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Hannah Arendt

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di: Ornella Crotti

Nell’anniversario della morte di Hannah Arendt (4 dicembre 1975), Ornella Crotti ne ricorda tratti del pensiero e le rende omaggio quale figura di intellettuale divenuta punto di riferimento fondamentale del pensiero morale e politico contemporaneo.

Le vicende biografiche della giovane e promettente pensatrice ebrea tedesca – costretta a fuggire dalla Germania nazista nel 1933 – si intrecciano col tragico destino del suo popolo e risultano emblematiche di una generazione che ha dovuto confrontarsi con l’orrore estremo. Hannah Arendt è riuscita a sottrarsi allo sterminio fuggendo negli Stati Uniti, ma non ha mai distolto lo sguardo da esso e non ha mai cessato quell’esercizio del pensiero che, solo, può confrontarsi col male e fronteggiarlo.

Tra i nuclei teorici del suo pensiero vorrei qui evocare il concetto di vita che nella sua riflessione si colora di tinte che spaziano dal pensiero greco a quello ebraico-cristiano, rivelando una articolata e profonda cultura filosofica.

Crocevia di pensieri

Nell’opera Vita activa – nel riflettere sulle articolazioni della vita attiva e della vita contemplativa – la Arendt sostiene che la sacralità attribuita alla vita fa parte dell’eredità ebraica che aveva posto l’accento non tanto sull’immortalità dei singoli individui bensì sull’immortalità del popolo. Se anche il cristianesimo delle origini ha dato priorità alla vita contemplativa – priorità che, secondo la Arendt non si trova nella predicazione di Gesù – ciò è dovuto all’influenza della filosofia greca.

Ma la cultura cristiana, nell’affermarne la sacralità, ha annunciato la lieta novella dell’immortalità della vita umana – di ogni vita – e non più del cosmo come nella filosofia greca e del popolo come nella tradizione ebraica.

In queste belle pagine si intrecciano le sue famose riflessioni sul nuovo che irrompe nel mondo in ogni nascita col miracolo della natalità, con quel fatto naturale, ma straordinario, annunciato dal Gaudete: «un bambino è nato tra noi»[1]. Queste riflessioni le consentono di opporre ad una imperante filosofia della morte, un pensiero che valorizza la vita: gli esseri umani, afferma, anche se devono morire, non sono fatti per morire, sono fatti per iniziare, sono degli iniziatori.

Il richiamarsi al pensiero di Agostino, a cui ha dedicato la sua tesi di dottorato, le consente di distinguere tra initium principium. Mentre il termine principium viene utilizzato da Agostino per la creazione del cielo e della terra, l’essere umano è un initium, essendo creato da Dio come uomo e donna, singolarmente. Tale articolazione le permette di sancire il carattere di individualità propria dell’umano e la sua valorizzazione.

In altre parole: in una concezione cosmogonica ciclica non può darsi innovazione perché tutto si ripete e ritorna, mentre in una concezione creazionista, perché ci sia innovazione, ci deve essere un initium e questo initium è posto in un singolo, in Adam, che in ebraico non ha plurale. Noi, afferma Arendt, viviamo in un mondo cristianizzato e siamo consapevoli che ciò che dovrebbe esservi posto al centro è la vita, quale bene più elevato: per questo ci dobbiamo massimamente preoccupare della sua possibilità e della sopravvivenza degli esseri umani sulla terra.

Il male

Dopo questi cenni, la riflessione arendtiana, su cui intendo qui soffermarmi si sviluppa, in ambito morale, attorno ai concetti di male e di perdono: per questa elaborazione faccio prevalentemente riferimento al testo Alcune questioni di filosofia morale.

Arendt si è confrontata al riguardo con una vasta tradizione religiosa e filosofica che ritiene ancora imperante e che ha tentato di affrontare il tema del male considerandolo un modus privativo del bene, quale temporanea manifestazione di un bene ancora nascosto. Posta di fronte all’orrore estremo dello sterminio nazista, la sua riflessione si snoda soprattutto nel confronto col pensiero di Socrate, con la concezione kantiana di male radicale e con l’insegnamento di Gesù nei vangeli.

Quando Socrate. in alcuni passi decisivi dei dialoghi platonici, sostiene che è meglio patire il male piuttosto che farlo, compie un’affermazione che è dettata dalla sua ragione morale, dal daimon che parla dentro di lui. Il problema è, afferma Arendt, che sin da allora questa affermazione non ha potuto essere provata. Kant ha mostrato di avere la stessa venerazione per la voce morale che parla dentro l’essere umano – l’imperativo categorico che ordina – e si è appoggiato al concetto della volontà buona che al “Tu devi”, risponde: “Si, lo voglio”.

Se per lei il problema della malvagità umana viene comunque eluso da buona parte della tradizione della filosofia morale, c’è tuttavia un passaggio nel quale Arendt rileva una decisiva continuità di pensiero e cioè «sul fatto che è impossibile per l’uomo compiere il male deliberatamente, ossia volere il male per amore del male».

Socrate non si stanca di ripetere che chi compie il male lo fa solo perché non sa qual è il vero bene per lui, lo fa per ignoranza, ma se opportunamente educato a pensare e guidato da argomenti razionali, saprà riconoscerlo: questo è il compito che Socrate si assume di fronte alla polis che tuttavia lo condannerà a morte.

Perdono

Con grande efficacia argomentativa, Arendt si accosta a quei passi in cui Gesù di Nazareth parla non solo del perdono tra esseri umani ma chiede il perdono di Dio sugli uomini che vogliono la sua condanna a morte: «Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (cfr. Luca 23,34). Gesù – che lei definisce «questo grande amante dei peccatori e di tutti coloro che hanno trasgredito» – predica il perdono per quei peccati che si possono attribuire alla debolezza della natura umana, mentre indica un limite invalicabile in coloro che si sono resi colpevoli di skandala ossia di offese tali da non poter essere perdonate: per costoro «sarebbe meglio appendersi una pietra al collo e gettarsi in mare».

Se pure il testo evangelico non ci dice espressamente quali siano quelle ingiurie scandalose – forse innominabili perché di fronte ad esse gli esseri umani si ritraggono – noi, afferma la Arendt, ben percepiamo la verità di quanto Gesù dice, anche se «non possiamo inchiodarla in parole».

Pur se il concetto di “perdono dei peccati” è assente nella filosofia greca antica, Arendt non manca di notare un passaggio del Gorgia di Platone in cui Socrate afferma quanto sia preferibile essere in  disaccordo con la maggior parte degli uomini piuttosto che con se stesso: io, anche se sono uno solo, non sono mai solo, perché sono sempre in rapporto con me stesso, parlo con me stesso, sono come un due-in-uno.

L’essere umano non può quindi mai svignarsela da se stesso e dunque: «se facessi il male, sarei condannato a vivere con un malfattore per il resto dei miei giorni». Un criminale può forse sottrarsi a questo confronto con se stesso, dimenticarsi del male e così negare ciò che ha fatto, per non pensarci mai più. Il pentimento che comporta, invece, la connessione tra pensare e ricordare, è proprio il modo per non dimenticare: il modo di «tornarci su», come sottolinea Arendt indicandoci il verbo ebraico shuv.

In questa saldatura tra pensiero greco e ebraico-cristiano che valorizza il dialogo tra sé e sé, per Arendt, scorgiamo l’apparire luminoso della coscienza morale: pensare e ricordare si connotano come elementi dominanti di cosa significhi essere una persona: in tale connessione fondamentale risiede il tratto caratteristico della nostra stessa umanità.

Pensare e ricordare significano mettere radici nel mondo, saperci confrontare tra esseri umani per esercitare la nostra «personalità morale»: infatti, quando perdoniamo, noi perdoniamo la persona, non il crimine che ha commesso.

Fronteggiare la devastazione

Il peggior male, afferma Arendt non è dunque il male radicale, bensì il male senza radici che, non conoscendo limite, può devastare il mondo intero: è quel male commesso da nessuno, ossia da esseri umani che si rifiutano di essere persone, quale il criminale nazista Eichmann, il burocrate dello sterminio, che davanti alla Corte di giustizia di Gerusalemme ha sostenuto di aver semplicemente obbedito agli ordini facendo il suo dovere, come qualsiasi buon tedesco avrebbe fatto. In questa incapacità di pensare, di scegliere e di giudicare si nasconde l’orrore e al tempo stesso la banalità del male.

Nei tempi bui, l’io si configura dunque come «l’ultimo bastione della condotta morale», rappresenta l’ultimo parametro di riferimento per ciò che si dovrebbe o non si dovrebbe fare. Nel versetto biblico riportato dal vangelo «Amerai il prossimo tuo come te stesso», Arendt ritrova lo stesso riferimento ineludibile all’io, a quel “me stesso” con cui ciascuno di noi deve convivere e confrontarsi. Il citato versetto, proveniente dall’Antico Testamento, nell’insegnamento di Gesù si intensifica e si radicalizza.

Quando, ad esempio, in Matteo 5,44 si legge: «Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori», scopriamo – afferma Arendt – che qui viene raggiunto il superamento dell’io perché l’idea centrale di questa morale è che l’unico criterio della condotta sia fare del bene all’altro da me, anche se questi è malvagio. In tale superamento che è un «curioso attentato all’io per amore di Dio e per amore del prossimo» consiste, secondo Arendt, «la quintessenza di ogni etica cristiana degna di questo nome».

Definendo Socrate come colui che ama la saggezza e l’attività del pensiero e Gesù di Nazareth come colui che ama la bontà e il fare il bene, Arendt coglie e rivolge a tutti noi un grande messaggio di umiltà riassumibile nei seguenti termini: come Socrate era consapevole che nessuno può essere davvero sapiente, così Gesù sapeva che nessuno può essere davvero buono, là dove in Marco 10,18 dice: «Perché mi definisci buono? Nessuno è buono, salvo uno, che è il nostro Padre celeste».

Se il male per Socrate è dunque tutto ciò che io non sopporto di avere fatto, per Gesù il male è la «pietra d’inciampo», l’offesa arrecata alla comunità intera. Arendt evidenzia con questa sua riflessione la consapevolezza della radicalità del messaggio cristiano: gli esseri umani vivono al plurale, non al singolare, gli uomini e non l’Uomo abitano la terra.

Voglio concludere rendendo omaggio ad Hannah Arendt con le commoventi parole che il suo amico e editore William Jovanovich pronunciò al suo funerale che si tenne a New York l’8 dicembre 1975: «Era appassionata, come può diventare chi crede nella giustizia e come deve rimanere chi crede nella misericordia (…)».


[1] Le espressioni virgolettate sono prese da testi della Arendt in traduzione italiana, anche quando diverse dalle correnti forme dei testi biblici ripresi.

Originale: Settimana News
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di: Ornella Crotti

Nell’anniversario della morte di Hannah Arendt (4 dicembre 1975), Ornella Crotti ne ricorda tratti del pensiero e le rende omaggio quale figura di intellettuale divenuta punto di riferimento fondamentale del pensiero morale e politico contemporaneo.

Le vicende biografiche della giovane e promettente pensatrice ebrea tedesca – costretta a fuggire dalla Germania nazista nel 1933 – si intrecciano col tragico destino del suo popolo e risultano emblematiche di una generazione che ha dovuto confrontarsi con l’orrore estremo. Hannah Arendt è riuscita a sottrarsi allo sterminio fuggendo negli Stati Uniti, ma non ha mai distolto lo sguardo da esso e non ha mai cessato quell’esercizio del pensiero che, solo, può confrontarsi col male e fronteggiarlo.

Tra i nuclei teorici del suo pensiero vorrei qui evocare il concetto di vita che nella sua riflessione si colora di tinte che spaziano dal pensiero greco a quello ebraico-cristiano, rivelando una articolata e profonda cultura filosofica.

Crocevia di pensieri

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Nell’opera Vita activa – nel riflettere sulle articolazioni della vita attiva e della vita contemplativa – la Arendt sostiene che la sacralità attribuita alla vita fa parte dell’eredità ebraica che aveva posto l’accento non tanto sull’immortalità dei singoli individui bensì sull’immortalità del popolo. Se anche il cristianesimo delle origini ha dato priorità alla vita contemplativa – priorità che, secondo la Arendt non si trova nella predicazione di Gesù – ciò è dovuto all’influenza della filosofia greca.

Ma la cultura cristiana, nell’affermarne la sacralità, ha annunciato la lieta novella dell’immortalità della vita umana – di ogni vita – e non più del cosmo come nella filosofia greca e del popolo come nella tradizione ebraica.

In queste belle pagine si intrecciano le sue famose riflessioni sul nuovo che irrompe nel mondo in ogni nascita col miracolo della natalità, con quel fatto naturale, ma straordinario, annunciato dal Gaudete: «un bambino è nato tra noi»[1]. Queste riflessioni le consentono di opporre ad una imperante filosofia della morte, un pensiero che valorizza la vita: gli esseri umani, afferma, anche se devono morire, non sono fatti per morire, sono fatti per iniziare, sono degli iniziatori.

Il richiamarsi al pensiero di Agostino, a cui ha dedicato la sua tesi di dottorato, le consente di distinguere tra initium principium. Mentre il termine principium viene utilizzato da Agostino per la creazione del cielo e della terra, l’essere umano è un initium, essendo creato da Dio come uomo e donna, singolarmente. Tale articolazione le permette di sancire il carattere di individualità propria dell’umano e la sua valorizzazione.

In altre parole: in una concezione cosmogonica ciclica non può darsi innovazione perché tutto si ripete e ritorna, mentre in una concezione creazionista, perché ci sia innovazione, ci deve essere un initium e questo initium è posto in un singolo, in Adam, che in ebraico non ha plurale. Noi, afferma Arendt, viviamo in un mondo cristianizzato e siamo consapevoli che ciò che dovrebbe esservi posto al centro è la vita, quale bene più elevato: per questo ci dobbiamo massimamente preoccupare della sua possibilità e della sopravvivenza degli esseri umani sulla terra.

Il male

Dopo questi cenni, la riflessione arendtiana, su cui intendo qui soffermarmi si sviluppa, in ambito morale, attorno ai concetti di male e di perdono: per questa elaborazione faccio prevalentemente riferimento al testo Alcune questioni di filosofia morale.

Arendt si è confrontata al riguardo con una vasta tradizione religiosa e filosofica che ritiene ancora imperante e che ha tentato di affrontare il tema del male considerandolo un modus privativo del bene, quale temporanea manifestazione di un bene ancora nascosto. Posta di fronte all’orrore estremo dello sterminio nazista, la sua riflessione si snoda soprattutto nel confronto col pensiero di Socrate, con la concezione kantiana di male radicale e con l’insegnamento di Gesù nei vangeli.

Quando Socrate. in alcuni passi decisivi dei dialoghi platonici, sostiene che è meglio patire il male piuttosto che farlo, compie un’affermazione che è dettata dalla sua ragione morale, dal daimon che parla dentro di lui. Il problema è, afferma Arendt, che sin da allora questa affermazione non ha potuto essere provata. Kant ha mostrato di avere la stessa venerazione per la voce morale che parla dentro l’essere umano – l’imperativo categorico che ordina – e si è appoggiato al concetto della volontà buona che al “Tu devi”, risponde: “Si, lo voglio”.

Se per lei il problema della malvagità umana viene comunque eluso da buona parte della tradizione della filosofia morale, c’è tuttavia un passaggio nel quale Arendt rileva una decisiva continuità di pensiero e cioè «sul fatto che è impossibile per l’uomo compiere il male deliberatamente, ossia volere il male per amore del male».

Socrate non si stanca di ripetere che chi compie il male lo fa solo perché non sa qual è il vero bene per lui, lo fa per ignoranza, ma se opportunamente educato a pensare e guidato da argomenti razionali, saprà riconoscerlo: questo è il compito che Socrate si assume di fronte alla polis che tuttavia lo condannerà a morte.

Perdono

Con grande efficacia argomentativa, Arendt si accosta a quei passi in cui Gesù di Nazareth parla non solo del perdono tra esseri umani ma chiede il perdono di Dio sugli uomini che vogliono la sua condanna a morte: «Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (cfr. Luca 23,34). Gesù – che lei definisce «questo grande amante dei peccatori e di tutti coloro che hanno trasgredito» – predica il perdono per quei peccati che si possono attribuire alla debolezza della natura umana, mentre indica un limite invalicabile in coloro che si sono resi colpevoli di skandala ossia di offese tali da non poter essere perdonate: per costoro «sarebbe meglio appendersi una pietra al collo e gettarsi in mare».

Se pure il testo evangelico non ci dice espressamente quali siano quelle ingiurie scandalose – forse innominabili perché di fronte ad esse gli esseri umani si ritraggono – noi, afferma la Arendt, ben percepiamo la verità di quanto Gesù dice, anche se «non possiamo inchiodarla in parole».

Pur se il concetto di “perdono dei peccati” è assente nella filosofia greca antica, Arendt non manca di notare un passaggio del Gorgia di Platone in cui Socrate afferma quanto sia preferibile essere in  disaccordo con la maggior parte degli uomini piuttosto che con se stesso: io, anche se sono uno solo, non sono mai solo, perché sono sempre in rapporto con me stesso, parlo con me stesso, sono come un due-in-uno.

L’essere umano non può quindi mai svignarsela da se stesso e dunque: «se facessi il male, sarei condannato a vivere con un malfattore per il resto dei miei giorni». Un criminale può forse sottrarsi a questo confronto con se stesso, dimenticarsi del male e così negare ciò che ha fatto, per non pensarci mai più. Il pentimento che comporta, invece, la connessione tra pensare e ricordare, è proprio il modo per non dimenticare: il modo di «tornarci su», come sottolinea Arendt indicandoci il verbo ebraico shuv.

In questa saldatura tra pensiero greco e ebraico-cristiano che valorizza il dialogo tra sé e sé, per Arendt, scorgiamo l’apparire luminoso della coscienza morale: pensare e ricordare si connotano come elementi dominanti di cosa significhi essere una persona: in tale connessione fondamentale risiede il tratto caratteristico della nostra stessa umanità.

Pensare e ricordare significano mettere radici nel mondo, saperci confrontare tra esseri umani per esercitare la nostra «personalità morale»: infatti, quando perdoniamo, noi perdoniamo la persona, non il crimine che ha commesso.

Fronteggiare la devastazione

Il peggior male, afferma Arendt non è dunque il male radicale, bensì il male senza radici che, non conoscendo limite, può devastare il mondo intero: è quel male commesso da nessuno, ossia da esseri umani che si rifiutano di essere persone, quale il criminale nazista Eichmann, il burocrate dello sterminio, che davanti alla Corte di giustizia di Gerusalemme ha sostenuto di aver semplicemente obbedito agli ordini facendo il suo dovere, come qualsiasi buon tedesco avrebbe fatto. In questa incapacità di pensare, di scegliere e di giudicare si nasconde l’orrore e al tempo stesso la banalità del male.

Nei tempi bui, l’io si configura dunque come «l’ultimo bastione della condotta morale», rappresenta l’ultimo parametro di riferimento per ciò che si dovrebbe o non si dovrebbe fare. Nel versetto biblico riportato dal vangelo «Amerai il prossimo tuo come te stesso», Arendt ritrova lo stesso riferimento ineludibile all’io, a quel “me stesso” con cui ciascuno di noi deve convivere e confrontarsi. Il citato versetto, proveniente dall’Antico Testamento, nell’insegnamento di Gesù si intensifica e si radicalizza.

Quando, ad esempio, in Matteo 5,44 si legge: «Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori», scopriamo – afferma Arendt – che qui viene raggiunto il superamento dell’io perché l’idea centrale di questa morale è che l’unico criterio della condotta sia fare del bene all’altro da me, anche se questi è malvagio. In tale superamento che è un «curioso attentato all’io per amore di Dio e per amore del prossimo» consiste, secondo Arendt, «la quintessenza di ogni etica cristiana degna di questo nome».

Definendo Socrate come colui che ama la saggezza e l’attività del pensiero e Gesù di Nazareth come colui che ama la bontà e il fare il bene, Arendt coglie e rivolge a tutti noi un grande messaggio di umiltà riassumibile nei seguenti termini: come Socrate era consapevole che nessuno può essere davvero sapiente, così Gesù sapeva che nessuno può essere davvero buono, là dove in Marco 10,18 dice: «Perché mi definisci buono? Nessuno è buono, salvo uno, che è il nostro Padre celeste».

Se il male per Socrate è dunque tutto ciò che io non sopporto di avere fatto, per Gesù il male è la «pietra d’inciampo», l’offesa arrecata alla comunità intera. Arendt evidenzia con questa sua riflessione la consapevolezza della radicalità del messaggio cristiano: gli esseri umani vivono al plurale, non al singolare, gli uomini e non l’Uomo abitano la terra.

Voglio concludere rendendo omaggio ad Hannah Arendt con le commoventi parole che il suo amico e editore William Jovanovich pronunciò al suo funerale che si tenne a New York l’8 dicembre 1975: «Era appassionata, come può diventare chi crede nella giustizia e come deve rimanere chi crede nella misericordia (…)».


[1] Le espressioni virgolettate sono prese da testi della Arendt in traduzione italiana, anche quando diverse dalle correnti forme dei testi biblici ripresi.

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