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I gesuiti come paradigma

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di: José María Castillo

Il recente libro I gesuiti. Dal Vaticano II a Papa Francesco (Guerini Associati, Milano 2019), che è stato scritto da Gianni La Bella, docente dell’Università di Modena, e si avvale (a quanto pare) delle preziose informazioni del gesuita Urbano Valero, sta facendo discutere negli ambienti religiosi ed ecclesiastici. Il lettore di questo libro sicuramente scopre fatti e situazioni che nella Chiesa abbiamo vissuto e viviamo negli ultimi decenni e in questo momento. Problemi che possono essere di notevole utilità per coloro che sono interessati a queste questioni.

Non intendo riferire i contenuti di questo libro. E non è mia intenzione criticarlo o lodarlo. Quello che sto cercando di fare è offrire alcune chiavi di lettura che possano aiutare a capire meglio o a saper collocare ciò che La Bella e Valero riferiscono e spiegano in un libro che certamente è di notevole interesse.

La prima chiave, che aiuterà il lettore del libro, sarà (penso) considerare che il fondatore dei gesuiti, sant’Ignazio di Loyola, ha introdotto un cambiamento decisivo nella storia della vita religiosa nella Chiesa. Questo cambiamento è consistito nel fatto che Ignazio di Loyola non ha posto il centro della vita religiosa nel convento (e nelle sue osservanze), ma nella missione (e nelle sue esigenze). A partire dagli “anacoreti” (del III sec.), passando per i “monaci” del Medioevo, fino ai conflitti, che Francesco di Assisi dovette vivere, tra i “conventuali” e gli “osservanti” nel XIII e XIV secolo, frati e suore hanno vissuto continui conflitti.

Stando così le cose, Ignazio di Loyola ha optato per “la difesa e la propagazione della fede” (Formula dell’Istituto, approvata da papa Giulio III nel 1550). Si comprende che Francesco Saverio sia andato in India, come tanti altri gesuiti si sono dispersi in Africa e in America Latina o nelle Filippine.

La seconda chiave sta nel conoscere l’innovazione presentata da P. Arrupe nella Congregazione Generale 32 nel 1975. Se Ignazio di Loyola aveva spostato il centro della Vita Religiosa dal convento alla missione, Arrupe ha specificato lo scopo di questa missione nel nostro tempo. La missione, secondo sant’Ignazio, era “la difesa della fede”, che era così urgente nel sec. XVI, prima della Riforma protestante. Nei secoli XX-XXI il grosso problema non è difendere l’ortodossia dottrinale della fede, ma “la promozione della giustizia” (Decreto “La missione oggi”, nn. 2 e 18). Ciò che angoscia il mondo di oggi non è l’”ortodossia della fede”, ma “l’ingiustizia” che molti milioni di esseri umani devono sopportare.

Come è logico, quando furono modificati la ragion d’essere e lo scopo che i gesuiti devono avere oggi, Arrupe si dovette trovare in situazioni molto difficili da sopportare. I rapporti della Curia dei gesuiti con il Vaticano non sono stati facili negli oltre 30 anni nei quali la Chiesa è stata governata da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. I gesuiti arrivarono ad essere molto vicini alla frattura dell’Ordine in due blocchi. Papa Wojtyla annullò una decisione fondamentale di Arrupe, quando era già sul punto di morire. E nel papato di Benedetto XVI il cardinale Bertone tentò di nuovo di “intervenire” sui gesuiti, cosa che non arrivò a verificarsi a causa dell’atteggiamento coraggioso e fermo di colui che era stato gesuita, Jorge M. Bergoglio, l’attuale papa Francesco.

Le mie lunghe conversazioni con Arrupe negli anni ‘70, con il successivo superiore generale dell’Ordine, H. P. Kolvenbach e con Adolfo Nicolás pochi giorni prima di conoscere le dimissioni dal papato di J. Ratzinger mi hanno spiegato perché la Chiesa si trova nella situazione così difficile che stiamo vivendo noi che amiamo sinceramente questa Chiesa. Perché in lei la mano di Dio continua ad agire. Papa Francesco – lo stiamo vedendo – ha preso sul serio il Vangelo. E il Vangelo, come ben sappiamo, diventa insopportabile per coloro che rimangono bloccati nelle “ortodossie” e nelle “osservanze” dei fanatici, anche quando questo costa l’incredibile prezzo di condannare a morte di nuovo Gesù.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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I gesuiti come paradigma

  

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Il recente libro I gesuiti. Dal Vaticano II a Papa Francesco (Guerini Associati, Milano 2019), che è stato scritto da Gianni La Bella, docente dell’Università di Modena, e si avvale (a quanto pare) delle preziose informazioni del gesuita Urbano Valero, sta facendo discutere negli ambienti religiosi ed ecclesiastici. Il lettore di questo libro sicuramente scopre fatti e situazioni che nella Chiesa abbiamo vissuto e viviamo negli ultimi decenni e in questo momento. Problemi che possono essere di notevole utilità per coloro che sono interessati a queste questioni.

Non intendo riferire i contenuti di questo libro. E non è mia intenzione criticarlo o lodarlo. Quello che sto cercando di fare è offrire alcune chiavi di lettura che possano aiutare a capire meglio o a saper collocare ciò che La Bella e Valero riferiscono e spiegano in un libro che certamente è di notevole interesse.

La prima chiave, che aiuterà il lettore del libro, sarà (penso) considerare che il fondatore dei gesuiti, sant’Ignazio di Loyola, ha introdotto un cambiamento decisivo nella storia della vita religiosa nella Chiesa. Questo cambiamento è consistito nel fatto che Ignazio di Loyola non ha posto il centro della vita religiosa nel convento (e nelle sue osservanze), ma nella missione (e nelle sue esigenze). A partire dagli “anacoreti” (del III sec.), passando per i “monaci” del Medioevo, fino ai conflitti, che Francesco di Assisi dovette vivere, tra i “conventuali” e gli “osservanti” nel XIII e XIV secolo, frati e suore hanno vissuto continui conflitti.

Stando così le cose, Ignazio di Loyola ha optato per “la difesa e la propagazione della fede” (Formula dell’Istituto, approvata da papa Giulio III nel 1550). Si comprende che Francesco Saverio sia andato in India, come tanti altri gesuiti si sono dispersi in Africa e in America Latina o nelle Filippine.

La seconda chiave sta nel conoscere l’innovazione presentata da P. Arrupe nella Congregazione Generale 32 nel 1975. Se Ignazio di Loyola aveva spostato il centro della Vita Religiosa dal convento alla missione, Arrupe ha specificato lo scopo di questa missione nel nostro tempo. La missione, secondo sant’Ignazio, era “la difesa della fede”, che era così urgente nel sec. XVI, prima della Riforma protestante. Nei secoli XX-XXI il grosso problema non è difendere l’ortodossia dottrinale della fede, ma “la promozione della giustizia” (Decreto “La missione oggi”, nn. 2 e 18). Ciò che angoscia il mondo di oggi non è l’”ortodossia della fede”, ma “l’ingiustizia” che molti milioni di esseri umani devono sopportare.

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Come è logico, quando furono modificati la ragion d’essere e lo scopo che i gesuiti devono avere oggi, Arrupe si dovette trovare in situazioni molto difficili da sopportare. I rapporti della Curia dei gesuiti con il Vaticano non sono stati facili negli oltre 30 anni nei quali la Chiesa è stata governata da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. I gesuiti arrivarono ad essere molto vicini alla frattura dell’Ordine in due blocchi. Papa Wojtyla annullò una decisione fondamentale di Arrupe, quando era già sul punto di morire. E nel papato di Benedetto XVI il cardinale Bertone tentò di nuovo di “intervenire” sui gesuiti, cosa che non arrivò a verificarsi a causa dell’atteggiamento coraggioso e fermo di colui che era stato gesuita, Jorge M. Bergoglio, l’attuale papa Francesco.

Le mie lunghe conversazioni con Arrupe negli anni ‘70, con il successivo superiore generale dell’Ordine, H. P. Kolvenbach e con Adolfo Nicolás pochi giorni prima di conoscere le dimissioni dal papato di J. Ratzinger mi hanno spiegato perché la Chiesa si trova nella situazione così difficile che stiamo vivendo noi che amiamo sinceramente questa Chiesa. Perché in lei la mano di Dio continua ad agire. Papa Francesco – lo stiamo vedendo – ha preso sul serio il Vangelo. E il Vangelo, come ben sappiamo, diventa insopportabile per coloro che rimangono bloccati nelle “ortodossie” e nelle “osservanze” dei fanatici, anche quando questo costa l’incredibile prezzo di condannare a morte di nuovo Gesù.

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