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Guido Fink, Non solo Woody Allen

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“ Ho 12 anni. Vado alla Sinagoga. Chiedo al mio rabbino quale è il significato della vita. Lui mi risponde in ebraico. Ma io l’ebraico non lo capisco, l’ebraico. Lui chiede 600 dollari per darmi lezioni di ebraico.”

Leonard Zelig; Woody Allen

Questo è un libro cult appropriato per tutti gli appassionati di cinema e soprattutto per tutti coloro che sono disposti ad ammettere con se stessi che, al dì la di qualsiasi forma di preconcetto anche solo emulativo e superficiale, gli ebrei sono sotto ogni punto di vista i nostri “fratelli maggiori”. Un popolo straordinario.

Questo libro che forse alcuni non esiteranno a definire datato, pur non essendone nel frattempo stato pubblicato uno di altrettanto interesse e densità di materia, vinse nel 2002 il XXIV Premio Efebo d’oro (AG) e riconosciuto dal Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici come opera unica.

Un libro che nonostante la sua concentrazione tecnica può essere letto

in un lustrod’ore – perdonate il neologismo – per la sua piacevolezza stilistica e la straordinaria carica emotiva che riesce a provocare nel lettore appassionato in quanto detentore di un’anima total immersion nel cinema.

L’autore ci conduce attraverso un viaggio caleidoscopico dove il passato incontra il presente, dove l’est incontra  l’ovest e quando tutto sempre definito ecco che ci si accorge che tutto è indefinito e che proprio in questo consiste la sostanza. Celebri autori, sceneggiatori, grandi registi, o anche emeriti sconosciuti per i più che non conoscono il mondo del cinema, sono i protagonisti di questo libro. Fink ce li presenta con la passione di un padre e la lucidità di uno scienziato.

Attraverso una competente quanto originale suddivisione tematica ci descrive sapientemente il cinema americano, come se fosse invisibile, ci rende visibile e conoscibile l’ultima delle muse.

Ci presenta le varie storie e i background di eventi e personaggi che hanno costruito il corso degli eventi. Radici comuni, quelle complesse e variate della cultura ebraica e percorsi diversi, lungo tutta la storia del cinema, sono la trama e l’ordito di un tessuto ricco di relazioni, di scambi, di innovazioni, di creatività.

L’autore delinea con un anima tutta sua la figura dello schlemiel  così come quella del chutzpah , quella del shegetz e quella della shiska. Ci presenta in modo trasparente pellicole che hanno fatto la storia come The Great Dictator  tanto quanto di quelle più recenti come Keeping the Faith con il nuovo tema wasp.

La cultura ebraica, pur configurandosi come una minoranza all’interno delle culture dominanti con le quali si è trovata costantemente a convivere, è sempre stata caratterizzata da una forte pervasività che le ha permesso di far conoscere ed assorbire a queste culture elementi della propria, oltre che ad assimilare essa stessa principi delle altre culture. È possibile riscontrare questa forte pervasività nel cinema, dove gli ebrei, comprendendo fin dall’inizio le potenzialità di questo mezzo di comunicazione, costituirono un vero e proprio monopolio, contribuendo a creare sullo schermo quello che si trasformerà nel sogno americano. Il cardine è l’umorismo, un aspetto fondamentale della cultura ebraica nell’ambito della quale assume due modalità particolari, la dissimulazione e l’auto aggressività, utilizzati come espedienti per sopravvivere in una società quanto questa rende impossibile integrarsi in essa.

Un popolo, una cultura una lingua, disseminati nel contesto – a volte pacifico e a volte difficile e drammatico – di altri popoli, culture e lingue. Lo strumento è sempre l’umorismo: nient’affatto casuale, perché “è l’umorismo” assicurava il rabbino Leon “che ha aiutato il popolo ebraico a sopravvivere durante i secoli di oppressione e persecuzione”. Paradossalmente l’ironia, la satira, sono l’ultima disperata difesa della vittima debole ma intelligente. Magari non l’aiutano a conservarsi, però restano l’estrema risorsa della sua dignità. Sicché questa identificazione nel saper ridere ebraico equivale ad un divertente viaggio dì istruzione nelle radici linguistiche e culturali (letterature e teatro in primo luogo) di una realtà di cui l’Occidente di ieri e di oggi va profondamente debitore.

Vorrei a tal proposito ricordare una delle tanti divertenti storielle ebraiche in circolazione, di quelle storielle ebraiche che sai come cominciano, ma non sai dove andranno a parare. E come ben si sa, le storielle sono fatte per essere raccontate. Ma mica una volta sola. Tante. Tantissime: “Rabbi Meir ha lasciato questo mondo. Sale in paradiso. Gli viene subito servito un piatto freddo di aringhe con patate. Sorpreso e un po’ deluso, il rabbino mangia senza dire nulla. Poi lancia per caso un’occhiata verso l’altro “settore” e vede i dannati gozzovigliare ingurgitando minestre vellutate, sformati, arrosti, pasticcini. Il rabbino continua a tacere. Al pasto successivo, di nuovo qualche aringa con patate, e una tazza di tè. Il rabbino getta di nuovo, questa volta non per caso, un’occhiata all’altro “versante”: crespelle, cacciagione, funghetti e via di seguito… Pasto successivo, stessa solfa, cioè aringhe e tè. E di là: oca al forno, caviale, ricche torte. Il rabbino ha taciuto abbastanza, chiama il primo angelo che vede e indaga: “Non capisco. Questo dovrebbe essere il paradiso, e si mangia sempre solo aringa fredda. Di là, che dovrebbe essere il contrario, se non mi sbaglio, ci si abbuffa a più non posso”. L’angelo sorride imbarazzato, abbassa lo sguardo e dice: “Eh, lo so. Sa qual è il problema, rabbi. Che non vale la pena di cucinare per una persona sola…”.

Attraverso interrogativi e risposte, Guido Fink ci da informazioni preziose e al contempo stende un affascinante capitolo di storia della cultura del ventesimo secolo.

E. Simonetti
Ha conseguito il Baccalaureato in S. Teologia presso l'Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense - Roma.
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Guido Fink, Non solo Woody Allen

  

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“ Ho 12 anni. Vado alla Sinagoga. Chiedo al mio rabbino quale è il significato della vita. Lui mi risponde in ebraico. Ma io l’ebraico non lo capisco, l’ebraico. Lui chiede 600 dollari per darmi lezioni di ebraico.”

Leonard Zelig; Woody Allen

Questo è un libro cult appropriato per tutti gli appassionati di cinema e soprattutto per tutti coloro che sono disposti ad ammettere con se stessi che, al dì la di qualsiasi forma di preconcetto anche solo emulativo e superficiale, gli ebrei sono sotto ogni punto di vista i nostri “fratelli maggiori”. Un popolo straordinario.

Questo libro che forse alcuni non esiteranno a definire datato, pur non essendone nel frattempo stato pubblicato uno di altrettanto interesse e densità di materia, vinse nel 2002 il XXIV Premio Efebo d’oro (AG) e riconosciuto dal Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici come opera unica.

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Un libro che nonostante la sua concentrazione tecnica può essere letto

in un lustrod’ore – perdonate il neologismo – per la sua piacevolezza stilistica e la straordinaria carica emotiva che riesce a provocare nel lettore appassionato in quanto detentore di un’anima total immersion nel cinema.

L’autore ci conduce attraverso un viaggio caleidoscopico dove il passato incontra il presente, dove l’est incontra  l’ovest e quando tutto sempre definito ecco che ci si accorge che tutto è indefinito e che proprio in questo consiste la sostanza. Celebri autori, sceneggiatori, grandi registi, o anche emeriti sconosciuti per i più che non conoscono il mondo del cinema, sono i protagonisti di questo libro. Fink ce li presenta con la passione di un padre e la lucidità di uno scienziato.

Attraverso una competente quanto originale suddivisione tematica ci descrive sapientemente il cinema americano, come se fosse invisibile, ci rende visibile e conoscibile l’ultima delle muse.

Ci presenta le varie storie e i background di eventi e personaggi che hanno costruito il corso degli eventi. Radici comuni, quelle complesse e variate della cultura ebraica e percorsi diversi, lungo tutta la storia del cinema, sono la trama e l’ordito di un tessuto ricco di relazioni, di scambi, di innovazioni, di creatività.

L’autore delinea con un anima tutta sua la figura dello schlemiel  così come quella del chutzpah , quella del shegetz e quella della shiska. Ci presenta in modo trasparente pellicole che hanno fatto la storia come The Great Dictator  tanto quanto di quelle più recenti come Keeping the Faith con il nuovo tema wasp.

La cultura ebraica, pur configurandosi come una minoranza all’interno delle culture dominanti con le quali si è trovata costantemente a convivere, è sempre stata caratterizzata da una forte pervasività che le ha permesso di far conoscere ed assorbire a queste culture elementi della propria, oltre che ad assimilare essa stessa principi delle altre culture. È possibile riscontrare questa forte pervasività nel cinema, dove gli ebrei, comprendendo fin dall’inizio le potenzialità di questo mezzo di comunicazione, costituirono un vero e proprio monopolio, contribuendo a creare sullo schermo quello che si trasformerà nel sogno americano. Il cardine è l’umorismo, un aspetto fondamentale della cultura ebraica nell’ambito della quale assume due modalità particolari, la dissimulazione e l’auto aggressività, utilizzati come espedienti per sopravvivere in una società quanto questa rende impossibile integrarsi in essa.

Un popolo, una cultura una lingua, disseminati nel contesto – a volte pacifico e a volte difficile e drammatico – di altri popoli, culture e lingue. Lo strumento è sempre l’umorismo: nient’affatto casuale, perché “è l’umorismo” assicurava il rabbino Leon “che ha aiutato il popolo ebraico a sopravvivere durante i secoli di oppressione e persecuzione”. Paradossalmente l’ironia, la satira, sono l’ultima disperata difesa della vittima debole ma intelligente. Magari non l’aiutano a conservarsi, però restano l’estrema risorsa della sua dignità. Sicché questa identificazione nel saper ridere ebraico equivale ad un divertente viaggio dì istruzione nelle radici linguistiche e culturali (letterature e teatro in primo luogo) di una realtà di cui l’Occidente di ieri e di oggi va profondamente debitore.

Vorrei a tal proposito ricordare una delle tanti divertenti storielle ebraiche in circolazione, di quelle storielle ebraiche che sai come cominciano, ma non sai dove andranno a parare. E come ben si sa, le storielle sono fatte per essere raccontate. Ma mica una volta sola. Tante. Tantissime: “Rabbi Meir ha lasciato questo mondo. Sale in paradiso. Gli viene subito servito un piatto freddo di aringhe con patate. Sorpreso e un po’ deluso, il rabbino mangia senza dire nulla. Poi lancia per caso un’occhiata verso l’altro “settore” e vede i dannati gozzovigliare ingurgitando minestre vellutate, sformati, arrosti, pasticcini. Il rabbino continua a tacere. Al pasto successivo, di nuovo qualche aringa con patate, e una tazza di tè. Il rabbino getta di nuovo, questa volta non per caso, un’occhiata all’altro “versante”: crespelle, cacciagione, funghetti e via di seguito… Pasto successivo, stessa solfa, cioè aringhe e tè. E di là: oca al forno, caviale, ricche torte. Il rabbino ha taciuto abbastanza, chiama il primo angelo che vede e indaga: “Non capisco. Questo dovrebbe essere il paradiso, e si mangia sempre solo aringa fredda. Di là, che dovrebbe essere il contrario, se non mi sbaglio, ci si abbuffa a più non posso”. L’angelo sorride imbarazzato, abbassa lo sguardo e dice: “Eh, lo so. Sa qual è il problema, rabbi. Che non vale la pena di cucinare per una persona sola…”.

Attraverso interrogativi e risposte, Guido Fink ci da informazioni preziose e al contempo stende un affascinante capitolo di storia della cultura del ventesimo secolo.

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