Il dramma del cattolicesimo ateo

L’intervento del prof. Klaus Müller al Convegno annuale della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale.


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di: Marcello Neri

L’intervento del prof. Klaus Müller al Convegno annuale della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, su «Sottotesti escatologico-apocalittici nell’antropologia politica contemporanea», ha toccato due temi nevralgici di corrosione epocale dell’universalismo inscritto nell’escatologico cristiano. Da un lato, il transumanesimo si presenta sostanzialmente come escatologia totalmente realizzata nella pura immanenza, prospettando l’oramai prossimo superamento della morte umana. D’altro lato, abbiamo le varie declinazioni dell’intransigentismo cattolico (da metà ‘800 a oggi) per le quali l’immutabilità assoluta della Chiesa, una sorta di apocalittica compiuta nella storia da un manipolo di eletti, viene declinata in funzione strettamente politica, del tutto estranea e disinteressata alla fede; per affermare/imporre così come giusto destino un ordine autoritario e illiberale del governo della coesistenza umana.

«Non è una novità che gran parte della filosofia politica moderna e contemporanea sia attraversata da motivi escatologico-apocalittici. Sul piano della prassi costituisce un caso emblematico la politica americana nelle tornate presidenziali di stampo repubblicano. Dai tempi di Ronald Reagan fino all’odierna era trumpista; che, a dire il vero, costituisce una versione ridicola e volgare (e proprio per questo più pericolosa) dell’elemento escatologico-apocalittico».

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Ma non si tratta solo di un fenomeno riconducibile all’eccezionalismo del caso statunitense. Anzi.

Tre le figure chiave moderne individuate da Müller: Louis de Bonald (1754-1840), Joseph de Maistre (1753-1821) e Juan Donoso Cortés (1809-1853) – due francesi e uno spagnolo. Due paesi che hanno pericolosamente flirtato nella loro storia con il fascino della dittatura, non senza appoggio nel ceto cattolico e clericale. Per de Bonald i «fari guida della società sono i funzionari religiosi, i nobili quelli che posseggono le proprietà e i cittadini coloro che lavorano. La Chiesa cattolica si premura che fra queste costellazioni ternarie permanga un equilibrio».Vi è un filone specificamente europeo, che oggi si incontra naturalmente con quello americano – superando, in tal modo, non solo la differenza fondante tra il Vecchio e il Nuovo Continente, ma anche il reciproco sospetto di non essere all’altezza del compito elitario richiesto dall’urgenza dell’ora presente. Il cowboy rampante e la nobildonna decaduta stringono nuove alleanze a cui ben volentieri si accoda una scia di cardinali persuasi di possedere la verità realizzata della Chiesa.

Centrale, «per la forza propulsiva che ha avuto nello sviluppo del paradigma restaurativo, è la figura di Joseph de Maistre. Egli è caratterizzato da un’intransigenza religiosa senza pari, che lo spinge ad avere una visione dicotomica della realtà (bianco e nero), senza sfumatura alcuna. Questo dualismo si riflette nella sua visione della storia, che per de Maistre non è altro che il realizzarsi temporale dei piani di Dio mediante una lotta continua fra l’Onnipotente e il diavolo».

Il grande Oppositore

In questa battaglia, Dio finisce col coincidere con la Chiesa cattolica (meglio, con la persona/corpo del papa) e il diavolo con l’epoca moderna e i suoi diritti fondamentali. La cosa non andrebbe dimenticata, soprattutto oggi nella stagione di papa Francesco. Se l’intelligenza laica e quella liberale, anche dentro la Chiesa, ruminassero non dico un minimo di teologia, ma solo qualche reminiscenza storica, non sarebbero così sprezzanti davanti all’affermazione di Francesco che la pedofilia clericale è opera del diavolo.

Con questo Bergoglio non vuol in alcun modo dismettere la responsabilità e la colpa, né spiritualizzare il crimine patito dalle vittime degli abusi. È il corpo del prete il portatore di violenza, ed è il corpo della Chiesa che non è stato capace di riconoscere, giudicare e riparare questo crimine. Quando Francesco chiama in causa il diavolo, capovolge esattamente il paradigma antimoderno che ha caratterizzato la Chiesa cattolica fino alla sua elezione. Il nemico/oppositore di Dio non è più la società, non è più là fuori nel mondo emancipato, ma dentro la stessa istituzione ecclesiale – personificandosi malignamente in essa.

L’astuzia illiberale

Con Cortés l’intransigenza cattolica giunge al suo apice moderno, «convinto che la salvezza dell’ordine sociale come parte integrante del piano divino sia degna letteralmente di qualsiasi prezzo; e sia dunque da conquistare anche a costo della rinuncia alla libertà o, detta altrimenti, a costo della dittatura. E non può essere che una dittatura dall’alto, ovvero teocratico-ecclesiale».

L’uomo non era un farneticante, ma aveva una «grandissima capacità di portare alla luce del giorno le debolezze del sistema corrente moderno» di ispirazione liberale. Giocando su di esse poteva presentare il ribaltamento e l’annullamento delle libertà e delle dignità da esso riconosciute valide per tutti come qualcosa di giustificabile e giustificato. Di questa medesima astuzia si va nutrendo lo spirito illiberale del nostro tempo, ammaliando le forze conservatrici e reazionare nella Chiesa in nome di una restaurazione dei valori che, però, non è altro che uno specchietto per le allodole.

Via Carl Schmitt si arriva ai nostri giorni, alla «nuova destra» arcaica e pagana. L’attrazione che essa esercita su tutto un ceto ecclesiastico e cattolico è più che un dato di fatto, come lo è l’ingenuità con cui esso si è consegnato totalmente alle sue mani. Rimettendo in circolo così un’economia elettiva e sacrificale.

«Al cuore del cristianesimo appartiene la convinzione di non essere esposti arbitrariamente agli umori degli dèi […], la sua certezza è quella di vivere al riparo di Dio che è amore, di vivere liberi dalla necessità del sacrificio, di poter vivere per gratuità, andando incontro a un compimento imperdibile che vale per ogni uomo – per i “144.000” di cui parla l’Apocalisse (7,4-8); ossia dodici volte dodicimila, che rappresentano i redenti provenienti da tutte le tribù di Israele, ovvero simbolicamente da tutte le lingue e nazioni.

L’apocalittica degli odierni esponenti “di destra”, invece, contesta proprio questo universalismo dell’escatologia cristiana». Essa è fondamentalmente atea, come il codazzo di adepti cattolici che a essa si votano. Il ceto neoconservatore cattolico, impegnato come facente funzione in una guerra durissima contro papa Francesco, quello che afferma di voler preservare la purezza della Chiesa in nome di Dio, si scopre essere drammaticamente ateo.

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