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HomeParola di DioIl Vangelo della Festa - Anno CIII Domenica di Quaresima - Anno C - 3 marzo 2013

III Domenica di Quaresima – Anno C – 3 marzo 2013

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Il Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe, non agisce “nonostante” gli uomini; la sua salvezza si realizza nella storia, chiamando in causa la decisione e la libertà dell’uomo.
Il Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe, non agisce “nonostante” gli uomini; la sua salvezza si realizza nella storia, chiamando in causa la decisione e la libertà dell’uomo.

Un Dio ostinato per un popolo ostinato.

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Es 3,1-8a.13-15

1Cor 10,1-6.10-12

Lc 13,1-9

 

«Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (Lc 13, 3). La contropartita della gioiosa proclamazione del vangelo è l’esigenza della conversione. Convertirsi è più che fare devozione: è cambiare il senso della vita alla luce della realtà di Dio. Questa mimica nasce soltanto da un incontro reale e aperto con Dio.

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Il Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe, non agisce “nonostante” gli uomini; la sua salvezza si realizza nella storia, chiamando in causa la decisione e la libertà dell’uomo.

La vicenda di Mosè si colloca sul teatro della sofferenza ingiusta del popolo di Dio in Egitto; per fedeltà, Dio interviene chiamando Mosè affinché si metta al servizio della sua opera salvifica. Dio ha scelto Israele, che ora può fare affidamento su di lui; l’haggadah di Pesach è la prova di questa fedeltà che si pone in netta contrapposizione con la mormorazione del popolo: alla gratuità di Dio, il popolo risponde chiedendo segni straordinari ed efficaci. Ma Adonai si “ostina” ad amare lo stesso questo popolo ribelle ed inquieto.

Paolo, scrivendo alla comunità di Corinto, invita la problematica realtà a non “mormorare”, a non porsi nell’atteggiamento che fu proprio dei loro antenati: il non fidarsi di Dio. È vero che Dio offre a tutti benevolenza e amore; tuttavia, è altrettanto vero che non tutti gli uomini rispondono allo stesso modo. Solo la fede radicale, infatti, sottrae l’uomo alla tentazione della mormorazione e dell’idolatria.

Il testo evangelico, invece, ci presenta nel suo contesto alcuni uomini che informano Gesù circa dei Galilei messi a morte da Pilato. La domanda sollevata da Gesù: «Credete che quei Galilei fossero…» (Lc 13,2) e ripresa poco dopo «Credete che fossero…» (Lc 13,4) rimanda alla concezione religiosa del tempo, secondo la quale determinate sventure e dolori erano ritenuti una conseguenza del proprio peccato (o dei propri padri).

La disgrazia sarebbe dunque vista come castigo divino e imputabile a precipue colpe non redente, da qui anche lo svilupparsi dei riti di purificazione o propiziatori. Tale concezione non è affatto superata, anzi, sembra insita nel cuore dell’uomo, ancora oggi. Il vangelo però, ci insegna che, gli eventi negativi vanno considerati come segni e richiami alla conversione, occasione di purificazione e “messa a punto”. A parole tutto sembra facile, ma il principio della conversione risiede nel chiedersi il perché della notte, non quando giungerà l’alba.

Ad una prima lettura, le reazioni di Gesù appaiono sorprendenti. Egli non denuncia né la barbarie di Pilato, né l’incompetenza dei costruttori della torre; parla, invece, di peccato e invita alla conversione sotto pena di dannazione. Di fronte al dramma, Gesù non si rivolge al passato per stabilire colpe o colpevoli, ma invita i suoi interlocutori a interrogarsi e a guardare avanti. Misurandosi con questi avvenimenti improvvisi e inquietanti, Gesù invita gli ascoltatori a rivolgersi all’essenziale: cercare la comunione con Dio, convertirsi, dare il giusto senso alla propria vita.

Convertirsi e portare frutto: questa duplice esigenza emerge con forza dalla controversia e dalla parabola. Convertirsi significa lasciare che il vangelo entri nella propria vita di modo che, poco per volta, possa occupare tutta l’esistenza, sorretti dalla certezza evangelica secondo la quale «chi si perde si ritrova» (Lc 9,24). Una prospettiva esigente, certamente.

Tuttavia, occorre ricordare la novità introdotta dalla seconda parte della parabola: non separare mai la radicalità del vangelo dalla certezza dell’amore ostinatamente misericordioso di Dio, oggi. Solo allora la conversione è veramente cristiana: risposta, cioè, ad un dono che ci precede, ad una voce che chiama, ad un amore che interpella.

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G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra della Diocesi di Termoli-Larino e docente di Religione Cattolica nella stessa Diocesi. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.
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III Domenica di Quaresima – Anno C – 3 marzo 2013

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Il Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe, non agisce “nonostante” gli uomini; la sua salvezza si realizza nella storia, chiamando in causa la decisione e la libertà dell’uomo.
Il Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe, non agisce “nonostante” gli uomini; la sua salvezza si realizza nella storia, chiamando in causa la decisione e la libertà dell’uomo.

Un Dio ostinato per un popolo ostinato.

Es 3,1-8a.13-15

1Cor 10,1-6.10-12

Lc 13,1-9

 

«Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (Lc 13, 3). La contropartita della gioiosa proclamazione del vangelo è l’esigenza della conversione. Convertirsi è più che fare devozione: è cambiare il senso della vita alla luce della realtà di Dio. Questa mimica nasce soltanto da un incontro reale e aperto con Dio.

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Il Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe, non agisce “nonostante” gli uomini; la sua salvezza si realizza nella storia, chiamando in causa la decisione e la libertà dell’uomo.

La vicenda di Mosè si colloca sul teatro della sofferenza ingiusta del popolo di Dio in Egitto; per fedeltà, Dio interviene chiamando Mosè affinché si metta al servizio della sua opera salvifica. Dio ha scelto Israele, che ora può fare affidamento su di lui; l’haggadah di Pesach è la prova di questa fedeltà che si pone in netta contrapposizione con la mormorazione del popolo: alla gratuità di Dio, il popolo risponde chiedendo segni straordinari ed efficaci. Ma Adonai si “ostina” ad amare lo stesso questo popolo ribelle ed inquieto.

Paolo, scrivendo alla comunità di Corinto, invita la problematica realtà a non “mormorare”, a non porsi nell’atteggiamento che fu proprio dei loro antenati: il non fidarsi di Dio. È vero che Dio offre a tutti benevolenza e amore; tuttavia, è altrettanto vero che non tutti gli uomini rispondono allo stesso modo. Solo la fede radicale, infatti, sottrae l’uomo alla tentazione della mormorazione e dell’idolatria.

Il testo evangelico, invece, ci presenta nel suo contesto alcuni uomini che informano Gesù circa dei Galilei messi a morte da Pilato. La domanda sollevata da Gesù: «Credete che quei Galilei fossero…» (Lc 13,2) e ripresa poco dopo «Credete che fossero…» (Lc 13,4) rimanda alla concezione religiosa del tempo, secondo la quale determinate sventure e dolori erano ritenuti una conseguenza del proprio peccato (o dei propri padri).

La disgrazia sarebbe dunque vista come castigo divino e imputabile a precipue colpe non redente, da qui anche lo svilupparsi dei riti di purificazione o propiziatori. Tale concezione non è affatto superata, anzi, sembra insita nel cuore dell’uomo, ancora oggi. Il vangelo però, ci insegna che, gli eventi negativi vanno considerati come segni e richiami alla conversione, occasione di purificazione e “messa a punto”. A parole tutto sembra facile, ma il principio della conversione risiede nel chiedersi il perché della notte, non quando giungerà l’alba.

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Ad una prima lettura, le reazioni di Gesù appaiono sorprendenti. Egli non denuncia né la barbarie di Pilato, né l’incompetenza dei costruttori della torre; parla, invece, di peccato e invita alla conversione sotto pena di dannazione. Di fronte al dramma, Gesù non si rivolge al passato per stabilire colpe o colpevoli, ma invita i suoi interlocutori a interrogarsi e a guardare avanti. Misurandosi con questi avvenimenti improvvisi e inquietanti, Gesù invita gli ascoltatori a rivolgersi all’essenziale: cercare la comunione con Dio, convertirsi, dare il giusto senso alla propria vita.

Convertirsi e portare frutto: questa duplice esigenza emerge con forza dalla controversia e dalla parabola. Convertirsi significa lasciare che il vangelo entri nella propria vita di modo che, poco per volta, possa occupare tutta l’esistenza, sorretti dalla certezza evangelica secondo la quale «chi si perde si ritrova» (Lc 9,24). Una prospettiva esigente, certamente.

Tuttavia, occorre ricordare la novità introdotta dalla seconda parte della parabola: non separare mai la radicalità del vangelo dalla certezza dell’amore ostinatamente misericordioso di Dio, oggi. Solo allora la conversione è veramente cristiana: risposta, cioè, ad un dono che ci precede, ad una voce che chiama, ad un amore che interpella.

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G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra della Diocesi di Termoli-Larino e docente di Religione Cattolica nella stessa Diocesi. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.
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