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Il dialogo con l’Islam è necessario. Nessun incitamento violento garantirà la pace

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Un video postato su Twitter mostra la scena raccapricciante di un cucciolo di cane gettato in un burrone. Tutte le persone rimangono inorridite e indignate davanti a tanta ferocia disumana. Ma alzando lo sguardo dal video si resta impressionati anche dalla didascalia: “Musulmano getta cane nel vuoto”. Questo delitto invece con l’Islam non c’entra nulla. Alcuni ragazzi italiani, certamente battezzati, a Monopoli qualche giorno fa hanno fatto lo stesso con un pensionato.

La religione non c’entra proprio con tutto questo. Anche perché in realtà nella dottrina islamica qualsiasi atto di maltrattamento verso un cane o qualsiasi altra creatura vivente è proibito, ed è considerato un peccato; se anche si tratta di necessità, come il difendersi da un animale pericoloso, bisogna evitare il più possibile di farlo soffrire. Alcune narrazioni che si trovano nelle raccolte tradizionali come gli hadith – i detti di Maometto e di altri saggi – che danno l’impressione di essere contro i cani, erano in realtà dirette a stabilire un rapporto più equilibrato con questi animali: ai tempi dell’Arabia preislamica (jahiliyya = ignoranza dell’Islam), le persone erano solite vivere a stretto contatto con i loro cani, al punto da arrivare a dormire con loro e mangiare negli stessi piatti.

Questo brutto episodio dell’attribuzione a un generico musulmano dell’uccisione cruenta e barbara di un cucciolo, consumato su Twitter, mi è venuto in mente leggendo le parole di Islam Béheiri, un noto intellettuale egiziano, sulla Conferenza Internazionale per la pace alla quale hanno partecipato ad Al-Azhar anche Papa Francesco e Bartolomeo I: “Quanti si illudono che il terrorismo di matrice religiosa farà un passo indietro sono dei sognatori. È ancora troppo presto. Nessuno vuole davvero contrastare queste ideologie e Daesh”. Secondo Béheiri, “la questione da affrontare è ben altra: “Vi sono infatti dei testi, nella nostra giurisprudenza classica, che incitano alla violenza. Vediamo persone che si fanno saltare in aria uccidendo decine di persone perché hanno letto testi che danno loro carta bianca per uccidere chiunque, per la semplice ragione che possiedono una fede incrollabile in base alla quale fanno del bene verso Dio immolandosi e uccidendo molte altre persone insieme a loro”. Bersaglio della critica è il grande imam  Ahmad al-Tayyib, che ha invitato il Papa. “Ci troviamo davvero di fronte a un problema grave: la persona chiamata a combattere per prima il terrorismo religioso non conosce nemmeno le cause della sua esistenza”. Da qui l’Invito all’amministrazione egiziana a rivedere minuziosamente le opinioni dello sceicco Al-Tayeb. Perché “ in base al suo pensiero, lo Stato non sarà mai in grado di mettere fine alle violenze”.

Ed ecco riproposta dopo 10 anni, stavolta però da un intellettuale islamico, la denuncia della lectio magistralis di Benedetto XVI a Ratisbona, che infiammò il mondo islamico, mentre finalmente Papa Francesco ha ricucito quella ferita in parte basata su un equivoco relativo alle parole del Papa tedesco che in realtà aveva letto una citazione di Manuele II Paleologo non volendo farla sua.

Come quella di Benedetto, almeno nella sua riduzione giornalistica, anche questa denuncia, al di là del problema se sia fondata o meno,  e sembra proprio che non lo sia, certo non aiuta la causa della pace ma semplicemente esacerba gli animi. Tanto che ci sono voluti 10 anni a ricucire quello “strappo” al dialogo interreligioso.

In Egitto come “pellegrino di pace”, Papa Francesco ha dunque finalmente davvero seppellito  l’incidente di Ratisbona  (che è costato anche qualche vita innocente negli incidenti di piazza seguiti alla lectio magistralis in diversi paesi). E lo ha fatto gettando il cuore oltre l’ostacolo. Infatti non ha semplicemente ribadito la condanna di san Giovanni Paolo II delle pretese giustificazioni religiose della violenza, ma ha fatto un notevole passo in avanti usando la parola “smascherare”.

In Egitto, il Papa ha chiesto ai leader islamici di di impegnarsi a “smascherare la violenza che si traveste di presunta sacralità, facendo leva sull’assolutizzazione degli egoismi anziché sull’autentica apertura all’Assoluto”.  Cioè di opporsi al terrorismo non solo prendendo le distanze dai violenti che si annidano nelle loro moschee e comunità, ma denunciandoli, così come ha chiesto a vescovi e preti cattolici di impegnarsi perché le vittime degli abusi abbiano giustizia. Situazioni diverse, ma che richiedono lo stesso coraggio e la stessa trasparenza. “Siamo tenuti a denunciare – ha detto il Papa ai leader religiosi riuniti a Al-Azhar – le violazioni contro la dignità umana e contro i diritti umani, a portare alla luce i tentativi di giustificare ogni forma di odio in nome della religione e a condannarli come falsificazione idolatrica di Dio: il suo nome è Santo, Egli è Dio di pace, Dio salam”. Secondo il Papa, “nessun incitamento violento garantirà la pace, e ogni azione unilaterale che non avvii processi costruttivi e condivisi è in realtà un regalo ai fautori dei radicalismi e della violenza”. “Oggi – ha scandito Francesco – c’è bisogno costruttori di pace, non di provocatori di conflitti; di pompieri e non di incendiari; di predicatori di riconciliazione e non di banditori di distruzione”.

“Dio gradisce solo la fede professata con la vita, perché l’unico estremismo ammesso per i credenti è quello della carità! Qualsiasi altro estremismo non viene da Dio e non piace a lui! Per Dio, è meglio non credere che essere un falso credente, un ipocrita!”, ha detto nella  messa celebrata nell’Air Defense Stadium, per i fedeli cattolici (presenti però  anche copti ortodossi e musulmani).  Parole che se si riferiscono al contesto egiziano, dove l’integralismo religioso sconfina nel terrorismo filo Isis, valgono per tutti, a cominciare dalla chiesa locale. E valgono evidentemente anche per l’Italia, dove ancora infuriano le polemiche sulle Ong che salvano i migranti in mare.

Marco Benotti

Redazionehttps://www.spesalvi.it
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La religione non c’entra proprio con tutto questo. Anche perché in realtà nella dottrina islamica qualsiasi atto di maltrattamento verso un cane o qualsiasi altra creatura vivente è proibito, ed è considerato un peccato; se anche si tratta di necessità, come il difendersi da un animale pericoloso, bisogna evitare il più possibile di farlo soffrire. Alcune narrazioni che si trovano nelle raccolte tradizionali come gli hadith – i detti di Maometto e di altri saggi – che danno l’impressione di essere contro i cani, erano in realtà dirette a stabilire un rapporto più equilibrato con questi animali: ai tempi dell’Arabia preislamica (jahiliyya = ignoranza dell’Islam), le persone erano solite vivere a stretto contatto con i loro cani, al punto da arrivare a dormire con loro e mangiare negli stessi piatti.

Questo brutto episodio dell’attribuzione a un generico musulmano dell’uccisione cruenta e barbara di un cucciolo, consumato su Twitter, mi è venuto in mente leggendo le parole di Islam Béheiri, un noto intellettuale egiziano, sulla Conferenza Internazionale per la pace alla quale hanno partecipato ad Al-Azhar anche Papa Francesco e Bartolomeo I: “Quanti si illudono che il terrorismo di matrice religiosa farà un passo indietro sono dei sognatori. È ancora troppo presto. Nessuno vuole davvero contrastare queste ideologie e Daesh”. Secondo Béheiri, “la questione da affrontare è ben altra: “Vi sono infatti dei testi, nella nostra giurisprudenza classica, che incitano alla violenza. Vediamo persone che si fanno saltare in aria uccidendo decine di persone perché hanno letto testi che danno loro carta bianca per uccidere chiunque, per la semplice ragione che possiedono una fede incrollabile in base alla quale fanno del bene verso Dio immolandosi e uccidendo molte altre persone insieme a loro”. Bersaglio della critica è il grande imam  Ahmad al-Tayyib, che ha invitato il Papa. “Ci troviamo davvero di fronte a un problema grave: la persona chiamata a combattere per prima il terrorismo religioso non conosce nemmeno le cause della sua esistenza”. Da qui l’Invito all’amministrazione egiziana a rivedere minuziosamente le opinioni dello sceicco Al-Tayeb. Perché “ in base al suo pensiero, lo Stato non sarà mai in grado di mettere fine alle violenze”.

Ed ecco riproposta dopo 10 anni, stavolta però da un intellettuale islamico, la denuncia della lectio magistralis di Benedetto XVI a Ratisbona, che infiammò il mondo islamico, mentre finalmente Papa Francesco ha ricucito quella ferita in parte basata su un equivoco relativo alle parole del Papa tedesco che in realtà aveva letto una citazione di Manuele II Paleologo non volendo farla sua.

Come quella di Benedetto, almeno nella sua riduzione giornalistica, anche questa denuncia, al di là del problema se sia fondata o meno,  e sembra proprio che non lo sia, certo non aiuta la causa della pace ma semplicemente esacerba gli animi. Tanto che ci sono voluti 10 anni a ricucire quello “strappo” al dialogo interreligioso.

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In Egitto, il Papa ha chiesto ai leader islamici di di impegnarsi a “smascherare la violenza che si traveste di presunta sacralità, facendo leva sull’assolutizzazione degli egoismi anziché sull’autentica apertura all’Assoluto”.  Cioè di opporsi al terrorismo non solo prendendo le distanze dai violenti che si annidano nelle loro moschee e comunità, ma denunciandoli, così come ha chiesto a vescovi e preti cattolici di impegnarsi perché le vittime degli abusi abbiano giustizia. Situazioni diverse, ma che richiedono lo stesso coraggio e la stessa trasparenza. “Siamo tenuti a denunciare – ha detto il Papa ai leader religiosi riuniti a Al-Azhar – le violazioni contro la dignità umana e contro i diritti umani, a portare alla luce i tentativi di giustificare ogni forma di odio in nome della religione e a condannarli come falsificazione idolatrica di Dio: il suo nome è Santo, Egli è Dio di pace, Dio salam”. Secondo il Papa, “nessun incitamento violento garantirà la pace, e ogni azione unilaterale che non avvii processi costruttivi e condivisi è in realtà un regalo ai fautori dei radicalismi e della violenza”. “Oggi – ha scandito Francesco – c’è bisogno costruttori di pace, non di provocatori di conflitti; di pompieri e non di incendiari; di predicatori di riconciliazione e non di banditori di distruzione”.

“Dio gradisce solo la fede professata con la vita, perché l’unico estremismo ammesso per i credenti è quello della carità! Qualsiasi altro estremismo non viene da Dio e non piace a lui! Per Dio, è meglio non credere che essere un falso credente, un ipocrita!”, ha detto nella  messa celebrata nell’Air Defense Stadium, per i fedeli cattolici (presenti però  anche copti ortodossi e musulmani).  Parole che se si riferiscono al contesto egiziano, dove l’integralismo religioso sconfina nel terrorismo filo Isis, valgono per tutti, a cominciare dalla chiesa locale. E valgono evidentemente anche per l’Italia, dove ancora infuriano le polemiche sulle Ong che salvano i migranti in mare.

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