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I Templari in Abruzzo

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2ALESSIO COLETTA, I Templari in Abruzzo., PU. MA. Editore, 2008 Il soldato ha la gloria, il monaco il riposo. Il Templare rifiutava l’una e l’altro. Egli riuniva ciò che queste due vite hanno di più duro: i pericoli e le astinenze. La grande epopea del Medioevo fu la guerra santa, la crociata; l’ideale della crociata pareva realizzato nell’Ordine dei Templari. Era la crociata divenuta stabile e permanente. (Jules Michelet;storico). Intorno al 1120 Ugo di Payens radunò un drappello di nove cavalieri della Borgogna e della Champagne, affinché proteggessero i pellegrini sulle pericolose strade che conducevano ai luoghi santi. Il re Baldovino II (1118-1131) donò ai “poveri cavalieri di Cristo”, come erano chiamati, una ala del palazzo, che sorgeva sulle fondamenta del Tempio di Salomone. Qui la comunità costruì, accanto alla Basilica della Roccia, l’odierna moschea di Al-Aqsa, il monastero che doveva divenire la sua casa-madre, e dal Tempio di Salomone prese il nome. La fama della nuova istituzione giunse presto in Francia. L’ordine fu riconosciuto dalla Chiesa nel Concilio di Troyes del 1128. L’abate dei cistercensi, Bernardo di Chiaravalle mise tutto il suo zelo nel patrocinare i Templari, e ne ispirò la regola. La sua opera De Laude Novae Militiae indusse numerosi giovani rampolli delle case nobiliari di tutt’Europa a indossare il mantello bianco solcato dalla croce scarlatta. Una altra élite del secolo, i canonici agostiniani, che possedevano una chiesa accanto alla Basilica della Roccia, costituirono un esempio per i Templari e per la loro vita comunitaria. Da Citeaux, primo monastero dello ordine cistercense, derivò la severità della loro ascesi, dagli agostiniani il gusto per la liturgia curata. Ambo gli ideali permasero tali sino alla tragica fine dell’ordine. San Bernardo trasmise ai cavalieri, suoi figli spirituali, la devozione a Maria e il grande rispetto per la donna. Le regole venivano rispettate con grande rigore, infrazioni eventuali venivano punite con grande severità, la fornicazione per esempio, che più tardi sarà tra le accuse rivolte all’ordine, veniva punita con il carcere a vita. Le segrete dei Templari erano famigerate. L’obbedienza era assoluta; persino in catene i cavalieri ancora chiedevano di poter incontrare Molay, perché senza il gran maestro non potevano decider nulla. Espressione di tale rigore monastico fu l’architettura sacra. I Templari non degli eletti solo in quanto ordine, ma anche come cavalieri: costituivano il fior fiore delle truppe delle crociate e rivendicavano a sé l’onore di gettarsi per primi nella mischia. Non infrequentemente pagarono con un alto tributo di sangue questo privilegio: la gran parte dei cavalieri che partì per combattere in Terra Santa non fece ritorno. Ma con la loro fama d’essere i più valorosi difensori della Croce non duravano fatica a rimpinguare le fila diradatesi. Si distinsero anche al di fuori della Palestina. Quando le orde mongoliche minacciarono l’Europa i Templari contribuirono non poco alla sua difesa. Nella Penisola Iberica, sia prima che dopo la fine dell’ordine, furono parimenti in prima linea. I sovrani di Spagna e Portogallo difficilmente avrebbero conseguito le loro vittorie senza i Templari. Non inutilmente affidarono loro le proprie fortezze più munite, e li ricoprirono di munifici donativi. I Templari divennero un modello per tutti gli altri ordini cavallereschi. L’ordine ospitaliero era stato fondato prima, ma i gerosolimitani in un primo tempo si limitavano a prendersi cura dei malati. Fu l’esempio dei Templari che li esortò a trasformarsi in una truppa militare. I cavalieri teutonici, fondati molto più tardi, assunsero sia la Regola, sia l’organizzazione dai Templari. Lo stesso dicasi degli altri ordini cavallereschi, soprattutto quelli della Penisola Iberica. Eppure gli ideali e la religiosità dei Templari col crescere delle ricchezza andarono vacillando. Essendo questi i messi più fidati tra occidente e oriente, era ad essi che in occidente s’affidava l’oro destinato ai crociati in oriente. I Templari possedevano una flotta potente. In breve bastò versare una somma in Europa per ricevere in Palestina per quietanza l’ammontate corrispondente. Nacquero così le prime operazioni bancarie tramite assegno. Infine i ricchi presero ad affidare alle munite fortezze dell’ordine i loro tesori. Ricchi proprietari terrieri e persino i re in momenti di mancanza di liquidi prendevano a prestito dai ricchi Templari il denaro necessario. L’abilità di questi “banchieri in tonaca” spinse principi e pontefici ad affidar loro le proprie finanze. Anche Filippo il Bello fece per anni dei Templari i propri funzionari delle imposte, e affidò al “Tempio” (il quartier generale) di Parigi il tesoro della corona. È vero che i cristiani non potevano richiedere interessi, ma i cavalieri sapevano evitare danni tramite tariffe a prestito. Non pochi grandi potentati s’eran mostrati riconoscenti quando l’ordine li aveva tratti dagli impicci con un credito; riconoscenza che s’era poi mutata in collera quando il prestito era stato reclamato a termine. D’altra parte il Tempio era noto proprio per le sue elemosine. Nei monasteri si faceva la carità ai poveri con sollecitudine e generosità ma neppure i mendicanti furono ospiti riconoscenti. Ma come era possibile che chi aveva dato voto di povertà in realtà militasse tra le fila di un’organizzazione così ricca? La risposta ci viene qui offerta ed egregiamente chiarita dal Coletta nel Cap. II. 1. Le “Commanderies” templari. L’autore non ci illustra solo la sorprendente “modernità tecnica e teorica” delle loro organizzazioni in ogni settore economico, ma rende comprensibile a chiare lettere di come tutto quello che veniva fatto era strettamente finalizzato. In un sistema di siffatta “meticolosa” efficienza era “fisiologico” che si verificasse un “sur-plus produttivo”. Fu questo sur-plus; effetto di un sistema che per gloria di dio aveva raggiunto l’autosufficienza; che col passare del tempo e grazie ad ulteriori successive oculate iniziative divenne la ricchezza “liquida” dei Templari. Il tesoro di “monete sonanti” tanto invidiato e bramato da tutti i potentati d’Europa. Un’altra causa della decadenza dell’ordine fu – per contro – la scarsa oculatezza con cui veniva gestita la ammissione dei nuovi membri; non v’era alcuna forma di noviziato. Le relazioni famigliari avevano un ruolo importante; un camerlengo pontificio che rese poi, al cospetto di Clemente V, le più fatali confessioni, era stato accolto a Cipro all’età di 11 anni; determinanti erano i quarti di nobiltà e le relazioni. Uomini che avevano ottenuto l’abito in base a simili criteri, non potevano poi assumere granché gli ideali dello stato religioso. I Templari non erano né peggio né meglio d’altri ordini della loro epoca. Sventuratamente la ricchezza, l’orgoglio di casta, la gloria sui campi di battaglia indussero in tentazione i Templari, suscitando in loro la superbia. Osarono sfidare papi e monarchi. Filippo il Bello tra gli altri divenne un loro avversario implacabile perché i cavalieri avevano ferito il suo orgoglio. Dal punto di vista militare i Templari, fino al crollo del vicino oriente cristiano, si mostrarono all’altezza della fama loro abituale; durante l’assedio di Acri non cedettero fino all’ultimo. La difesa della fortezza era chiaramente senza speranza ma i cavalieri combatterono e morirono fino all’ultimo uomo. Perduta che fu la Terra Santa, i Templari restarono privi d’un compito vero e proprio; solo in Spagna e nel Portogallo v’era ancora bisogno della loro spada. I cavalieri teutonici avevano il loro stato all’est, i gerosolimitani fecero di Rodi il caposaldo della cristianità contro l’espansione turca. Al Tempio sarebbe spettato a Cipro un ruolo analogo, se fosse stato concesso ai cavalieri il tempo sufficiente. Ma ahimè nell’estate del 1307 le dicerie maligne sull’ordine avevano poco a poco messo in allarme il papa, ed egli convocò in Francia il gran maestro richiamandolo da Cipro. Giacomo de Molay “obbedì alla chiamata” fattagli dal papa, portando con sé da Cipro il “Tesoro dei Templari”. Né il papa né i vertici dell’ordine sospettavano che dietro le dicerie maligne c’era una strategia. Il quartier generale dell’ordine rimase lì sull’isola, ma il gran maestro portò con sé a Parigi il tesoro dell’ordine; misura che si rivelò fatale. I Templari ora non erano molto più che un esercito di stanza a Parigi al comando del proprio generale. Questa minutissima forza militare avrebbe potuto un dì diventare un pericolo per il sovrano? Filippo IV il Bello non aveva nessun motivo di lagnarsene visto che nella sua “vergognosa” lotta contro Bonifacio VIII, l’ordine – nella persona di Ugo di Pairaud – affermò che avrebbe difeso la Francia anche contro il papa. Un simile alleato non poteva che esser graditissimo a Filippo. Con Clemente V la situazione subì un radicale mutamento. Il pontefice risiedeva in Francia e di fatto in caso di “rivolta” del papa nei confronti del “sovrano ospitante” questi avrebbe impiegato solo una modesta forza militare per farlo tacere. L’onnipotente ordine dei Templari, per la politica di Francia, era dunque divenuto superfluo; e tranne che per un aspetto, non costituiva un pericolo. I Templari infatti non mostravano alcuna intenzione di farsi avanti in politica, men che meno poi d’ordire contro i sinistri piani (politici) della Francia. Il gran maestro e il suo entourage mostravano anzi un amore quasi cieco per la loro patria, altrimenti non si sarebbero presi certo la briga di trasferire il loro tesoro dall’oriente a Parigi, né vi avrebbero preso residenza. L’unico aspetto per cui l’ordine poteva essere, a seconda del punto di vista, una scomoda presenza oppure una risorsa, era quello economico. Poteva il potente re di Francia essere in debito con qualcuno? Fosse anche l’ordine dei templari? La domanda è superfluo persino porla, tanto è lampante la risposta negativa a riguardo. L’ unica ragione di procedere contro l’ordine fu il saccheggio dei suoi averi. Significativamente la tattica messa in atto dopo l’imprigionamento dei Templari fu la medesima con cui il re già aveva depredato gli ebrei. Anche il motivo era evidentemente lo stesso: il denaro. Filippo poi non era certo così sprovveduto e sciocco da annientare un intero ordine senza perlomeno addurre all’opinione pubblica delle serie motivazioni. Mai avrebbe osato ammettere che il suo intento fosse in realtà quello – meschino – di rimpinguare le proprie casse. Guglielmo di Nogaret, il suo consigliere, che già ad Anagni aveva preso prigioniero Bonifacio VIII, contribuendo così alla sua repentina morte, non era uomo che avesse inibizioni di sorta. Anche Marigny, ministro delle finanze di Filippo, non aveva scrupoli religiosi. I ministri seppero presentare al nipote di San Luigi un’ottima ragione per annientare l’ordine: si doveva accusare i Templari d’eresia e d’immoralità. Il re – possessore di casse regie “solo” totalmente vuote – si lasciò allettare senza indugio. Mancava unicamente il pretesto scatenante. Ma nelle ore storiche, per un pugno di “denari” si trova sempre un Giuda; Esquiu de Florian. A soffrire il maggior danno per la soppressione dell’ordine, al di là dei Templari, fu senza dubbio la Chiesa, soprattutto il papato. Il grande Innocenzo III e i suoi successori avevano considerato l’Ordine Templare come una sorta d’esercito permanente della Chiesa, che poteva essere impiegato ovunque a favore della Santa Sede. Nella crociata contro gli albigesi, per esempio, i Templari si mostrarono fedeli servitori della Chiesa, e nella lotta contro Federico II l’ordine non mancò di manifestare la propria lealtà. Federico II si vendicò sequestrando i possedimenti dell’ordine in Sicilia e nell’Italia meridionale. Un’identica fedeltà al papa mostrò anche Molay. Avrebbe ben potuto rifiutarsi di recarsi in Francia, quando Clemente lo convocò, come fece il gran maestro dei gerosolimitani. Il Templare invece eseguì ubbidiente l’ordine, cadendo così nella trappola mortale. Il re Filippo IV il Bello avrebbe dovuto rammentarsi che due dei suoi antenati erano debitori della vita ai templari, Luigi VII e San Luigi, e avrebbe dovuto rammentarsi anche di sé e della fedeltà di quest’ordine ampiamente dimostrato. Il coronato e i suoi consiglieri s’ingannarono nel ritenere che l’oro del Tempio avesse più valore della lealtà dell’ordine. La Francia dovette sperimentare ben presto quel proverbio che ammonisce: “Il crimine non paga mai.” Essa dovette sperimentare che le ricchezze acquisite disonestamente non giovano. Il Bello non potè amministrare il bottino sottratto come avrebbe desiderato e nel 1313 la Francia fece bancarotta un’altra volta e per ironia della sorte non c’era più nessuna “gallina dalle uova d’oro a cui tirare il collo”. Ovviamente, anche se in maniera molto sommessa e meno eclatante, tutti i sovrani d’Europa seguirono l’esempio di Filippo – soprattutto Edoardo II d’Inghilterra genero del nostro “re falsario”- ma si preoccuparono di procurarsi l’assoluzione pontificia per la confisca dei beni che erano stati dell’ormai scomparso ordine templare. Il successore di Clemente, Giovanni XXII, erano un pastore d’anime assai indulgente. Li assolse comprensivamente, comminando ai coronati peccatori solo penitenze in denaro. L’unico che amministrò in maniera veramente degna le proprietà del Tempio fu re Diniz del Portogallo. Il 5 maggio 1319 fondò l’Ordine di Cristo e alla nuova istituzione consegnò intatte le proprietà dell’Ordine Templare, che sino allora aveva saputo amministrare in modo esemplare. A questo punto chiediamoci anche, come reagirono al tragico destino abbattutosi sul loro ordine i Templari che sopravvissero. Le leggende sono molte. La storia è ben più circoscritta. Non esistono prove documentarie d’una qualche sopravvivenza dello ordine. Con il Concilio di Vienne (1312) l’Ordine Templare come istituzione cattolica venne abolito. Se qualcosa dei templari sopravvisse alla rovina dell’ordine, questo fu il loro spirito, il loro ideale. L’ordine di Cristo in Portogallo inalberò fieramente l’antica croce templare sulle sue insegne, e sotto Enrico il Navigatore, suo vice-gran maestro, ebbe ragione dell’Islam sui mari. I Cavalieri di Cristo – ma anche l’ordine di Montesa in Spagna – non ebbero problemi con le giovani leve, così smentendo l’affermazione di papa Clemente V che nessuno avrebbe più voluto entrare a far parte di un ordine tanto malfamato. Ancora oggi la gloria dei discendenti portoghesi dei templari è visibile nei monumenti di Batalha uns Sagres, Jeronimos e Tomar. E’ difficile stabilire l’entità dei danni religiosi e culturali causati dalla soppressione dell’Ordine Templare. Lo scandalo del processo, le ignominiose confessioni dei cavalieri ebbero ripercussioni su di un’intera classe sociale: gli alti ideali dell’aristocrazia medioevale divennero una farsa. Tutto il mondo tanto laboriosamente costruito dalla cavalleria, il senso dell’onore, del valore, della fedeltà, della disciplina, della cortesia: tutto repentinamente venne messo in discussione. Resta da richiamare un altro aspetto negativo per la cristianità: il fatto che le ricchezze dei templari fossero state razziate diminuì le possibilità della Chiesa di creare nuove istituzioni sociali. Mancavano all’epoca numerose opere pie per ospedali, collegi universitari, associazioni. Molay nel corso del processo menzionò le generose elemosine che l’ordine profondeva. Il gran maestro e il vertice dell’ordine avevano intuito che in mancanza di crociate, obbiettivi di carattere sociale si ponevano “all’Ordine dei Milites Christi” non come semplice campo d’azione, ma come dovere morale. Come soldati di Cristo dovevano combattere nuovi “nemici”; la malattia, la povertà e l’ignoranza. Questa non è una lettura retrospettiva della storia né una fantasia né un pio desiderio: i cavalieri di Cristo portoghesi fondarono a Coimbra un collegio per studenti poveri, i cavalieri di Santiago nel Portogallo del Sud provvedevano con i loro beni all’assistenza religiosa di una intera provincia. Naturalmente oggi ci si può chiedere perché i ricchi Templari non si fossero impegnati già prima e con maggiore assiduità nel sociale. La vecchia generazione dell’ordine, addestrata solo al combattimento, era stata rimpiazzata negli anni da una nuova generazione di cavalieri che senz’altro avrebbero potuto conferire all’ordine ideali più “confacenti” ai tempi nuovi. Questo sarebbe stato il loro “successivo passo fisiologico” se solo ai Templari “la storia” avesse concesso “poco tempo” in più … poco tempo anche solo per accorgersi … che i tempi erano mutati e che la loro presenza nella storia sarebbe stata “ancora” di “cardinale importanza”. La Christianitas aveva ancora bisogno di loro, dei loro ideali.”Non nobis Domine, non nobis, sed Nomini tuo da Gloria”. (Salmo 114,1 CEI) Il libro del nostro autore si colloca meticolosamente nell’alveo della storia. Il dottor Coletta cerca diligentemente negli archivi e sul territorio abruzzese le tracce di questo illustre ordine cavalleresco. I passaggi tra archivi ecclesiastici, civici e documenti d’arte è lineare e verificabile. Ricco di notizie singolari il suo lavoro è un pregevole esempio di come condurre un lavoro di ricerca etnica e storica. Non trascuriamo che la storia è la disciplina grazie alla quale noi possiamo avere non solo informazioni sul passato della nostra società e/o della nostra terra – oggi intesa come identità nazionale – ma è anche l’elemento attraverso il quale si può comprendere l’entità e lo svolgimento dei più significativi eventi che hanno segnato la nostra identità. Quella della nostra nazione, quella degli altri stati e quella dell’intero consorzio umano. Attraverso la storia possiamo conoscere non solo il passato ma soprattutto il nostro presente e per certi versi il nostro futuro. Luis Sepulveda ci ricorda che: “I popoli che non conoscono a fondo la loro storia, cadono facilmente in mano a imbroglioni e falsi profeti e tornano a commettere gli stessi errori.” Il lavoro del nostro autore è arricchito da sapienti studi introduttivi di due pregevoli docenti dell’Istituto Teologico Abruzzese e Molisano di Chieti. Gli interventi che precedono il lavoro sui Templari sono dettati dall’esigenza di donare del Medioevo una visione che esuli dalle trame interpretative e falsificanti di correnti culturali che vorrebbero ridurre quell’importante periodo storico a epoca di secoli bui. Don Settimio Luciano docente di Filosofia autore della prima relazione, affronta l’idea del Medioevo come epoca di secoli bui in relazione al vasto movimento dell’Illuminismo e al suo point of view e non quello del Medioevo stesso “che lascia ben evidenziare un modello di ragione la quale conduce verso una visione più ottimistica dell’uomo e della portata veritativa della conoscenza umana. Mons. Claudio Palumbo docente di Storia della Cristianità e della Chiesa è autore del secondo importante intervento che concerne una riflessione storico-teologica sul Medioevo. Ottimo lavoro, questo di Alessio Coletta. Ricco di riferimenti e chiaro nell’esposizione, può considerarsi una vera rarità nel campo delle ricerche sull’Ordine dei Templari in Abruzzo. Nella sua unicità è un incoraggiamento a riscoprire questa disciplina sia come fruitori delle fatiche investigative altrui – a beneficio di una maggiore consapevolezza della propria esistenza e delle sue varie implicazioni – ma anche come pionieri storici free lance – a servizio non solo di una liberalità che è insita nell’essenza intima di ogni individuo, ma soprattutto – a vantaggio di quelle preziose ricchezze che sono giunte al genere umano grazie ad intuitive ed inspiegabili iniziative esplorative realizzate da imprevedibili ed anonimi singoli.

E. Simonetti
Ha conseguito il Baccalaureato in S. Teologia presso l'Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense - Roma.

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Rileggendo il suo commento, sembrano esserci delle incongruenze tra quanto lei afferma e il contenuto della recensione; sembra quasi non si stia parlando dello stesso libro o, addirittura, che la questione non sia il libro in sé ma il suo personale rapporto con i Templari. In ogni modo, l’articolo è una “semplice” recensione del testo, offertaci da chi lo ha letto con attenzione e privo di pretese di natura storica. Dunque, lasciamo volentieri all’autore e ai suoi curatori – peraltro esimi e apprezzati studiosi – il compito di tracciare un quadro fedele della situazione in questione.

Redazione
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Salve,

gireremo il suo commento all’autrice dell’articolo tanto da offrirle una risposta congrua.
Intanto, grazie per il suo intervento.

Domenico i
Ospite
Domenico i

Sulmona 27.07.2015 Oggetto: Confutazioni sulla presenza regionale dei templari. Gentilissima. Dottoressa. Egidia. Simonetti buona sera. Sono l’infermiere laureato Domenico. Silla ed ho acquistato il libro sui templari a. Roio del Sangro. Posso confutare con assoluta sicurezza in quanto in possesso di diversi documenti in originale che i cavalieri templari a Roio del Sangro e a . Penne non ci sono mai stati, così come non ci sono mai stati i templari a Gioia dei Marsi vecchia. Non c’è nessuna prova scientifica ne documentale che lo provi. Le ricerche non si fanno come ha fatto l’autore del libro che ha messo… Continua a leggere »

Redazione
Admin

Rileggendo il suo commento, sembrano esserci delle incongruenze tra quanto lei afferma e il contenuto della recensione; sembra quasi non si stia parlando dello stesso libro o, addirittura, che la questione non sia il libro in sé ma il suo personale rapporto con i Templari. In ogni modo, l’articolo è una “semplice” recensione del testo, offertaci da chi lo ha letto con attenzione e privo di pretese di natura storica. Dunque, lasciamo volentieri all’autore e ai suoi curatori – peraltro esimi e apprezzati studiosi – il compito di tracciare un quadro fedele della situazione in questione.

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Salve,

gireremo il suo commento all’autrice dell’articolo tanto da offrirle una risposta congrua.
Intanto, grazie per il suo intervento.

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Sulmona 27.07.2015 Oggetto: Confutazioni sulla presenza regionale dei templari. Gentilissima. Dottoressa. Egidia. Simonetti buona sera. Sono l’infermiere laureato Domenico. Silla ed ho acquistato il libro sui templari a. Roio del Sangro. Posso confutare con assoluta sicurezza in quanto in possesso di diversi documenti in originale che i cavalieri templari a Roio del Sangro e a . Penne non ci sono mai stati, così come non ci sono mai stati i templari a Gioia dei Marsi vecchia. Non c’è nessuna prova scientifica ne documentale che lo provi. Le ricerche non si fanno come ha fatto l’autore del libro che ha messo… Continua a leggere »

I Templari in Abruzzo

  

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2ALESSIO COLETTA, I Templari in Abruzzo., PU. MA. Editore, 2008 Il soldato ha la gloria, il monaco il riposo. Il Templare rifiutava l’una e l’altro. Egli riuniva ciò che queste due vite hanno di più duro: i pericoli e le astinenze. La grande epopea del Medioevo fu la guerra santa, la crociata; l’ideale della crociata pareva realizzato nell’Ordine dei Templari. Era la crociata divenuta stabile e permanente. (Jules Michelet;storico). Intorno al 1120 Ugo di Payens radunò un drappello di nove cavalieri della Borgogna e della Champagne, affinché proteggessero i pellegrini sulle pericolose strade che conducevano ai luoghi santi. Il re Baldovino II (1118-1131) donò ai “poveri cavalieri di Cristo”, come erano chiamati, una ala del palazzo, che sorgeva sulle fondamenta del Tempio di Salomone. Qui la comunità costruì, accanto alla Basilica della Roccia, l’odierna moschea di Al-Aqsa, il monastero che doveva divenire la sua casa-madre, e dal Tempio di Salomone prese il nome. La fama della nuova istituzione giunse presto in Francia. L’ordine fu riconosciuto dalla Chiesa nel Concilio di Troyes del 1128. L’abate dei cistercensi, Bernardo di Chiaravalle mise tutto il suo zelo nel patrocinare i Templari, e ne ispirò la regola. La sua opera De Laude Novae Militiae indusse numerosi giovani rampolli delle case nobiliari di tutt’Europa a indossare il mantello bianco solcato dalla croce scarlatta. Una altra élite del secolo, i canonici agostiniani, che possedevano una chiesa accanto alla Basilica della Roccia, costituirono un esempio per i Templari e per la loro vita comunitaria. Da Citeaux, primo monastero dello ordine cistercense, derivò la severità della loro ascesi, dagli agostiniani il gusto per la liturgia curata. Ambo gli ideali permasero tali sino alla tragica fine dell’ordine. San Bernardo trasmise ai cavalieri, suoi figli spirituali, la devozione a Maria e il grande rispetto per la donna. Le regole venivano rispettate con grande rigore, infrazioni eventuali venivano punite con grande severità, la fornicazione per esempio, che più tardi sarà tra le accuse rivolte all’ordine, veniva punita con il carcere a vita. Le segrete dei Templari erano famigerate. L’obbedienza era assoluta; persino in catene i cavalieri ancora chiedevano di poter incontrare Molay, perché senza il gran maestro non potevano decider nulla. Espressione di tale rigore monastico fu l’architettura sacra. I Templari non degli eletti solo in quanto ordine, ma anche come cavalieri: costituivano il fior fiore delle truppe delle crociate e rivendicavano a sé l’onore di gettarsi per primi nella mischia. Non infrequentemente pagarono con un alto tributo di sangue questo privilegio: la gran parte dei cavalieri che partì per combattere in Terra Santa non fece ritorno. Ma con la loro fama d’essere i più valorosi difensori della Croce non duravano fatica a rimpinguare le fila diradatesi. Si distinsero anche al di fuori della Palestina. Quando le orde mongoliche minacciarono l’Europa i Templari contribuirono non poco alla sua difesa. Nella Penisola Iberica, sia prima che dopo la fine dell’ordine, furono parimenti in prima linea. I sovrani di Spagna e Portogallo difficilmente avrebbero conseguito le loro vittorie senza i Templari. Non inutilmente affidarono loro le proprie fortezze più munite, e li ricoprirono di munifici donativi. I Templari divennero un modello per tutti gli altri ordini cavallereschi. L’ordine ospitaliero era stato fondato prima, ma i gerosolimitani in un primo tempo si limitavano a prendersi cura dei malati. Fu l’esempio dei Templari che li esortò a trasformarsi in una truppa militare. I cavalieri teutonici, fondati molto più tardi, assunsero sia la Regola, sia l’organizzazione dai Templari. Lo stesso dicasi degli altri ordini cavallereschi, soprattutto quelli della Penisola Iberica. Eppure gli ideali e la religiosità dei Templari col crescere delle ricchezza andarono vacillando. Essendo questi i messi più fidati tra occidente e oriente, era ad essi che in occidente s’affidava l’oro destinato ai crociati in oriente. I Templari possedevano una flotta potente. In breve bastò versare una somma in Europa per ricevere in Palestina per quietanza l’ammontate corrispondente. Nacquero così le prime operazioni bancarie tramite assegno. Infine i ricchi presero ad affidare alle munite fortezze dell’ordine i loro tesori. Ricchi proprietari terrieri e persino i re in momenti di mancanza di liquidi prendevano a prestito dai ricchi Templari il denaro necessario. L’abilità di questi “banchieri in tonaca” spinse principi e pontefici ad affidar loro le proprie finanze. Anche Filippo il Bello fece per anni dei Templari i propri funzionari delle imposte, e affidò al “Tempio” (il quartier generale) di Parigi il tesoro della corona. È vero che i cristiani non potevano richiedere interessi, ma i cavalieri sapevano evitare danni tramite tariffe a prestito. Non pochi grandi potentati s’eran mostrati riconoscenti quando l’ordine li aveva tratti dagli impicci con un credito; riconoscenza che s’era poi mutata in collera quando il prestito era stato reclamato a termine. D’altra parte il Tempio era noto proprio per le sue elemosine. Nei monasteri si faceva la carità ai poveri con sollecitudine e generosità ma neppure i mendicanti furono ospiti riconoscenti. Ma come era possibile che chi aveva dato voto di povertà in realtà militasse tra le fila di un’organizzazione così ricca? La risposta ci viene qui offerta ed egregiamente chiarita dal Coletta nel Cap. II. 1. Le “Commanderies” templari. L’autore non ci illustra solo la sorprendente “modernità tecnica e teorica” delle loro organizzazioni in ogni settore economico, ma rende comprensibile a chiare lettere di come tutto quello che veniva fatto era strettamente finalizzato. In un sistema di siffatta “meticolosa” efficienza era “fisiologico” che si verificasse un “sur-plus produttivo”. Fu questo sur-plus; effetto di un sistema che per gloria di dio aveva raggiunto l’autosufficienza; che col passare del tempo e grazie ad ulteriori successive oculate iniziative divenne la ricchezza “liquida” dei Templari. Il tesoro di “monete sonanti” tanto invidiato e bramato da tutti i potentati d’Europa. Un’altra causa della decadenza dell’ordine fu – per contro – la scarsa oculatezza con cui veniva gestita la ammissione dei nuovi membri; non v’era alcuna forma di noviziato. Le relazioni famigliari avevano un ruolo importante; un camerlengo pontificio che rese poi, al cospetto di Clemente V, le più fatali confessioni, era stato accolto a Cipro all’età di 11 anni; determinanti erano i quarti di nobiltà e le relazioni. Uomini che avevano ottenuto l’abito in base a simili criteri, non potevano poi assumere granché gli ideali dello stato religioso. I Templari non erano né peggio né meglio d’altri ordini della loro epoca. Sventuratamente la ricchezza, l’orgoglio di casta, la gloria sui campi di battaglia indussero in tentazione i Templari, suscitando in loro la superbia. Osarono sfidare papi e monarchi. Filippo il Bello tra gli altri divenne un loro avversario implacabile perché i cavalieri avevano ferito il suo orgoglio. Dal punto di vista militare i Templari, fino al crollo del vicino oriente cristiano, si mostrarono all’altezza della fama loro abituale; durante l’assedio di Acri non cedettero fino all’ultimo. La difesa della fortezza era chiaramente senza speranza ma i cavalieri combatterono e morirono fino all’ultimo uomo. Perduta che fu la Terra Santa, i Templari restarono privi d’un compito vero e proprio; solo in Spagna e nel Portogallo v’era ancora bisogno della loro spada. I cavalieri teutonici avevano il loro stato all’est, i gerosolimitani fecero di Rodi il caposaldo della cristianità contro l’espansione turca. Al Tempio sarebbe spettato a Cipro un ruolo analogo, se fosse stato concesso ai cavalieri il tempo sufficiente. Ma ahimè nell’estate del 1307 le dicerie maligne sull’ordine avevano poco a poco messo in allarme il papa, ed egli convocò in Francia il gran maestro richiamandolo da Cipro. Giacomo de Molay “obbedì alla chiamata” fattagli dal papa, portando con sé da Cipro il “Tesoro dei Templari”. Né il papa né i vertici dell’ordine sospettavano che dietro le dicerie maligne c’era una strategia. Il quartier generale dell’ordine rimase lì sull’isola, ma il gran maestro portò con sé a Parigi il tesoro dell’ordine; misura che si rivelò fatale. I Templari ora non erano molto più che un esercito di stanza a Parigi al comando del proprio generale. Questa minutissima forza militare avrebbe potuto un dì diventare un pericolo per il sovrano? Filippo IV il Bello non aveva nessun motivo di lagnarsene visto che nella sua “vergognosa” lotta contro Bonifacio VIII, l’ordine – nella persona di Ugo di Pairaud – affermò che avrebbe difeso la Francia anche contro il papa. Un simile alleato non poteva che esser graditissimo a Filippo. Con Clemente V la situazione subì un radicale mutamento. Il pontefice risiedeva in Francia e di fatto in caso di “rivolta” del papa nei confronti del “sovrano ospitante” questi avrebbe impiegato solo una modesta forza militare per farlo tacere. L’onnipotente ordine dei Templari, per la politica di Francia, era dunque divenuto superfluo; e tranne che per un aspetto, non costituiva un pericolo. I Templari infatti non mostravano alcuna intenzione di farsi avanti in politica, men che meno poi d’ordire contro i sinistri piani (politici) della Francia. Il gran maestro e il suo entourage mostravano anzi un amore quasi cieco per la loro patria, altrimenti non si sarebbero presi certo la briga di trasferire il loro tesoro dall’oriente a Parigi, né vi avrebbero preso residenza. L’unico aspetto per cui l’ordine poteva essere, a seconda del punto di vista, una scomoda presenza oppure una risorsa, era quello economico. Poteva il potente re di Francia essere in debito con qualcuno? Fosse anche l’ordine dei templari? La domanda è superfluo persino porla, tanto è lampante la risposta negativa a riguardo. L’ unica ragione di procedere contro l’ordine fu il saccheggio dei suoi averi. Significativamente la tattica messa in atto dopo l’imprigionamento dei Templari fu la medesima con cui il re già aveva depredato gli ebrei. Anche il motivo era evidentemente lo stesso: il denaro. Filippo poi non era certo così sprovveduto e sciocco da annientare un intero ordine senza perlomeno addurre all’opinione pubblica delle serie motivazioni. Mai avrebbe osato ammettere che il suo intento fosse in realtà quello – meschino – di rimpinguare le proprie casse. Guglielmo di Nogaret, il suo consigliere, che già ad Anagni aveva preso prigioniero Bonifacio VIII, contribuendo così alla sua repentina morte, non era uomo che avesse inibizioni di sorta. Anche Marigny, ministro delle finanze di Filippo, non aveva scrupoli religiosi. I ministri seppero presentare al nipote di San Luigi un’ottima ragione per annientare l’ordine: si doveva accusare i Templari d’eresia e d’immoralità. Il re – possessore di casse regie “solo” totalmente vuote – si lasciò allettare senza indugio. Mancava unicamente il pretesto scatenante. Ma nelle ore storiche, per un pugno di “denari” si trova sempre un Giuda; Esquiu de Florian. A soffrire il maggior danno per la soppressione dell’ordine, al di là dei Templari, fu senza dubbio la Chiesa, soprattutto il papato. Il grande Innocenzo III e i suoi successori avevano considerato l’Ordine Templare come una sorta d’esercito permanente della Chiesa, che poteva essere impiegato ovunque a favore della Santa Sede. Nella crociata contro gli albigesi, per esempio, i Templari si mostrarono fedeli servitori della Chiesa, e nella lotta contro Federico II l’ordine non mancò di manifestare la propria lealtà. Federico II si vendicò sequestrando i possedimenti dell’ordine in Sicilia e nell’Italia meridionale. Un’identica fedeltà al papa mostrò anche Molay. Avrebbe ben potuto rifiutarsi di recarsi in Francia, quando Clemente lo convocò, come fece il gran maestro dei gerosolimitani. Il Templare invece eseguì ubbidiente l’ordine, cadendo così nella trappola mortale. Il re Filippo IV il Bello avrebbe dovuto rammentarsi che due dei suoi antenati erano debitori della vita ai templari, Luigi VII e San Luigi, e avrebbe dovuto rammentarsi anche di sé e della fedeltà di quest’ordine ampiamente dimostrato. Il coronato e i suoi consiglieri s’ingannarono nel ritenere che l’oro del Tempio avesse più valore della lealtà dell’ordine. La Francia dovette sperimentare ben presto quel proverbio che ammonisce: “Il crimine non paga mai.” Essa dovette sperimentare che le ricchezze acquisite disonestamente non giovano. Il Bello non potè amministrare il bottino sottratto come avrebbe desiderato e nel 1313 la Francia fece bancarotta un’altra volta e per ironia della sorte non c’era più nessuna “gallina dalle uova d’oro a cui tirare il collo”. Ovviamente, anche se in maniera molto sommessa e meno eclatante, tutti i sovrani d’Europa seguirono l’esempio di Filippo – soprattutto Edoardo II d’Inghilterra genero del nostro “re falsario”- ma si preoccuparono di procurarsi l’assoluzione pontificia per la confisca dei beni che erano stati dell’ormai scomparso ordine templare. Il successore di Clemente, Giovanni XXII, erano un pastore d’anime assai indulgente. Li assolse comprensivamente, comminando ai coronati peccatori solo penitenze in denaro. L’unico che amministrò in maniera veramente degna le proprietà del Tempio fu re Diniz del Portogallo. Il 5 maggio 1319 fondò l’Ordine di Cristo e alla nuova istituzione consegnò intatte le proprietà dell’Ordine Templare, che sino allora aveva saputo amministrare in modo esemplare. A questo punto chiediamoci anche, come reagirono al tragico destino abbattutosi sul loro ordine i Templari che sopravvissero. Le leggende sono molte. La storia è ben più circoscritta. Non esistono prove documentarie d’una qualche sopravvivenza dello ordine. Con il Concilio di Vienne (1312) l’Ordine Templare come istituzione cattolica venne abolito. Se qualcosa dei templari sopravvisse alla rovina dell’ordine, questo fu il loro spirito, il loro ideale. L’ordine di Cristo in Portogallo inalberò fieramente l’antica croce templare sulle sue insegne, e sotto Enrico il Navigatore, suo vice-gran maestro, ebbe ragione dell’Islam sui mari. I Cavalieri di Cristo – ma anche l’ordine di Montesa in Spagna – non ebbero problemi con le giovani leve, così smentendo l’affermazione di papa Clemente V che nessuno avrebbe più voluto entrare a far parte di un ordine tanto malfamato. Ancora oggi la gloria dei discendenti portoghesi dei templari è visibile nei monumenti di Batalha uns Sagres, Jeronimos e Tomar. E’ difficile stabilire l’entità dei danni religiosi e culturali causati dalla soppressione dell’Ordine Templare. Lo scandalo del processo, le ignominiose confessioni dei cavalieri ebbero ripercussioni su di un’intera classe sociale: gli alti ideali dell’aristocrazia medioevale divennero una farsa. Tutto il mondo tanto laboriosamente costruito dalla cavalleria, il senso dell’onore, del valore, della fedeltà, della disciplina, della cortesia: tutto repentinamente venne messo in discussione. Resta da richiamare un altro aspetto negativo per la cristianità: il fatto che le ricchezze dei templari fossero state razziate diminuì le possibilità della Chiesa di creare nuove istituzioni sociali. Mancavano all’epoca numerose opere pie per ospedali, collegi universitari, associazioni. Molay nel corso del processo menzionò le generose elemosine che l’ordine profondeva. Il gran maestro e il vertice dell’ordine avevano intuito che in mancanza di crociate, obbiettivi di carattere sociale si ponevano “all’Ordine dei Milites Christi” non come semplice campo d’azione, ma come dovere morale. Come soldati di Cristo dovevano combattere nuovi “nemici”; la malattia, la povertà e l’ignoranza. Questa non è una lettura retrospettiva della storia né una fantasia né un pio desiderio: i cavalieri di Cristo portoghesi fondarono a Coimbra un collegio per studenti poveri, i cavalieri di Santiago nel Portogallo del Sud provvedevano con i loro beni all’assistenza religiosa di una intera provincia. Naturalmente oggi ci si può chiedere perché i ricchi Templari non si fossero impegnati già prima e con maggiore assiduità nel sociale. La vecchia generazione dell’ordine, addestrata solo al combattimento, era stata rimpiazzata negli anni da una nuova generazione di cavalieri che senz’altro avrebbero potuto conferire all’ordine ideali più “confacenti” ai tempi nuovi. Questo sarebbe stato il loro “successivo passo fisiologico” se solo ai Templari “la storia” avesse concesso “poco tempo” in più … poco tempo anche solo per accorgersi … che i tempi erano mutati e che la loro presenza nella storia sarebbe stata “ancora” di “cardinale importanza”. La Christianitas aveva ancora bisogno di loro, dei loro ideali.”Non nobis Domine, non nobis, sed Nomini tuo da Gloria”. (Salmo 114,1 CEI) Il libro del nostro autore si colloca meticolosamente nell’alveo della storia. Il dottor Coletta cerca diligentemente negli archivi e sul territorio abruzzese le tracce di questo illustre ordine cavalleresco. I passaggi tra archivi ecclesiastici, civici e documenti d’arte è lineare e verificabile. Ricco di notizie singolari il suo lavoro è un pregevole esempio di come condurre un lavoro di ricerca etnica e storica. Non trascuriamo che la storia è la disciplina grazie alla quale noi possiamo avere non solo informazioni sul passato della nostra società e/o della nostra terra – oggi intesa come identità nazionale – ma è anche l’elemento attraverso il quale si può comprendere l’entità e lo svolgimento dei più significativi eventi che hanno segnato la nostra identità. Quella della nostra nazione, quella degli altri stati e quella dell’intero consorzio umano. Attraverso la storia possiamo conoscere non solo il passato ma soprattutto il nostro presente e per certi versi il nostro futuro. Luis Sepulveda ci ricorda che: “I popoli che non conoscono a fondo la loro storia, cadono facilmente in mano a imbroglioni e falsi profeti e tornano a commettere gli stessi errori.” Il lavoro del nostro autore è arricchito da sapienti studi introduttivi di due pregevoli docenti dell’Istituto Teologico Abruzzese e Molisano di Chieti. Gli interventi che precedono il lavoro sui Templari sono dettati dall’esigenza di donare del Medioevo una visione che esuli dalle trame interpretative e falsificanti di correnti culturali che vorrebbero ridurre quell’importante periodo storico a epoca di secoli bui. Don Settimio Luciano docente di Filosofia autore della prima relazione, affronta l’idea del Medioevo come epoca di secoli bui in relazione al vasto movimento dell’Illuminismo e al suo point of view e non quello del Medioevo stesso “che lascia ben evidenziare un modello di ragione la quale conduce verso una visione più ottimistica dell’uomo e della portata veritativa della conoscenza umana. Mons. Claudio Palumbo docente di Storia della Cristianità e della Chiesa è autore del secondo importante intervento che concerne una riflessione storico-teologica sul Medioevo. Ottimo lavoro, questo di Alessio Coletta. Ricco di riferimenti e chiaro nell’esposizione, può considerarsi una vera rarità nel campo delle ricerche sull’Ordine dei Templari in Abruzzo. Nella sua unicità è un incoraggiamento a riscoprire questa disciplina sia come fruitori delle fatiche investigative altrui – a beneficio di una maggiore consapevolezza della propria esistenza e delle sue varie implicazioni – ma anche come pionieri storici free lance – a servizio non solo di una liberalità che è insita nell’essenza intima di ogni individuo, ma soprattutto – a vantaggio di quelle preziose ricchezze che sono giunte al genere umano grazie ad intuitive ed inspiegabili iniziative esplorative realizzate da imprevedibili ed anonimi singoli.

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E. Simonetti
Ha conseguito il Baccalaureato in S. Teologia presso l'Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense - Roma.

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Rileggendo il suo commento, sembrano esserci delle incongruenze tra quanto lei afferma e il contenuto della recensione; sembra quasi non si stia parlando dello stesso libro o, addirittura, che la questione non sia il libro in sé ma il suo personale rapporto con i Templari. In ogni modo, l’articolo è una “semplice” recensione del testo, offertaci da chi lo ha letto con attenzione e privo di pretese di natura storica. Dunque, lasciamo volentieri all’autore e ai suoi curatori – peraltro esimi e apprezzati studiosi – il compito di tracciare un quadro fedele della situazione in questione.

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Salve,

gireremo il suo commento all’autrice dell’articolo tanto da offrirle una risposta congrua.
Intanto, grazie per il suo intervento.

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Sulmona 27.07.2015 Oggetto: Confutazioni sulla presenza regionale dei templari. Gentilissima. Dottoressa. Egidia. Simonetti buona sera. Sono l’infermiere laureato Domenico. Silla ed ho acquistato il libro sui templari a. Roio del Sangro. Posso confutare con assoluta sicurezza in quanto in possesso di diversi documenti in originale che i cavalieri templari a Roio del Sangro e a . Penne non ci sono mai stati, così come non ci sono mai stati i templari a Gioia dei Marsi vecchia. Non c’è nessuna prova scientifica ne documentale che lo provi. Le ricerche non si fanno come ha fatto l’autore del libro che ha messo… Continua a leggere »

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Rileggendo il suo commento, sembrano esserci delle incongruenze tra quanto lei afferma e il contenuto della recensione; sembra quasi non si stia parlando dello stesso libro o, addirittura, che la questione non sia il libro in sé ma il suo personale rapporto con i Templari. In ogni modo, l’articolo è una “semplice” recensione del testo, offertaci da chi lo ha letto con attenzione e privo di pretese di natura storica. Dunque, lasciamo volentieri all’autore e ai suoi curatori – peraltro esimi e apprezzati studiosi – il compito di tracciare un quadro fedele della situazione in questione.

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