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Home Argomenti Vita Ecclesiale “Ho firmato la correctio, non lo rifarei: ha aumentato la confusioneˮ

“Ho firmato la correctio, non lo rifarei: ha aumentato la confusioneˮ

Forse Amoris Laetitia era lo scossone, mal fatto e mal messo, di cui avevamo bisogno per ricordarcene»

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Lo studioso Giuseppe Reguzzoni: «Non è il legalismo che ci salverà. Forse Amoris Laetitia era lo scossone, mal fatto e mal messo, di cui avevamo bisogno per ricordarcene»

ANDREA TORNIELLI

«Ho firmato la correctio filialis, non lo rifarei più. Forse Amoris Laetitia era lo scossone, mal fatto e mal messo, di cui avevamo bisogno per ricordarcene». Ad affermarlo è Giuseppe Reguzzoni, ricercatore, studioso di filosofia e teologia. Il suo nome era apparso tra quelli che avevano firmato la Correctio filialis, il documento che criticava il Papa accusandolo di sostenere «proposizioni false ed eretiche».  

Perché aveva firmato la Correctio filialis? 

«Sono stato redattore di «Communio. Rivista Internazionale di Teologia» per più di vent’anni, suo segretario per tre; ho tradotto volumi di Ratzinger, Schönborn, Koch, Kasper, Balthasar, Neufeld, della Conferenza Episcopale Tedesca. Non mi ritengo del tutto fuori dal mondo della Chiesa e della teologia, anzi, come Faust, quando ripenso a tutto questo, alla luce dell’attuale panorama devastante, non posso che aggiugervi il terribile “purtroppo“ di Faust: le ho studiate sì, giurisprudenza, filosofia e, purtroppo, anche teologia. Come molti nella Chiesa, ho vissuto l’uscita di Amoris Laetitia come una rottura con una tradizione millenaria; diciamocelo chiaramemente, come un cedimento al mondo, come un tradimento. Nella Correctio ho letto delle motivazioni dogmatiche, chiaramente ispirate alla neoscolastica, e ho deciso di aderire». 

Lei ritiene che la Correctio abbia rappresentato una difesa della tradizione? 

«Faccio outing: anch’io vivo e ho vissuto una difficile situazione matrimoniale. Anch’io, come molti, non vedo alcuna via d’uscita. Firmare mi sembrava ancorare una mia difficoltà soggettiva alla pietra stabile della tradizione. Ma è davvero così? Amoris Laetitia è un documento lungo e farraginoso, diverso dalla summa brevitas di secoli di tradizione magisteriale, ma, almeno, pone un problema vero, che è la sofferenza di tanti poveri cristi, che non hanno scelto di separarsi o di divorziare, quasi fosse uno sport leggero… qualcosa che a nessuno fa piacere, a nessuno normale, ovviamente, escludendo, quindi, gli imitatori del jet set. Chi, pienamente umano, non vorrebbe che il proprio amore non fosse eterno? Maschio e femmina Dio li creò… La Correctio, però, sembra non accorgersi di questo dramma, che è reale. C’è gente che soffre, che sta male, che fatica ad attraversare il mare della vita e, forse, solo in certe facoltà di teologia e in Vaticano non se ne accorgono. A sua volta Amoris Laetitia, pensa di risolvere tutto con una notarella ambigua, certo non un gran segno di coraggio. In questo senso, si firma un documento così duro come la Correctio per sentirsi più certi nel mare dell’incertezza, ma questo mare non è altro che la terribile condizione esistenziale e morale in cui ci tocca vivere. Questo mare è semplicemente l’umanità: possiamo far finta che non esista? Mi sono lentamente reso conto che la mia firma, per quanto in un buona fede, anche indotta da persone di indubbia onestà e competenza teologica, rischiava di essere una sorta di maschera pirandelliana, che non evidenziava il problema, ma lo nascondeva». 

In quel testo si diceva che il Papa «ha sostenuto, in modo diretto o indiretto» delle «proposizioni false ed eretiche». Anche se due dei firmatari italiani, monsignor Antonio Livi e il banchiere Ettore Gotti Tedeschi hanno cercato di minimizzare, negando la realtà, perché avete accusato il Pontefice di eresia? 

«In effetti questo tipo di reazioni testimoniano che la confusione regna, così come anche un certo eccessivo papismo, che dipende da una falsa interpretazione del Concilio Vaticano I. La Correctio è stata la risposta sbagliata a un documento sbagliato. La strada non è questa. Da mezzo secolo la Chiesa ci inonda di quintali di documenti che nessuno legge e non interessano a nessuno; non riducono la sofferenza dei molti e non possono essere capite, non perché “lontane dalla modernitàˮ, ma perché la inseguono, rimanendone inevitabilmente invischiate. Oltre tutto, il mondo cosiddetto tradizionalista è sempre più diviso in gruppi e gruppuscoli, ognuno dei quali sempre più chiuso in se stesso e sempre più convinto di avere la soluzione in mano. Monsignor Livi è persona coltissima, ma sembra dimenticarsi che i “dottori“ della Chiesa sono tanti, e non solo san Tommaso, di cui, peraltro, esistono e sono possibili diverse interpretazioni. Ma la sua resta una posizione colta e degna di rispetto. Rispetto a posizioni alla Socci, così diffuse sui social, ricordo che qualunque fedele ha diritto a sollevare dubia (e chiedere l’eventuale loro chiarificazione/ correctio sulla base delle proprie competenze). Invece, l’indicazione della legittimità o meno dell’elezione di un Pontefice non è compito dei fedeli, ma dei cardinali. Insomma, ognuno al suo posto. Ma ho dovuto rendermi conto che qui ciascuno vuole decidere da sé il posto in cui stare. E, difatti, se c’è una cosa che manca tra i cosiddetti tradizionalisti è proprio la solidarietà. Quanto ai nomi che ha fatto, sono tutte persone molto onorevoli, ma talvolta un po’ piene di sè, e l’umiltà, come la capacità di essere solidali con chi è perseguitato o soffre, sono ancora, o dovrebbero essere, virtù cristiane. Sbaglio o il problema che dovrebbe stare a cuore alla correctio è proprio la virtù? Non è che la stanno confondendo con il legalismo? La virtù, come “virtusˮ è anzitutto la capacità di essere “virˮ, di condividere la dimensione umana, come ha fatto Gesù, “fuorché nel peccatoˮ, da cui ci libera lui, non la Legge. È meglio sbagliare amando che non amare e mettersi la maschera del giusto. Di certi bravi cattolici Péguy diceva che poiché non amano nesssuno, credono di amare Dio ed essere nel giusto». 

Quali sono state le conseguenze per quella firma da lei apposta alla Correctio? 

«Terrificanti. L’Università Cattolica di Milano prima mi ha mandato una raccomandata di diffida perché, secondo loro, il titolo di “ricercatore esternoˮ da me utilizzato non esisterebbe. Poi, quando ho mandato la copia del documento in cui mi si indicava proprio con questo titolo, non hanno risposto, ma mi hanno depennnato, senza preavviso, dalla lista web dei collaboratori, senza una sola parola di spiegazione. Anzi, no; un docente, su mia richiesta, mi ha risposto con un messaggio alquanto secco su whatsapp. Diverse case editrici cattoliche non mi hanno più mandato lavori di traduzione. Insomma, mi hanno colpito sulla pagnotta, il che mi rende difficile credere nei discorsi vaticani sulla “misericordiaˮ. Quella che ho sperimentato io sono legnate, senza troppi commenti». 

Perché non rifarebbe ciò che ha fatto? 

«Lo ribadisco, non rifirmerei la Correctio, ma non per riavere posticini accademici o premi (anche perché in cambio ne ho guadagnato in dignità e consapevolezza, realtà impagabili) ma semplicemente perché la Correctio ha aumentato la confusione nella Chiesa e, per quanto mi riguarda – faccio ancoraouting – ha deviato il problema. Sono separato da anni e non ci sto bene. Resto convinto che la sofferenza faccia parte della nostra condizione di vita in questo mondo, ma che Dio non la voglia per noi, che essa sia piuttosto una conseguenza del male e che noi siamo chiamati a combattere questo male, in noi e fuori di noi. Meglio chiamare le cose col loro nome e rientrare nella folla, ormai immensa, di coloro che hanno delle sofferenze familiari, personali, affettive piuttosto che indossare la maschera del giusto nei principi, martirizzato nella prassi. E meglio avere un viso, un volto, magari sofferente, che una maschera, suggerita da altri. Le maschere nascondono, il volto richiama a Quello a cui immagine siamo stati creati. Su questo, mi permetta di citare Pasternak: “Se la bestia che dorme nell’uomo potesse essere trattenuta da minacce – una qualsiasi minaccia, la prigione o la retribuzione dopo la morte – allora il più alto emblema dell’umanità sarebbe il domatore di leoni nel circo con la frusta, non il Profeta che si è sacrificatoˮ. Non è il legalismo che ci salverà. Forse Amoris Laetitia era lo scossone, mal fatto e mal messo, di cui avevamo bisogno pr ricordarcene. La via occidentale, tutta ispirata al diritto e alla sua interpretazione ormai fa acqua da tutte le parti». 

Originale: Vatican Insider
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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“Ho firmato la correctio, non lo rifarei: ha aumentato la confusioneˮ

Forse Amoris Laetitia era lo scossone, mal fatto e mal messo, di cui avevamo bisogno per ricordarcene»

  

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Lo studioso Giuseppe Reguzzoni: «Non è il legalismo che ci salverà. Forse Amoris Laetitia era lo scossone, mal fatto e mal messo, di cui avevamo bisogno per ricordarcene»

ANDREA TORNIELLI

«Ho firmato la correctio filialis, non lo rifarei più. Forse Amoris Laetitia era lo scossone, mal fatto e mal messo, di cui avevamo bisogno per ricordarcene». Ad affermarlo è Giuseppe Reguzzoni, ricercatore, studioso di filosofia e teologia. Il suo nome era apparso tra quelli che avevano firmato la Correctio filialis, il documento che criticava il Papa accusandolo di sostenere «proposizioni false ed eretiche».  

Perché aveva firmato la Correctio filialis? 

«Sono stato redattore di «Communio. Rivista Internazionale di Teologia» per più di vent’anni, suo segretario per tre; ho tradotto volumi di Ratzinger, Schönborn, Koch, Kasper, Balthasar, Neufeld, della Conferenza Episcopale Tedesca. Non mi ritengo del tutto fuori dal mondo della Chiesa e della teologia, anzi, come Faust, quando ripenso a tutto questo, alla luce dell’attuale panorama devastante, non posso che aggiugervi il terribile “purtroppo“ di Faust: le ho studiate sì, giurisprudenza, filosofia e, purtroppo, anche teologia. Come molti nella Chiesa, ho vissuto l’uscita di Amoris Laetitia come una rottura con una tradizione millenaria; diciamocelo chiaramemente, come un cedimento al mondo, come un tradimento. Nella Correctio ho letto delle motivazioni dogmatiche, chiaramente ispirate alla neoscolastica, e ho deciso di aderire». 

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«Faccio outing: anch’io vivo e ho vissuto una difficile situazione matrimoniale. Anch’io, come molti, non vedo alcuna via d’uscita. Firmare mi sembrava ancorare una mia difficoltà soggettiva alla pietra stabile della tradizione. Ma è davvero così? Amoris Laetitia è un documento lungo e farraginoso, diverso dalla summa brevitas di secoli di tradizione magisteriale, ma, almeno, pone un problema vero, che è la sofferenza di tanti poveri cristi, che non hanno scelto di separarsi o di divorziare, quasi fosse uno sport leggero… qualcosa che a nessuno fa piacere, a nessuno normale, ovviamente, escludendo, quindi, gli imitatori del jet set. Chi, pienamente umano, non vorrebbe che il proprio amore non fosse eterno? Maschio e femmina Dio li creò… La Correctio, però, sembra non accorgersi di questo dramma, che è reale. C’è gente che soffre, che sta male, che fatica ad attraversare il mare della vita e, forse, solo in certe facoltà di teologia e in Vaticano non se ne accorgono. A sua volta Amoris Laetitia, pensa di risolvere tutto con una notarella ambigua, certo non un gran segno di coraggio. In questo senso, si firma un documento così duro come la Correctio per sentirsi più certi nel mare dell’incertezza, ma questo mare non è altro che la terribile condizione esistenziale e morale in cui ci tocca vivere. Questo mare è semplicemente l’umanità: possiamo far finta che non esista? Mi sono lentamente reso conto che la mia firma, per quanto in un buona fede, anche indotta da persone di indubbia onestà e competenza teologica, rischiava di essere una sorta di maschera pirandelliana, che non evidenziava il problema, ma lo nascondeva». 

In quel testo si diceva che il Papa «ha sostenuto, in modo diretto o indiretto» delle «proposizioni false ed eretiche». Anche se due dei firmatari italiani, monsignor Antonio Livi e il banchiere Ettore Gotti Tedeschi hanno cercato di minimizzare, negando la realtà, perché avete accusato il Pontefice di eresia? 

«In effetti questo tipo di reazioni testimoniano che la confusione regna, così come anche un certo eccessivo papismo, che dipende da una falsa interpretazione del Concilio Vaticano I. La Correctio è stata la risposta sbagliata a un documento sbagliato. La strada non è questa. Da mezzo secolo la Chiesa ci inonda di quintali di documenti che nessuno legge e non interessano a nessuno; non riducono la sofferenza dei molti e non possono essere capite, non perché “lontane dalla modernitàˮ, ma perché la inseguono, rimanendone inevitabilmente invischiate. Oltre tutto, il mondo cosiddetto tradizionalista è sempre più diviso in gruppi e gruppuscoli, ognuno dei quali sempre più chiuso in se stesso e sempre più convinto di avere la soluzione in mano. Monsignor Livi è persona coltissima, ma sembra dimenticarsi che i “dottori“ della Chiesa sono tanti, e non solo san Tommaso, di cui, peraltro, esistono e sono possibili diverse interpretazioni. Ma la sua resta una posizione colta e degna di rispetto. Rispetto a posizioni alla Socci, così diffuse sui social, ricordo che qualunque fedele ha diritto a sollevare dubia (e chiedere l’eventuale loro chiarificazione/ correctio sulla base delle proprie competenze). Invece, l’indicazione della legittimità o meno dell’elezione di un Pontefice non è compito dei fedeli, ma dei cardinali. Insomma, ognuno al suo posto. Ma ho dovuto rendermi conto che qui ciascuno vuole decidere da sé il posto in cui stare. E, difatti, se c’è una cosa che manca tra i cosiddetti tradizionalisti è proprio la solidarietà. Quanto ai nomi che ha fatto, sono tutte persone molto onorevoli, ma talvolta un po’ piene di sè, e l’umiltà, come la capacità di essere solidali con chi è perseguitato o soffre, sono ancora, o dovrebbero essere, virtù cristiane. Sbaglio o il problema che dovrebbe stare a cuore alla correctio è proprio la virtù? Non è che la stanno confondendo con il legalismo? La virtù, come “virtusˮ è anzitutto la capacità di essere “virˮ, di condividere la dimensione umana, come ha fatto Gesù, “fuorché nel peccatoˮ, da cui ci libera lui, non la Legge. È meglio sbagliare amando che non amare e mettersi la maschera del giusto. Di certi bravi cattolici Péguy diceva che poiché non amano nesssuno, credono di amare Dio ed essere nel giusto». 

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«Terrificanti. L’Università Cattolica di Milano prima mi ha mandato una raccomandata di diffida perché, secondo loro, il titolo di “ricercatore esternoˮ da me utilizzato non esisterebbe. Poi, quando ho mandato la copia del documento in cui mi si indicava proprio con questo titolo, non hanno risposto, ma mi hanno depennnato, senza preavviso, dalla lista web dei collaboratori, senza una sola parola di spiegazione. Anzi, no; un docente, su mia richiesta, mi ha risposto con un messaggio alquanto secco su whatsapp. Diverse case editrici cattoliche non mi hanno più mandato lavori di traduzione. Insomma, mi hanno colpito sulla pagnotta, il che mi rende difficile credere nei discorsi vaticani sulla “misericordiaˮ. Quella che ho sperimentato io sono legnate, senza troppi commenti». 

Perché non rifarebbe ciò che ha fatto? 

«Lo ribadisco, non rifirmerei la Correctio, ma non per riavere posticini accademici o premi (anche perché in cambio ne ho guadagnato in dignità e consapevolezza, realtà impagabili) ma semplicemente perché la Correctio ha aumentato la confusione nella Chiesa e, per quanto mi riguarda – faccio ancoraouting – ha deviato il problema. Sono separato da anni e non ci sto bene. Resto convinto che la sofferenza faccia parte della nostra condizione di vita in questo mondo, ma che Dio non la voglia per noi, che essa sia piuttosto una conseguenza del male e che noi siamo chiamati a combattere questo male, in noi e fuori di noi. Meglio chiamare le cose col loro nome e rientrare nella folla, ormai immensa, di coloro che hanno delle sofferenze familiari, personali, affettive piuttosto che indossare la maschera del giusto nei principi, martirizzato nella prassi. E meglio avere un viso, un volto, magari sofferente, che una maschera, suggerita da altri. Le maschere nascondono, il volto richiama a Quello a cui immagine siamo stati creati. Su questo, mi permetta di citare Pasternak: “Se la bestia che dorme nell’uomo potesse essere trattenuta da minacce – una qualsiasi minaccia, la prigione o la retribuzione dopo la morte – allora il più alto emblema dell’umanità sarebbe il domatore di leoni nel circo con la frusta, non il Profeta che si è sacrificatoˮ. Non è il legalismo che ci salverà. Forse Amoris Laetitia era lo scossone, mal fatto e mal messo, di cui avevamo bisogno pr ricordarcene. La via occidentale, tutta ispirata al diritto e alla sua interpretazione ormai fa acqua da tutte le parti». 

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