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Il «Figliol prodigo» e il fratello maggiore, due facce di una stessa medaglia

Risponde don Stefano Tarocchi, docente di Sacra Scrittura alla Facoltà teologica dell'Italia Centrale.

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La parabola del «Figliol Prodigo» è forse una delle più note del Vangelo. Perché è criticabile il comportamento del fratello maggiore, ci chiede un lettore. Risponde don Stefano Tarocchi, docente di Sacra Scrittura alla Facoltà teologica dell’Italia Centrale.

Ho sentito di recente, alla Messa, la parabola del figliol prodigo. Confesso che ho qualche difficoltà a capire i motivi per cui viene criticato, come sbagliato, il comportamento del fratello maggiore. In fondo le sue lamentele sono umanamente comprensibili: non mi sembra che faccia nulla di male. Questo ovviamente senza nulla togliere alla grandezza del gesto del padre misericordioso. Mi piacerebbe molto che lei mi spiegasse bene la figura del fratello maggiore nella parabola del figliol prodigo. Le confesso che sinceramente non riesco a comprendere a pieno lo sbaglio che commette nel reagire in quella maniera al ritorno del fratello.

Lettera firmata

Bisogna notare che oggi quasi nessuno usa il vocabolario di termini come «prodigo» e «prodigalità», parola questa che peraltro è solo uno dei modi che definiscono le azioni del figlio minore della parabola del Vangelo di Luca. E comunque questo figlio, che ha la «tendenza a spendere o a donare con larghezza eccessiva e senza riflessione», è un esempio di sperpero dissennato.

Lo dice la stessa narrazione evangelica con molta chiarezza: «là – nel paese remoto dove ha scelto di vivere la sua vita, lontano dal padre e dalla famiglia – sperperò il suo patrimonio» (lett. “la sua esistenza”) vivendo in modo dissoluto (lett.: “senza speranza di salvezza”)». Per di più, nelle parole del fratello maggiore, si aggiunge che l’altro fratello «ha divorato le tue sostanze (lett. “la tua vita”) con le prostitute» (Lc 15,13.30).

Il percorso della parabola evangelica si centra quindi su un percorso dove ciascuno dei figli, qualunque siano le sue azioni, deve ricuperare sé stesso di fronte al padre, e al Cielo, che egli rende presente.

Nel celebre dipinto di Rembrandt ispirato alla parabola, si svelano lo spessore e la complessità della figura del padre, cieco nel dipinto – come il suo perdono senza limiti – e rappresentato con una mano di uomo e una di donna: Dio che è padre e anche madre. Il figlio che è tornato a casa è dipinto ai piedi del padre, senza capello alcuno, come una creatura appena entrata nella vita. Sull’altro lato, la figura dell’altro figlio, che l’artista rappresenta chiuso nelle sue false sicurezze, come gli abiti ricchi che indossa. Sembra quasi ricordare l’immagine dell’uomo, che nella parabola del vangelo di Matteo ha nascosto sottoterra il solo talento ricevuto: «ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sottoterra: ecco ciò che è tuo» (Mt 25,25). O la moneta (lett. «mina») della parabola parallela di Luca: «Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato» (Lc 19,20-21).

È solo questo padre a restituire ad ognuno dei suoi due figli la loro vera natura: «due fratelli», e non solo «tuo figlio», come si esprime il maggiore dei due figli nel linguaggio del suo orizzonte: «ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso» (Lc 15,30). Il padre, che già ha accolto perdonato il figlio minore – «quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò» (Lc 15,20) – adesso opera perché la comunione ritrovata con il figlio sia visibile a tutti.

Dapprima dice ai suoi servi: «portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso (lett. “nutrito con il frumento”, che rende la sua carne tenera), ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa» (Lc 15,22-23). Quindi lo stesso padre, vero protagonista della parabola, insegna all’altro suo figlio che cosa significa essere riconciliato, nella festa senza limiti della misericordia divina: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15,31-32).

I rilievi che il lettore ha probabilmente sentito in un’omelia delle scorse domeniche nascono dunque dalla narrazione evangelica stessa. Perciò un celebre scrittore, oggi ripubblicato in lingua italiana, ha detto che «nessuno sopporta di non essere perdonato: soltanto Dio ne è capace» (Graham Greene).

In fondo questi due fratelli sono come due facce di una sola medaglia: entrambi inadeguati ad accogliere il volto di un Dio, che lascia ad ogni uomo la libertà di allontanarsi da lui, sia che vada in un paese straniero sia che rimanga in casa, per andare incontro al suo ritorno a braccia aperte, oppure fargli scoprire tutta la ricchezza di vita da cui si è sottratto.

Stefano Tarocchi

Originale: Toscana Oggi
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Risponde don Stefano Tarocchi, docente di Sacra Scrittura alla Facoltà teologica dell'Italia Centrale.

  

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La parabola del «Figliol Prodigo» è forse una delle più note del Vangelo. Perché è criticabile il comportamento del fratello maggiore, ci chiede un lettore. Risponde don Stefano Tarocchi, docente di Sacra Scrittura alla Facoltà teologica dell’Italia Centrale.

Ho sentito di recente, alla Messa, la parabola del figliol prodigo. Confesso che ho qualche difficoltà a capire i motivi per cui viene criticato, come sbagliato, il comportamento del fratello maggiore. In fondo le sue lamentele sono umanamente comprensibili: non mi sembra che faccia nulla di male. Questo ovviamente senza nulla togliere alla grandezza del gesto del padre misericordioso. Mi piacerebbe molto che lei mi spiegasse bene la figura del fratello maggiore nella parabola del figliol prodigo. Le confesso che sinceramente non riesco a comprendere a pieno lo sbaglio che commette nel reagire in quella maniera al ritorno del fratello.

Lettera firmata

Bisogna notare che oggi quasi nessuno usa il vocabolario di termini come «prodigo» e «prodigalità», parola questa che peraltro è solo uno dei modi che definiscono le azioni del figlio minore della parabola del Vangelo di Luca. E comunque questo figlio, che ha la «tendenza a spendere o a donare con larghezza eccessiva e senza riflessione», è un esempio di sperpero dissennato.

Lo dice la stessa narrazione evangelica con molta chiarezza: «là – nel paese remoto dove ha scelto di vivere la sua vita, lontano dal padre e dalla famiglia – sperperò il suo patrimonio» (lett. “la sua esistenza”) vivendo in modo dissoluto (lett.: “senza speranza di salvezza”)». Per di più, nelle parole del fratello maggiore, si aggiunge che l’altro fratello «ha divorato le tue sostanze (lett. “la tua vita”) con le prostitute» (Lc 15,13.30).

Il percorso della parabola evangelica si centra quindi su un percorso dove ciascuno dei figli, qualunque siano le sue azioni, deve ricuperare sé stesso di fronte al padre, e al Cielo, che egli rende presente.

Nel celebre dipinto di Rembrandt ispirato alla parabola, si svelano lo spessore e la complessità della figura del padre, cieco nel dipinto – come il suo perdono senza limiti – e rappresentato con una mano di uomo e una di donna: Dio che è padre e anche madre. Il figlio che è tornato a casa è dipinto ai piedi del padre, senza capello alcuno, come una creatura appena entrata nella vita. Sull’altro lato, la figura dell’altro figlio, che l’artista rappresenta chiuso nelle sue false sicurezze, come gli abiti ricchi che indossa. Sembra quasi ricordare l’immagine dell’uomo, che nella parabola del vangelo di Matteo ha nascosto sottoterra il solo talento ricevuto: «ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sottoterra: ecco ciò che è tuo» (Mt 25,25). O la moneta (lett. «mina») della parabola parallela di Luca: «Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato» (Lc 19,20-21).

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È solo questo padre a restituire ad ognuno dei suoi due figli la loro vera natura: «due fratelli», e non solo «tuo figlio», come si esprime il maggiore dei due figli nel linguaggio del suo orizzonte: «ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso» (Lc 15,30). Il padre, che già ha accolto perdonato il figlio minore – «quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò» (Lc 15,20) – adesso opera perché la comunione ritrovata con il figlio sia visibile a tutti.

Dapprima dice ai suoi servi: «portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso (lett. “nutrito con il frumento”, che rende la sua carne tenera), ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa» (Lc 15,22-23). Quindi lo stesso padre, vero protagonista della parabola, insegna all’altro suo figlio che cosa significa essere riconciliato, nella festa senza limiti della misericordia divina: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15,31-32).

I rilievi che il lettore ha probabilmente sentito in un’omelia delle scorse domeniche nascono dunque dalla narrazione evangelica stessa. Perciò un celebre scrittore, oggi ripubblicato in lingua italiana, ha detto che «nessuno sopporta di non essere perdonato: soltanto Dio ne è capace» (Graham Greene).

In fondo questi due fratelli sono come due facce di una sola medaglia: entrambi inadeguati ad accogliere il volto di un Dio, che lascia ad ogni uomo la libertà di allontanarsi da lui, sia che vada in un paese straniero sia che rimanga in casa, per andare incontro al suo ritorno a braccia aperte, oppure fargli scoprire tutta la ricchezza di vita da cui si è sottratto.

Stefano Tarocchi

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