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Gio, 22 Ottobre 2020

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Il dissidio delle liturgie

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di: Alberto Dal Maso

L’e-book Oltre Summorum Pontificum è un po’ quello che negli anni Ottanta si sarebbe definito, in musica, una compilation di Artisti vari. Sei esperti internazionali di liturgia, ognuno nella sua lingua e ognuno a partire dalla prospettiva accademica, dall’orizzonte ecclesiale e dalla sensibilità personale che lo caratterizza, offrono un contributo per «aiutare i vescovi a rispondere con discernimento e lungimiranza al questionario» loro inviato dal card. Luis Ladaria, con lettera datata 7 marzo 2020, allo scopo di valutare l’impatto pastorale del motu proprio emanato da Benedetto XVI tredici anni fa.

Da dove nasce questa pubblicazione

L’occasione immediata del libro elettronico pubblicato da EDB è costituita dai recenti sviluppi intorno alla questione delle «due forme dell’unico rito romano», un tecnicismo controverso con cui si giustificherebbe la coesistenza di messa tridentina e messa postconciliare.

Due decreti del 25 marzo 2020, emanati – in piena emergenza pandemia – dalla Congregazione per la dottrina della fede, hanno introdotto un ampliamento della portata di quella coesistenza. Vi ha reagito una lettera aperta firmata da un nutrito gruppo di teologi, non solo italiani, chiedendo di superare la situazione sempre più anomala. Nel frattempo è stata resa pubblica, il 7 maggio 2020, la citata iniziativa vaticana di un sondaggio presso i vescovi cattolici – per desiderio di papa Francesco – sull’applicazione del motu proprio del 2007. Infine, si è registrata una presa di posizione di un cardinale di Curia, lo svizzero Kurt Koch che, nel numero di giugno di Herder Korrespondenz, invita ad addivenire a una riconciliazione fra quelle due forme celebrative, la «nuova» e l’«antica».

Il contesto meno immediato di Oltre Summorum Pontificum è tuttavia costituito proprio dal rapporto fra antico e nuovo, fra preconcilio e postconcilio; ovvero – come ora vedremo scorrendo i contenuti dell’e-book – dalla dialettica fra tradizione e sviluppo. A questo rimanda implicitamente, se passiamo dalla fattispecie al tema più generale, il questionario vaticano. Tradizione e sviluppo, che lungo la storia della Chiesa non sono mai stati due grandezze concorrenti, anche oggi chiedono di procedere mano nella mano, per evitare ogni evanescente arbitrarietà e per scongiurare ogni rigida fissità. E, tuttavia, viene il momento in cui, nel rendere nuovo l’antico (avventura ineludibile fra gli umani), qualcosa dell’antico va distrutto: perché è nella natura delle cose che il presente, nell’assumere il passato, non lo possa lasciare del tutto illeso.

I vescovi dell’orbe cattolico, allora, sono invitati a discernere non tanto se, ma soprattutto come, determinate forme di discontinuità si rendano necessarie, in vista di una maggior continuità (fedeltà alla tradizione), per relativizzare e ripensare rapporti di continuità che, vigenti fino a ieri, oggi non risultano più coerentemente sostenibili.

Consapevoli della posta in gioco, i sei autori – coordinati da Andrea Grillo e da Zeno Carra – non rispondono punto per punto alla griglia di domande che sostanziano l’inchiesta diramata dal card. Ladaria: nessuno di loro presume di suggerire le risposte «corrette» ai vescovi. Tant’è vero che scelgono di imperniare il loro ragionamento sulla falsariga di tre stimoli, affatto diversi da quelle nove domande:

1) motivare la necessità di superare l’attuale stato di eccezione liturgica;

2) chiarire come vada intesa la riconciliazione liturgica auspicata dal card. Koch;

3) individuare strategie concrete per uscire dall’attuale impasse.

Procediamo allora con ordine, per una sintetica carrellata dei contributi offerti dal testo quadrilingue.

Una pluralità di voci (e di lingue)

Zeno Carra, dottorando all’Augustinianum di Roma ma precocemente segnalatosi per il suo pregevole studio sulla presenza eucaristica di Cristo (Hoc facite, Cittadella, Assisi 2018), apre le danze con un contributo dal taglio tanto teorico quanto pragmatico. Sgomberato il campo da frettolose e indebite semplificazioni, che sfocerebbero su soluzioni non adeguatamente ponderate, il giovane prete veronese dimostra come sia «difficilmente immaginabile» la pratica del vetus ordo in quanto tale a fronte delle istanze e delle disposizioni di Sacrosanctum concilium. Da questo dato, però, non fa derivare un’esaltazione acritica e partigiana del novus ordo così come si presenta nella prassi attuale; anzi, l’autore spariglia le carte chiedendosi se non esistano elementi del rito preconciliare che, «se recuperati nel nuovo, possano aiutarne l’adempimento delle istanze conciliari», soprattutto laddove sono state messe in ombra da talune “deviazioni” non previste. La prospettiva, intrigante e davvero in linea di principio gravida di promesse (in questa sede esemplificata solo per cenni, com’è ovvio che sia), dà corpo all’ipotesi di un tavolo di conciliazione in cui, al di là degli schieramenti contrapposti in una guerra di posizione, si veda «proseguire quell’atto di tradizione che è la riforma liturgica del concilio Vaticano II».

Il secondo autore a prendere la parola è l’ordinario di Liturgiewissenschaft all’Università di Friburgo in Svizzera, che scrive in tedesco. Martin Klöckener apre anzitutto il suo corposo contributo analizzando il ricorso alla forma «straordinaria» – tutto sommato circoscritto – e stigmatizzando le forme «spurie» che vedono attivarsi vuoi un bizzarro bi-ritualismo da parte del medesimo chierico, vuoi un vagabondaggio di nuovo conio fra antico e nuovo. Spiega poi dove sta l’aporia rappresentata dai due usi giustapposti dello stesso rito, illustrando come vadano correttamente articolate diversità e unità nell’unica celebrazione della Chiesa. Dalla sua prospettiva, Klöckener non vede margini di trattativa per «aggiustamenti» rabberciati fra vetus e novus ordo: egli ne fa emergere senza infingimenti l’incompatibilità, passando in rassegna i perché teologici e liturgico-pastorali di una loro impossibile coabitazione sia in linea di principio sia in linea di fatto. Poiché ne va «anche della credibilità della Chiesa e del messaggio del vangelo», qui un compromesso al ribasso rappresentato da «una fusione delle due forme» va escluso. Ciò, tuttavia, non gli impedisce di caldeggiare che si proceda ad una appropriata valutazione critica della forma «ordinaria». Anzi, il teologo di origine tedesca vede di buon occhio che si muovano «ulteriori passi in direzione della riforma» nello spirito conciliare, propugnando maggiori sforzi in direzione di una corretta ed effettiva ars celebrandi.

La prosa inglese del gesuita statunitense John F. Baldovin introduce una terza lettura del superamento possibile dello “stato di eccezione” in liturgia. Se da più parti si è notato che le due forme dell’unico rito romano rappresentano in realtà due approcci diversissimi alla lex orandi tanto sul piano teologico quanto sul piano pastorale, lo studioso sottolinea in particolare il fatto che esse «comunicano differenti ecclesiologie». Egli osserva come il preteso ritorno al passato, anziché essere una soluzione che crea maggior unità e concordia, rappresenta un enorme impoverimento su più fronti. Non solo, ma la prassi di scegliere una liturgia à la carte «risulta sintomatica del consumismo contemporaneo», riducendo il liturgico alla stregua di un bene commerciale da inserire a proprio piacimento nel carrello della spesa, al supermercato. Paradossalmente ci sono opposizioni a ogni e qualsiasi innovazione che risultano in realtà altamente innovative (e non secondo il migliore dei profili): un conservatorismo radicale si sposa allora con un’evoluzione a dir poco problematica. Anche il professore del Boston College riconosce come la riforma postconciliare sia stata imperfetta nel realizzare appieno il disegno tratteggiato in Sacrosanctum concilium. Proprio per questo, allora, egli incoraggia a far convergere le energie di tutti, piuttosto che in una serie di sforzi divisivi, nel migliorare la qualità celebrativa delle nostre parrocchie in direzione dell’actuosa participatio. Non è il caso di giocare con le parole, invocando una «riforma della riforma» retroversa; e non è il caso di abolire del tutto e ovunque la possibilità di celebrare nella forma «straordinaria». È invece necessario per Baldovin concentrarsi su una più qualificata formazione nei seminari e nelle scuole di teologia (e così pure su una formazione continua) e approntare una catechesi dei nuovi riti, adatta a tutti i fedeli, che li possa iniziare a una corretta interiorizzazione delle parole e dei gesti che introducono al Mistero.

Benedikt Kranemann, già professore a Münster e, dal 1998, liturgista all’Università tedesca di Erfurt, torna dapprima a evidenziare la «singolarità» della coesistenza di due riti, specialmente se considerata in riferimento «all’intero edificio liturgico» e non alla sola messa (in realtà, il vetus ordo in Germania non è propugnato che da sparuti gruppi marginali, per sentimenti di nostalgia o per fascinazione estetica). Kranemann si dedica poi a spiegare in dettaglio come e perché una anomalia così stridente generi una situazione insostenibile dal punto di vista sia teologico che pastorale, soprattutto in riferimento «alla dignità e al diritto dei battezzati». Nondimeno, egli riconosce altresì che svariate potenzialità della liturgia riformata dopo il Vaticano II, non ancora sfruttate a fondo, attendono di essere riscoperte o promosse nella prassi effettiva. Se ben intesa, allora, la proposta di una riconciliazione liturgica fra «antico» e «nuovo» può essere interpretata come una ripresa del progetto liturgico conciliare e una sua ulteriore prosecuzione e implementazione. Il cambio di paradigma che si è verificato con quella che è probabilmente la riforma liturgica di più vasta portata nel corso della storia della Chiesa, è così carico di conseguenze che risulta impossibile espungerlo e tornare indietro. Non si tratta dunque di mettere a repentaglio i buoni risultati raggiunti, ma di superare i deficit e le debolezze esistenti, potenziando i punti di forza del lavoro svolto finora.

La quinta voce dell’e-book è quella del francese Arnaud Join-Lambert, che si dedica a distinguere il versante teorico e il versante «umano» della questione, focalizzandosi su quest’ultimo. Il contributo prende infatti avvio da una triste disavventura occorsa all’autore: lì si è palesato come, quando si tratta della doppia forma del rito romano, non ne vada tanto di teologia liturgica, quanto di altre dinamiche personali che polarizzano gli animi, alzano il tasso di conflittualità e producono ferite. Si rende allora urgente una riconciliazione all’interno del corpo ecclesiale; o, meglio, rispetto a limitate porzioni di quel corpo, dato che «la questione delle due forme non si pone affatto in tutto il mondo: vi sono centinaia di milioni di cattolici che non danno alcuna importanza alla celebrazione dell’antica forma del rito romano» – o la ignorano, o ne sono scandalizzati. Nel fronte tradizionalista, poi, il professore dell’Università cattolica di Louvain-la-Neuve propone di distinguere due classi di persone: da un lato, «coloro che sono attaccati all’antica forma della messa», ma non ne rigettano la forma ordinaria né contestano l’ultimo Concilio; e, dall’altro, coloro che «estendono la rivendicazione per la messa nella forma antica a tutte le altre liturgie», rifiutando le posizioni anche dogmatiche del Vaticano II. I primi devono divenire l’oggetto della sollecitudine pastorale dei vescovi e dell’attenzione fraterna degli altri fedeli cattolici, in vista di una riconciliazione liturgica, anche sfruttando le potenzialità finora inevase del novus ordo. I secondi, poiché paiono usare Summorum Pontificum come «diritto acquisito» per perseguire un diverso genere di obiettivi, facendo emergere due Chiese parallele, due strutture autonome, suscitano il sospetto che non si diano i presupposti operativi per una rappacificazione. Una riconciliazione sarebbe davvero possibile solo in presenza di un reciproco spirito fraterno, mentre la contestazione teologica del Concilio non può che condurre a una dolorosa separazione.

L’ultimo dei contributi, quello dell’italiano Andrea Grillo, docente a Roma e a Padova, parte da lontano per prendere la rincorsa. Rilegge anzitutto la riforma del rito romano, preparata dal Movimento liturgico e richiesta secondo «altiora principia» dal Vaticano II, come una prima-primaria riconciliazione liturgica: una ricollocazione in asse della capacità misterica del celebrare ecclesiale con la sensibilità e il mondo contemporanei. Rispetto a questo compito inaggirabile, la presenza parallela di una «forma straordinaria» ha rappresentato un vulnus, facendo pericolosamente aggio alle varie «forme di Chiesa anticonciliare». Anzi, quel parallelismo, essendo costruzione astratta sul piano teorico, fragile sul piano teologico, dubbia sul piano giuridico, ingestibile sul piano pratico, ottiene di polarizzare lo sguardo: rende strabici, sdoppia la visione. Il vetus ordo diventa sempre più oscurantista, il novus ordo sempre più intellettualistico. Impossibile adire ad una sintesi unificante, in queste condizioni. Il teologo savonese, allora, propone «un lavoro comune su un unico tavolo» che, tornando ad ascoltare fedelmente la voce del Concilio, lavori sulla stessa forma «a diversi livelli» (non solo su quello verbale, dei contenuti cognitivi) e faccia tesoro di «tutta intera la tradizione del rito romano».

Per una valutazione complessiva

Questo microcosmo di idee – sostanziosa panoramica che scavalca i consueti confini italiani – affida al lettore una messe di spunti e di suggerimenti perché egli maturi una propria consapevolezza della sfida in atto ed eserciti la propria responsabilità ecclesiale, quale che sia.

A tredici anni dall’emanazione di Summorum Pontificum è venuto il tempo di fare un bilancio, questo è certo. Quando si decide di tirare le somme, però, ci si espone sempre a un rischio. Una tentazione è quella di improvvisare un processo, magari fra le urla e gli schiamazzi delle diverse partigianerie, al motu proprio e alla sua applicazione – e pure alla riforma conciliare e alla sua applicazione. L’alternativa più saggia è quella di convocare le competenze attorno al tema spinoso, analizzare i dati e ragionare pacatamente, dopo aver lasciato fuori dalla porta le tifoserie esaltate dell’una e dell’altra parte. Gli autori internazionali di Oltre Summorum Pontificum optano con serietà e convinzione per questa seconda strada, in una logica di servizio e comunione. Per salvaguardare la «potenza originaria» dell’annuncio e della celebrazione, pur senza dismetterne la dirompente «profezia evangelica».

Già questo è un pregevole risultato. Ma Per una riconciliazione liturgica possibile (come recita il sottotitolo) il libro digitale dedicato al compianto Silvano Maggiani si spinge oltre, ed è qui che probabilmente sorprende per l’audacia.

Si tratta di riaprire, con coraggio e convinzione, il cantiere della riforma liturgica postconciliare? La risposta dei sei teologi è affermativa, direi unanime e senza tentennamenti. Se già quel cantiere esponeva in bella vista il cartello «Lavori in corso» e non pretendeva affatto di essere concluso, da questo e-book emerge in maniera esplicita un incoraggiamento a procedere nell’impresa: anche correggendo errori di calcolo e storture, anche facendo tesoro di preziosi materiali precedenti, perché no? Purché – ecco la discriminante messa bene in luce – non vi siano ambiguità di sorta sull’accettazione incondizionata della teologia (non solo liturgica) del Vaticano II, autentico punto di non ritorno della riflessione e dell’azione ecclesiale. Questo significa auspicare che si apra tutto uno spettro di possibilità e vuol dire, al contempo, bandire due estremi:

1) escogitare vuoi una «fusione a freddo», vuoi una ibridazione fra le due forme del rito romano;

2) pretendere una musealizzazione della recente riforma liturgica (vuoi da parte dei fautori, vuoi da parte degli oppositori).

Il libro ha qualche difetto? Probabilmente non è perfetto. Per esempio: allargare la platea degli autori avrebbe consentito di risultare maggiormente inclusivi – per genere ed età anagrafica, per sensibilità e visioni, per radicamento geografico ed ecclesiale… – e avrebbe aiutato a fornire un campione più esteso dell’applicazione del motu proprio e dell’idea di riconciliazione liturgica. E, per converso: realizzare più edizioni internazionali, ciascuna in un’unica lingua (con tutti i testi tradotti), avrebbe permesso di allargare la platea dei fruitori. In realtà – è comprensibile – la pubblicazione del testo ha dovuto sottostare alle restrizioni di una tempistica molto serrata. Le risposte al questionario vaticano – lo ricordiamo – dovranno pervenire alla Congregazione per la dottrina della fede entro la fine del prossimo mese di luglio.

Di certo, da queste pagine elettroniche emerge il volto di una comunità scientifica che non ha paura di appellarsi al dibattito e alla discussione all’interno del mondo ecclesiale: che non è arroccata sulla difensiva ma cerca il confronto, che riconosce con franchezza le diversità (oltre i pregiudizi) e, valorizzandole come ricchezze, avvia un processo di scambio, di collaborazione, di crescita.

(Se la pazienza del lettore lo concede, una mini-ritrattazione da parte mia è doverosa e può fungere da postilla. Più che di essere di fronte a un Various Artists LP, come dicevo all’inizio, l’impressione che si ricava alla fine da questo e-book è quella di essere in ascolto di una delle partite per violoncello di Bach: sei movimenti autonomi, ma coerenti nell’insieme, ognuno con una sua struttura e un suo peculiare andamento di linee melodiche, ma tutti quanti frutto creativo di una mens unitaria. Qui, conciliare. Che, fondamentalmente, ispira a volare alto).

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Il dissidio delle liturgie

  

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L’e-book Oltre Summorum Pontificum è un po’ quello che negli anni Ottanta si sarebbe definito, in musica, una compilation di Artisti vari. Sei esperti internazionali di liturgia, ognuno nella sua lingua e ognuno a partire dalla prospettiva accademica, dall’orizzonte ecclesiale e dalla sensibilità personale che lo caratterizza, offrono un contributo per «aiutare i vescovi a rispondere con discernimento e lungimiranza al questionario» loro inviato dal card. Luis Ladaria, con lettera datata 7 marzo 2020, allo scopo di valutare l’impatto pastorale del motu proprio emanato da Benedetto XVI tredici anni fa.

Da dove nasce questa pubblicazione

L’occasione immediata del libro elettronico pubblicato da EDB è costituita dai recenti sviluppi intorno alla questione delle «due forme dell’unico rito romano», un tecnicismo controverso con cui si giustificherebbe la coesistenza di messa tridentina e messa postconciliare.

Due decreti del 25 marzo 2020, emanati – in piena emergenza pandemia – dalla Congregazione per la dottrina della fede, hanno introdotto un ampliamento della portata di quella coesistenza. Vi ha reagito una lettera aperta firmata da un nutrito gruppo di teologi, non solo italiani, chiedendo di superare la situazione sempre più anomala. Nel frattempo è stata resa pubblica, il 7 maggio 2020, la citata iniziativa vaticana di un sondaggio presso i vescovi cattolici – per desiderio di papa Francesco – sull’applicazione del motu proprio del 2007. Infine, si è registrata una presa di posizione di un cardinale di Curia, lo svizzero Kurt Koch che, nel numero di giugno di Herder Korrespondenz, invita ad addivenire a una riconciliazione fra quelle due forme celebrative, la «nuova» e l’«antica».

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Il contesto meno immediato di Oltre Summorum Pontificum è tuttavia costituito proprio dal rapporto fra antico e nuovo, fra preconcilio e postconcilio; ovvero – come ora vedremo scorrendo i contenuti dell’e-book – dalla dialettica fra tradizione e sviluppo. A questo rimanda implicitamente, se passiamo dalla fattispecie al tema più generale, il questionario vaticano. Tradizione e sviluppo, che lungo la storia della Chiesa non sono mai stati due grandezze concorrenti, anche oggi chiedono di procedere mano nella mano, per evitare ogni evanescente arbitrarietà e per scongiurare ogni rigida fissità. E, tuttavia, viene il momento in cui, nel rendere nuovo l’antico (avventura ineludibile fra gli umani), qualcosa dell’antico va distrutto: perché è nella natura delle cose che il presente, nell’assumere il passato, non lo possa lasciare del tutto illeso.

I vescovi dell’orbe cattolico, allora, sono invitati a discernere non tanto se, ma soprattutto come, determinate forme di discontinuità si rendano necessarie, in vista di una maggior continuità (fedeltà alla tradizione), per relativizzare e ripensare rapporti di continuità che, vigenti fino a ieri, oggi non risultano più coerentemente sostenibili.

Consapevoli della posta in gioco, i sei autori – coordinati da Andrea Grillo e da Zeno Carra – non rispondono punto per punto alla griglia di domande che sostanziano l’inchiesta diramata dal card. Ladaria: nessuno di loro presume di suggerire le risposte «corrette» ai vescovi. Tant’è vero che scelgono di imperniare il loro ragionamento sulla falsariga di tre stimoli, affatto diversi da quelle nove domande:

1) motivare la necessità di superare l’attuale stato di eccezione liturgica;

2) chiarire come vada intesa la riconciliazione liturgica auspicata dal card. Koch;

3) individuare strategie concrete per uscire dall’attuale impasse.

Procediamo allora con ordine, per una sintetica carrellata dei contributi offerti dal testo quadrilingue.

Una pluralità di voci (e di lingue)

Zeno Carra, dottorando all’Augustinianum di Roma ma precocemente segnalatosi per il suo pregevole studio sulla presenza eucaristica di Cristo (Hoc facite, Cittadella, Assisi 2018), apre le danze con un contributo dal taglio tanto teorico quanto pragmatico. Sgomberato il campo da frettolose e indebite semplificazioni, che sfocerebbero su soluzioni non adeguatamente ponderate, il giovane prete veronese dimostra come sia «difficilmente immaginabile» la pratica del vetus ordo in quanto tale a fronte delle istanze e delle disposizioni di Sacrosanctum concilium. Da questo dato, però, non fa derivare un’esaltazione acritica e partigiana del novus ordo così come si presenta nella prassi attuale; anzi, l’autore spariglia le carte chiedendosi se non esistano elementi del rito preconciliare che, «se recuperati nel nuovo, possano aiutarne l’adempimento delle istanze conciliari», soprattutto laddove sono state messe in ombra da talune “deviazioni” non previste. La prospettiva, intrigante e davvero in linea di principio gravida di promesse (in questa sede esemplificata solo per cenni, com’è ovvio che sia), dà corpo all’ipotesi di un tavolo di conciliazione in cui, al di là degli schieramenti contrapposti in una guerra di posizione, si veda «proseguire quell’atto di tradizione che è la riforma liturgica del concilio Vaticano II».

Il secondo autore a prendere la parola è l’ordinario di Liturgiewissenschaft all’Università di Friburgo in Svizzera, che scrive in tedesco. Martin Klöckener apre anzitutto il suo corposo contributo analizzando il ricorso alla forma «straordinaria» – tutto sommato circoscritto – e stigmatizzando le forme «spurie» che vedono attivarsi vuoi un bizzarro bi-ritualismo da parte del medesimo chierico, vuoi un vagabondaggio di nuovo conio fra antico e nuovo. Spiega poi dove sta l’aporia rappresentata dai due usi giustapposti dello stesso rito, illustrando come vadano correttamente articolate diversità e unità nell’unica celebrazione della Chiesa. Dalla sua prospettiva, Klöckener non vede margini di trattativa per «aggiustamenti» rabberciati fra vetus e novus ordo: egli ne fa emergere senza infingimenti l’incompatibilità, passando in rassegna i perché teologici e liturgico-pastorali di una loro impossibile coabitazione sia in linea di principio sia in linea di fatto. Poiché ne va «anche della credibilità della Chiesa e del messaggio del vangelo», qui un compromesso al ribasso rappresentato da «una fusione delle due forme» va escluso. Ciò, tuttavia, non gli impedisce di caldeggiare che si proceda ad una appropriata valutazione critica della forma «ordinaria». Anzi, il teologo di origine tedesca vede di buon occhio che si muovano «ulteriori passi in direzione della riforma» nello spirito conciliare, propugnando maggiori sforzi in direzione di una corretta ed effettiva ars celebrandi.

La prosa inglese del gesuita statunitense John F. Baldovin introduce una terza lettura del superamento possibile dello “stato di eccezione” in liturgia. Se da più parti si è notato che le due forme dell’unico rito romano rappresentano in realtà due approcci diversissimi alla lex orandi tanto sul piano teologico quanto sul piano pastorale, lo studioso sottolinea in particolare il fatto che esse «comunicano differenti ecclesiologie». Egli osserva come il preteso ritorno al passato, anziché essere una soluzione che crea maggior unità e concordia, rappresenta un enorme impoverimento su più fronti. Non solo, ma la prassi di scegliere una liturgia à la carte «risulta sintomatica del consumismo contemporaneo», riducendo il liturgico alla stregua di un bene commerciale da inserire a proprio piacimento nel carrello della spesa, al supermercato. Paradossalmente ci sono opposizioni a ogni e qualsiasi innovazione che risultano in realtà altamente innovative (e non secondo il migliore dei profili): un conservatorismo radicale si sposa allora con un’evoluzione a dir poco problematica. Anche il professore del Boston College riconosce come la riforma postconciliare sia stata imperfetta nel realizzare appieno il disegno tratteggiato in Sacrosanctum concilium. Proprio per questo, allora, egli incoraggia a far convergere le energie di tutti, piuttosto che in una serie di sforzi divisivi, nel migliorare la qualità celebrativa delle nostre parrocchie in direzione dell’actuosa participatio. Non è il caso di giocare con le parole, invocando una «riforma della riforma» retroversa; e non è il caso di abolire del tutto e ovunque la possibilità di celebrare nella forma «straordinaria». È invece necessario per Baldovin concentrarsi su una più qualificata formazione nei seminari e nelle scuole di teologia (e così pure su una formazione continua) e approntare una catechesi dei nuovi riti, adatta a tutti i fedeli, che li possa iniziare a una corretta interiorizzazione delle parole e dei gesti che introducono al Mistero.

Benedikt Kranemann, già professore a Münster e, dal 1998, liturgista all’Università tedesca di Erfurt, torna dapprima a evidenziare la «singolarità» della coesistenza di due riti, specialmente se considerata in riferimento «all’intero edificio liturgico» e non alla sola messa (in realtà, il vetus ordo in Germania non è propugnato che da sparuti gruppi marginali, per sentimenti di nostalgia o per fascinazione estetica). Kranemann si dedica poi a spiegare in dettaglio come e perché una anomalia così stridente generi una situazione insostenibile dal punto di vista sia teologico che pastorale, soprattutto in riferimento «alla dignità e al diritto dei battezzati». Nondimeno, egli riconosce altresì che svariate potenzialità della liturgia riformata dopo il Vaticano II, non ancora sfruttate a fondo, attendono di essere riscoperte o promosse nella prassi effettiva. Se ben intesa, allora, la proposta di una riconciliazione liturgica fra «antico» e «nuovo» può essere interpretata come una ripresa del progetto liturgico conciliare e una sua ulteriore prosecuzione e implementazione. Il cambio di paradigma che si è verificato con quella che è probabilmente la riforma liturgica di più vasta portata nel corso della storia della Chiesa, è così carico di conseguenze che risulta impossibile espungerlo e tornare indietro. Non si tratta dunque di mettere a repentaglio i buoni risultati raggiunti, ma di superare i deficit e le debolezze esistenti, potenziando i punti di forza del lavoro svolto finora.

La quinta voce dell’e-book è quella del francese Arnaud Join-Lambert, che si dedica a distinguere il versante teorico e il versante «umano» della questione, focalizzandosi su quest’ultimo. Il contributo prende infatti avvio da una triste disavventura occorsa all’autore: lì si è palesato come, quando si tratta della doppia forma del rito romano, non ne vada tanto di teologia liturgica, quanto di altre dinamiche personali che polarizzano gli animi, alzano il tasso di conflittualità e producono ferite. Si rende allora urgente una riconciliazione all’interno del corpo ecclesiale; o, meglio, rispetto a limitate porzioni di quel corpo, dato che «la questione delle due forme non si pone affatto in tutto il mondo: vi sono centinaia di milioni di cattolici che non danno alcuna importanza alla celebrazione dell’antica forma del rito romano» – o la ignorano, o ne sono scandalizzati. Nel fronte tradizionalista, poi, il professore dell’Università cattolica di Louvain-la-Neuve propone di distinguere due classi di persone: da un lato, «coloro che sono attaccati all’antica forma della messa», ma non ne rigettano la forma ordinaria né contestano l’ultimo Concilio; e, dall’altro, coloro che «estendono la rivendicazione per la messa nella forma antica a tutte le altre liturgie», rifiutando le posizioni anche dogmatiche del Vaticano II. I primi devono divenire l’oggetto della sollecitudine pastorale dei vescovi e dell’attenzione fraterna degli altri fedeli cattolici, in vista di una riconciliazione liturgica, anche sfruttando le potenzialità finora inevase del novus ordo. I secondi, poiché paiono usare Summorum Pontificum come «diritto acquisito» per perseguire un diverso genere di obiettivi, facendo emergere due Chiese parallele, due strutture autonome, suscitano il sospetto che non si diano i presupposti operativi per una rappacificazione. Una riconciliazione sarebbe davvero possibile solo in presenza di un reciproco spirito fraterno, mentre la contestazione teologica del Concilio non può che condurre a una dolorosa separazione.

L’ultimo dei contributi, quello dell’italiano Andrea Grillo, docente a Roma e a Padova, parte da lontano per prendere la rincorsa. Rilegge anzitutto la riforma del rito romano, preparata dal Movimento liturgico e richiesta secondo «altiora principia» dal Vaticano II, come una prima-primaria riconciliazione liturgica: una ricollocazione in asse della capacità misterica del celebrare ecclesiale con la sensibilità e il mondo contemporanei. Rispetto a questo compito inaggirabile, la presenza parallela di una «forma straordinaria» ha rappresentato un vulnus, facendo pericolosamente aggio alle varie «forme di Chiesa anticonciliare». Anzi, quel parallelismo, essendo costruzione astratta sul piano teorico, fragile sul piano teologico, dubbia sul piano giuridico, ingestibile sul piano pratico, ottiene di polarizzare lo sguardo: rende strabici, sdoppia la visione. Il vetus ordo diventa sempre più oscurantista, il novus ordo sempre più intellettualistico. Impossibile adire ad una sintesi unificante, in queste condizioni. Il teologo savonese, allora, propone «un lavoro comune su un unico tavolo» che, tornando ad ascoltare fedelmente la voce del Concilio, lavori sulla stessa forma «a diversi livelli» (non solo su quello verbale, dei contenuti cognitivi) e faccia tesoro di «tutta intera la tradizione del rito romano».

Per una valutazione complessiva

Questo microcosmo di idee – sostanziosa panoramica che scavalca i consueti confini italiani – affida al lettore una messe di spunti e di suggerimenti perché egli maturi una propria consapevolezza della sfida in atto ed eserciti la propria responsabilità ecclesiale, quale che sia.

A tredici anni dall’emanazione di Summorum Pontificum è venuto il tempo di fare un bilancio, questo è certo. Quando si decide di tirare le somme, però, ci si espone sempre a un rischio. Una tentazione è quella di improvvisare un processo, magari fra le urla e gli schiamazzi delle diverse partigianerie, al motu proprio e alla sua applicazione – e pure alla riforma conciliare e alla sua applicazione. L’alternativa più saggia è quella di convocare le competenze attorno al tema spinoso, analizzare i dati e ragionare pacatamente, dopo aver lasciato fuori dalla porta le tifoserie esaltate dell’una e dell’altra parte. Gli autori internazionali di Oltre Summorum Pontificum optano con serietà e convinzione per questa seconda strada, in una logica di servizio e comunione. Per salvaguardare la «potenza originaria» dell’annuncio e della celebrazione, pur senza dismetterne la dirompente «profezia evangelica».

Già questo è un pregevole risultato. Ma Per una riconciliazione liturgica possibile (come recita il sottotitolo) il libro digitale dedicato al compianto Silvano Maggiani si spinge oltre, ed è qui che probabilmente sorprende per l’audacia.

Si tratta di riaprire, con coraggio e convinzione, il cantiere della riforma liturgica postconciliare? La risposta dei sei teologi è affermativa, direi unanime e senza tentennamenti. Se già quel cantiere esponeva in bella vista il cartello «Lavori in corso» e non pretendeva affatto di essere concluso, da questo e-book emerge in maniera esplicita un incoraggiamento a procedere nell’impresa: anche correggendo errori di calcolo e storture, anche facendo tesoro di preziosi materiali precedenti, perché no? Purché – ecco la discriminante messa bene in luce – non vi siano ambiguità di sorta sull’accettazione incondizionata della teologia (non solo liturgica) del Vaticano II, autentico punto di non ritorno della riflessione e dell’azione ecclesiale. Questo significa auspicare che si apra tutto uno spettro di possibilità e vuol dire, al contempo, bandire due estremi:

1) escogitare vuoi una «fusione a freddo», vuoi una ibridazione fra le due forme del rito romano;

2) pretendere una musealizzazione della recente riforma liturgica (vuoi da parte dei fautori, vuoi da parte degli oppositori).

Il libro ha qualche difetto? Probabilmente non è perfetto. Per esempio: allargare la platea degli autori avrebbe consentito di risultare maggiormente inclusivi – per genere ed età anagrafica, per sensibilità e visioni, per radicamento geografico ed ecclesiale… – e avrebbe aiutato a fornire un campione più esteso dell’applicazione del motu proprio e dell’idea di riconciliazione liturgica. E, per converso: realizzare più edizioni internazionali, ciascuna in un’unica lingua (con tutti i testi tradotti), avrebbe permesso di allargare la platea dei fruitori. In realtà – è comprensibile – la pubblicazione del testo ha dovuto sottostare alle restrizioni di una tempistica molto serrata. Le risposte al questionario vaticano – lo ricordiamo – dovranno pervenire alla Congregazione per la dottrina della fede entro la fine del prossimo mese di luglio.

Di certo, da queste pagine elettroniche emerge il volto di una comunità scientifica che non ha paura di appellarsi al dibattito e alla discussione all’interno del mondo ecclesiale: che non è arroccata sulla difensiva ma cerca il confronto, che riconosce con franchezza le diversità (oltre i pregiudizi) e, valorizzandole come ricchezze, avvia un processo di scambio, di collaborazione, di crescita.

(Se la pazienza del lettore lo concede, una mini-ritrattazione da parte mia è doverosa e può fungere da postilla. Più che di essere di fronte a un Various Artists LP, come dicevo all’inizio, l’impressione che si ricava alla fine da questo e-book è quella di essere in ascolto di una delle partite per violoncello di Bach: sei movimenti autonomi, ma coerenti nell’insieme, ognuno con una sua struttura e un suo peculiare andamento di linee melodiche, ma tutti quanti frutto creativo di una mens unitaria. Qui, conciliare. Che, fondamentalmente, ispira a volare alto).

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Originale: Settimana News

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