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Il Dio in cui credo e il Dio in cui non credo

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di: Francesco Savino

Cassano allo Ionio, 7 maggio 2020

Sicurezze si scuotono, illusioni si dissolvono, paure ancestrali riaffiorano. La pandemia è anche questo. Un’umanità – o almeno una parte di essa – che pensava di aver risalito la china dei “tempi oscuri” dell’“ignoranza” e della “sottomissione”, ora è costretta a ripensare le sue certezze.

Certo, la post-modernità ci aveva già pensato a demolire certe ingenue pretese positivistiche, che promettevano all’umanità di sopperire autonomamente al proprio fabbisogno di “salvezza”. Quella salvezza, per la quale un tempo dipendevamo dalle divinità, ormai poteva essere fabbricata sulla terra: bastava dare solo il giusto tempo alla conoscenza, alla tecnica, alla cooperazione. In una parola, al progresso.

Ma ora la pandemia sta assestando una nuova sferzata. «La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità.

La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità» (Francesco, Momento straordinario di preghiera, 27 marzo 2020).

Questa esperienza straordinaria di vulnerabilità è riuscita a far presa in maniera vincente soprattutto nel mondo “occidentale”, quello che di più si riteneva esentato dal fare i conti con la caducità della condizione umana, e lo ha obbligato a ricordare che anche l’uomo delle società “avanzate” è parte della natura e ad essa sottoposto.

Un ritorno del sentimento religioso?

Ecco allora che si scorge un’ondata di ritorno al sentimento religioso. Anche il mondo “avanzato”, sia nella sua componente cristiana o religiosa sia nelle sue espressioni laiche, si confronta con un’idea di Dio. Ma chiediamoci: a quale Dio ci si riferisce, in questa nuova apparente pervasività del riferimento religioso? In particolare, quale idea di Dio è veicolata da chi interpreta la pandemia come una punizione celeste o da chi si chiede dove sia l’Onnipotente mentre il mondo si ammala o da chi invoca rimedi divini giusto per poter semplicemente tornare agli affari di prima o ancora da chi vi interpreta un argomento a favore dell’ateismo?

Sono consapevole, ovviamente, che questi riferimenti a un’immagine genericamente religiosa di Dio non nascondono l’esistenza della forza profetica di persone e comunità ecclesiali che, di fronte alla situazione presente, si sforzano piuttosto di rinnovare con coerenza la testimonianza e l’invocazione del Dio di Gesù Cristo, che è venuto a condividere la condizione umana.

Avvertiamo subito – può sembrare scontato, ma non credo lo sia – che fede e religione sono ben distinte. Soprattutto nelle prime settimane dell’incubo pandemico, si è diffuso nelle nostre comunità il consolatorio ritornello di chi mostrava con soddisfazione una presunta crescita di domanda religiosa. Fenomeno che magari è stato anche evidente, ma non proprio consolatorio, almeno nel suo insieme. La fede non può essere misurata con l’audience degli eventi religiosi…

La crescita di interesse per la ricerca di Dio può avere infatti diverse motivazioni, in ognuna delle quali ci sono sicuramente opportunità di grazia e semi di verità, che dobbiamo saper anche valorizzare. Ma davanti a questa crescita, non possiamo illuderci di raccogliere passivamente una messe già matura.

L’attenzione al sacro e alla preghiera può rivelare infatti una disposizione genuina dell’animo, ma può anche essere indice di atteggiamento superstizioso. Di conseguenza, la nostra risposta di pastori e comunità ecclesiali non può semplicemente assecondare una visione magico-religiosa di Dio, offrendo magari servizi paraliturgici come se fossero generi di conforto.

La presenza di Dio in mezzo al suo popolo passa attraverso i simulacri portati tra le strade (o addirittura tramite il Santissimo Sacramento recato di casa in casa)? Queste manifestazioni sono capaci di elevare il sentimento superstizioso-religioso o non possono finire piuttosto per assecondarlo? Con il grave rischio di aver strumentalizzato il Signore.

Bisogno di simboli religiosi o piuttosto bisogno di presenza di Chiesa?

Allora la risposta alla domanda dell’umanità non è tanto la presenza “secca” dei simboli del sacro tra le strade, ma la presenza viva e autentica dei cristiani.

La parola diretta di papa Francesco, così carica di prossimità e di franchezza, senza essere per nulla accomodante, è un paradigma di questa presenza. Ma la presenza mediatica del papa, per quanto esemplare per noi, non basta da sola.

La Chiesa è corpo, è storia, è incarnazione, è Vangelo, è carità che, sotto l’azione dello Spirito di Cristo, passa dalla voce, dai passi, dalle mani, dagli occhi, dalla mente, dal cuore di ciascuno dei suoi membri che vivono, in comunione con gli altri, all’interno di un territorio. È la presenza del nostro amore e della nostra parola che dobbiamo portare all’incontro con il mondo. Sarebbe fin troppo facile sostituirla con il passaggio di simulacri.

La presenza della Chiesa tra gli uomini prende su di sé la fatica di illuminare, di soccorrere, di offrire a favore di questo mondo. Se allora la paura della pandemia spinge istintivamente uomini e donne di oggi alla preghiera, la Chiesa non si ferma a compiacersene, ma prende a cuore la testimonianza di insegnare e mostrare che la preghiera, per quanto nasca da intenzioni spontanee, non è un’emozione passeggera, ma la ricerca del vero Dio di Gesù Cristo, perché ci possiamo disporre alla sua sequela.

Accogliamo quindi il kairos che stiamo vivendo, ma il kairos non è dato dall’audience incassata dalla preghiera, bensì da una Chiesa che, con umiltà, si pone a servizio della gente, affinché la preghiera emotiva di paura possa divenire conformazione più consapevole alla Parola della salvezza.

Come leggere la presenza di Dio

Contestualmente, non possiamo accettare una lettura di stampo fondamentalista, che debba vedere a tutti i costi nella pandemia un’azione diretta con cui Dio voglia rivelare o punire. Questo “Dio” non è il Dio che Gesù ha rivelato, diciamolo subito.

Con questo non vogliamo leggere l’esperienza della pandemia senza riferimento al Dio di Gesù Cristo, no di certo. Ogni realtà umana deve essere letta, interpretata e vissuta alla luce di Dio che si è rivelato nella carne, nella parola, nei gesti, nella croce, nella morte e nella risurrezione di Cristo, e che ha effuso il suo Spirito per vivificare l’umanità redenta e guidare la Chiesa a tutta la verità. In ogni realtà umana, infatti, soprattutto in certi momenti della storia che acquistano il valore di “segni dei tempi”, siamo chiamati a chiederci: come valorizzare i semi di bene che questa realtà oggi ci offre? Come accogliere le occasioni di conversione e di ravvedimento che questa situazione ci favorisce? Come rispondere alle esigenze di discernimento, giustizia, carità, testimonianza di fede a cui questa prova ci chiama?

Ecco, queste sono tracce possibili per rapportare una precisa condizione storica al Vangelo e viverla secondo il cuore di Dio. E certamente, nella sua provvidenza, il Signore può anche servirsi di certi eventi come “cause seconde”, cioè situazioni che hanno la loro origine dall’ordine della creazione e dalle responsabilità umane, ma che possono giungere come occasioni di richiamo dall’idolatria della mondanità, attraverso cui i figli sono ancora invitati a volgere il cuore verso l’amore del Padre e verso i più autentici valori che egli ha impresso nell’opera di creazione e redenzione. Ma niente a che vedere con “l’occasionalismo” stile Malebranche, che destituisce di ogni responsabilità e di ogni capacità effettiva qualsiasi azione sia stata causata dagli uomini o dagli enti naturali, come se ogni causa terrena non fosse altro che un’apparenza dell’unica causalità che manovra i fili del mondo, quella divina.

Nella stessa linea di pensiero filosofico-religioso si colloca la pretesa di leggere gli eventi come un oracolo, una minaccia, una punizione celeste. Che nei tempi ci sarebbero state e sempre ci saranno «terremoti, carestie e pestilenze» (cf. Lc 21,11), questo il Signore l’ha già detto nel Vangelo, presentando ai discepoli l’intera visione della storia in cui siamo chiamati a muoverci e perseverare. Ma queste realtà non segnano singolari e diretti interventi di Dio, bensì appartengono alla caducità che è tipica della realtà creata, nella quale l’uomo è stato posto.

Gli eventi della storia e della natura non possono essere sganciati dalle cause immanenti che li hanno prodotti, per essere arbitrariamente ricollegati a Dio come loro artefice diretto.

La pretesa di attribuire a Dio l’intenzione di intervenire direttamente tra le cause terrene, per creare un virus e imporlo agli uomini, è un atto con cui si nomina il nome di Dio invano e si offre di Lui un’immagine ben lontana da quella che Cristo ci ha rivelato.

Dio e le sue rappresentazioni

L’immagine di un Dio che decide una malattia o una catastrofe naturale non viene infatti dal Vangelo, ma piuttosto da una certa concezione filosofico-religiosa di stampo teista. Qualcuno ha parlato di Dio-tappabuchi, cioè di quella concezione del divino inteso come la forza superiore a cui ricorrere semplicemente per spiegare i fenomeni naturali e terreni di cui non capiamo la causa immanente. È un Dio destinato a indietreggiare, a non servire più, ogni qualvolta si scopre la causa naturale di quel dato fenomeno prima spiegato in modo soprannaturale.

Le cause naturali sono vere cause, e soprattutto alle azioni umane non può mai essere sottratta la dimensione della responsabilità soggettiva e diretta. Il concilio Vaticano II parla a tal proposito di «autonomia delle realtà terrestri», non nel senso che «le cose create non dipendono da Dio e che l’uomo può adoperarle senza riferirle al Creatore», ma nel senso che «le cose create e le stesse società hanno leggi e valori propri, che l’uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare» in modo conforme «al volere del Creatore» (GS 36).

Molte volte ci si chiede dove sia Dio, quando accadono situazioni di sofferenza, in cui anche i giusti patiscono; ma raramente ci si chiede innanzitutto dove sia l’uomo, come l’uomo abbia vissuto la sua responsabilità di custode del creato e di tutela del proprio fratello, in cosa l’uomo sia stato promotore dei guasti di questo pianeta e di questa società, a causa di proprie azioni, decisioni o omissioni.

Oppure ci si chiede come l’esistenza di sofferenze, pandemie, calamità possa conciliarsi con la presenza di un Dio Onnipotente e Provvidente. Ma la caducità del mondo e i suoi limiti sarebbero in contrasto con l’idea del dio orologiaio, non con il Dio di Gesù Cristo.

Davanti al Dio che si è rivelato nella storia della salvezza e ha portato a compimento la manifestazione di sé nel Figlio suo fatto uomo, non serve neanche pensare che Egli permetta le sofferenze nascondendosi, ritirandosi dalla creazione, lasciandola a se stessa. È la cosiddetta ipotesi cabalistica dello “Zimzum”, «un contrarsi di Dio per consentire l’accadere del mondo», un «abdicazione» da parte di Dio (Simone Weil), per lasciare spazio al libero arbitrio dell’uomo (H. Jonas).

La fragilità, luogo privilegiato in cui il Dio di Gesù Cristo si fa presente

La fragilità, la caducità del mondo terreno e le situazioni di sofferenza non richiedono l’assenza del Dio di Gesù Cristo, per poter essere spiegate. Tutt’altro. Il Dio di Gesù Cristo si rivela proprio nella sua presenza. Non basta neanche dire che Dio abita nel suo popolo che soffre, come nella sua shekînah (dov’era Dio ad Auschwitz? Abitava con il suo popolo, condivideva il suo dramma – rispondeva J. Moltmann).

Molto di più, in Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, Dio non solo abita con il suo popolo, ma prende la condizione del suo popolo, di ogni uomo. Davanti alla sofferenza umana, Dio non si è ritirato, ma ha preso la croce. Il dolore umano non è una contraddizione con la presenza del Dio Onnipotente, ma è luogo in cui Egli si manifesta il Dio-Amore. Tutto ciò che è autenticamente umano, non solo il dolore, può essere assunto da Dio come via della sua manifestazione e del suo dono di vita.

E allora, come possiamo tornare a considerare la pandemia alla luce della croce e della risurrezione di Cristo? Ecco, non basta interrogarsi sul rapporto causale tra l’insorgenza di un male e l’esistenza di Dio. Questo è un problema parziale, che richiede un contesto molto più ampio.

Alla luce di Cristo, la pandemia va letta in quest’altra ottica: come dobbiamo riconsiderare la nostra umanità, che si è lasciata andare a deliri di onnipotenza egoistica? Come dobbiamo accogliere la nostra fragilità e farne una coscienza di salvezza, di condivisione e solidarietà? Come dobbiamo vivere l’esperienza del limite quale contesto di responsabilità e di carità? Come condividere le sofferenze e le prove dei fratelli e delle sorelle, a livello globale? Come valorizzare questo difficile frangente perché cresca la coscienza di una globalizzazione della solidarietà? Come testimoniare il Vangelo in un mondo che, in qualche modo, può manifestare oggi una particolare sensibilità verso l’incontro con Dio?

Se è vero che, pur con tanti limiti, molti uomini e donne di oggi sono di nuovo sollecitati alla ricerca di Dio, è anche vero che la loro ricerca potrebbe naufragare verso dèi consolatori o antropomorfi. L’incontro con il Dio vivo e vero, Padre di Gesù Cristo, è affidato con particolare responsabilità a noi, alla Chiesa, con la forza dello Spirito.

E allora accettiamola con fede, questa responsabilità: non di rispondere alle paure del mondo con una facile e consolatoria proliferazione di simboli del sacro o di rassicurazioni fondamentaliste; ma responsabilità di attestare – con la franchezza del Vangelo, con la fatica della carità, con la soavità dello Spirito – che il Signore risorto è Colui che condivide le nostre fragilità, per farne segno e strumento della sua presenza che rinnova il mondo dal di dentro. Egli non ci risparmia dalla nostra caducità e non ci libera miracolisticamente da una pandemia. Noi non crediamo nel Dio che ci fa comodo.

Proprio perché ci chiama a vivere la carità dal di dentro della fragilità umana, egli si mostra il Dio vivo e vero, che realmente si è fatto carne e davvero è risorto. È in questo Dio, che noi crediamo. Aggiungo che il vescovo emerito di Roma, papa Benedetto XVI, nella Verbum Domini, ai numeri 11-12, afferma: «La fede apostolica testimonia che la Parola eterna si è fatta Uno di noi. La Parola divina si esprime davvero in parole umane. La tradizione patristica e medievale, nel contemplare questa “Cristologia della Parola”, ha utilizzato un’espressione suggestiva: il Verbo si è abbreviato.

I Padri della Chiesa, nella loro traduzione greca dell’Antico Testamento, trovavano una parola del profeta Isaia, che anche san Paolo cita per mostrare come le vie nuove di Dio fossero già preannunciate nell’Antico Testamento. Lì si leggeva: «Dio ha reso breve la sua Parola, l’ha abbreviata» (Is 10,23; Rm 9,28)… Il Figlio stesso è la Parola, è il Logos: la Parola eterna si è fatta piccola – così piccola da entrare in una mangiatoia».

La mangiatoia può qui ben rappresentare l’assoggettarsi di Dio alle leggi della natura, alla fragilità umana e anche all’eventualità di essere preda di sconvolgimenti naturali e biologici, inclusa la pandemia.

Una parabola moderna

Vorrei terminare con una sorta di parabola moderna, che ho letto in un sito e che sta circolando in questi giorni. Con il consenso dell’autore la inserisco e concludo.

… A Gesù, tornato per caso uno di questi ultimi giorni sulla terra, si presentò una piccola delegazione di personaggi per lo più illustri: c’era tra loro uno scienziato agnostico, un “credente” che riteneva, ed era così ritenuto, di avere una grande fede, un anticlericale incallito e pervicace e una casalinga, reclutata quasi di forza, all’ultimo istante, con la motivazione che occorreva portare da Gesù anche qualcuno che rappresentasse la gente semplice, la cosiddetta “gente di strada”. Cosa che poi non corrispondeva alla realtà, perché quella donna non vi trascorreva proprio il suo tempo, dovendo restare sempre in casa per accudire cinque figli, il marito e l’anziana suocera ammalata.

Prese la parola il più loquace, quello che riteneva di capire sempre tutto, di avere la risposta pronta ad ogni problema e di essere il rappresentante degli affari di Dio sulla terra. Insomma, di saperne non solo più degli altri, ma sicuramente più del maestro di Nazareth e quasi quasi più di Dio stesso. Se non osava dirlo e scacciava il pensiero come una tentazione, era solo per pudore o magari per paura di peccare (e che peccato!) di superbia.

«Maestro – disse – vorremmo sapere il tuo parere sulle cause di questa pandemia che sta imperversando nel mondo. Io affermo che è stata mandata da Dio per punire gli uomini di tutti i loro peccati. Soprattutto quelli di immoralità. L’immoralità galoppante che è la perversione sessuale, la distruzione del matrimonio, l’indulgenza della Chiesa, soprattutto di questo papa attuale, verso la generale depravazione dei costumi. Dio si è stancato di tutto ciò e ha mandato questo flagello».

«Ma quale punizione della Chiesa? – reagì prontamente l’anticlericale –. La Chiesa è un’associazione inventata dagli uomini, per fare profitti e per ingannare la gente povera e semplice. La pandemia è scoppiata per motivi che la scienza non ha ancora chiarito, perché non li sa chiarire o piuttosto non li vuole chiarire, perché ha essa la colpa di quanto succede, per la manomissione genetica di tutto, persino dei virus e per l’insaziabile ingordigia di voler dominare tutto e tutti attraverso la tecnologia. Non è così Gesù?».

Gesù non rispose. Ascoltava tutti con attenzione e seguiva con lo sguardo i volti e le espressioni che di volta in volta quelle parole suscitavano.

«Eh no, non può rispondere, non sa rispondere – disse lo scienziato agnostico –. Il problema non riguarda né lui né Dio. Riguarda le leggi naturali del mondo organico invisibile, che si annida, si moltiplica e vive a miliardi nelle pieghe dei corpi animali, tra i quali anche il corpo umano. Di questo mondo fanno parte anche i virus, che mutano continuamente, alcuni in maniera malevola verso l’organismo, che suo malgrado li ospita. Diventano aggressivi e persino mortali, emigrano da un corpo all’altro e si diffondono a dismisura. Poi, finalmente, come se capissero che se muoiono tutti, muoiono anche loro, si modificano in forme meno aggressive e così possono continuare a vivere negli organismi. Del resto questi, finché possono, si difendono con gli anticorpi e ciò favorisce la sopravvivenza e il miglioramento della specie…».

«Già, è questo ciò che date a bere al popolino, ignorante – lo interruppe il super-credente –. Ma anche se fosse, tutto questo non è che lo strumento divino per selezionare i migliori e far perire i peggiori di questa umanità corrotta. Non è così, signora? – disse rivolgendosi alla donna che avevano quasi costretta ad andare con loro da Gesù –.

«Io non capisco tutti i vostri discorsi – disse la donna –. So solo che da mamma quale sono, non farei mai quella che voi chiamate selezione tra figli buoni e figli cattivi. Il mio amore verso di loro resta, anche quando fanno il male e perfino quando mi offendono. Se qualche volta li ho dovuti punire, anziché far loro del male, ho semplicemente fatto finta di essere indifferente verso di loro. Spesso hanno scambiato tale punizione per una diminuzione del mio amore e sono tornati da me chiedendomi scusa. Non potrebbe essere che Dio fa qualcosa del genere con noi uomini?».

«Siamo alle solite – replicò l’anticlericale – che non smetteva di guardare alternativamente verso la donna e verso Gesù. È l’invenzione della cosiddetta pedagogia di Dio, recentemente inventata dalla Chiesa, per addolcire il ricordo storico dei roghi per gli eretici e per le cosiddette streghe…».

«Tutte fandonie – lo interruppe con veemenza il super-credente. Ma adesso, Gesù, è davvero il momento che tu intervenga, che ti difenda e dica il tuo parere» – disse rivolgendosi verso il Maestro, al cui braccio diede persino un leggero strattone, aggiungendo però: «Scusa maestro, innanzi tutto perché ti ho toccato e poi perché ho trasgredito la norma del distanziamento sociale, o come meglio si dovrebbe dire, del distanziamento fisico. Allora, Gesù?».

Gesù guardò i volti dei suoi interlocutori ad uno ad uno, in un silenzio quasi surreale. Ciascuno poté cogliere in quegli occhi nessuna espressione di risentimento, né disprezzo, né stizza. Anche l’anticlericale incallito si sentiva come capito, almeno in ciò che di valido c’era al fondo della sua acredine, e così pure lo scienziato agnostico. Verso la donna del popolo Gesù aveva uno sguardo tutto particolare. Lei avvertì persino un moto di affetto: l’affetto di un figlio diventato importante, ma che non ha dimenticato, anzi apprezza ora più di prima l’affetto della mamma.

Solo verso il super-credente Gesù ebbe un leggero moto di fastidio. Simile quello che lo aveva colto nelle interminabili discussioni con i farisei, al tempo della sua prima venuta sulla terra. Sì, solo con loro, che volevano impedire l’accesso a Dio dei semplici e che in nome di Dio, imponevano una legge e una sua immagine che era solo il frutto del loro orgoglio e delle loro paure.

Poi domandò a tutti: «Vedo che portate una mascherina sul volto e vi mantenete, giustamente, a distanza. Anche tu, eh, che ti ritieni giusto e quindi non dovresti avere paura del contagio? Ma perché fate questo? Perché date quest’importanza e quest’onore a questi mezzi che sono solo mezzi umani?».

«Perché sono mezzi necessari previsti, anzi imposti dalla scienza per evitare il contagio – rispose lo scienziato – con l’accondiscendenza di tutti». «Allora – concluse Gesù – date a Dio ciò che è di Dio e alla scienza medica ciò che è di sua competenza».

  • Francesco Savino è vescovo di Cassano allo Ionio.

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Originale: Settimana News
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Il Dio in cui credo e il Dio in cui non credo

  

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di: Francesco Savino

Cassano allo Ionio, 7 maggio 2020

Sicurezze si scuotono, illusioni si dissolvono, paure ancestrali riaffiorano. La pandemia è anche questo. Un’umanità – o almeno una parte di essa – che pensava di aver risalito la china dei “tempi oscuri” dell’“ignoranza” e della “sottomissione”, ora è costretta a ripensare le sue certezze.

Certo, la post-modernità ci aveva già pensato a demolire certe ingenue pretese positivistiche, che promettevano all’umanità di sopperire autonomamente al proprio fabbisogno di “salvezza”. Quella salvezza, per la quale un tempo dipendevamo dalle divinità, ormai poteva essere fabbricata sulla terra: bastava dare solo il giusto tempo alla conoscenza, alla tecnica, alla cooperazione. In una parola, al progresso.

Ma ora la pandemia sta assestando una nuova sferzata. «La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità.

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Questa esperienza straordinaria di vulnerabilità è riuscita a far presa in maniera vincente soprattutto nel mondo “occidentale”, quello che di più si riteneva esentato dal fare i conti con la caducità della condizione umana, e lo ha obbligato a ricordare che anche l’uomo delle società “avanzate” è parte della natura e ad essa sottoposto.

Un ritorno del sentimento religioso?

Ecco allora che si scorge un’ondata di ritorno al sentimento religioso. Anche il mondo “avanzato”, sia nella sua componente cristiana o religiosa sia nelle sue espressioni laiche, si confronta con un’idea di Dio. Ma chiediamoci: a quale Dio ci si riferisce, in questa nuova apparente pervasività del riferimento religioso? In particolare, quale idea di Dio è veicolata da chi interpreta la pandemia come una punizione celeste o da chi si chiede dove sia l’Onnipotente mentre il mondo si ammala o da chi invoca rimedi divini giusto per poter semplicemente tornare agli affari di prima o ancora da chi vi interpreta un argomento a favore dell’ateismo?

Sono consapevole, ovviamente, che questi riferimenti a un’immagine genericamente religiosa di Dio non nascondono l’esistenza della forza profetica di persone e comunità ecclesiali che, di fronte alla situazione presente, si sforzano piuttosto di rinnovare con coerenza la testimonianza e l’invocazione del Dio di Gesù Cristo, che è venuto a condividere la condizione umana.

Avvertiamo subito – può sembrare scontato, ma non credo lo sia – che fede e religione sono ben distinte. Soprattutto nelle prime settimane dell’incubo pandemico, si è diffuso nelle nostre comunità il consolatorio ritornello di chi mostrava con soddisfazione una presunta crescita di domanda religiosa. Fenomeno che magari è stato anche evidente, ma non proprio consolatorio, almeno nel suo insieme. La fede non può essere misurata con l’audience degli eventi religiosi…

La crescita di interesse per la ricerca di Dio può avere infatti diverse motivazioni, in ognuna delle quali ci sono sicuramente opportunità di grazia e semi di verità, che dobbiamo saper anche valorizzare. Ma davanti a questa crescita, non possiamo illuderci di raccogliere passivamente una messe già matura.

L’attenzione al sacro e alla preghiera può rivelare infatti una disposizione genuina dell’animo, ma può anche essere indice di atteggiamento superstizioso. Di conseguenza, la nostra risposta di pastori e comunità ecclesiali non può semplicemente assecondare una visione magico-religiosa di Dio, offrendo magari servizi paraliturgici come se fossero generi di conforto.

La presenza di Dio in mezzo al suo popolo passa attraverso i simulacri portati tra le strade (o addirittura tramite il Santissimo Sacramento recato di casa in casa)? Queste manifestazioni sono capaci di elevare il sentimento superstizioso-religioso o non possono finire piuttosto per assecondarlo? Con il grave rischio di aver strumentalizzato il Signore.

Bisogno di simboli religiosi o piuttosto bisogno di presenza di Chiesa?

Allora la risposta alla domanda dell’umanità non è tanto la presenza “secca” dei simboli del sacro tra le strade, ma la presenza viva e autentica dei cristiani.

La parola diretta di papa Francesco, così carica di prossimità e di franchezza, senza essere per nulla accomodante, è un paradigma di questa presenza. Ma la presenza mediatica del papa, per quanto esemplare per noi, non basta da sola.

La Chiesa è corpo, è storia, è incarnazione, è Vangelo, è carità che, sotto l’azione dello Spirito di Cristo, passa dalla voce, dai passi, dalle mani, dagli occhi, dalla mente, dal cuore di ciascuno dei suoi membri che vivono, in comunione con gli altri, all’interno di un territorio. È la presenza del nostro amore e della nostra parola che dobbiamo portare all’incontro con il mondo. Sarebbe fin troppo facile sostituirla con il passaggio di simulacri.

La presenza della Chiesa tra gli uomini prende su di sé la fatica di illuminare, di soccorrere, di offrire a favore di questo mondo. Se allora la paura della pandemia spinge istintivamente uomini e donne di oggi alla preghiera, la Chiesa non si ferma a compiacersene, ma prende a cuore la testimonianza di insegnare e mostrare che la preghiera, per quanto nasca da intenzioni spontanee, non è un’emozione passeggera, ma la ricerca del vero Dio di Gesù Cristo, perché ci possiamo disporre alla sua sequela.

Accogliamo quindi il kairos che stiamo vivendo, ma il kairos non è dato dall’audience incassata dalla preghiera, bensì da una Chiesa che, con umiltà, si pone a servizio della gente, affinché la preghiera emotiva di paura possa divenire conformazione più consapevole alla Parola della salvezza.

Come leggere la presenza di Dio

Contestualmente, non possiamo accettare una lettura di stampo fondamentalista, che debba vedere a tutti i costi nella pandemia un’azione diretta con cui Dio voglia rivelare o punire. Questo “Dio” non è il Dio che Gesù ha rivelato, diciamolo subito.

Con questo non vogliamo leggere l’esperienza della pandemia senza riferimento al Dio di Gesù Cristo, no di certo. Ogni realtà umana deve essere letta, interpretata e vissuta alla luce di Dio che si è rivelato nella carne, nella parola, nei gesti, nella croce, nella morte e nella risurrezione di Cristo, e che ha effuso il suo Spirito per vivificare l’umanità redenta e guidare la Chiesa a tutta la verità. In ogni realtà umana, infatti, soprattutto in certi momenti della storia che acquistano il valore di “segni dei tempi”, siamo chiamati a chiederci: come valorizzare i semi di bene che questa realtà oggi ci offre? Come accogliere le occasioni di conversione e di ravvedimento che questa situazione ci favorisce? Come rispondere alle esigenze di discernimento, giustizia, carità, testimonianza di fede a cui questa prova ci chiama?

Ecco, queste sono tracce possibili per rapportare una precisa condizione storica al Vangelo e viverla secondo il cuore di Dio. E certamente, nella sua provvidenza, il Signore può anche servirsi di certi eventi come “cause seconde”, cioè situazioni che hanno la loro origine dall’ordine della creazione e dalle responsabilità umane, ma che possono giungere come occasioni di richiamo dall’idolatria della mondanità, attraverso cui i figli sono ancora invitati a volgere il cuore verso l’amore del Padre e verso i più autentici valori che egli ha impresso nell’opera di creazione e redenzione. Ma niente a che vedere con “l’occasionalismo” stile Malebranche, che destituisce di ogni responsabilità e di ogni capacità effettiva qualsiasi azione sia stata causata dagli uomini o dagli enti naturali, come se ogni causa terrena non fosse altro che un’apparenza dell’unica causalità che manovra i fili del mondo, quella divina.

Nella stessa linea di pensiero filosofico-religioso si colloca la pretesa di leggere gli eventi come un oracolo, una minaccia, una punizione celeste. Che nei tempi ci sarebbero state e sempre ci saranno «terremoti, carestie e pestilenze» (cf. Lc 21,11), questo il Signore l’ha già detto nel Vangelo, presentando ai discepoli l’intera visione della storia in cui siamo chiamati a muoverci e perseverare. Ma queste realtà non segnano singolari e diretti interventi di Dio, bensì appartengono alla caducità che è tipica della realtà creata, nella quale l’uomo è stato posto.

Gli eventi della storia e della natura non possono essere sganciati dalle cause immanenti che li hanno prodotti, per essere arbitrariamente ricollegati a Dio come loro artefice diretto.

La pretesa di attribuire a Dio l’intenzione di intervenire direttamente tra le cause terrene, per creare un virus e imporlo agli uomini, è un atto con cui si nomina il nome di Dio invano e si offre di Lui un’immagine ben lontana da quella che Cristo ci ha rivelato.

Dio e le sue rappresentazioni

L’immagine di un Dio che decide una malattia o una catastrofe naturale non viene infatti dal Vangelo, ma piuttosto da una certa concezione filosofico-religiosa di stampo teista. Qualcuno ha parlato di Dio-tappabuchi, cioè di quella concezione del divino inteso come la forza superiore a cui ricorrere semplicemente per spiegare i fenomeni naturali e terreni di cui non capiamo la causa immanente. È un Dio destinato a indietreggiare, a non servire più, ogni qualvolta si scopre la causa naturale di quel dato fenomeno prima spiegato in modo soprannaturale.

Le cause naturali sono vere cause, e soprattutto alle azioni umane non può mai essere sottratta la dimensione della responsabilità soggettiva e diretta. Il concilio Vaticano II parla a tal proposito di «autonomia delle realtà terrestri», non nel senso che «le cose create non dipendono da Dio e che l’uomo può adoperarle senza riferirle al Creatore», ma nel senso che «le cose create e le stesse società hanno leggi e valori propri, che l’uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare» in modo conforme «al volere del Creatore» (GS 36).

Molte volte ci si chiede dove sia Dio, quando accadono situazioni di sofferenza, in cui anche i giusti patiscono; ma raramente ci si chiede innanzitutto dove sia l’uomo, come l’uomo abbia vissuto la sua responsabilità di custode del creato e di tutela del proprio fratello, in cosa l’uomo sia stato promotore dei guasti di questo pianeta e di questa società, a causa di proprie azioni, decisioni o omissioni.

Oppure ci si chiede come l’esistenza di sofferenze, pandemie, calamità possa conciliarsi con la presenza di un Dio Onnipotente e Provvidente. Ma la caducità del mondo e i suoi limiti sarebbero in contrasto con l’idea del dio orologiaio, non con il Dio di Gesù Cristo.

Davanti al Dio che si è rivelato nella storia della salvezza e ha portato a compimento la manifestazione di sé nel Figlio suo fatto uomo, non serve neanche pensare che Egli permetta le sofferenze nascondendosi, ritirandosi dalla creazione, lasciandola a se stessa. È la cosiddetta ipotesi cabalistica dello “Zimzum”, «un contrarsi di Dio per consentire l’accadere del mondo», un «abdicazione» da parte di Dio (Simone Weil), per lasciare spazio al libero arbitrio dell’uomo (H. Jonas).

La fragilità, luogo privilegiato in cui il Dio di Gesù Cristo si fa presente

La fragilità, la caducità del mondo terreno e le situazioni di sofferenza non richiedono l’assenza del Dio di Gesù Cristo, per poter essere spiegate. Tutt’altro. Il Dio di Gesù Cristo si rivela proprio nella sua presenza. Non basta neanche dire che Dio abita nel suo popolo che soffre, come nella sua shekînah (dov’era Dio ad Auschwitz? Abitava con il suo popolo, condivideva il suo dramma – rispondeva J. Moltmann).

Molto di più, in Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, Dio non solo abita con il suo popolo, ma prende la condizione del suo popolo, di ogni uomo. Davanti alla sofferenza umana, Dio non si è ritirato, ma ha preso la croce. Il dolore umano non è una contraddizione con la presenza del Dio Onnipotente, ma è luogo in cui Egli si manifesta il Dio-Amore. Tutto ciò che è autenticamente umano, non solo il dolore, può essere assunto da Dio come via della sua manifestazione e del suo dono di vita.

E allora, come possiamo tornare a considerare la pandemia alla luce della croce e della risurrezione di Cristo? Ecco, non basta interrogarsi sul rapporto causale tra l’insorgenza di un male e l’esistenza di Dio. Questo è un problema parziale, che richiede un contesto molto più ampio.

Alla luce di Cristo, la pandemia va letta in quest’altra ottica: come dobbiamo riconsiderare la nostra umanità, che si è lasciata andare a deliri di onnipotenza egoistica? Come dobbiamo accogliere la nostra fragilità e farne una coscienza di salvezza, di condivisione e solidarietà? Come dobbiamo vivere l’esperienza del limite quale contesto di responsabilità e di carità? Come condividere le sofferenze e le prove dei fratelli e delle sorelle, a livello globale? Come valorizzare questo difficile frangente perché cresca la coscienza di una globalizzazione della solidarietà? Come testimoniare il Vangelo in un mondo che, in qualche modo, può manifestare oggi una particolare sensibilità verso l’incontro con Dio?

Se è vero che, pur con tanti limiti, molti uomini e donne di oggi sono di nuovo sollecitati alla ricerca di Dio, è anche vero che la loro ricerca potrebbe naufragare verso dèi consolatori o antropomorfi. L’incontro con il Dio vivo e vero, Padre di Gesù Cristo, è affidato con particolare responsabilità a noi, alla Chiesa, con la forza dello Spirito.

E allora accettiamola con fede, questa responsabilità: non di rispondere alle paure del mondo con una facile e consolatoria proliferazione di simboli del sacro o di rassicurazioni fondamentaliste; ma responsabilità di attestare – con la franchezza del Vangelo, con la fatica della carità, con la soavità dello Spirito – che il Signore risorto è Colui che condivide le nostre fragilità, per farne segno e strumento della sua presenza che rinnova il mondo dal di dentro. Egli non ci risparmia dalla nostra caducità e non ci libera miracolisticamente da una pandemia. Noi non crediamo nel Dio che ci fa comodo.

Proprio perché ci chiama a vivere la carità dal di dentro della fragilità umana, egli si mostra il Dio vivo e vero, che realmente si è fatto carne e davvero è risorto. È in questo Dio, che noi crediamo. Aggiungo che il vescovo emerito di Roma, papa Benedetto XVI, nella Verbum Domini, ai numeri 11-12, afferma: «La fede apostolica testimonia che la Parola eterna si è fatta Uno di noi. La Parola divina si esprime davvero in parole umane. La tradizione patristica e medievale, nel contemplare questa “Cristologia della Parola”, ha utilizzato un’espressione suggestiva: il Verbo si è abbreviato.

I Padri della Chiesa, nella loro traduzione greca dell’Antico Testamento, trovavano una parola del profeta Isaia, che anche san Paolo cita per mostrare come le vie nuove di Dio fossero già preannunciate nell’Antico Testamento. Lì si leggeva: «Dio ha reso breve la sua Parola, l’ha abbreviata» (Is 10,23; Rm 9,28)… Il Figlio stesso è la Parola, è il Logos: la Parola eterna si è fatta piccola – così piccola da entrare in una mangiatoia».

La mangiatoia può qui ben rappresentare l’assoggettarsi di Dio alle leggi della natura, alla fragilità umana e anche all’eventualità di essere preda di sconvolgimenti naturali e biologici, inclusa la pandemia.

Una parabola moderna

Vorrei terminare con una sorta di parabola moderna, che ho letto in un sito e che sta circolando in questi giorni. Con il consenso dell’autore la inserisco e concludo.

… A Gesù, tornato per caso uno di questi ultimi giorni sulla terra, si presentò una piccola delegazione di personaggi per lo più illustri: c’era tra loro uno scienziato agnostico, un “credente” che riteneva, ed era così ritenuto, di avere una grande fede, un anticlericale incallito e pervicace e una casalinga, reclutata quasi di forza, all’ultimo istante, con la motivazione che occorreva portare da Gesù anche qualcuno che rappresentasse la gente semplice, la cosiddetta “gente di strada”. Cosa che poi non corrispondeva alla realtà, perché quella donna non vi trascorreva proprio il suo tempo, dovendo restare sempre in casa per accudire cinque figli, il marito e l’anziana suocera ammalata.

Prese la parola il più loquace, quello che riteneva di capire sempre tutto, di avere la risposta pronta ad ogni problema e di essere il rappresentante degli affari di Dio sulla terra. Insomma, di saperne non solo più degli altri, ma sicuramente più del maestro di Nazareth e quasi quasi più di Dio stesso. Se non osava dirlo e scacciava il pensiero come una tentazione, era solo per pudore o magari per paura di peccare (e che peccato!) di superbia.

«Maestro – disse – vorremmo sapere il tuo parere sulle cause di questa pandemia che sta imperversando nel mondo. Io affermo che è stata mandata da Dio per punire gli uomini di tutti i loro peccati. Soprattutto quelli di immoralità. L’immoralità galoppante che è la perversione sessuale, la distruzione del matrimonio, l’indulgenza della Chiesa, soprattutto di questo papa attuale, verso la generale depravazione dei costumi. Dio si è stancato di tutto ciò e ha mandato questo flagello».

«Ma quale punizione della Chiesa? – reagì prontamente l’anticlericale –. La Chiesa è un’associazione inventata dagli uomini, per fare profitti e per ingannare la gente povera e semplice. La pandemia è scoppiata per motivi che la scienza non ha ancora chiarito, perché non li sa chiarire o piuttosto non li vuole chiarire, perché ha essa la colpa di quanto succede, per la manomissione genetica di tutto, persino dei virus e per l’insaziabile ingordigia di voler dominare tutto e tutti attraverso la tecnologia. Non è così Gesù?».

Gesù non rispose. Ascoltava tutti con attenzione e seguiva con lo sguardo i volti e le espressioni che di volta in volta quelle parole suscitavano.

«Eh no, non può rispondere, non sa rispondere – disse lo scienziato agnostico –. Il problema non riguarda né lui né Dio. Riguarda le leggi naturali del mondo organico invisibile, che si annida, si moltiplica e vive a miliardi nelle pieghe dei corpi animali, tra i quali anche il corpo umano. Di questo mondo fanno parte anche i virus, che mutano continuamente, alcuni in maniera malevola verso l’organismo, che suo malgrado li ospita. Diventano aggressivi e persino mortali, emigrano da un corpo all’altro e si diffondono a dismisura. Poi, finalmente, come se capissero che se muoiono tutti, muoiono anche loro, si modificano in forme meno aggressive e così possono continuare a vivere negli organismi. Del resto questi, finché possono, si difendono con gli anticorpi e ciò favorisce la sopravvivenza e il miglioramento della specie…».

«Già, è questo ciò che date a bere al popolino, ignorante – lo interruppe il super-credente –. Ma anche se fosse, tutto questo non è che lo strumento divino per selezionare i migliori e far perire i peggiori di questa umanità corrotta. Non è così, signora? – disse rivolgendosi alla donna che avevano quasi costretta ad andare con loro da Gesù –.

«Io non capisco tutti i vostri discorsi – disse la donna –. So solo che da mamma quale sono, non farei mai quella che voi chiamate selezione tra figli buoni e figli cattivi. Il mio amore verso di loro resta, anche quando fanno il male e perfino quando mi offendono. Se qualche volta li ho dovuti punire, anziché far loro del male, ho semplicemente fatto finta di essere indifferente verso di loro. Spesso hanno scambiato tale punizione per una diminuzione del mio amore e sono tornati da me chiedendomi scusa. Non potrebbe essere che Dio fa qualcosa del genere con noi uomini?».

«Siamo alle solite – replicò l’anticlericale – che non smetteva di guardare alternativamente verso la donna e verso Gesù. È l’invenzione della cosiddetta pedagogia di Dio, recentemente inventata dalla Chiesa, per addolcire il ricordo storico dei roghi per gli eretici e per le cosiddette streghe…».

«Tutte fandonie – lo interruppe con veemenza il super-credente. Ma adesso, Gesù, è davvero il momento che tu intervenga, che ti difenda e dica il tuo parere» – disse rivolgendosi verso il Maestro, al cui braccio diede persino un leggero strattone, aggiungendo però: «Scusa maestro, innanzi tutto perché ti ho toccato e poi perché ho trasgredito la norma del distanziamento sociale, o come meglio si dovrebbe dire, del distanziamento fisico. Allora, Gesù?».

Gesù guardò i volti dei suoi interlocutori ad uno ad uno, in un silenzio quasi surreale. Ciascuno poté cogliere in quegli occhi nessuna espressione di risentimento, né disprezzo, né stizza. Anche l’anticlericale incallito si sentiva come capito, almeno in ciò che di valido c’era al fondo della sua acredine, e così pure lo scienziato agnostico. Verso la donna del popolo Gesù aveva uno sguardo tutto particolare. Lei avvertì persino un moto di affetto: l’affetto di un figlio diventato importante, ma che non ha dimenticato, anzi apprezza ora più di prima l’affetto della mamma.

Solo verso il super-credente Gesù ebbe un leggero moto di fastidio. Simile quello che lo aveva colto nelle interminabili discussioni con i farisei, al tempo della sua prima venuta sulla terra. Sì, solo con loro, che volevano impedire l’accesso a Dio dei semplici e che in nome di Dio, imponevano una legge e una sua immagine che era solo il frutto del loro orgoglio e delle loro paure.

Poi domandò a tutti: «Vedo che portate una mascherina sul volto e vi mantenete, giustamente, a distanza. Anche tu, eh, che ti ritieni giusto e quindi non dovresti avere paura del contagio? Ma perché fate questo? Perché date quest’importanza e quest’onore a questi mezzi che sono solo mezzi umani?».

«Perché sono mezzi necessari previsti, anzi imposti dalla scienza per evitare il contagio – rispose lo scienziato – con l’accondiscendenza di tutti». «Allora – concluse Gesù – date a Dio ciò che è di Dio e alla scienza medica ciò che è di sua competenza».

  • Francesco Savino è vescovo di Cassano allo Ionio.

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