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I confessori siano strumento della misericordia

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​La misericordia di Dio non arriva dietro pagamento, arriva “gratuitamente” a tutti quelli che la invocano. La possibilità di perdono “è davvero aperta a tutti”. Lo ricorda papa Francesco ai partecipanti al Corso promosso dalla Penitenzieria Apostolica a Roma per aiutare i nuovi sacerdoti ad amministrare bene il Sacramento della Riconciliazione.

“La possibilità del perdono è davvero aperta a tutti, anzi è spalancata, – dice Francesco – come la più grande delle ‘porte santè, perché coincide con il cuore stesso del Padre, che ama e attende tutti i suoi figli, in modo particolare quelli che hanno sbagliato di più e che sono lontani.

La misericordia del Padre può raggiungere ogni persona in molti modi: attraverso l’apertura di una coscienza sincera; per mezzo della lettura della Parola di Dio che converte il cuore; mediante un incontro con una sorella o un fratello misericordiosi; nelle esperienze della vita che ci parlano di ferite, di peccato, di perdono e di misericordia”.

Il Pontefice ammonisce i confessori a non mettere il bastone tra le ruote a chi si rivolge loro per chiedere misericordia: “Quando, come confessori, ci rechiamo al confessionale per accogliere i fratelli e le sorelle, dobbiamo sempre ricordarci che siamo strumenti della misericordia di Dio per loro; dunque stiamo attenti a non porre ostacolo a questo dono di salvezza! Il confessore è, egli stesso, un peccatore, un uomo sempre bisognoso di perdono; egli per primo non può fare a meno della misericordia di Dio, che lo ha ‘sceltò e lo ha ‘costituitò per questo grande compito. Ad esso deve, dunque, disporsi sempre in atteggiamento di fede umile e generosa, avendo come unico desiderio che ogni fedele possa fare esperienza dell’amore del Padre”.
Bergoglio cita come esempi Leopoldo Mandic e Pio da Pietrelcina, “le cui spoglie – ricorda – abbiamo venerato un mese fa in Vaticano”.

Francesco invita a riflettere sul fatto che ogni assoluzione è come un giubileo del cuore: “Ogni fedele pentito, dopo l’assoluzione del sacerdote, ha la certezza, per fede, che i suoi peccati non esistono più. Dio è un potente, ma a me piace pensare che ha una debolezza, una cattiva memoria perché poi cancella i peccati. Ogni assoluzione è, in un certo modo, un giubileo del cuore, che rallegra non solo il fedele e la Chiesa, ma soprattutto Dio stesso. È importante, dunque, che il confessore sia anche un ‘canale di gioià e che il fedele, dopo aver ricevuto il perdono, non si senta più oppresso dalle colpe, ma possa gustare l’opera di Dio che lo ha liberato, vivere in rendimento di grazie, pronto a riparare il male commesso e ad andare incontro ai fratelli con cuore buono e disponibile”.

Il Papa inquadra il dono della misericordia nel contesto sociale: “in questo nostro tempo, segnato dall’individualismo, da tante ferite e dalla tentazione di chiudersi, è un vero e proprio dono vedere e accompagnare persone che si accostano alla misericordia. Ciò comporta anche, per noi tutti, un obbligo ancora maggiore di coerenza evangelica e di benevolenza paterna; siamo custodi, e mai padroni, sia delle pecore, sia della grazia”. Da qui l’invito a rimettere ” al centro – e non solo in questo Anno giubilare! – il Sacramento della Riconciliazione, vero spazio dello Spirito nel quale tutti, confessorie penitenti, possiamo fare esperienza dell’unico amore definitivo e fedele, quello di Dio per ciascuno dei suoi figli, un amore che non delude mai”.

Poi riprendendo la ha raccontato di uno dei suoi modelli di confessore. “Adesso vi dico, a Buenos Aires c’è un grande perdonatore, un padre cappuccino” che a fine giornata si interroga se non abbia assolto troppi peccati. “Gli ho chiesto – ha detto papa Francesco – ‘e cosa fai quando senti questo?’ ‘Vado dal Signore in cappella, davanti al tabernacolo e gli dico: ‘Credo che ho perdonato troppo, ma stai attento, perché sei stato tu a darmi il cattivo esempio”.

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​La misericordia di Dio non arriva dietro pagamento, arriva “gratuitamente” a tutti quelli che la invocano. La possibilità di perdono “è davvero aperta a tutti”. Lo ricorda papa Francesco ai partecipanti al Corso promosso dalla Penitenzieria Apostolica a Roma per aiutare i nuovi sacerdoti ad amministrare bene il Sacramento della Riconciliazione.

“La possibilità del perdono è davvero aperta a tutti, anzi è spalancata, – dice Francesco – come la più grande delle ‘porte santè, perché coincide con il cuore stesso del Padre, che ama e attende tutti i suoi figli, in modo particolare quelli che hanno sbagliato di più e che sono lontani.

La misericordia del Padre può raggiungere ogni persona in molti modi: attraverso l’apertura di una coscienza sincera; per mezzo della lettura della Parola di Dio che converte il cuore; mediante un incontro con una sorella o un fratello misericordiosi; nelle esperienze della vita che ci parlano di ferite, di peccato, di perdono e di misericordia”.

Il Pontefice ammonisce i confessori a non mettere il bastone tra le ruote a chi si rivolge loro per chiedere misericordia: “Quando, come confessori, ci rechiamo al confessionale per accogliere i fratelli e le sorelle, dobbiamo sempre ricordarci che siamo strumenti della misericordia di Dio per loro; dunque stiamo attenti a non porre ostacolo a questo dono di salvezza! Il confessore è, egli stesso, un peccatore, un uomo sempre bisognoso di perdono; egli per primo non può fare a meno della misericordia di Dio, che lo ha ‘sceltò e lo ha ‘costituitò per questo grande compito. Ad esso deve, dunque, disporsi sempre in atteggiamento di fede umile e generosa, avendo come unico desiderio che ogni fedele possa fare esperienza dell’amore del Padre”.
Bergoglio cita come esempi Leopoldo Mandic e Pio da Pietrelcina, “le cui spoglie – ricorda – abbiamo venerato un mese fa in Vaticano”.

Francesco invita a riflettere sul fatto che ogni assoluzione è come un giubileo del cuore: “Ogni fedele pentito, dopo l’assoluzione del sacerdote, ha la certezza, per fede, che i suoi peccati non esistono più. Dio è un potente, ma a me piace pensare che ha una debolezza, una cattiva memoria perché poi cancella i peccati. Ogni assoluzione è, in un certo modo, un giubileo del cuore, che rallegra non solo il fedele e la Chiesa, ma soprattutto Dio stesso. È importante, dunque, che il confessore sia anche un ‘canale di gioià e che il fedele, dopo aver ricevuto il perdono, non si senta più oppresso dalle colpe, ma possa gustare l’opera di Dio che lo ha liberato, vivere in rendimento di grazie, pronto a riparare il male commesso e ad andare incontro ai fratelli con cuore buono e disponibile”.

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Il Papa inquadra il dono della misericordia nel contesto sociale: “in questo nostro tempo, segnato dall’individualismo, da tante ferite e dalla tentazione di chiudersi, è un vero e proprio dono vedere e accompagnare persone che si accostano alla misericordia. Ciò comporta anche, per noi tutti, un obbligo ancora maggiore di coerenza evangelica e di benevolenza paterna; siamo custodi, e mai padroni, sia delle pecore, sia della grazia”. Da qui l’invito a rimettere ” al centro – e non solo in questo Anno giubilare! – il Sacramento della Riconciliazione, vero spazio dello Spirito nel quale tutti, confessorie penitenti, possiamo fare esperienza dell’unico amore definitivo e fedele, quello di Dio per ciascuno dei suoi figli, un amore che non delude mai”.

Poi riprendendo la ha raccontato di uno dei suoi modelli di confessore. “Adesso vi dico, a Buenos Aires c’è un grande perdonatore, un padre cappuccino” che a fine giornata si interroga se non abbia assolto troppi peccati. “Gli ho chiesto – ha detto papa Francesco – ‘e cosa fai quando senti questo?’ ‘Vado dal Signore in cappella, davanti al tabernacolo e gli dico: ‘Credo che ho perdonato troppo, ma stai attento, perché sei stato tu a darmi il cattivo esempio”.

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