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“Il mio bambino down è un dono”. Scoprire il “Tu sei un bene per me” dove è difficile viverlo.

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Imparare a guardare gli altri con gli occhi della mamma.

Mary O’ Callaghan, psicologa e ricercatrice americana, racconta alla platea del meeting di Rimini le scoperte della sua vita:”i figli down non sono causa di fatiche e problemi. Vivono il presente. Sono una vera risorsa di amicizia e di gioia”.

È vero. Non occorre l’efficienza fisica o psichica a rendere bello un figlio, basta il legane generativo, genitoriale, a renderlo prezioso ed unico. Si sa un figlio con difficoltà rende più arduo il compito educativo di accompagnamento alla crescita e alla sua realizzazione, ma non si può donare affetto solo a chi, perché efficiente, sembra che lo meriti di più. Anzi, il contrario, dovrebbe essere la vera regola. Viviamo in una società che sta andando alla deriva per quanto riguarda le vite ferite, non sempre sono considerate degne d’essere vissute o addirittura accolte. Inutile nascondersi dietro i se e i ma. Quando una donna incinta, cosa che oggi accade sempre un una età superiore a quella del passato, riceve dal medico l’indicazione di effettuare l’amniocentesi, se non ci sono ragioni di salute, diventa un modo per accertarsi se la vita generata debba nascere o meno, questo dipende dal suo stato di salute. Ma questo è eugenismo. Selezione. Non rispetto della vita ed usurpazione di autorità nel decidere inopinatamente sulla sua sorte. Chi è generato da un grembo materno umano e’ comunque un uomo, una persona, quale che sia il. Suo stato fisico, la sua condizione psicologica.

Il meeting in questi giorno si è fatto proposito e della bellezza dell’incontro con l’altro, del riconoscimento. E della dichiarazione reciproca che ognuno è un bene, un dono a prescindere dalla sua condizione, nazionalità, consistenza patrimoniale, appartenenza religiosa o orienta,entro sessuale. Ma di fronte ad un malato, ad un down, ad un portatore di handicap come fare? Si comprende il dramma di chi in prima persona è chiamato a vivere da protagonista questa vicenda, ma molte storie insegnano che anche queste condizioni offrono risorse, sono una risorsa.

Immaginiamo che camminando per strada si incontra un bambino mal vestito, denutrito, sanguinante e, soprattutto, sporco, puzzolente. Chi passa distrattamente davanti a lui lo evita, lo giudica indegno d’essere avvicinato, anzi lo si evita, disegnando anche smorfie di rifiuto sul proprio volto. Se passasse di lì la mamma, lo avvicinerebbe, lo soccorrerebbe e lo pulirebbe abbracciandolo. Ecco il modo con cui relazionarti con le persone deboli, fragili, ferite dalla vita, schiacciate dai proprio errori, seppellite dalle proprie cattiverie. Carcerati, drogati, prostitute, vecchi, malati, portatori di diversa abilità, emarginati, profughi, abbandonati, hanno gli stessi diritti di tutti e anch’essi sono un bene, da accogliere, valorizzare. La psicologa Mary, madre di un down,  dice che per capire occorre andare a vedere come anche un figlio da imboccare, lavare, vestire accudire in ogni necessità, “è una ricchezza indescrivibile”. Non è sopprimendo con l’aborto che si risolverà il problema della scomparsa dei bambini down come dichiarato dalla Danimarca che entro il 2030 eliminerà questa la sindrome della trisomia 21 (sindrome down). E con l’amore è l’accoglienza e la valorizzazione dell’altro che si debbono risolvere i problemi. L’umanità intera necessità di un supplemento di amore, unico capace di sanare ogni lacuna, curare ogni malattia, guarire ogni ferita. “Il grande regalo che un bimbo con disabilità, – che un portatore di diversa abilità – fa alla sua famiglia è portare la Misericordia incarnata, Cristo stesso”.

Occorre uno sguardo nuovo, un cuore rinnovato una cultura ribaltata. Tutto. Deve convergere verso l’altro come punto di incontro, come valore da condividere, come bene da riconoscere. Proprio qui è la sfida del futuro. Non un mondo efficiente e sano ma arido nel cuore, piuttosto un mondo ferito, piagato ma col cuore di madre palpitante e attento alle esigenze di tutti e di ciascuno.

B. Giorgetta
BENITO GIORGETTA (16 febbraio 1955 Montemitro, Campobasso), sacerdote della diocesi di Termoli-Larino, parroco di San Timoteo in Termoli (Campobasso), licenziato in sacra teologia con specializzazione in mariologia. Dottore in bioetica, è giornalista pubblicista. Vicario foraneo. Docente di Teologia morale della sessualità e Bioetica presso l'Istituto Teologico Abruzzese Molisano di Chieti. Presidente dell'Associazione "Iktus - Onlus".

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“Il mio bambino down è un dono”. Scoprire il “Tu sei un bene per me” dove è difficile viverlo.

  

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Mary O’ Callaghan, psicologa e ricercatrice americana, racconta alla platea del meeting di Rimini le scoperte della sua vita:”i figli down non sono causa di fatiche e problemi. Vivono il presente. Sono una vera risorsa di amicizia e di gioia”.

È vero. Non occorre l’efficienza fisica o psichica a rendere bello un figlio, basta il legane generativo, genitoriale, a renderlo prezioso ed unico. Si sa un figlio con difficoltà rende più arduo il compito educativo di accompagnamento alla crescita e alla sua realizzazione, ma non si può donare affetto solo a chi, perché efficiente, sembra che lo meriti di più. Anzi, il contrario, dovrebbe essere la vera regola. Viviamo in una società che sta andando alla deriva per quanto riguarda le vite ferite, non sempre sono considerate degne d’essere vissute o addirittura accolte. Inutile nascondersi dietro i se e i ma. Quando una donna incinta, cosa che oggi accade sempre un una età superiore a quella del passato, riceve dal medico l’indicazione di effettuare l’amniocentesi, se non ci sono ragioni di salute, diventa un modo per accertarsi se la vita generata debba nascere o meno, questo dipende dal suo stato di salute. Ma questo è eugenismo. Selezione. Non rispetto della vita ed usurpazione di autorità nel decidere inopinatamente sulla sua sorte. Chi è generato da un grembo materno umano e’ comunque un uomo, una persona, quale che sia il. Suo stato fisico, la sua condizione psicologica.

Il meeting in questi giorno si è fatto proposito e della bellezza dell’incontro con l’altro, del riconoscimento. E della dichiarazione reciproca che ognuno è un bene, un dono a prescindere dalla sua condizione, nazionalità, consistenza patrimoniale, appartenenza religiosa o orienta,entro sessuale. Ma di fronte ad un malato, ad un down, ad un portatore di handicap come fare? Si comprende il dramma di chi in prima persona è chiamato a vivere da protagonista questa vicenda, ma molte storie insegnano che anche queste condizioni offrono risorse, sono una risorsa.

Immaginiamo che camminando per strada si incontra un bambino mal vestito, denutrito, sanguinante e, soprattutto, sporco, puzzolente. Chi passa distrattamente davanti a lui lo evita, lo giudica indegno d’essere avvicinato, anzi lo si evita, disegnando anche smorfie di rifiuto sul proprio volto. Se passasse di lì la mamma, lo avvicinerebbe, lo soccorrerebbe e lo pulirebbe abbracciandolo. Ecco il modo con cui relazionarti con le persone deboli, fragili, ferite dalla vita, schiacciate dai proprio errori, seppellite dalle proprie cattiverie. Carcerati, drogati, prostitute, vecchi, malati, portatori di diversa abilità, emarginati, profughi, abbandonati, hanno gli stessi diritti di tutti e anch’essi sono un bene, da accogliere, valorizzare. La psicologa Mary, madre di un down,  dice che per capire occorre andare a vedere come anche un figlio da imboccare, lavare, vestire accudire in ogni necessità, “è una ricchezza indescrivibile”. Non è sopprimendo con l’aborto che si risolverà il problema della scomparsa dei bambini down come dichiarato dalla Danimarca che entro il 2030 eliminerà questa la sindrome della trisomia 21 (sindrome down). E con l’amore è l’accoglienza e la valorizzazione dell’altro che si debbono risolvere i problemi. L’umanità intera necessità di un supplemento di amore, unico capace di sanare ogni lacuna, curare ogni malattia, guarire ogni ferita. “Il grande regalo che un bimbo con disabilità, – che un portatore di diversa abilità – fa alla sua famiglia è portare la Misericordia incarnata, Cristo stesso”.

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Occorre uno sguardo nuovo, un cuore rinnovato una cultura ribaltata. Tutto. Deve convergere verso l’altro come punto di incontro, come valore da condividere, come bene da riconoscere. Proprio qui è la sfida del futuro. Non un mondo efficiente e sano ma arido nel cuore, piuttosto un mondo ferito, piagato ma col cuore di madre palpitante e attento alle esigenze di tutti e di ciascuno.

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B. Giorgetta
BENITO GIORGETTA (16 febbraio 1955 Montemitro, Campobasso), sacerdote della diocesi di Termoli-Larino, parroco di San Timoteo in Termoli (Campobasso), licenziato in sacra teologia con specializzazione in mariologia. Dottore in bioetica, è giornalista pubblicista. Vicario foraneo. Docente di Teologia morale della sessualità e Bioetica presso l'Istituto Teologico Abruzzese Molisano di Chieti. Presidente dell'Associazione "Iktus - Onlus".

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