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Home Rubriche Risponde il teologo I cristiani e l’Antico testamento: Gesù "porta a compimento" la legge mosaica

I cristiani e l’Antico testamento: Gesù “porta a compimento” la legge mosaica

Risponde don Filippo Belli, docente di Sacra Scrittura

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Il lettore chiede: perché molti precetti dell’Antico Testamento, seguiti dal popolo ebraico, non sono vincolanti per noi cristiani? Il biblista don Filippo Belli spiega il rapporto con la Legge mosaica stabilito da Gesù.

Nel vangelo si legge che Gesù non è venuto per abolire la legge, ma per dare compimento. Infatti i Dieci Comandamenti sono validi per noi cristiani, e li insegniamo ai bambini. Perché invece altre norme contenute nell’Antico Testamento non le consideriamo vincolanti per noi cristiani? Certi usi alimentari, o comportamenti familiari e sociali, vengono considerati superati dopo la venuta di Gesù?

Lorenzo Casucci

Risponde don Filippo Belli, docente di Sacra Scrittura

La questione è molto complessa, ovvero del rapporto con la Legge mosaica stabilito da Gesù stesso e quindi dalla tradizione apostolica testimoniata dai testi del Nuovo Testamento in seguito recepiti dalla Chiesa.
In effetti tale rapporto tocca diversi aspetti sensibili e soprattutto si pone su diversi piani.
Partiamo dalla frase evocata, tratta dal vangelo di Matteo: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i profeti, non sono venuto ad abolire ma a portare a compimento» (Mt 5,18).
Evidentemente qualcuno riteneva che le parole e i comportamenti di Gesù, che si pone di fronte alle norme mosaiche con una certa «libertà»  – vedi ad esempio i tanti casi sul comandamento riguardante il sabato narrati dai vangeli -, implicassero l’abolizione di tutta la tradizione ebraica precedente.
Gesù nega nel modo più assoluto questa possibilità. Per Lui non si tratta di abolire, ma di portare a compimento. Cosa significa? Prendendo spunto da questa famosa affermazione di Gesù e tenendo conto di tutta la tradizione del Nuovo Testamento si può tentare di individuare alcune chiavi di lettura e di comprensione.
1) La legge mosaica ricevuta dal popolo di Israele ha sicuramente un aspetto normativo vincolante, come ogni legge, ma anche un aspetto «educativo», ciò che è proprio di una buona legislazione. Essa in effetti serve a stabilire i rapporti con le persone, con le cose, con le varie situazioni della vita, in modo che la convivenza sia possibile in una società data. L’ideale però sarebbe non avere leggi. Ovvero: se tutti fossero «buoni» da non rubare, non ci sarebbero leggi contro i furti. La legge in questo caso serve a scoraggiarli, ma anche ad abituare le persone a non rubare attraverso il deterrente della sanzione che la legge prevede. Così anche la legge di Dio sottosta in qualche misura a questa dinamica fondamentale, per la quale una legge vieta ma al contempo educa il popolo (cf. i comandamenti).  In questo modo, si capisce che l’ideale è che una legge sia abolita perché ormai ha assolto il suo compito educativo. Paolo ha colto bene questa caratteristica affermando che nella sua globalità «la legge è stata per noi come un pedagogo che ci ha condotto a Cristo […] sopraggiunta la fede, non siamo più sotto un pedagogo» (Gal 3,24-25). Si potrebbe intendere le parole di Gesù dicendo che lo scopo di Gesù non è abolire la Legge, ma di fare in maniera che sia portata a compimento la sua opera pedagogica di modo che non ce ne sia più bisogno.
2) Ogni legislazione umana è imperfetta. Anche la Legge mosaica, pur essendo legge divina, in quanto è formulata e vissuta da uomini, subisce il fatto di rivelarsi imperfetta, tanto che occorre interpretarla in modo giusto; si può aggirarla («fatta la legge, trovato l’inganno!»); si può eluderla; può non raggiungere il suo scopo, tanto da essere violata; essa è intesa a favorire comportamenti buoni, ma può essere utilizzata perfino per compiere il male. È storia di tutti i giorni che conosciamo bene. Questo aspetto è quello che maggiormente Gesù stigmatizza soprattutto nei confronti di coloro – i famosi «scribi e farisei ipocriti» – che affermano di amare la legge, ma di fatto la usano per i loro interessi, la interpretano a loro favore, e «con» la legge favoriscono l’ingiustizia. Ricordiamo quello che ci narrano i Vangeli e che Paolo fa capire bene: è in forza della legge (un complesso e combinato disposto tra legge ebraica e legge romana) che Gesù è stato condannato e messo a morte, il Figlio di Dio innocente e santo (Ga 3,13; Rm 7,4). A riguardo di questo aspetto Gesù è molto chiaro: per quello che concerne la legge mosaica occorre risalire alla intenzione buona del Legislatore, altrimenti la legge può essere foriera di grandi ingiustizie. È ciò di cui si incarica Gesù lungo tutto il suo ministero pubblico: riportare la Legge alle sue originali intenzioni: «avete inteso che fu detto … ma io vi dico» (Mt 5,21-48); «per la durezza del vostro cuore Mosé vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così» (Mt 19,8).
3) L’accenno al cuore da parte di Gesù appena fatto, ci introduce in un ultimo importante aspetto della questione. In effetti la legge è un elemento esterno alla persona, che guida, impone, orienta, sanziona, prescrive. Ma non è sufficientemente in grado di cambiare il cuore. La legge, che si propone di educare, con difficoltà fa diventare buone le persone. La moltiplicazione di normative e leggi per arginare i fenomeni di abusi, di corruzione e ingiustizie alla quale assistiamo in questi ultimi anni, non ci hanno reso necessariamente più buoni e giusti. Il fatto è che per diventare buoni occorre che si muova la libertà di ognuno, e la legge che prescrive, obbliga, vieta e sanziona è in qualche modo l’antitesi della libertà. Così la legge di Dio data a Mosé e tutta la tradizione legislativa di Israele non hanno reso più buono il popolo. Casomai lo hanno reso cosciente che gli occorreva altro, qualcosa di più radicale e profondo, un cambiamento del cuore, un cuore nuovo. Così i profeti (cf. Ger 31,31-38 e Ez 36,24-28) hanno prospettato come novità tale mutamento interiore che permetta di adempiere la legge: «vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme» (Ez 36,26-27). Questo cuore nuovo e spirito nuovo è la «creatura nuova» generata dalla Pasqua di Gesù e che è partecipata a noi nel Battesimo e in tutti i sacramenti e la vita della Chiesa. Il compimento che Gesù ha portato rispetto alla Legge mosaica è la possibilità interiore di compierla in libertà, in forza dello Spirito che ci ha regalato. Così in noi agisce lo Spirito per compiere la Legge, la quale ha il suo culmine nella carità: «pieno compimento della Legge è la carità» (Rm 13,10; cf. anche Ga 5,14).
La risposta alla domanda che è stata posta, quindi, potrebbe essere formulata in questi termini generali: per il cristiano la grande questione rispetto alla Legge e ai comandamenti non è quali norme o comportamenti ottemperare, altrimenti ritorneremmo in un regime di schiavitù – ovvero sotto una legge, quantunque cristiana -, ma di approfondire il dono di grazia ricevuto che ci ha reso figli e che ci abilita a vivere nella fede, nella speranza e nella carità, adempiendo così non tanto le norme, quanto il significato e l’intenzione profonda di tutta la Legge divina. Il cristianesimo non è l’abolizione della Legge mosaica per stabilirne una nuova – magari migliore – ma partecipare nel Figlio alla figliolanza divina che porta a perfezione nella carità ogni legge.

Originale: ToscanaOggi.it
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Nel vangelo si legge che Gesù non è venuto per abolire la legge, ma per dare compimento. Infatti i Dieci Comandamenti sono validi per noi cristiani, e li insegniamo ai bambini. Perché invece altre norme contenute nell’Antico Testamento non le consideriamo vincolanti per noi cristiani? Certi usi alimentari, o comportamenti familiari e sociali, vengono considerati superati dopo la venuta di Gesù?

Lorenzo Casucci

Risponde don Filippo Belli, docente di Sacra Scrittura

La questione è molto complessa, ovvero del rapporto con la Legge mosaica stabilito da Gesù stesso e quindi dalla tradizione apostolica testimoniata dai testi del Nuovo Testamento in seguito recepiti dalla Chiesa.
In effetti tale rapporto tocca diversi aspetti sensibili e soprattutto si pone su diversi piani.
Partiamo dalla frase evocata, tratta dal vangelo di Matteo: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i profeti, non sono venuto ad abolire ma a portare a compimento» (Mt 5,18).
Evidentemente qualcuno riteneva che le parole e i comportamenti di Gesù, che si pone di fronte alle norme mosaiche con una certa «libertà»  – vedi ad esempio i tanti casi sul comandamento riguardante il sabato narrati dai vangeli -, implicassero l’abolizione di tutta la tradizione ebraica precedente.
Gesù nega nel modo più assoluto questa possibilità. Per Lui non si tratta di abolire, ma di portare a compimento. Cosa significa? Prendendo spunto da questa famosa affermazione di Gesù e tenendo conto di tutta la tradizione del Nuovo Testamento si può tentare di individuare alcune chiavi di lettura e di comprensione.
1) La legge mosaica ricevuta dal popolo di Israele ha sicuramente un aspetto normativo vincolante, come ogni legge, ma anche un aspetto «educativo», ciò che è proprio di una buona legislazione. Essa in effetti serve a stabilire i rapporti con le persone, con le cose, con le varie situazioni della vita, in modo che la convivenza sia possibile in una società data. L’ideale però sarebbe non avere leggi. Ovvero: se tutti fossero «buoni» da non rubare, non ci sarebbero leggi contro i furti. La legge in questo caso serve a scoraggiarli, ma anche ad abituare le persone a non rubare attraverso il deterrente della sanzione che la legge prevede. Così anche la legge di Dio sottosta in qualche misura a questa dinamica fondamentale, per la quale una legge vieta ma al contempo educa il popolo (cf. i comandamenti).  In questo modo, si capisce che l’ideale è che una legge sia abolita perché ormai ha assolto il suo compito educativo. Paolo ha colto bene questa caratteristica affermando che nella sua globalità «la legge è stata per noi come un pedagogo che ci ha condotto a Cristo […] sopraggiunta la fede, non siamo più sotto un pedagogo» (Gal 3,24-25). Si potrebbe intendere le parole di Gesù dicendo che lo scopo di Gesù non è abolire la Legge, ma di fare in maniera che sia portata a compimento la sua opera pedagogica di modo che non ce ne sia più bisogno.
2) Ogni legislazione umana è imperfetta. Anche la Legge mosaica, pur essendo legge divina, in quanto è formulata e vissuta da uomini, subisce il fatto di rivelarsi imperfetta, tanto che occorre interpretarla in modo giusto; si può aggirarla («fatta la legge, trovato l’inganno!»); si può eluderla; può non raggiungere il suo scopo, tanto da essere violata; essa è intesa a favorire comportamenti buoni, ma può essere utilizzata perfino per compiere il male. È storia di tutti i giorni che conosciamo bene. Questo aspetto è quello che maggiormente Gesù stigmatizza soprattutto nei confronti di coloro – i famosi «scribi e farisei ipocriti» – che affermano di amare la legge, ma di fatto la usano per i loro interessi, la interpretano a loro favore, e «con» la legge favoriscono l’ingiustizia. Ricordiamo quello che ci narrano i Vangeli e che Paolo fa capire bene: è in forza della legge (un complesso e combinato disposto tra legge ebraica e legge romana) che Gesù è stato condannato e messo a morte, il Figlio di Dio innocente e santo (Ga 3,13; Rm 7,4). A riguardo di questo aspetto Gesù è molto chiaro: per quello che concerne la legge mosaica occorre risalire alla intenzione buona del Legislatore, altrimenti la legge può essere foriera di grandi ingiustizie. È ciò di cui si incarica Gesù lungo tutto il suo ministero pubblico: riportare la Legge alle sue originali intenzioni: «avete inteso che fu detto … ma io vi dico» (Mt 5,21-48); «per la durezza del vostro cuore Mosé vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così» (Mt 19,8).
3) L’accenno al cuore da parte di Gesù appena fatto, ci introduce in un ultimo importante aspetto della questione. In effetti la legge è un elemento esterno alla persona, che guida, impone, orienta, sanziona, prescrive. Ma non è sufficientemente in grado di cambiare il cuore. La legge, che si propone di educare, con difficoltà fa diventare buone le persone. La moltiplicazione di normative e leggi per arginare i fenomeni di abusi, di corruzione e ingiustizie alla quale assistiamo in questi ultimi anni, non ci hanno reso necessariamente più buoni e giusti. Il fatto è che per diventare buoni occorre che si muova la libertà di ognuno, e la legge che prescrive, obbliga, vieta e sanziona è in qualche modo l’antitesi della libertà. Così la legge di Dio data a Mosé e tutta la tradizione legislativa di Israele non hanno reso più buono il popolo. Casomai lo hanno reso cosciente che gli occorreva altro, qualcosa di più radicale e profondo, un cambiamento del cuore, un cuore nuovo. Così i profeti (cf. Ger 31,31-38 e Ez 36,24-28) hanno prospettato come novità tale mutamento interiore che permetta di adempiere la legge: «vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme» (Ez 36,26-27). Questo cuore nuovo e spirito nuovo è la «creatura nuova» generata dalla Pasqua di Gesù e che è partecipata a noi nel Battesimo e in tutti i sacramenti e la vita della Chiesa. Il compimento che Gesù ha portato rispetto alla Legge mosaica è la possibilità interiore di compierla in libertà, in forza dello Spirito che ci ha regalato. Così in noi agisce lo Spirito per compiere la Legge, la quale ha il suo culmine nella carità: «pieno compimento della Legge è la carità» (Rm 13,10; cf. anche Ga 5,14).
La risposta alla domanda che è stata posta, quindi, potrebbe essere formulata in questi termini generali: per il cristiano la grande questione rispetto alla Legge e ai comandamenti non è quali norme o comportamenti ottemperare, altrimenti ritorneremmo in un regime di schiavitù – ovvero sotto una legge, quantunque cristiana -, ma di approfondire il dono di grazia ricevuto che ci ha reso figli e che ci abilita a vivere nella fede, nella speranza e nella carità, adempiendo così non tanto le norme, quanto il significato e l’intenzione profonda di tutta la Legge divina. Il cristianesimo non è l’abolizione della Legge mosaica per stabilirne una nuova – magari migliore – ma partecipare nel Figlio alla figliolanza divina che porta a perfezione nella carità ogni legge.

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