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Il bello della Chiesa

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Non si potevano spendere questi soldi per i poveri? E’ esattamente quello che è stato fatto…

Qualche tempo fa, visitavo la Certosa di Pavia in compagnia di un amico francese; essendo una persona colta, non poteva che ammirarne le bellezze. Da buon francese laico però non poté trattenersi: ma non fa scandalo tutto questo uso di risorse per la ricchezze? Non era meglio destinare i soldi raccolti fra i fedeli per i poveri?

Umilmente gli indicai le celle dei certosini, che ora sono, ahimè, vuote, per la semplice ragione che non c’è più nessuno disposto a sopportarne le rigorose condizioni di vita.

Fece un gesto di intesa, sembrò capire, ma non ne sono sicuro.

Ora, pur non facendo riferimento a documenti ufficiali della Chiesa, mi sembra giusto fare chiarezza su un argomento che da troppo tempo – a torto – viene impugnato come prova della corruzione della Chiesa: un conto è la condotta personale degli ecclesiastici, che deve essere necessariamente improntata a frugalità, un conto è il luogo di culto, che deve avvicinare il popolo alla bellezza del Paradiso.

In fondo non dobbiamo fare altro che seguire l’esempio di uno che di povertà ha vissuto, San Francesco d’Assisi, il quale ha preteso per sé e per i suoi prove normalmente insopportabili dal punto di vista dell’indigenza, ma che richiedeva che “I calici, i corporali, gli ornamenti dell’altare e tutto ciò che serve al sacrificio, devono essere preziosi”.
Probabilmente San Francesco aveva in mente il famoso episodio di Giovanni 12,1-11, in cui Maria di Betania usa del profumo preziosissimo per ungere i piedi di Gesù; è proprio Giuda, ladro e traditore, che usa l’argomento dei poveri: “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento danari per poi darli ai poveri?”
Le cose preziose infatti servono a rendere onore a chi ne è meritevole, come i re e le regine. Altrimenti servono solo per arricchimento personale.

E chi è più meritevole di Dio? E la chiesa, intesa come edificio, non è forse la casa di Dio?
In una chiesa le cose preziose servono a rendere desiderabile il Paradiso, richiamano con la bellezza una bellezza superiore.
E le chiese belle e ricche regalano bellezza a tutti, anche ai poveri.

Quando entriamo nella Chiesa di Sant’Agostino a Roma e ci soffermiamo incantati a guardare la Madonna dei Pellegrini del Caravaggio, non pensiamo a chi erano i destinatari di quel dipinto: erano proprio i pellegrini, i miseri visitatori della chiesa, vestiti di stracci, che attraverso il dipinto capivano, meglio di qualsiasi parola, che la Madonna aspettava proprio loro, e che la divinità non ha l’aspetto terribile di un Allah implacabile, ma ha l’aspetto innocente di un bambino in braccio alla propria madre.

La gente si conquista con la bellezza e la tenerezza.

Quindi gli agostiniani hanno speso un sacco di soldi (Caravaggio non lavorava mica gratis) ma hanno dato qualcosa di più ai poveri, che non il solo pane: hanno regalato la bellezza.Michelangelo_Caravaggio_001
A questo proposito mi viene in mente l’episodio del poeta Rainer Maria Rilke, il quale, avendo visto una mendicante, invece di porgerle denaro, le ha regalato una rosa, gesto che la commosse profondamente: il denaro alimenta il corpo, la bellezza ci dà la misura della nostra dignità.
E ancora, si dice che sia meglio regalare ai poveri una canna da pesca, piuttosto che dare il pesce.
La Chiesa fa questo: mi volete spiegare l’origine dell’artigianato italiano se non grazie alle innumerevoli committenze della Chiesa, che hanno ricoperto ogni settore dell’arte e della cultura, e che sono diventate una immensa palestra del bello?

Per realizzare una chiesa barocca servivano architetti, muratori, stuccatori, falegnami, decoratori, pittori, marmisti, scalpellini, vetrai, insomma una quantità impressionante di competenze e di manodopera. Senza tenere conto della liturgia: per questo servono tessitori, sarti, tipografi, rilegatori, orafi, profumieri, cererie, musicisti, cantori e vignaioli (per il vino della messa).

Quindi la Chiesa ha creato ricchezza non dando elemosina, ma dando lavoro a tanta gente, inventando da sempre il valore dell’immateriale, una delle espressioni del marketing più avanzato.
Senza la Chiesa non ci si spiega nemmeno la propensione alla bellezza dell’Italia; è solo grazie alla nostra abitudine dello sguardo a vedere cose belle, proprio all’interno delle chiese, che siamo in grado di creare cose belle. Il design e la moda nascono grazie alla chiesa cattolica: del resto è notoria la sciatteria nel vestire dei paesi protestanti.
Un piccolo particolare: ci si dimentica che il tutto è realizzato con le offerte della popolazione, la quale, una volta finita l’opera, è chiamata alla libera e gratuita contemplazione.

Queste bellezze sono godibili ancora oggi: i visitatori più intelligenti e colti si commuovono, i più ottusi dicono: ma non si potevano spendere i soldi per i poveri?

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Non si potevano spendere questi soldi per i poveri? E’ esattamente quello che è stato fatto…

Qualche tempo fa, visitavo la Certosa di Pavia in compagnia di un amico francese; essendo una persona colta, non poteva che ammirarne le bellezze. Da buon francese laico però non poté trattenersi: ma non fa scandalo tutto questo uso di risorse per la ricchezze? Non era meglio destinare i soldi raccolti fra i fedeli per i poveri?

Umilmente gli indicai le celle dei certosini, che ora sono, ahimè, vuote, per la semplice ragione che non c’è più nessuno disposto a sopportarne le rigorose condizioni di vita.

Fece un gesto di intesa, sembrò capire, ma non ne sono sicuro.

Ora, pur non facendo riferimento a documenti ufficiali della Chiesa, mi sembra giusto fare chiarezza su un argomento che da troppo tempo – a torto – viene impugnato come prova della corruzione della Chiesa: un conto è la condotta personale degli ecclesiastici, che deve essere necessariamente improntata a frugalità, un conto è il luogo di culto, che deve avvicinare il popolo alla bellezza del Paradiso.

In fondo non dobbiamo fare altro che seguire l’esempio di uno che di povertà ha vissuto, San Francesco d’Assisi, il quale ha preteso per sé e per i suoi prove normalmente insopportabili dal punto di vista dell’indigenza, ma che richiedeva che “I calici, i corporali, gli ornamenti dell’altare e tutto ciò che serve al sacrificio, devono essere preziosi”.
Probabilmente San Francesco aveva in mente il famoso episodio di Giovanni 12,1-11, in cui Maria di Betania usa del profumo preziosissimo per ungere i piedi di Gesù; è proprio Giuda, ladro e traditore, che usa l’argomento dei poveri: “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento danari per poi darli ai poveri?”
Le cose preziose infatti servono a rendere onore a chi ne è meritevole, come i re e le regine. Altrimenti servono solo per arricchimento personale.

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In una chiesa le cose preziose servono a rendere desiderabile il Paradiso, richiamano con la bellezza una bellezza superiore.
E le chiese belle e ricche regalano bellezza a tutti, anche ai poveri.

Quando entriamo nella Chiesa di Sant’Agostino a Roma e ci soffermiamo incantati a guardare la Madonna dei Pellegrini del Caravaggio, non pensiamo a chi erano i destinatari di quel dipinto: erano proprio i pellegrini, i miseri visitatori della chiesa, vestiti di stracci, che attraverso il dipinto capivano, meglio di qualsiasi parola, che la Madonna aspettava proprio loro, e che la divinità non ha l’aspetto terribile di un Allah implacabile, ma ha l’aspetto innocente di un bambino in braccio alla propria madre.

La gente si conquista con la bellezza e la tenerezza.

Quindi gli agostiniani hanno speso un sacco di soldi (Caravaggio non lavorava mica gratis) ma hanno dato qualcosa di più ai poveri, che non il solo pane: hanno regalato la bellezza.Michelangelo_Caravaggio_001
A questo proposito mi viene in mente l’episodio del poeta Rainer Maria Rilke, il quale, avendo visto una mendicante, invece di porgerle denaro, le ha regalato una rosa, gesto che la commosse profondamente: il denaro alimenta il corpo, la bellezza ci dà la misura della nostra dignità.
E ancora, si dice che sia meglio regalare ai poveri una canna da pesca, piuttosto che dare il pesce.
La Chiesa fa questo: mi volete spiegare l’origine dell’artigianato italiano se non grazie alle innumerevoli committenze della Chiesa, che hanno ricoperto ogni settore dell’arte e della cultura, e che sono diventate una immensa palestra del bello?

Per realizzare una chiesa barocca servivano architetti, muratori, stuccatori, falegnami, decoratori, pittori, marmisti, scalpellini, vetrai, insomma una quantità impressionante di competenze e di manodopera. Senza tenere conto della liturgia: per questo servono tessitori, sarti, tipografi, rilegatori, orafi, profumieri, cererie, musicisti, cantori e vignaioli (per il vino della messa).

Quindi la Chiesa ha creato ricchezza non dando elemosina, ma dando lavoro a tanta gente, inventando da sempre il valore dell’immateriale, una delle espressioni del marketing più avanzato.
Senza la Chiesa non ci si spiega nemmeno la propensione alla bellezza dell’Italia; è solo grazie alla nostra abitudine dello sguardo a vedere cose belle, proprio all’interno delle chiese, che siamo in grado di creare cose belle. Il design e la moda nascono grazie alla chiesa cattolica: del resto è notoria la sciatteria nel vestire dei paesi protestanti.
Un piccolo particolare: ci si dimentica che il tutto è realizzato con le offerte della popolazione, la quale, una volta finita l’opera, è chiamata alla libera e gratuita contemplazione.

Queste bellezze sono godibili ancora oggi: i visitatori più intelligenti e colti si commuovono, i più ottusi dicono: ma non si potevano spendere i soldi per i poveri?

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