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Il “matrimonio tradizionale”? Tutte leggende da sfatare (eccetto per il “qualcosa di blu”)

Per esempio: le partecipazioni non sarebbero da spedire in anticipo, ma dopo, a matrimonio celebrato.

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Per esempio: le partecipazioni non sarebbero da spedire in anticipo, ma dopo, a matrimonio celebrato. E il viaggio di nozze era considerato un’abitudine deplorevole.

E così, mi sono sposata.

Il fatto di aver organizzato il matrimonio in non più di due settimane, mi ha impedito (o messa in salvo?) dallo svolgere tutte quelle normali attività pre-matrimoniali che, in dose omeopatiche, immagino possano anche essere divertenti: scelta delle partecipazioni, confezionamento della bomboniera, ricerca dell’abito da sposa… eccetera eccetera eccetera.
Esistono addirittura dei libri e delle riviste (!), per accompagnare le mogliettine durante questi preparativi. I wedding planner più rinomati prendono da parte la futura sposa e le spiegano cos’è in e cos’è out, e quali sono le tradizioni che vanno assolutamente rispettate nel’organizzazione di un buon matrimonio.
Io, con molta evidenza, i libri dei wedding planner non li ho letti; però, un giro su qualche sito a tema me lo son fatta. E, arrivata all’immancabile punto “tradizioni da rispettare”, sono stata presa dall’immancabile attacco di ridarola.
Sì, perché… avete presente, le Tradizioni Nuziali?
Quegli Elementi-Immancabili-In-Un-Matrimonio, che ci sono sempre stati e di cui assolutamente non si può fare a meno?

Niente di male se una coppia vuole inserirli nel suo matrimonio, per carità, ma accettiamolo come un dato di fatto: la maggior parte di queste tradizioni non sono tradizionali proprio per niente.


Se potessimo saltare su una macchina del tempo e andare a imbucarci a qualche matrimonio di inizio ‘900 (e non mi spingo in epoche più antiche, solo perché diventerebbe difficile far paragoni…) potremmo essere molto, molto stupiti nel vedere il modo in cui era organizzata la giornata.

Curiosi di saperne di più?
Ecco a voi le dieci più pervicaci “leggende metropolitane” a tema matrimoniale… con tanto di debunking da parte della sottoscritta!

Maggio è il mese delle spose

Che, oggigiorno, la gente tenda a sposarsi durante la bella stagione, è cosa ovvia e ragionevole: le foto vengono meglio, i vestiti si alleggeriscono, gli alberi sono fioriti… che vuoi di più dalla vita?
Quello che però va bene per noi, che lavoriamo attaccati a un computer, decisamente non poteva andar bene per i nostri trisnonni, che lavoravano attaccati all’aratro.
Maggio (e, in generale, primavera, estate e inizio autunno… cioè i mesi più gettonati per i matrimoni d’oggi) erano, in passato, i periodi di massimo lavoro. Questo valeva – ovviamente – per i campagnoli, ma valeva, in una certa misura, anche per chi abitava in città: basti pensare che, a Torino, le scuole elementari andavano avanti a tener lezioni fino a inizio agosto. Era proprio il calendario lavorativo (e… mentale, se capite cosa intendo) ad essere diverso.

In condizioni normali (senza che ci fosse una grave urgenza), nessuna persona sana di mente avrebbe pensato di sposarsi a maggio (o in estate, o in primavera). Nella stragrande maggioranza dei casi, le coppie si sposavano in pieno inverno: dopo le feste di Natale, e prima che iniziasse la Quaresima. Questo permetteva agli sposi di prendersi un po’ di tempo per se stessi, ma soprattutto permetteva loro di preparare la casa e il trasloco senza l’assillo del lavoro pressante.
I matrimoni primaverili erano – davvero –  una rarità.

Il fidanzato (che poteva permetterselo) suggellava la sua promessa con un anello di diamanti

Intanto, sfatiamo un mito: la consuetudine di regalare l’anello di diamanti in occasione dei fidanzamenti, nasce verso la fine degli anni ‘30 (del ‘900) grazie a un’aggressiva campagna marketing condotta negli Stati Uniti dalla compagna De Beers.
Prima di quella data, era certamente comune che il fidanzato facesse regali alla futura sposa… ma non necessariamente le regalava gioielli; né men che meno anelli, né men che meno solitari con diamante. Lasciando la parola alla Marchesa Colombi, autrice, nel 1887, di un godibilissimo galateo (che, peraltro, trovate anche online), il regalo che il fidanzato faceva alla sposa consisteva in

una  schiera  di  buste  di  velluto,  colle  iniziali  del  nuovo  nome  che  la  sposa  sta  per assumere, cioè del suo nome e del cognome dello sposo. Sono: i brillanti, ereditari o nuovi, che lo sposo può offrirle; un finimento completo d’oro e pietre; parecchi anelli; insomma i gioielli più o  meno  sfarzosi,  a  seconda  della  ricchezza  e  generosità  dello  sposo,  fra  i  quali  primeggerà  la famosa catena coll’orologio.

Evidentemente le spose borghesi dovevano accontentarsi di molto meno, ma persino nel caso dei ricchi era questo il dato di fatto: il fidanzato regalava numerosi gioielli, fra cui anche qualche anello (perché no?)… ma non era di certo l’Anello di Fidanzamento a farla da padrone in questa sfilata di doni.
Anzi: come si legge con molta chiarezza, il regalo più pregiato e più “in vista” era un orologio a catena, che la sposa avrebbe appuntato sul suo abito da sposa.

E l’avrebbe appuntato “di lì a poco”, per la precisione: sì, perché questi regali di fidanzamento non venivano consegnati in occasione del “vuoi sposarmi?”. No: venivano consegnati molto tempo più tardi, nell’imminenza del matrimonio vero e proprio.

Le partecipazioni vengono inviate prima del matrimonio

No no no: proprio no!
Oggigiorno, noi moderni facciamo una gran confusione, ma le partecipazioni non erano l’invito al matrimonio, e non venivano spedite prima delle nozze.
Distinguiamo.
L’invito al matrimonio era – appunto – il biglietto con cui si invitava Tizio a prendere parte alla cerimonia nuziale. Veniva inviato a un numero di persone abbastanza ridotto (sicuramente più ridotto rispetto alla media d’oggi, per capirci), e le persone munite di invito facevano esattamente ciò che era chiesto loro: si presentavano al momento stabilito, e prendevano parte alla festa di nozze.
Le partecipazioni erano una cosa completamente diversa: venivano inviate, una decina di giorni dopo il matrimonio, alla quantità di persone più vasta possibile. Non servivano a invitare la gente al matrimonio, ma servivano a parteciparla (cioè, a metterla a parte) del fatto che che il matrimonio era stato celebrato. E basta.

Per dirla di nuovo con la Marchesa Colombi, erano né più né meno

circolari  coll’annuncio  che  il matrimonio ha avuto luogo.
Le partecipazioni dopo le nozze sono di primissima necessità, e si deve essere larghi nel distribuirle anche alle lontane conoscenze. È un riguardo che lo sposo deve a sua moglie, per non esporla  ad  incontrarsi,  essendo  al  suo  braccio,  con  qualche  compagno  di  gioventù  di  lui,  che  la prenda in fallo, o con qualche signora che esiti a salutarla. Tutte le  conoscenze  dello  sposo debbono essere informate.

Casomai qualcuno dovesse imbattersi nella sposa che, sola con un uomo, si abbandona ad atteggiamenti di confidenza intima, tutto il mondo deve sapere che la sposa non è una donnaccia. Quell’uomo è suo marito: la signora agisce così nel suo pieno e totale diritto!

In secondo luogo: le partecipazioni venivano inviate dopo il matrimonio, e non prima, anche per evitare che le nozze diventassero “un caso”… o, peggio ancora, un caso capace di suscitare curiosità morbosa.
Nessuna donna, credo, vorrebbe andare incontro alla sua prima volta sapendo che c’è mezzo mondo che sogghigna pensando “ah! Questa è la prima notte di nozze della signorina! Chissà cosa prova!”.
Per cui: inviti, a pochi intimi, prima del matrimonio; partecipazioni, all’intero globo terracqueo, qualche tempo dopo la celebrazione.

Originale: Aleteia.org
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Il “matrimonio tradizionale”? Tutte leggende da sfatare (eccetto per il “qualcosa di blu”)

Per esempio: le partecipazioni non sarebbero da spedire in anticipo, ma dopo, a matrimonio celebrato.

  

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Per esempio: le partecipazioni non sarebbero da spedire in anticipo, ma dopo, a matrimonio celebrato. E il viaggio di nozze era considerato un’abitudine deplorevole.

E così, mi sono sposata.

Il fatto di aver organizzato il matrimonio in non più di due settimane, mi ha impedito (o messa in salvo?) dallo svolgere tutte quelle normali attività pre-matrimoniali che, in dose omeopatiche, immagino possano anche essere divertenti: scelta delle partecipazioni, confezionamento della bomboniera, ricerca dell’abito da sposa… eccetera eccetera eccetera.
Esistono addirittura dei libri e delle riviste (!), per accompagnare le mogliettine durante questi preparativi. I wedding planner più rinomati prendono da parte la futura sposa e le spiegano cos’è in e cos’è out, e quali sono le tradizioni che vanno assolutamente rispettate nel’organizzazione di un buon matrimonio.
Io, con molta evidenza, i libri dei wedding planner non li ho letti; però, un giro su qualche sito a tema me lo son fatta. E, arrivata all’immancabile punto “tradizioni da rispettare”, sono stata presa dall’immancabile attacco di ridarola.
Sì, perché… avete presente, le Tradizioni Nuziali?
Quegli Elementi-Immancabili-In-Un-Matrimonio, che ci sono sempre stati e di cui assolutamente non si può fare a meno?

Niente di male se una coppia vuole inserirli nel suo matrimonio, per carità, ma accettiamolo come un dato di fatto: la maggior parte di queste tradizioni non sono tradizionali proprio per niente.


Se potessimo saltare su una macchina del tempo e andare a imbucarci a qualche matrimonio di inizio ‘900 (e non mi spingo in epoche più antiche, solo perché diventerebbe difficile far paragoni…) potremmo essere molto, molto stupiti nel vedere il modo in cui era organizzata la giornata.

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Ecco a voi le dieci più pervicaci “leggende metropolitane” a tema matrimoniale… con tanto di debunking da parte della sottoscritta!

Maggio è il mese delle spose

Che, oggigiorno, la gente tenda a sposarsi durante la bella stagione, è cosa ovvia e ragionevole: le foto vengono meglio, i vestiti si alleggeriscono, gli alberi sono fioriti… che vuoi di più dalla vita?
Quello che però va bene per noi, che lavoriamo attaccati a un computer, decisamente non poteva andar bene per i nostri trisnonni, che lavoravano attaccati all’aratro.
Maggio (e, in generale, primavera, estate e inizio autunno… cioè i mesi più gettonati per i matrimoni d’oggi) erano, in passato, i periodi di massimo lavoro. Questo valeva – ovviamente – per i campagnoli, ma valeva, in una certa misura, anche per chi abitava in città: basti pensare che, a Torino, le scuole elementari andavano avanti a tener lezioni fino a inizio agosto. Era proprio il calendario lavorativo (e… mentale, se capite cosa intendo) ad essere diverso.

In condizioni normali (senza che ci fosse una grave urgenza), nessuna persona sana di mente avrebbe pensato di sposarsi a maggio (o in estate, o in primavera). Nella stragrande maggioranza dei casi, le coppie si sposavano in pieno inverno: dopo le feste di Natale, e prima che iniziasse la Quaresima. Questo permetteva agli sposi di prendersi un po’ di tempo per se stessi, ma soprattutto permetteva loro di preparare la casa e il trasloco senza l’assillo del lavoro pressante.
I matrimoni primaverili erano – davvero –  una rarità.

Il fidanzato (che poteva permetterselo) suggellava la sua promessa con un anello di diamanti

Intanto, sfatiamo un mito: la consuetudine di regalare l’anello di diamanti in occasione dei fidanzamenti, nasce verso la fine degli anni ‘30 (del ‘900) grazie a un’aggressiva campagna marketing condotta negli Stati Uniti dalla compagna De Beers.
Prima di quella data, era certamente comune che il fidanzato facesse regali alla futura sposa… ma non necessariamente le regalava gioielli; né men che meno anelli, né men che meno solitari con diamante. Lasciando la parola alla Marchesa Colombi, autrice, nel 1887, di un godibilissimo galateo (che, peraltro, trovate anche online), il regalo che il fidanzato faceva alla sposa consisteva in

una  schiera  di  buste  di  velluto,  colle  iniziali  del  nuovo  nome  che  la  sposa  sta  per assumere, cioè del suo nome e del cognome dello sposo. Sono: i brillanti, ereditari o nuovi, che lo sposo può offrirle; un finimento completo d’oro e pietre; parecchi anelli; insomma i gioielli più o  meno  sfarzosi,  a  seconda  della  ricchezza  e  generosità  dello  sposo,  fra  i  quali  primeggerà  la famosa catena coll’orologio.

Evidentemente le spose borghesi dovevano accontentarsi di molto meno, ma persino nel caso dei ricchi era questo il dato di fatto: il fidanzato regalava numerosi gioielli, fra cui anche qualche anello (perché no?)… ma non era di certo l’Anello di Fidanzamento a farla da padrone in questa sfilata di doni.
Anzi: come si legge con molta chiarezza, il regalo più pregiato e più “in vista” era un orologio a catena, che la sposa avrebbe appuntato sul suo abito da sposa.

E l’avrebbe appuntato “di lì a poco”, per la precisione: sì, perché questi regali di fidanzamento non venivano consegnati in occasione del “vuoi sposarmi?”. No: venivano consegnati molto tempo più tardi, nell’imminenza del matrimonio vero e proprio.

Le partecipazioni vengono inviate prima del matrimonio

No no no: proprio no!
Oggigiorno, noi moderni facciamo una gran confusione, ma le partecipazioni non erano l’invito al matrimonio, e non venivano spedite prima delle nozze.
Distinguiamo.
L’invito al matrimonio era – appunto – il biglietto con cui si invitava Tizio a prendere parte alla cerimonia nuziale. Veniva inviato a un numero di persone abbastanza ridotto (sicuramente più ridotto rispetto alla media d’oggi, per capirci), e le persone munite di invito facevano esattamente ciò che era chiesto loro: si presentavano al momento stabilito, e prendevano parte alla festa di nozze.
Le partecipazioni erano una cosa completamente diversa: venivano inviate, una decina di giorni dopo il matrimonio, alla quantità di persone più vasta possibile. Non servivano a invitare la gente al matrimonio, ma servivano a parteciparla (cioè, a metterla a parte) del fatto che che il matrimonio era stato celebrato. E basta.

Per dirla di nuovo con la Marchesa Colombi, erano né più né meno

circolari  coll’annuncio  che  il matrimonio ha avuto luogo.
Le partecipazioni dopo le nozze sono di primissima necessità, e si deve essere larghi nel distribuirle anche alle lontane conoscenze. È un riguardo che lo sposo deve a sua moglie, per non esporla  ad  incontrarsi,  essendo  al  suo  braccio,  con  qualche  compagno  di  gioventù  di  lui,  che  la prenda in fallo, o con qualche signora che esiti a salutarla. Tutte le  conoscenze  dello  sposo debbono essere informate.

Casomai qualcuno dovesse imbattersi nella sposa che, sola con un uomo, si abbandona ad atteggiamenti di confidenza intima, tutto il mondo deve sapere che la sposa non è una donnaccia. Quell’uomo è suo marito: la signora agisce così nel suo pieno e totale diritto!

In secondo luogo: le partecipazioni venivano inviate dopo il matrimonio, e non prima, anche per evitare che le nozze diventassero “un caso”… o, peggio ancora, un caso capace di suscitare curiosità morbosa.
Nessuna donna, credo, vorrebbe andare incontro alla sua prima volta sapendo che c’è mezzo mondo che sogghigna pensando “ah! Questa è la prima notte di nozze della signorina! Chissà cosa prova!”.
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