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Il lettore, sentinella che annuncia la salvezza

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di: Elide Siviero

Don Asdrubale è sempre giustamente preoccupato dei giovani della parrocchia. Cerca in tutti i modi di coinvolgerli. Ha un delizioso coretto che anima la liturgia e anche qualche giovane volenteroso che legge le letture. Tutto bene, pensa il nostro don Asdrubale. Ma non concorda con il giovane coro i canti, per cui spesso, al posto del salmo responsoriale, sente arrivare una canzone religiosa, devota e pia, ma che non è il Salmo, parola di Dio.

I giovani che leggono fanno a gara a terminare più velocemente le letture di cui non conoscono nulla, non sanno il significato delle parole che dicono e impediscono al testo di raggiungere la profondità dell’annuncio.

E poi il versetto alleluiatico è sempre tralasciato: loro amano il canto “passeranno i cieli, passerà la terra-a-a” e usano questo canto passepartout per ogni canto al Vangelo.

Don Asdrubale sente che qualcosa non va bene, ma dice che, piuttosto di niente, è meglio piuttosto e abbozza un sorrisetto sconsolato.

Preparare la liturgia vuol dire mettere in atto quelle condizioni che possano favorire l’incontro con il Risorto nel giardino di Pasqua. Non si tratta di obbedire a delle norme, fare delle cerimonie, ma dentro lo stile della Chiesa vivere la nuzialità con il nostro Signore.

Il Messale precisa che: «Nelle letture… vengono aperti i tesori della Bibbia. Conviene quindi che si osservi l’ordine delle letture bibliche, con il quale è messa meglio in luce l’unità dei due Testamenti e della storia della salvezza; non è permesso quindi sostituire con altri testi non biblici le letture e il salmo responsoriale, che contengono la parola di Dio» (PNMR 57). Così vediamo che nemmeno il salmo responsoriale può essere sostituito con altri canti, con buona pace del coretto dei giovani.

Si chiede altresì che le letture siano proclamate da un lettore, mentre il Vangelo o da un diacono o, in sua assenza, dal sacerdote.

Potremmo definire il lettore come la sentinella che sulle mura della città santa, Gerusalemme, guarda e annuncia l’arrivo della salvezza! Il lettore è voce che sparisce mentre proclama, perché solo Cristo sia visibile e risplenda dal suo Vangelo e da quello squarcio profetico che è quanto si legge dall’Antico Testamento. Il ruolo del lettore è altissimo, perché abbiamo visto che quella parola si “attualizza”, mentre si legge. Il lettore deve conoscere, amare, far suo il testo che deve leggere durante la liturgia: se uno sa cosa legge, sa anche come leggere il testo.

Nelle liturgie festive si legge una lettura dall’Antico Testamento che si fa annuncio di quanto ascolteremo nel Vangelo, segue un salmo responsoriale con il quale l’assemblea risponde nella preghiera a quanto ha ricevuto, poi una seconda lettura tratta dal Nuovo Testamento per giungere al vertice del Vangelo. Nel Tempo di Pasqua anche la prima lettura è tratta dal Nuovo Testamento.

Il Messale precisa che: «Dopo le singole letture, il lettore pronuncia l’acclamazione, e il popolo riunito con la sua risposta dà onore alla parola di Dio, accolta con fede e con animo grato». Dobbiamo domandarci se crediamo ciò che leggiamo, se come lettori siamo credibili e come ascoltatori affidabili. Non stiamo recitando, ma celebrando la nostra fede.

Ricordiamo altresì che il salmo è un canto e andrebbe eseguito come tale dal salmista. Nessuno di noi recita una canzone; nessuno si sogna di recitare “passerotto non andare via”: è una canzone che, recitata, perde della sua intensità. Così è del canto fra le due letture: è un canto e come tale va eseguito. Si può usare lo stesso tono salmodico per un po’, fino a quando l’assemblea familiarizza con quella musica, e poi allargare ad altre semplici melodie.

«La lettura del Vangelo costituisce il culmine della liturgia della Parola. La stessa liturgia insegna che si deve dare ad essa massima venerazione, poiché la distingue dalle altre letture con particolare onore: sia da parte del ministro incaricato di proclamarla, che si prepara con la benedizione o con la preghiera; sia da parte dei fedeli, i quali con le acclamazioni riconoscono e professano che Cristo è presente e parla a loro, e ascoltano la lettura stando in piedi; sia per mezzo dei segni di venerazione che si rendono all’Evangeliario» (PNMR 60). Proprio questo momento vertice è introdotto dall’acclamazione al Vangelo che «… costituisce un rito a sé stante, con il quale l’assemblea dei fedeli accoglie e saluta il Signore che sta per parlare nel Vangelo e con il canto manifesta la propria fede. Viene cantato da tutti stando in piedi» (PNMR 62).

L’Alleluia si canta durante tutto l’anno, tranne in Quaresima. Una nota particolare va detta sul versetto alleluiatico: è un testo della Scrittura che si fa interpretazione, chiave di volta, raccordo di tutte le letture. Non si può toccare, né eliminare, perché sarebbe come togliere la chiave di volta in un architrave. Anche questa parte va cantata e non recitata, perché il canto non si interrompe. È sempre un canto; è assurdo cantare l’alleluia e recitare il versetto alleluiatico: nessuno canta solo il ritornello di una canzone per poi recitarne le strofe.

L’assemblea è in piedi: come era in piedi durante i Riti di introduzione, così ora è nuovamente in piedi per accogliere il Vangelo. In piedi, perché chi è risorto con Cristo sta in piedi: sia per accogliere il suo ingresso nell’assemblea, sia per accogliere l’Evangeliario. Risorti con Cristo risorto, nel tripudio nuziale che vince l’oppressione della morte.

Dopo le letture, segue l’omelia che dovrebbe essere il conversare amorevole del pastore con il suo gregge. Essa deve aiutarci a togliere il velo dai nostri occhi, per riconoscere la perenne giovinezza della parola di Dio, sempre viva ed efficace. Per questo deve essere breve, piena di afflato, poetica, lirica, perché è un atto liturgico, non un momento catechistico o formativo, non una lectio divina. Solo un ministro ordinato la può tenere.

Dopo l’omelia i catecumeni vengono congedati. Solo i battezzati rimangono per la professione di fede, il momento in cui noi riconfermiamo la nostra fede, e riconosciamo che ciò in cui crediamo ci è dato attraverso la Chiesa.

Chiude questa parte della liturgia la preghiera universale dei fedeli, cioè dei battezzati, che esprimono la loro adesione a Cristo innalzando al Padre preghiere e suppliche.

Caro don Asdrubale, non accontentarti; non aver timore di portare ad un livello più alto la partecipazione dei tuoi giovani alla liturgia: forse essi hanno bisogno di riscoprire con te la grandezza, la profondità, la bellezza del mistero che stiamo celebrando.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Il lettore, sentinella che annuncia la salvezza

  

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Don Asdrubale è sempre giustamente preoccupato dei giovani della parrocchia. Cerca in tutti i modi di coinvolgerli. Ha un delizioso coretto che anima la liturgia e anche qualche giovane volenteroso che legge le letture. Tutto bene, pensa il nostro don Asdrubale. Ma non concorda con il giovane coro i canti, per cui spesso, al posto del salmo responsoriale, sente arrivare una canzone religiosa, devota e pia, ma che non è il Salmo, parola di Dio.

I giovani che leggono fanno a gara a terminare più velocemente le letture di cui non conoscono nulla, non sanno il significato delle parole che dicono e impediscono al testo di raggiungere la profondità dell’annuncio.

E poi il versetto alleluiatico è sempre tralasciato: loro amano il canto “passeranno i cieli, passerà la terra-a-a” e usano questo canto passepartout per ogni canto al Vangelo.

Don Asdrubale sente che qualcosa non va bene, ma dice che, piuttosto di niente, è meglio piuttosto e abbozza un sorrisetto sconsolato.

Preparare la liturgia vuol dire mettere in atto quelle condizioni che possano favorire l’incontro con il Risorto nel giardino di Pasqua. Non si tratta di obbedire a delle norme, fare delle cerimonie, ma dentro lo stile della Chiesa vivere la nuzialità con il nostro Signore.

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Si chiede altresì che le letture siano proclamate da un lettore, mentre il Vangelo o da un diacono o, in sua assenza, dal sacerdote.

Potremmo definire il lettore come la sentinella che sulle mura della città santa, Gerusalemme, guarda e annuncia l’arrivo della salvezza! Il lettore è voce che sparisce mentre proclama, perché solo Cristo sia visibile e risplenda dal suo Vangelo e da quello squarcio profetico che è quanto si legge dall’Antico Testamento. Il ruolo del lettore è altissimo, perché abbiamo visto che quella parola si “attualizza”, mentre si legge. Il lettore deve conoscere, amare, far suo il testo che deve leggere durante la liturgia: se uno sa cosa legge, sa anche come leggere il testo.

Nelle liturgie festive si legge una lettura dall’Antico Testamento che si fa annuncio di quanto ascolteremo nel Vangelo, segue un salmo responsoriale con il quale l’assemblea risponde nella preghiera a quanto ha ricevuto, poi una seconda lettura tratta dal Nuovo Testamento per giungere al vertice del Vangelo. Nel Tempo di Pasqua anche la prima lettura è tratta dal Nuovo Testamento.

Il Messale precisa che: «Dopo le singole letture, il lettore pronuncia l’acclamazione, e il popolo riunito con la sua risposta dà onore alla parola di Dio, accolta con fede e con animo grato». Dobbiamo domandarci se crediamo ciò che leggiamo, se come lettori siamo credibili e come ascoltatori affidabili. Non stiamo recitando, ma celebrando la nostra fede.

Ricordiamo altresì che il salmo è un canto e andrebbe eseguito come tale dal salmista. Nessuno di noi recita una canzone; nessuno si sogna di recitare “passerotto non andare via”: è una canzone che, recitata, perde della sua intensità. Così è del canto fra le due letture: è un canto e come tale va eseguito. Si può usare lo stesso tono salmodico per un po’, fino a quando l’assemblea familiarizza con quella musica, e poi allargare ad altre semplici melodie.

«La lettura del Vangelo costituisce il culmine della liturgia della Parola. La stessa liturgia insegna che si deve dare ad essa massima venerazione, poiché la distingue dalle altre letture con particolare onore: sia da parte del ministro incaricato di proclamarla, che si prepara con la benedizione o con la preghiera; sia da parte dei fedeli, i quali con le acclamazioni riconoscono e professano che Cristo è presente e parla a loro, e ascoltano la lettura stando in piedi; sia per mezzo dei segni di venerazione che si rendono all’Evangeliario» (PNMR 60). Proprio questo momento vertice è introdotto dall’acclamazione al Vangelo che «… costituisce un rito a sé stante, con il quale l’assemblea dei fedeli accoglie e saluta il Signore che sta per parlare nel Vangelo e con il canto manifesta la propria fede. Viene cantato da tutti stando in piedi» (PNMR 62).

L’Alleluia si canta durante tutto l’anno, tranne in Quaresima. Una nota particolare va detta sul versetto alleluiatico: è un testo della Scrittura che si fa interpretazione, chiave di volta, raccordo di tutte le letture. Non si può toccare, né eliminare, perché sarebbe come togliere la chiave di volta in un architrave. Anche questa parte va cantata e non recitata, perché il canto non si interrompe. È sempre un canto; è assurdo cantare l’alleluia e recitare il versetto alleluiatico: nessuno canta solo il ritornello di una canzone per poi recitarne le strofe.

L’assemblea è in piedi: come era in piedi durante i Riti di introduzione, così ora è nuovamente in piedi per accogliere il Vangelo. In piedi, perché chi è risorto con Cristo sta in piedi: sia per accogliere il suo ingresso nell’assemblea, sia per accogliere l’Evangeliario. Risorti con Cristo risorto, nel tripudio nuziale che vince l’oppressione della morte.

Dopo le letture, segue l’omelia che dovrebbe essere il conversare amorevole del pastore con il suo gregge. Essa deve aiutarci a togliere il velo dai nostri occhi, per riconoscere la perenne giovinezza della parola di Dio, sempre viva ed efficace. Per questo deve essere breve, piena di afflato, poetica, lirica, perché è un atto liturgico, non un momento catechistico o formativo, non una lectio divina. Solo un ministro ordinato la può tenere.

Dopo l’omelia i catecumeni vengono congedati. Solo i battezzati rimangono per la professione di fede, il momento in cui noi riconfermiamo la nostra fede, e riconosciamo che ciò in cui crediamo ci è dato attraverso la Chiesa.

Chiude questa parte della liturgia la preghiera universale dei fedeli, cioè dei battezzati, che esprimono la loro adesione a Cristo innalzando al Padre preghiere e suppliche.

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