andando a vedere poi le altre recensioni di questo libro su internet, vedrete che per tutti è stata la stessa cosa, un incontro fortuito.

Amo leggere, anche se in quanto ad intensità vado a fasi alterne,  ma posso dire che i libri per me hanno molta più importanza del cibo.

Giusto due mesi fa ho ospitato, per una settimana circa, mio figlio con la sua compagna. Uscendo per fare un giro si sono imbattuti in un immigrato che vendeva libri.

Mia nuora, guarda caso per metà appunto senegalese, si è volta con naturale amore verso questo giovane e ha acquistato due libri. Uno di cucina africana e l’altro è appunto questa opera di Bay. Quando è tornata a casa mi ha chiesto di leggerlo, perché lei parla bene solo il francese e lo spagnolo.

Questo libro mi ha toccato nel profondo. Non a caso ho posto come incipit la frase di Cicerone. “La storia è testimone dei tempi, […].” Mentre leggevo ricordavo le parole di mia nuora, il racconto che lei aveva ereditato in seno alla sua famiglia, gli anni ‘60 un epoca in cui il passaggio dal Senegal all’Europa  era certamente molto meno drammatico di quello descritto da Mademba. Pur tuttavia le sue parole  erano cariche di empatia e di tristezza perché lasciare la propria terra significa senza eccezioni lasciare le proprie radici e ciò che si ama in quanto ci identifica. La storia quindi ci testimonia non solo l’esistenza di un fenomeno – tra tanti altri –, quello delle migrazioni spontanee o degli esodi forzati, ma anche le diverse connotazioni e/o sfumature dello stesso col passare del tempo, e cioè come la sofferenza e la speranza legate a questi movimenti non è mai cessata.

Ci dice Bay: «”Quando ero in Senegal, a 8 anni ho sentito pronunciare il nome Italia.” (pag.7); e ancora “Ma poi Napoleone ripristinò la schiavitù. Lui che aveva conquistato l’Europa al grido di liberté-égalité-fraternité.!” […] “Pensavo a Gorée, l’isola degli schiavi da dove partivano i bastimenti carichi di africani che venivano deportati […] le case rosa, gialle, ocra, albicocca, e le bouganvilles che si inerpicano su vecchie mura scrostate […] dal 1978 Gorée è stata inclusa dall’ UNESCO nell’elenco del patrimonio mondiale dei siti da salvaguardare.”(pagg.49-50)».

Questi uomini cosa vedono attraverso la loro esperienza in queste vicende che si sono susseguite nei secoli e quando loro ancora non erano nati ? Ci risponde sempre il nostro autore riportando nel suo libro una vicenda – anziché una delle tante altre che sicuramente avrà vissuto – che così recita: «Eravamo in tre nello stesso scompartimento, due italiani ed io. Uno di loro dal volto bonaccione con aria paternalistica mi chiese di dove ero e poi con tono sommesso come se stesse parlando a se stesso iniziò a dire: “Poverini, io vi capisco, la miseria vi spinge ad emigrare, però siete troppi, dovreste stare di più a casa vostra. Voi venite a prenderci il lavoro, ad utilizzare i nostri ospedali, mandate i vostri figli nelle nostre scuole. Ma tutti questi servizi che vi vengono dati come pappa scodellata, a noi italiani ci sono costati decenni di lotte sociali, di sacrifici, di sforzi. Io non voglio che voi soffriate la miseria nel terzo mondo, ma nemmeno che vi approfittiate di noi. Restate a casa vostra e lottate là, perché decolli l’industria e lo sviluppo economico. Noi occidentali vi dobbiamo aiutare in questo, insomma, come recita un antico proverbio: non vi dobbiamo regalare il pesce, ma vi dobbiamo insegnare a pescarlo.” Io non avrei saputo rispondere – dice il nostro autore – , ma per me lo fece l’altro italiano, le cui parole io le condividevo una per una. Egli attacco così: “ Intanto è vero il contrario di codesto tuo proverbio, perché siamo noi italiani che mangiamo il pesce che viene pescato dalle piroghe senegalesi, che si avventurano nell’ Oceano per rifornire i nostri supermercati di […] tutta questa gente che arriva quaggiù da noi, perché siamo noi che abbiamo creato le condizioni favorevoli  a che ciò avvenga. Se noi occidentali ci fossimo accontentati di vivere frugalmente,  senza gli sperperi del consumismo, non avremmo attratto tanti disgraziati ad affrontare pericoli e peripezie per raggiungere la nostra società del benessere. Abbiamo stravolto l’ecosistema con l’innalzamento della temperatura creando un effetto serra che ha coinvolto mare e terra […] anche nel Senegal tutto è mutato e da alcuni anni, anche in inverno quelle poche famiglie che ce l’hanno, di notte devono tenere i ventilatori accesi. […] Dunque  siamo tutti diventati diversi , siamo tutti estranei, siamo tutti stranieri. […] Noi italiani siamo emigrati da noi stessi, abbiamo abiurato dalle nostre condizioni diventando altri, ormai quasi irriconoscibili […] non ci sono più né vecchi né giovani, in questo ballo in maschera della società del benessere, abbiamo perso l’identità e tutti siamo diventati immigrati. Ecco arrivano a frotte dal terzo mondo e nessuno li può fermare. Essi non vengono solo per cercare lavoro e fortuna, non arrivano soltanto perché gli industriali li chiamano e li lusingano come le sirene dell’ Odissea, essi ci raggiungono per portarci in dono le cose preziose che noi abbiamo perduto […] d’altronde fino a qualche lustro fa eravamo noi occidentali ad andare da loro per colonizzarli e renderli schiavi, depredandoli e mandando in frantumi le loro economie di sussistenza. Non lamentiamoci perciò se, dopo aver distrutto le loro comunità, adesso ce li troviamo nudi –visto che siamo noi ad averli spogliati, per alimentare il nostro boom economico – davanti casa.” Così parlò il secondo italiano. Io lo ascoltai come si ascolta uno che sa tutto di te e che ti spiega il perché. Per tutto il tempo di quella conversazione io non parlai. Ascoltavo e pensavo. Pensavo a Gorée, l’isola degli schiavi Maison des Esclaves […] (pagg. 46-50).»

Nella sua semplicità Bay stava comprendendo che anche se apparentemente le cose si ripetono ma nella loro nuova variabile c’è una sorta di mutamento e di giustizia. Coloro che prima erano i forti ora vengono assediati dal risultato delle loro scelte. Una sorta di boomerang di ritorno, o se preferite per chi crede, una specie di legge del contrappasso. Così ecco il secondo passaggio del pensiero di Cicerone: “[…] luce della verità,[…]”. Tuttavia il nostro protagonista ed autore non si esprime mai con  acrimoniosità  né a riguardo delle vicende dolorose da lui vissute né sulle ragioni o persone che lui scopre esserne responsabili. Lui conserva quell’equilibrio tipico di una dignità ormai quasi dimenticata nel nostro occidente che rincorre solo aspetti e modelli di apparenza come il look, l’auto di moda, la casa grande e le conoscenze politiche e sociali importanti. Mademba spiega che i marabut insegnano che prima di fare la preghiera bisogna essere puliti, puliti dentro (non arrabbiarsi mai neanche se provocati) e puliti fuori. Ma questo insegnamento a noi ci è veramente estraneo? Non è per caso l’insegnamento “dell’irreprensibilità”  a cui ci invita il Cristo quando ci dice: “Siate perfetti come è perfetto il Padre Vostro che è nei cieli.” (Mt 5,48) ? Non sarebbe il caso di riflettere che tutte queste persone, al di là di eventuali tradizioni specifiche; (come l’infibulazione, il burka, o altre cose) insorte ad opera di elementi squilibrati (che esistono ovunque visto che l’imperfezione è comunque connaturale all’agire dell’umanità tutta); sono una sorta di reminder, o meglio una cartina al tornasole della nostra umanità – fede – civiltà ? Pertanto il terzo passaggio del pensiero di Cicerone: “[…]vita della memoria […]”, cioè ricordarci chi siamo e il percorso che abbiamo fatto nel bene e nel male e così indirizzare correttamente il nostro cammino verso l’unica meta che la nostra cultura cristiana ci indica, quella della vita eterna.

Nonostante tanta sofferenza, tanti tradimenti subiti per raggiungere la meta in un paese che gli dia il nutrimento, la possibilità di sostenere la sua famiglia rimasta a casa, Bay neanche per un attimo vede il bicchiere mezzo vuoto, ma sempre mezzo pieno e nel suo racconto non esistono aspre critiche ma solo “triste stupore” per aspetti che lui mai avrebbe immaginato potessero esistere.

Per esempio lui ci ricorda, grazie al suo spontaneo dialogo con una coppia che aveva acquistato dei libri da lui, che il valore di una persona dipende dalle sue buone azioni e non dalla forza che ha per annichilire gli altri. Trovandosi davanti la coppia lui disse: « alla ragazza “ È bravo questo bimbo? Lei risponde: “Sì, molto bravo.” allora chiede al ragazzo “Come è lei?” lui risponde: “Bene, bene!” allora Bay ribadisce al giovanotto: “Ascoltami bene, se tu ami questa bimba trattala bene! Perché per noi senegalesi le donne sono le regine, bisogna trattarle bene, di parlare di cose carine. La vita è la donna, la donna è il tesoro di Dio che fa nascere i bimbi. La donna è una cosa importante, sono le donne che sono le mamme degli uomini.”(pag.40).»

Altrettanto incredibile per Mademba è constatare  “la particolarità  dell’ Italia che la gente sta in casa sua, la vedi solo se va a lavorare o è festa o c’è il mercato.” La gente sta chiusa in casa e fa i cavoli sua. La storia è “[…] maestra di vita […]” ci ricorda Cicerone, oltre che, “[…] nunzia dell’antichità.”

Gli incontri arricchiscono l’animo, le letture ci ricordano non solo chi siamo, ma soprattutto che prima della Torre di Babele eravamo un’unica famiglia umana. Questo gentile senegalese ci chiede di riconciliarci con quanto di più intimo abbiamo, cioè l’essenza umana, che altro non è che la scintilla dell’amore di Dio.

Egidia Simonetti

E. Simonetti
Ha conseguito il Baccalaureato in S. Teologia presso l'Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense - Roma.

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                                          Edizioni, 2011

La storia è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra della vita, nunzia dell’antichità.

— Marco Tullio Cicerone 

 

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IMG_1880I casi della vita. A chi non è capitato. Andando a vedere poi le altre recensioni di questo libro su internet, vedrete che per tutti è stata la stessa cosa, un incontro fortuito.

Amo leggere, anche se in quanto ad intensità vado a fasi alterne,  ma posso dire che i libri per me hanno molta più importanza del cibo.

Giusto due mesi fa ho ospitato, per una settimana circa, mio figlio con la sua compagna. Uscendo per fare un giro si sono imbattuti in un immigrato che vendeva libri.

Mia nuora, guarda caso per metà appunto senegalese, si è volta con naturale amore verso questo giovane e ha acquistato due libri. Uno di cucina africana e l’altro è appunto questa opera di Bay. Quando è tornata a casa mi ha chiesto di leggerlo, perché lei parla bene solo il francese e lo spagnolo.

Questo libro mi ha toccato nel profondo. Non a caso ho posto come incipit la frase di Cicerone. “La storia è testimone dei tempi, […].” Mentre leggevo ricordavo le parole di mia nuora, il racconto che lei aveva ereditato in seno alla sua famiglia, gli anni ‘60 un epoca in cui il passaggio dal Senegal all’Europa  era certamente molto meno drammatico di quello descritto da Mademba. Pur tuttavia le sue parole  erano cariche di empatia e di tristezza perché lasciare la propria terra significa senza eccezioni lasciare le proprie radici e ciò che si ama in quanto ci identifica. La storia quindi ci testimonia non solo l’esistenza di un fenomeno – tra tanti altri –, quello delle migrazioni spontanee o degli esodi forzati, ma anche le diverse connotazioni e/o sfumature dello stesso col passare del tempo, e cioè come la sofferenza e la speranza legate a questi movimenti non è mai cessata.

Ci dice Bay: «”Quando ero in Senegal, a 8 anni ho sentito pronunciare il nome Italia.” (pag.7); e ancora “Ma poi Napoleone ripristinò la schiavitù. Lui che aveva conquistato l’Europa al grido di liberté-égalité-fraternité.!” […] “Pensavo a Gorée, l’isola degli schiavi da dove partivano i bastimenti carichi di africani che venivano deportati […] le case rosa, gialle, ocra, albicocca, e le bouganvilles che si inerpicano su vecchie mura scrostate […] dal 1978 Gorée è stata inclusa dall’ UNESCO nell’elenco del patrimonio mondiale dei siti da salvaguardare.”(pagg.49-50)».

Questi uomini cosa vedono attraverso la loro esperienza in queste vicende che si sono susseguite nei secoli e quando loro ancora non erano nati ? Ci risponde sempre il nostro autore riportando nel suo libro una vicenda – anziché una delle tante altre che sicuramente avrà vissuto – che così recita: «Eravamo in tre nello stesso scompartimento, due italiani ed io. Uno di loro dal volto bonaccione con aria paternalistica mi chiese di dove ero e poi con tono sommesso come se stesse parlando a se stesso iniziò a dire: “Poverini, io vi capisco, la miseria vi spinge ad emigrare, però siete troppi, dovreste stare di più a casa vostra. Voi venite a prenderci il lavoro, ad utilizzare i nostri ospedali, mandate i vostri figli nelle nostre scuole. Ma tutti questi servizi che vi vengono dati come pappa scodellata, a noi italiani ci sono costati decenni di lotte sociali, di sacrifici, di sforzi. Io non voglio che voi soffriate la miseria nel terzo mondo, ma nemmeno che vi approfittiate di noi. Restate a casa vostra e lottate là, perché decolli l’industria e lo sviluppo economico. Noi occidentali vi dobbiamo aiutare in questo, insomma, come recita un antico proverbio: non vi dobbiamo regalare il pesce, ma vi dobbiamo insegnare a pescarlo.” Io non avrei saputo rispondere – dice il nostro autore – , ma per me lo fece l’altro italiano, le cui parole io le condividevo una per una. Egli attacco così: “ Intanto è vero il contrario di codesto tuo proverbio, perché siamo noi italiani che mangiamo il pesce che viene pescato dalle piroghe senegalesi, che si avventurano nell’ Oceano per rifornire i nostri supermercati di […] tutta questa gente che arriva quaggiù da noi, perché siamo noi che abbiamo creato le condizioni favorevoli  a che ciò avvenga. Se noi occidentali ci fossimo accontentati di vivere frugalmente,  senza gli sperperi del consumismo, non avremmo attratto tanti disgraziati ad affrontare pericoli e peripezie per raggiungere la nostra società del benessere. Abbiamo stravolto l’ecosistema con l’innalzamento della temperatura creando un effetto serra che ha coinvolto mare e terra […] anche nel Senegal tutto è mutato e da alcuni anni, anche in inverno quelle poche famiglie che ce l’hanno, di notte devono tenere i ventilatori accesi. […] Dunque  siamo tutti diventati diversi , siamo tutti estranei, siamo tutti stranieri. […] Noi italiani siamo emigrati da noi stessi, abbiamo abiurato dalle nostre condizioni diventando altri, ormai quasi irriconoscibili […] non ci sono più né vecchi né giovani, in questo ballo in maschera della società del benessere, abbiamo perso l’identità e tutti siamo diventati immigrati. Ecco arrivano a frotte dal terzo mondo e nessuno li può fermare. Essi non vengono solo per cercare lavoro e fortuna, non arrivano soltanto perché gli industriali li chiamano e li lusingano come le sirene dell’ Odissea, essi ci raggiungono per portarci in dono le cose preziose che noi abbiamo perduto […] d’altronde fino a qualche lustro fa eravamo noi occidentali ad andare da loro per colonizzarli e renderli schiavi, depredandoli e mandando in frantumi le loro economie di sussistenza. Non lamentiamoci perciò se, dopo aver distrutto le loro comunità, adesso ce li troviamo nudi –visto che siamo noi ad averli spogliati, per alimentare il nostro boom economico – davanti casa.” Così parlò il secondo italiano. Io lo ascoltai come si ascolta uno che sa tutto di te e che ti spiega il perché. Per tutto il tempo di quella conversazione io non parlai. Ascoltavo e pensavo. Pensavo a Gorée, l’isola degli schiavi Maison des Esclaves […] (pagg. 46-50).»

Nella sua semplicità Bay stava comprendendo che anche se apparentemente le cose si ripetono ma nella loro nuova variabile c’è una sorta di mutamento e di giustizia. Coloro che prima erano i forti ora vengono assediati dal risultato delle loro scelte. Una sorta di boomerang di ritorno, o se preferite per chi crede, una specie di legge del contrappasso. Così ecco il secondo passaggio del pensiero di Cicerone: “[…] luce della verità,[…]”. Tuttavia il nostro protagonista ed autore non si esprime mai con  acrimoniosità  né a riguardo delle vicende dolorose da lui vissute né sulle ragioni o persone che lui scopre esserne responsabili. Lui conserva quell’equilibrio tipico di una dignità ormai quasi dimenticata nel nostro occidente che rincorre solo aspetti e modelli di apparenza come il look, l’auto di moda, la casa grande e le conoscenze politiche e sociali importanti. Mademba spiega che i marabut insegnano che prima di fare la preghiera bisogna essere puliti, puliti dentro (non arrabbiarsi mai neanche se provocati) e puliti fuori. Ma questo insegnamento a noi ci è veramente estraneo? Non è per caso l’insegnamento “dell’irreprensibilità”  a cui ci invita il Cristo quando ci dice: “Siate perfetti come è perfetto il Padre Vostro che è nei cieli.” (Mt 5,48) ? Non sarebbe il caso di riflettere che tutte queste persone, al di là di eventuali tradizioni specifiche; (come l’infibulazione, il burka, o altre cose) insorte ad opera di elementi squilibrati (che esistono ovunque visto che l’imperfezione è comunque connaturale all’agire dell’umanità tutta); sono una sorta di reminder, o meglio una cartina al tornasole della nostra umanità – fede – civiltà ? Pertanto il terzo passaggio del pensiero di Cicerone: “[…]vita della memoria […]”, cioè ricordarci chi siamo e il percorso che abbiamo fatto nel bene e nel male e così indirizzare correttamente il nostro cammino verso l’unica meta che la nostra cultura cristiana ci indica, quella della vita eterna.

Nonostante tanta sofferenza, tanti tradimenti subiti per raggiungere la meta in un paese che gli dia il nutrimento, la possibilità di sostenere la sua famiglia rimasta a casa, Bay neanche per un attimo vede il bicchiere mezzo vuoto, ma sempre mezzo pieno e nel suo racconto non esistono aspre critiche ma solo “triste stupore” per aspetti che lui mai avrebbe immaginato potessero esistere.

Per esempio lui ci ricorda, grazie al suo spontaneo dialogo con una coppia che aveva acquistato dei libri da lui, che il valore di una persona dipende dalle sue buone azioni e non dalla forza che ha per annichilire gli altri. Trovandosi davanti la coppia lui disse: « alla ragazza “ È bravo questo bimbo? Lei risponde: “Sì, molto bravo.” allora chiede al ragazzo “Come è lei?” lui risponde: “Bene, bene!” allora Bay ribadisce al giovanotto: “Ascoltami bene, se tu ami questa bimba trattala bene! Perché per noi senegalesi le donne sono le regine, bisogna trattarle bene, di parlare di cose carine. La vita è la donna, la donna è il tesoro di Dio che fa nascere i bimbi. La donna è una cosa importante, sono le donne che sono le mamme degli uomini.”(pag.40).»

Altrettanto incredibile per Mademba è constatare  “la particolarità  dell’ Italia che la gente sta in casa sua, la vedi solo se va a lavorare o è festa o c’è il mercato.” La gente sta chiusa in casa e fa i cavoli sua. La storia è “[…] maestra di vita […]” ci ricorda Cicerone, oltre che, “[…] nunzia dell’antichità.”

Gli incontri arricchiscono l’animo, le letture ci ricordano non solo chi siamo, ma soprattutto che prima della Torre di Babele eravamo un’unica famiglia umana. Questo gentile senegalese ci chiede di riconciliarci con quanto di più intimo abbiamo, cioè l’essenza umana, che altro non è che la scintilla dell’amore di Dio.

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