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I giovani e l’anima europea

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di: Alessio Magoga

Cammino per le strade di Bruxelles. Sento parlare in varie lingue. Dal francese, all’inglese, al fiammingo, al tedesco… Non mancano gli accenti delle lingue slave e di quelle medio-orientali od africane. Non mancano nemmeno gli italiani, anzi sembrano particolarmente numerosi. Molti senza dubbio sono turisti. Altri sono lì per lavoro, come i due amici che mi hanno accolto e mi stanno mostrando le bellezze della città: come molti altri, entrambi lavorano negli organismi della Comunità europea.

Guardando le cose da questo punto di prospettiva, l’impressione che ricevo, il pensiero che mi accompagna, è che l’Unione europea è un processo avviato e notevolmente consolidato: ha messo radici, ha mescolato popoli, ha trovato equilibri, ha coinvolto vite, ha portato benefici… Non è una semplice idea, ma un dato di fatto, una realtà.

Noto i tanti giovani che si muovono, a loro agio, per le ampie strade del centro di Bruxelles e che sono lì per un semplice viaggio oppure per un progetto «Erasmus» o – come succede spesso – per un posto di lavoro più promettente rispetto a quelli che si possono trovare in Italia. Voler cancellare tutto questo o disprezzarlo sull’onda della diffusa retorica sovranista sembra davvero fuori del tempo e appare come una forzatura violenta, un tornare indietro.

Da queste parti, poi, la vocazione all’unità delle nazioni europee si mostra con maggiore evidenza: il Belgio, per sua natura, è un crogiolo dove si mischiano vari popoli: un luogo di incontro di diverse nazioni. Lo è stato da sempre. Anche nel tanto vituperato medioevo, quando i confini nazionali non erano ancora fissati e – ad esempio – un monaco di Liegi poteva spostarsi a Cambrai oppure a Colonia e sentirsi a casa sua, senza che ci fosse alcuna soluzione di continuità.

Certo, non sono mancate nel passato e non mancano oggi motivi di scontro, contraddizioni e fatiche in questo processo di integrazione europea, che non deve assolutamente cancellare le peculiarità di ogni nazione: l’unità, infatti, non deve sacrificare i tratti precipui di ogni Stato, ma piuttosto evidenziarli. Né si vuole negare che sia necessario apportare delle migliorie perché il sistema Europa possa funzionare meglio. Tuttavia quello che mi pare innegabile è che il cammino verso l’unità è un dato di fatto e i nostri giovani vi sono già convintamente dentro. Rallentare o svalutare tutto questo significa fare uno sgambetto soprattutto a loro e inceppare il cammino che porta verso il futuro.

Nel mese di agosto, a Isola Vicentina, si è tenuto un importante convegno su Romano Guardini, il pensatore italo-tedesco, di salde origini italiane e di cittadinanza tedesca, scomparso nel 1968 e per il quale è in corso il processo di beatificazione. Al convegno il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e grande conoscitore di Guardini, ha messo in evidenza l’attualità della sua riflessione in qualità di «uomo europeo». Per Guardini infatti l’Europa, in virtù delle sue radici greco-romane e cristiane, ha una vocazione del tutto unica nel futuro della storia mondiale, vale a dire quella della cura della dignità dell’uomo per difenderlo dagli eccessi del potere e della tecnica. O l’Europa si mostra all’altezza di questo compito, che nel mondo solo lei può realizzare grazie alla peculiarità della sua storia e della sua cultura, o fallisce la sua vocazione ed è destinata all’oblio. Questa l’esigente profezia guardiniana, richiamata dall’arcivescovo di Monaco.

Forse il problema più grande in Europa è proprio questo. Non tanto e non semplicemente riassettare e inquadrare in modo migliore le mansioni tecnico-organizzative e le aspettative economico-finanziarie dei singoli Paesi, ma ritrovare un’anima, una dimensione interiore e spirituale, che ridesti i popoli europei al proprio compito squisitamente «umanistico». Qui il cristianesimo e la Chiesa, come il magistero dei Pontefici non ha mancato di ribadire, hanno qualcosa di straordinario da offrire.

Però, bisogna farlo presto, prima che scenda la notte e si perda la capacità di decifrare la grammatica della fede cristiana: quest’ultimo è un rischio, soprattutto per le giovani generazioni di europei, tutt’altro che lontano e puramente ipotetico.

Alessio Magoga è direttore del settimanale diocesano di Vittorio Veneto L’Azione (l’editoriale che qui riprendiamo è stato pubblicato sul n. 36, 1 settembre 2019).

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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I giovani e l’anima europea

  

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di: Alessio Magoga

Cammino per le strade di Bruxelles. Sento parlare in varie lingue. Dal francese, all’inglese, al fiammingo, al tedesco… Non mancano gli accenti delle lingue slave e di quelle medio-orientali od africane. Non mancano nemmeno gli italiani, anzi sembrano particolarmente numerosi. Molti senza dubbio sono turisti. Altri sono lì per lavoro, come i due amici che mi hanno accolto e mi stanno mostrando le bellezze della città: come molti altri, entrambi lavorano negli organismi della Comunità europea.

Guardando le cose da questo punto di prospettiva, l’impressione che ricevo, il pensiero che mi accompagna, è che l’Unione europea è un processo avviato e notevolmente consolidato: ha messo radici, ha mescolato popoli, ha trovato equilibri, ha coinvolto vite, ha portato benefici… Non è una semplice idea, ma un dato di fatto, una realtà.

Noto i tanti giovani che si muovono, a loro agio, per le ampie strade del centro di Bruxelles e che sono lì per un semplice viaggio oppure per un progetto «Erasmus» o – come succede spesso – per un posto di lavoro più promettente rispetto a quelli che si possono trovare in Italia. Voler cancellare tutto questo o disprezzarlo sull’onda della diffusa retorica sovranista sembra davvero fuori del tempo e appare come una forzatura violenta, un tornare indietro.

Da queste parti, poi, la vocazione all’unità delle nazioni europee si mostra con maggiore evidenza: il Belgio, per sua natura, è un crogiolo dove si mischiano vari popoli: un luogo di incontro di diverse nazioni. Lo è stato da sempre. Anche nel tanto vituperato medioevo, quando i confini nazionali non erano ancora fissati e – ad esempio – un monaco di Liegi poteva spostarsi a Cambrai oppure a Colonia e sentirsi a casa sua, senza che ci fosse alcuna soluzione di continuità.

Certo, non sono mancate nel passato e non mancano oggi motivi di scontro, contraddizioni e fatiche in questo processo di integrazione europea, che non deve assolutamente cancellare le peculiarità di ogni nazione: l’unità, infatti, non deve sacrificare i tratti precipui di ogni Stato, ma piuttosto evidenziarli. Né si vuole negare che sia necessario apportare delle migliorie perché il sistema Europa possa funzionare meglio. Tuttavia quello che mi pare innegabile è che il cammino verso l’unità è un dato di fatto e i nostri giovani vi sono già convintamente dentro. Rallentare o svalutare tutto questo significa fare uno sgambetto soprattutto a loro e inceppare il cammino che porta verso il futuro.

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Nel mese di agosto, a Isola Vicentina, si è tenuto un importante convegno su Romano Guardini, il pensatore italo-tedesco, di salde origini italiane e di cittadinanza tedesca, scomparso nel 1968 e per il quale è in corso il processo di beatificazione. Al convegno il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e grande conoscitore di Guardini, ha messo in evidenza l’attualità della sua riflessione in qualità di «uomo europeo». Per Guardini infatti l’Europa, in virtù delle sue radici greco-romane e cristiane, ha una vocazione del tutto unica nel futuro della storia mondiale, vale a dire quella della cura della dignità dell’uomo per difenderlo dagli eccessi del potere e della tecnica. O l’Europa si mostra all’altezza di questo compito, che nel mondo solo lei può realizzare grazie alla peculiarità della sua storia e della sua cultura, o fallisce la sua vocazione ed è destinata all’oblio. Questa l’esigente profezia guardiniana, richiamata dall’arcivescovo di Monaco.

Forse il problema più grande in Europa è proprio questo. Non tanto e non semplicemente riassettare e inquadrare in modo migliore le mansioni tecnico-organizzative e le aspettative economico-finanziarie dei singoli Paesi, ma ritrovare un’anima, una dimensione interiore e spirituale, che ridesti i popoli europei al proprio compito squisitamente «umanistico». Qui il cristianesimo e la Chiesa, come il magistero dei Pontefici non ha mancato di ribadire, hanno qualcosa di straordinario da offrire.

Però, bisogna farlo presto, prima che scenda la notte e si perda la capacità di decifrare la grammatica della fede cristiana: quest’ultimo è un rischio, soprattutto per le giovani generazioni di europei, tutt’altro che lontano e puramente ipotetico.

Alessio Magoga è direttore del settimanale diocesano di Vittorio Veneto L’Azione (l’editoriale che qui riprendiamo è stato pubblicato sul n. 36, 1 settembre 2019).

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