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HomeParola di DioIl Vangelo della Festa - Anno CII Domenica di Quaresima - Anno C - 24 Febbraio 2013

II Domenica di Quaresima – Anno C – 24 Febbraio 2013

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Ora è tempo di esodo.
Ora è tempo di esodo.

Perché avessimo la luce,

fu necessario che si fece buio su tutta la terra.

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Gen 15,5-12.17-18

Fil 3,17-4,1

Lc 9,28-36

 

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«Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme» (Lc 9,29-31). La luce intensa e abbagliante della trasfigurazione è intimamente connessa all’opacità del venerdì santo, giorno della croce; infatti, perché avessimo la luce, fu necessario che si fece buio su tutta la terra. L’epifania della divinità di Cristo e quindi della sua gloria, non può che non essere unita alla sofferenza del crocefisso. La mensa della parola di questa II Domenica di Quaresima, offre in tutta la sua pienezza, l’immagine di un Dio che salva gli uomini, assicurando loro fedeltà per sempre, non abbandonandolo fino all’ultimo.

Gesù – attraverso le figure di Mosè ed Elia – descrive e narra il compimento del suo esodo, che di lì a poco si compirà a Gerusalemme; questi due “profeti” avevano già vissuto la loro diaspora verso la libertà definitiva, attraverso sofferenze e persecuzioni, incarnando così la prefigurazione dello stesso esodo di Gesù, il Messia. Mosè è stato il leader del primo esodo; Elia ha difeso l’originalità di quell’esperienza al punto tale da diventare il protagonista ideale della rinascita spirituale attesa per il tempo finale (Mi 3,23-24; Sir 48,10); il nuovo e definitivo esodo sta ora per compiersi con la morte di Gesù a Gerusalemme. Il tema dell’esodo, allora, si armonizza con l’esperienza della croce; ne è un’anticipazione, un annuncio. Sul Tabor, i discepoli intravedono qualcosa del mistero, ma sono ancora troppo lontani dal penetrarlo; Mosè ed Elia tratteggiano le Scritture preconizzanti la via del Figlio dell’uomo: Gesù la comprende e vi realizza il disegno di Dio. Pietro, Giacomo e Giovanni, ora, penetrano la nube, ciò che non fu concesso a Mosè, ma pur vedendo e ascoltando, non comprendono. Ecco, allora, l’invito dall’alto rivolto ai discepoli: «Ascoltatelo». Un ascolto che implica il saper cogliere in profondità e la logica che guida l’esodo di Gesù verso Gerusalemme, la città della croce. Egli è il Figlio, l’Eletto: eppure la via che deve seguire è la via della croce. Una via che anche il discepolo è chiamato a comprendere e a fare propria.

La trasfigurazione degli esseri – secondo l’apocalittica giudaica (Dn 12,3) – era attesa nell’escaton, alla fine dei tempi; tuttavia, questa trasformazione avviene con Gesù: la fine dei tempi, dunque, è giunta. Il desiderio di Pietro di erigere tre tende fa supporre che l’apostolo considerasse già sopraggiunta tale pienezza e che egli si ritenesse introdotto nella dimora celeste simbolizzata – appunto – dalle tende eterne. Ma un anticipo di pienezza, è confuso da Pietro, con la pienezza!

Mentre nella sua vita si vanno accumulando i segni della tragedia che appare prossima, Gesù si rivolge ancora al Padre: «salì sul monte a pregare» (Lc 9,28).

La sua manifestazione sfolgorante nasce nella preghiera. È spontaneo domandarsi quale esperienza di dialogo con il Padre viviamo. La preghiera è il contesto in cui si accoglie la luce, la parola di Dio chiama anche oggi ad una verifica personale e comunitaria, da cui possano scaturire energie e propositi nuovi tesi a rinnovare la propria vita spirituale.

La trasfigurazione offre al discepolo un criterio di lettura della vicenda di Gesù: il Messia che si incammina, sofferente e apparentemente sconfitto, verso Gerusalemme è il Messia che è nella gloria. Essa, allora, indica al discepolo che è la via della croce che porta alla risurrezione. Al discepolo che segue il maestro deve essere sufficiente un anticipo di gloria, un lampo che conferma nel cammino. Ora è tempo di esodo.

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G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra della Diocesi di Termoli-Larino e docente di Religione Cattolica nella stessa Diocesi. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.
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II Domenica di Quaresima – Anno C – 24 Febbraio 2013

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Ora è tempo di esodo.

Perché avessimo la luce,

fu necessario che si fece buio su tutta la terra.

 

Gen 15,5-12.17-18

Fil 3,17-4,1

Lc 9,28-36

 

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«Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme» (Lc 9,29-31). La luce intensa e abbagliante della trasfigurazione è intimamente connessa all’opacità del venerdì santo, giorno della croce; infatti, perché avessimo la luce, fu necessario che si fece buio su tutta la terra. L’epifania della divinità di Cristo e quindi della sua gloria, non può che non essere unita alla sofferenza del crocefisso. La mensa della parola di questa II Domenica di Quaresima, offre in tutta la sua pienezza, l’immagine di un Dio che salva gli uomini, assicurando loro fedeltà per sempre, non abbandonandolo fino all’ultimo.

Gesù – attraverso le figure di Mosè ed Elia – descrive e narra il compimento del suo esodo, che di lì a poco si compirà a Gerusalemme; questi due “profeti” avevano già vissuto la loro diaspora verso la libertà definitiva, attraverso sofferenze e persecuzioni, incarnando così la prefigurazione dello stesso esodo di Gesù, il Messia. Mosè è stato il leader del primo esodo; Elia ha difeso l’originalità di quell’esperienza al punto tale da diventare il protagonista ideale della rinascita spirituale attesa per il tempo finale (Mi 3,23-24; Sir 48,10); il nuovo e definitivo esodo sta ora per compiersi con la morte di Gesù a Gerusalemme. Il tema dell’esodo, allora, si armonizza con l’esperienza della croce; ne è un’anticipazione, un annuncio. Sul Tabor, i discepoli intravedono qualcosa del mistero, ma sono ancora troppo lontani dal penetrarlo; Mosè ed Elia tratteggiano le Scritture preconizzanti la via del Figlio dell’uomo: Gesù la comprende e vi realizza il disegno di Dio. Pietro, Giacomo e Giovanni, ora, penetrano la nube, ciò che non fu concesso a Mosè, ma pur vedendo e ascoltando, non comprendono. Ecco, allora, l’invito dall’alto rivolto ai discepoli: «Ascoltatelo». Un ascolto che implica il saper cogliere in profondità e la logica che guida l’esodo di Gesù verso Gerusalemme, la città della croce. Egli è il Figlio, l’Eletto: eppure la via che deve seguire è la via della croce. Una via che anche il discepolo è chiamato a comprendere e a fare propria.

La trasfigurazione degli esseri – secondo l’apocalittica giudaica (Dn 12,3) – era attesa nell’escaton, alla fine dei tempi; tuttavia, questa trasformazione avviene con Gesù: la fine dei tempi, dunque, è giunta. Il desiderio di Pietro di erigere tre tende fa supporre che l’apostolo considerasse già sopraggiunta tale pienezza e che egli si ritenesse introdotto nella dimora celeste simbolizzata – appunto – dalle tende eterne. Ma un anticipo di pienezza, è confuso da Pietro, con la pienezza!

Mentre nella sua vita si vanno accumulando i segni della tragedia che appare prossima, Gesù si rivolge ancora al Padre: «salì sul monte a pregare» (Lc 9,28).

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La trasfigurazione offre al discepolo un criterio di lettura della vicenda di Gesù: il Messia che si incammina, sofferente e apparentemente sconfitto, verso Gerusalemme è il Messia che è nella gloria. Essa, allora, indica al discepolo che è la via della croce che porta alla risurrezione. Al discepolo che segue il maestro deve essere sufficiente un anticipo di gloria, un lampo che conferma nel cammino. Ora è tempo di esodo.

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Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra della Diocesi di Termoli-Larino e docente di Religione Cattolica nella stessa Diocesi. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.
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