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Il Giubileo della Misericordia…comincia così la riforma della Chiesa?

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Per una Chiesa china sugli uomini e le donne, ma niente “porto franco” del buonismo

Feci un’inchiesta sulla Confessione per il mio giornale, esattamente quarantacinque anni fa, e già allora scoprii come questo sacramento perdesse sempre più di valore per molti cristiani, per la crescita e la maturazione della loro fede.

La crisi era antica. Dovuta ai tanti cambiamenti che la Confessione aveva attraversato, da pubblica a privata, da “unica” a “ripetibile”. Poi, alle drammatiche conseguenze degli eccessi e degli abusi ingenerati dalle “tasse” penitenziali, e che avevano scatenato la protesta di Lutero. E infine (ma questo lo sarà per sempre, inevitabilmente) una crisi connaturale alla stessa natura dialogica del sacramento (poiché investe interamente il sacerdote e il penitente) e al suo aspetto antropologico (perché coinvolge la vita cristiana per tutta la sua durata storica).

Alle cause antiche, però, se ne erano aggiunte di nuove, legate ai tempi, ai rivolgimenti culturali, sociali. E cioè, l’attenuazione dello spirito di fede. La perdita crescente del senso del peccato. Lo svuotamento morale di parecchi cristiani, sotto i colpi (apparentemente) fascinosi della secolarizzazione. Insomma, l’uomo moderno, imbevuto di razionalismo fino al midollo, spesso dimentico del suo destino ultimo, della sua stessa identità, mal sopportava l’idea di dover “raccontare” la sua vita interiore a un altro uomo; e, più ancora, di dover compiere un atto di umiltà nel riconoscere di aver sbagliato.

Nel corso dell’inchiesta, grazie alle testimonianze di alcuni laici, scoprii anche che la crisi aveva altre motivazioni. Ricordo quanto disse un universitario: “Il prete deve cercare di comprendere le ragioni per cui uno si confessa, e non assaltarlo con severità. Si è insistito troppo sul tribunale di penitenza”. E una ragazza: “Molti sacerdoti si lamentano delle cosiddette confessioni a disco. Ciò è vero da parte del penitente. Ma non lo è anche da parte del confessore?”. Un operaio: “I confessori dovrebbero aiutarci di più quando ci si confessa”. Un professore: “La morale cristiana è anzitutto una vita, una vita di grazia. Come può perciò essere revisionata in termini di fedeltà a un’etica disincarnata e manualistica?”.

Era da poco uscita l’enciclica “Humanae vitae” sulla regolazione delle nascite. Paolo VI aveva sì ribadito la perdurante validità di una legge morale che discende dalla stessa Rivelazione divina. Ma aveva anche esortato i coniugi a non scoraggiarsi, a ricorrere “con umile perseveranza alla misericordia di Dio, che viene elargita nel sacramento della Penitenza”. E aveva raccomandato ai sacerdoti di usare la penitenza e la bontà del Signore, il quale “fu certo intransigente con il male, ma misericordioso verso le persone”. Invece, erano stati in molti – sia tra i coniugi e sia tra i confessori – a non comprendere a fondo lo spirito tanto dell’enciclica quanto delle raccomandazioni di Paolo VI. E da lì era cominciato quello che venne chiamato uno “scisma” silenzioso, parecchie coppie si erano allontanate dalla Chiesa.

Da allora, da quell’inchiesta, sono passati quarantacinque anni, e la situazione non dev’essere certo migliorata, se papa Francesco ricorda oggi ai sacerdoti che “il confessionale non dev’essere una sala di tortura” E se, decidendo di celebrare un Anno Santo straordinario dedicato alla misericordia, metterà probabilmente tra gli obiettivi giubilari – nella Bolla di indizione, che verrà pubblicata l’11 aprile – l’urgenza di restituire piorità al sacramento della Riconciliazione.

Sarà l’inizio di quella riforma della Chiesa, riforma anzitutto spirituale, che gli stessi cardinali elettori avevano chiesto a Francesco in Conclave. E che consisterà sostanzialmente nelrimuovere quella spessissima coltre – formata da precetti, parole, gesti, simboli, ritualità, pratiche, usanze, non legate propriamente al nucleo della fede – che lungo i secoli si è accumulata sulla pastorale, sulla religiosità, e perfino sulla dottrina, irrigidendola in leggi e norme, ormai sorpassate, e finendo così per oscurarne l’essenza e le intenzioni originarie.

Ebbene, l’involuzione subìta dal sacramento della Penitenza, perlomeno da quando ha assunto la forma privata, è quasi il paradigma di quel sovraccarico di elementi che ha via via “annacquato” il Vangelo, la sua forza dirompente, la grande novità che ha portato nella vita degli uomini.

Rileggiamo brevemente la storia di questo decadimento. A cominciare dalla Scolastica, che aveva introdotto il metodo delle classificazioni categoriche. Poi, nel Concilio di Trento, era stata data enorme importanza all’aspetto giudiziale. Ragion per cui la confessione delle colpe diventò l’aspetto predominante, e il ministro ebbe il compito di assicurare l’integrità dell’accusa. Così, con il trascorrere del tempo, la dottrina morale cadde progressivamente nel moralismo, facendo apparire il cattolicesimo come la religione dei divieti, delle proibizioni, delle cose-da-non-fare.

E adesso, perciò, Francesco ha indicato la nuova strada, nel segno della misericordia divina. La Chiesa, appunto, dovrà uscire dalla sua autoreferenzialità, e chinarsi sugli uomini e sulle donne ferite. Testimoniando la “logica” di Dio, il suo spalancare le braccia a tutti, così che tutti possano sentirsi accolti, capìti, perdonati. Dunque, prima l’amore e poi la legge; prima la persona, considerata nella sua unicità, nella sua concreta realtà esistenziale, e poi la norma canonica.

Questo, naturalmente, non significherà trasformare il confessionale in una specie di “porto franco” del buonismo, della compassione a buon mercato, o di una pietà mielosa, consolatoria, disincarnata. Al contrario, dovrà essere il luogo dove le persone possano crescere attraverso un cammino di purificazione e di maturazione, fintanto ad essere dei cristiani autenticamente liberi e responsabili.

—–
Gian Franco Svidercoschi è stato inviato dell’Ansa al Concilio Vaticano II e vice direttore de “L’Osservatore Romano”.  È considerato il biografo di san Giovanni Paolo II, con cui ha collaborato alla stesura del libro “Dono e Mistero”. È possibile scrivergli all’indirizzo e-mail:gf.svidercoschi@libero.it 

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Feci un’inchiesta sulla Confessione per il mio giornale, esattamente quarantacinque anni fa, e già allora scoprii come questo sacramento perdesse sempre più di valore per molti cristiani, per la crescita e la maturazione della loro fede.

La crisi era antica. Dovuta ai tanti cambiamenti che la Confessione aveva attraversato, da pubblica a privata, da “unica” a “ripetibile”. Poi, alle drammatiche conseguenze degli eccessi e degli abusi ingenerati dalle “tasse” penitenziali, e che avevano scatenato la protesta di Lutero. E infine (ma questo lo sarà per sempre, inevitabilmente) una crisi connaturale alla stessa natura dialogica del sacramento (poiché investe interamente il sacerdote e il penitente) e al suo aspetto antropologico (perché coinvolge la vita cristiana per tutta la sua durata storica).

Alle cause antiche, però, se ne erano aggiunte di nuove, legate ai tempi, ai rivolgimenti culturali, sociali. E cioè, l’attenuazione dello spirito di fede. La perdita crescente del senso del peccato. Lo svuotamento morale di parecchi cristiani, sotto i colpi (apparentemente) fascinosi della secolarizzazione. Insomma, l’uomo moderno, imbevuto di razionalismo fino al midollo, spesso dimentico del suo destino ultimo, della sua stessa identità, mal sopportava l’idea di dover “raccontare” la sua vita interiore a un altro uomo; e, più ancora, di dover compiere un atto di umiltà nel riconoscere di aver sbagliato.

Nel corso dell’inchiesta, grazie alle testimonianze di alcuni laici, scoprii anche che la crisi aveva altre motivazioni. Ricordo quanto disse un universitario: “Il prete deve cercare di comprendere le ragioni per cui uno si confessa, e non assaltarlo con severità. Si è insistito troppo sul tribunale di penitenza”. E una ragazza: “Molti sacerdoti si lamentano delle cosiddette confessioni a disco. Ciò è vero da parte del penitente. Ma non lo è anche da parte del confessore?”. Un operaio: “I confessori dovrebbero aiutarci di più quando ci si confessa”. Un professore: “La morale cristiana è anzitutto una vita, una vita di grazia. Come può perciò essere revisionata in termini di fedeltà a un’etica disincarnata e manualistica?”.

Era da poco uscita l’enciclica “Humanae vitae” sulla regolazione delle nascite. Paolo VI aveva sì ribadito la perdurante validità di una legge morale che discende dalla stessa Rivelazione divina. Ma aveva anche esortato i coniugi a non scoraggiarsi, a ricorrere “con umile perseveranza alla misericordia di Dio, che viene elargita nel sacramento della Penitenza”. E aveva raccomandato ai sacerdoti di usare la penitenza e la bontà del Signore, il quale “fu certo intransigente con il male, ma misericordioso verso le persone”. Invece, erano stati in molti – sia tra i coniugi e sia tra i confessori – a non comprendere a fondo lo spirito tanto dell’enciclica quanto delle raccomandazioni di Paolo VI. E da lì era cominciato quello che venne chiamato uno “scisma” silenzioso, parecchie coppie si erano allontanate dalla Chiesa.

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Da allora, da quell’inchiesta, sono passati quarantacinque anni, e la situazione non dev’essere certo migliorata, se papa Francesco ricorda oggi ai sacerdoti che “il confessionale non dev’essere una sala di tortura” E se, decidendo di celebrare un Anno Santo straordinario dedicato alla misericordia, metterà probabilmente tra gli obiettivi giubilari – nella Bolla di indizione, che verrà pubblicata l’11 aprile – l’urgenza di restituire piorità al sacramento della Riconciliazione.

Sarà l’inizio di quella riforma della Chiesa, riforma anzitutto spirituale, che gli stessi cardinali elettori avevano chiesto a Francesco in Conclave. E che consisterà sostanzialmente nelrimuovere quella spessissima coltre – formata da precetti, parole, gesti, simboli, ritualità, pratiche, usanze, non legate propriamente al nucleo della fede – che lungo i secoli si è accumulata sulla pastorale, sulla religiosità, e perfino sulla dottrina, irrigidendola in leggi e norme, ormai sorpassate, e finendo così per oscurarne l’essenza e le intenzioni originarie.

Ebbene, l’involuzione subìta dal sacramento della Penitenza, perlomeno da quando ha assunto la forma privata, è quasi il paradigma di quel sovraccarico di elementi che ha via via “annacquato” il Vangelo, la sua forza dirompente, la grande novità che ha portato nella vita degli uomini.

Rileggiamo brevemente la storia di questo decadimento. A cominciare dalla Scolastica, che aveva introdotto il metodo delle classificazioni categoriche. Poi, nel Concilio di Trento, era stata data enorme importanza all’aspetto giudiziale. Ragion per cui la confessione delle colpe diventò l’aspetto predominante, e il ministro ebbe il compito di assicurare l’integrità dell’accusa. Così, con il trascorrere del tempo, la dottrina morale cadde progressivamente nel moralismo, facendo apparire il cattolicesimo come la religione dei divieti, delle proibizioni, delle cose-da-non-fare.

E adesso, perciò, Francesco ha indicato la nuova strada, nel segno della misericordia divina. La Chiesa, appunto, dovrà uscire dalla sua autoreferenzialità, e chinarsi sugli uomini e sulle donne ferite. Testimoniando la “logica” di Dio, il suo spalancare le braccia a tutti, così che tutti possano sentirsi accolti, capìti, perdonati. Dunque, prima l’amore e poi la legge; prima la persona, considerata nella sua unicità, nella sua concreta realtà esistenziale, e poi la norma canonica.

Questo, naturalmente, non significherà trasformare il confessionale in una specie di “porto franco” del buonismo, della compassione a buon mercato, o di una pietà mielosa, consolatoria, disincarnata. Al contrario, dovrà essere il luogo dove le persone possano crescere attraverso un cammino di purificazione e di maturazione, fintanto ad essere dei cristiani autenticamente liberi e responsabili.

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Gian Franco Svidercoschi è stato inviato dell’Ansa al Concilio Vaticano II e vice direttore de “L’Osservatore Romano”.  È considerato il biografo di san Giovanni Paolo II, con cui ha collaborato alla stesura del libro “Dono e Mistero”. È possibile scrivergli all’indirizzo e-mail:gf.svidercoschi@libero.it 

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