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Guerra in Corea, il Papa: “Fermiamoci! Serve il negoziatoˮ

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L’intervista con Francesco sul volo di ritorno dall’Egitto. Sulla minaccia di conflitto nucleare in Corea: «Oggi una guerra allargata distruggerebbe buona parte dell’umanità». C’è bisogno di un intervento dell’Onu «la cui leadership si è un po’ annacquata». «Sono preoccupato per il caso Regeni, la Santa Sede si è mossa». Sull’Europa: «Rischia di sciogliersi»

ANDREA TORNIELLI
INVIATO SUL VOLO IL CAIRO-ROMA

«Sono preoccupato per il caso Regeni, la Santa Sede si è mossa». Papa Francesco a ruota libera con i giornalisti in alta quota, nel viaggio di ritorno dal Cairo parla del caso di Regeni, dei populismi in Europa e dei venti di guerra in Nord Corea: «Oggi una guerra allargata distruggerebbe buona parte dell’umanità, è terribile. Serve una soluzione diplomatica e un intervento dell’Onu che ha il dovere di riprendere la sua leadership perché si è un po’ annacquata». 

 

 

Ieri ha incontrato il presidente Al Sisi: avete parlato di diritti umani e del caso di Giulio Regeni? Si potrà conoscere la verità?  

«Quando sono con un capo di Stato in dialogo privato quello rimane privato, almeno che si sia d’accordo nel renderlo pubblico. Io ho avuto quattro dialoghi privati qui, e credo che se è privato, per rispetto, si deve mantenere la riservatezza. A proposito di Regeni: io sono preoccupato, e dalla Santa Sede mi sono mosso su quel tema, perché anche i genitori lo hanno chiesto. La Santa Sede si è mossa. Non dirò come ma ci siamo mossi». 

 

Lei ieri ha detto che pace, prosperità e sviluppo meritano ogni sacrificio ed è importante il rispetto dei diritti inalienabili dell’uomo. È stato il suo un supporto al governo egiziano che cerca di difendere i cristiani?  

«Io ho parlato dei valori in se stessi, del difendere la pace, l’armonia dei popoli, l’uguaglianza dei cittadini, qualsiasi sia la religione che professano. Sono valori e io ho parlato dei valori. Se un governante difende uno o l’altro di questi valori è un altro problema. Ho fatto finora 18 viaggi e in parecchi paesi ho sentito: “il Papa appoggia questo o quel governo”. Sempre un governo ha le sue debolezze o i suoi avversari politici che dicono una cosa e un’altra. Io non mi immischio, parlo dei valori, ognuno veda e giudichi se un governo o uno Stato porta avanti questi valori». 

 

Lei ha parlato nel primo discorso ad Al Azhar del pericolo di azioni unilaterali affermando che tutti devono essere costruttori di pace. Ha parlato di terza guerra mondiale a pezzi: oggi c’è paura per quello che sta accadendo in Corea del Nord. Il presidente Trump ha mandato navi militari, il leader nordcoreano ha minacciato di bombardare la Corea del Sud. Si parla di possibilità di guerra nucleare come se niente fosse. Se vedrà Trump e altri leader, che cosa dirà loro?  

«Li richiamo e li richiamerò a un lavoro per risolvere i problemi sulla strada della diplomazia. Ci sono i facilitatori, i mediatori che si offrono. Ci sono Paesi come la Norvegia, sempre pronta ad aiutare – è solo un esempio. La via è quella del negoziato, della soluzione diplomatica. Questa guerra mondiale a pezzi della quale parlo da due anni, è a pezzi ma i pezzi si sono allargati e si concentrano in punti che erano già caldi. Dei missili coreani si parla da un anno, ma adesso sembra che la cosa si sia riscaldata troppo. Richiamo al negoziato perché è il futuro dell’umanità: oggi una guerra allargata distruggerebbe una buona parte dell’umanità ed è terribile! Guardiamo a quei paesi che stanno soffrendo una guerra interna, in Medio Oriente, in Yemen, in Africa. Fermiamoci, cerchiamo soluzioni diplomatiche, e lì credo che le Nazioni Unite abbiano il dovere di riprendere un po’ la loro leadership perché si è un po’ annacquata». 

 

Lei vuol incontrare il presidente Trump?  

«Non sono stato ancora informato di richieste da parte della Segreteria di Stato, ma io ricevo ogni capo di Stato che chiede udienza». 

 

Lei ad Al Azhar ha parlato dei populismi demagogici. I cattolici francesi sono tentati dal voto populista ed estremo e sono divisi tra due candidati. Quali elementi di discernimento può dare per questi elettori cattolici?  

«Ho dovuto re-imparare in Europa la parola “populismiˮ perché in America Latina ha un altro significato. C’è il problema in Europa e nell’Unione Europea, quello che ho già detto sull’Europa non lo ripeterò, ne ho parlato quattro volte: due a Strasburgo, poi alla consegna del premio Carlo Magno e infine in occasione del sessantesimo dei Trattati di Roma. Ogni Paese è libero di fare le scelte che crede convenienti e davanti a questo io non posso giudicare se questa scelta la fa per un motivo o per l’altro. Non conosco la politica interna. È vero che l’Europa è in pericolo di sciogliersi, questo è vero. Dobbiamo meditare. C’è un problema che spaventa e forse alimenta questi fenomeni, ed è il problema dell’immigrazione. Ma non dimentichiamo che l’Europa è stata fatta dai migranti, da secoli e secoli di migranti, siamo noi. È un problema che si deve studiare bene, rispettando le opinioni, una discussione politica con la lettera maiuscola, la grande politica. Sulla Francia: dico la verità, non capisco la politica interna francese e ho cercato di avere buoni rapporti anche col presidente attuale con il quale c’è stato un conflitto una volta ma poi ho potuto parlare chiaramente sulle cose. Dei due candidati francesi non so la storia, non so da dove vengono, so che una è una rappresentante della destra, ma l’altro non so da dove viene e per questo non so dare un’opinione. Parlando dei cattolici, mentre salutavo la gente un giorno uno mi ha detto: “Perché non pensa alla grande politica?ˮ. Intendeva fare un partito per i cattolici! Ma questo signore buono vive nel secolo scorso!». 

 

Qualche giorno fa lei parlando di rifugiati ha usato la parola “campi di concentramentoˮ, che per i tedeschi è molto grave. C’è chi dice che sia stato un lapsus…  

«Innanzitutto vorrei ricordare bene tutto quello che ho detto. Ho parlato dei Paesi più generosi dell’Europa, citando Italia e Grecia. Sulla Germania: ho sempre ammirato la capacità di integrazione dei tedeschi. Quando io studiavo lì, c’erano tanti turchi integrati a Francoforte che facevano una vita normale. Però il mio non è stato un lapsus! Ci sono campi di rifugiati che sono veri campi di concentramento. Qualcuno forse c’è in Italia, qualcuno forse in altre parti. Lei pensi che cosa fa la gente quando è rinchiusa in un campo senza poter uscire. Pensi che cos’è successo in Nord Europa quando i migranti volevano attraversare il mare per andare in Inghilterra, e sono stati chiusi dentro. Mi ha fatto ridere una cosa, e questa è un po’ la cultura italiana: in Sicilia, in un piccolo paese, c’è un campo rifugiati. I capi di quel paese hanno parlato ai migranti e hanno detto loro: “Stare qui dentro farà male alla vostra salute mentale, dovete uscire, ma per favore non fate cose brutte! Noi non possiamo aprire i cancelli, ma facciamo un buco dietro, voi uscite, fate una passeggiata in paese…ˮ. E così si sono costruiti buoni rapporti con gli abitanti di quel paesino: i migranti non fanno atti di delinquenza o criminalità. Ma stare chiusi è un lager…». 

 

In Venezuela la situazione sta peggiorando. Che cosa si può fare? Il Vaticano può fare una mediazione?  

«C’è stato un intervento della Santa Sede su richiesta dei quattro presidenti che stavano lavorando come facilitatori, ma la cosa non ha avuto esito perché le proposte non sono state accettate o venivano diluite. Tutti sappiamo la difficile situazione del Venezuela, un paese che io amo molto. So che ora stanno insistendo, non so bene da dove, credo ancora da parte dei quattro presidenti, per rilanciare questa facilitazione e stano cercando il luogo. Ci sono già opposizioni chiare, la stessa opposizione è divisa e il conflitto si acutizza ogni giorno di più. Siamo in movimento. Tutto quello che si può fare, bisogna farlo, con le necessarie garanzie». 

 

Quali sono le prospettive dei rapporti con gli ortodossi russi ma anche con i copti? Il riconoscimento comune del battesimo è importante… Come valuta il rapporto tra Vaticano e Russia alla luce della difesa dei cristiani in Medio Oriente e Siria?  

«Io con gli ortodossi ho sempre avuto una grande amicizia. A Buenos Aires, ogni vigilia di Natale andavo ai vespri alla cattedrale del patriarca ortodosso che adesso è arcivescovo in Ucraina: due ore e 40 di preghiera in una lingua che non capivo. E poi partecipavo alla cena della comunità. Anche gli altri ortodossi, alcune volte, quando avevano bisogno di aiuto legale, venivano alla Curia cattolica. Siamo Chiese sorelle. Con il Papa copto Tawadros II ho un’amicizia speciale, per me è un grande uomo di Dio, è un grande patriarca che porterà la Chiesa avanti, il nome di Gesù avanti. Ha un grande zelo apostolico, è uno dei più “fanatici” per trovare la data fissa della Pasqua. Anche io lo sono, ma lui dice: lottiamo, lottiamo! Quando era vescovo lontano dall’Egitto, andava a dare da mangiare ai disabili. L’unità del battesimo va avanti, la colpa è una cosa storica: nei primi concili era chiaro, poi i cristiani battezzavano i bambini nei santuari e quando volevano sposarsi e si ripeteva il battesimo sotto condizione. È cominciato con noi, non con loro. Siamo in buon cammino per superare questo. Gli ortodossi russi riconoscono il nostro battesimo e io riconosco il loro. Con i georgiani: il patriarca Elia II è un uomo di Dio, un mistico, noi cattolici dobbiamo imparare da questa tradizione mistica. In questo viaggio abbiamo fatto l’incontro ecumenico, c’era anche Bartolomeo, c’erano gli anglicani… L’ecumenismo si fa in cammino con le opere di carità, stando insieme. Non esiste un ecumenismo statico. I teologi devono studiare ma questo non è possibile che finisca bene se non si cammina insieme, pregando insieme… Con il patriarca russo Kirill ci sono rapporti buoni e anche l’arcivescovo Hilarion è venuto parecchie volte a Roma e anche con lui abbiamo un buon rapporto. Con lo Stato russo: so che lo Stato parla della difesa dei cristiani in Medio Oriente, questa credo che sia una cosa buona: parlare contro la persecuzione. Oggi ci sono più martiri che in passato».

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L’intervista con Francesco sul volo di ritorno dall’Egitto. Sulla minaccia di conflitto nucleare in Corea: «Oggi una guerra allargata distruggerebbe buona parte dell’umanità». C’è bisogno di un intervento dell’Onu «la cui leadership si è un po’ annacquata». «Sono preoccupato per il caso Regeni, la Santa Sede si è mossa». Sull’Europa: «Rischia di sciogliersi»

ANDREA TORNIELLI
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«Sono preoccupato per il caso Regeni, la Santa Sede si è mossa». Papa Francesco a ruota libera con i giornalisti in alta quota, nel viaggio di ritorno dal Cairo parla del caso di Regeni, dei populismi in Europa e dei venti di guerra in Nord Corea: «Oggi una guerra allargata distruggerebbe buona parte dell’umanità, è terribile. Serve una soluzione diplomatica e un intervento dell’Onu che ha il dovere di riprendere la sua leadership perché si è un po’ annacquata». 

 

 

Ieri ha incontrato il presidente Al Sisi: avete parlato di diritti umani e del caso di Giulio Regeni? Si potrà conoscere la verità?  

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«Quando sono con un capo di Stato in dialogo privato quello rimane privato, almeno che si sia d’accordo nel renderlo pubblico. Io ho avuto quattro dialoghi privati qui, e credo che se è privato, per rispetto, si deve mantenere la riservatezza. A proposito di Regeni: io sono preoccupato, e dalla Santa Sede mi sono mosso su quel tema, perché anche i genitori lo hanno chiesto. La Santa Sede si è mossa. Non dirò come ma ci siamo mossi». 

 

Lei ieri ha detto che pace, prosperità e sviluppo meritano ogni sacrificio ed è importante il rispetto dei diritti inalienabili dell’uomo. È stato il suo un supporto al governo egiziano che cerca di difendere i cristiani?  

«Io ho parlato dei valori in se stessi, del difendere la pace, l’armonia dei popoli, l’uguaglianza dei cittadini, qualsiasi sia la religione che professano. Sono valori e io ho parlato dei valori. Se un governante difende uno o l’altro di questi valori è un altro problema. Ho fatto finora 18 viaggi e in parecchi paesi ho sentito: “il Papa appoggia questo o quel governo”. Sempre un governo ha le sue debolezze o i suoi avversari politici che dicono una cosa e un’altra. Io non mi immischio, parlo dei valori, ognuno veda e giudichi se un governo o uno Stato porta avanti questi valori». 

 

Lei ha parlato nel primo discorso ad Al Azhar del pericolo di azioni unilaterali affermando che tutti devono essere costruttori di pace. Ha parlato di terza guerra mondiale a pezzi: oggi c’è paura per quello che sta accadendo in Corea del Nord. Il presidente Trump ha mandato navi militari, il leader nordcoreano ha minacciato di bombardare la Corea del Sud. Si parla di possibilità di guerra nucleare come se niente fosse. Se vedrà Trump e altri leader, che cosa dirà loro?  

«Li richiamo e li richiamerò a un lavoro per risolvere i problemi sulla strada della diplomazia. Ci sono i facilitatori, i mediatori che si offrono. Ci sono Paesi come la Norvegia, sempre pronta ad aiutare – è solo un esempio. La via è quella del negoziato, della soluzione diplomatica. Questa guerra mondiale a pezzi della quale parlo da due anni, è a pezzi ma i pezzi si sono allargati e si concentrano in punti che erano già caldi. Dei missili coreani si parla da un anno, ma adesso sembra che la cosa si sia riscaldata troppo. Richiamo al negoziato perché è il futuro dell’umanità: oggi una guerra allargata distruggerebbe una buona parte dell’umanità ed è terribile! Guardiamo a quei paesi che stanno soffrendo una guerra interna, in Medio Oriente, in Yemen, in Africa. Fermiamoci, cerchiamo soluzioni diplomatiche, e lì credo che le Nazioni Unite abbiano il dovere di riprendere un po’ la loro leadership perché si è un po’ annacquata». 

 

Lei vuol incontrare il presidente Trump?  

«Non sono stato ancora informato di richieste da parte della Segreteria di Stato, ma io ricevo ogni capo di Stato che chiede udienza». 

 

Lei ad Al Azhar ha parlato dei populismi demagogici. I cattolici francesi sono tentati dal voto populista ed estremo e sono divisi tra due candidati. Quali elementi di discernimento può dare per questi elettori cattolici?  

«Ho dovuto re-imparare in Europa la parola “populismiˮ perché in America Latina ha un altro significato. C’è il problema in Europa e nell’Unione Europea, quello che ho già detto sull’Europa non lo ripeterò, ne ho parlato quattro volte: due a Strasburgo, poi alla consegna del premio Carlo Magno e infine in occasione del sessantesimo dei Trattati di Roma. Ogni Paese è libero di fare le scelte che crede convenienti e davanti a questo io non posso giudicare se questa scelta la fa per un motivo o per l’altro. Non conosco la politica interna. È vero che l’Europa è in pericolo di sciogliersi, questo è vero. Dobbiamo meditare. C’è un problema che spaventa e forse alimenta questi fenomeni, ed è il problema dell’immigrazione. Ma non dimentichiamo che l’Europa è stata fatta dai migranti, da secoli e secoli di migranti, siamo noi. È un problema che si deve studiare bene, rispettando le opinioni, una discussione politica con la lettera maiuscola, la grande politica. Sulla Francia: dico la verità, non capisco la politica interna francese e ho cercato di avere buoni rapporti anche col presidente attuale con il quale c’è stato un conflitto una volta ma poi ho potuto parlare chiaramente sulle cose. Dei due candidati francesi non so la storia, non so da dove vengono, so che una è una rappresentante della destra, ma l’altro non so da dove viene e per questo non so dare un’opinione. Parlando dei cattolici, mentre salutavo la gente un giorno uno mi ha detto: “Perché non pensa alla grande politica?ˮ. Intendeva fare un partito per i cattolici! Ma questo signore buono vive nel secolo scorso!». 

 

Qualche giorno fa lei parlando di rifugiati ha usato la parola “campi di concentramentoˮ, che per i tedeschi è molto grave. C’è chi dice che sia stato un lapsus…  

«Innanzitutto vorrei ricordare bene tutto quello che ho detto. Ho parlato dei Paesi più generosi dell’Europa, citando Italia e Grecia. Sulla Germania: ho sempre ammirato la capacità di integrazione dei tedeschi. Quando io studiavo lì, c’erano tanti turchi integrati a Francoforte che facevano una vita normale. Però il mio non è stato un lapsus! Ci sono campi di rifugiati che sono veri campi di concentramento. Qualcuno forse c’è in Italia, qualcuno forse in altre parti. Lei pensi che cosa fa la gente quando è rinchiusa in un campo senza poter uscire. Pensi che cos’è successo in Nord Europa quando i migranti volevano attraversare il mare per andare in Inghilterra, e sono stati chiusi dentro. Mi ha fatto ridere una cosa, e questa è un po’ la cultura italiana: in Sicilia, in un piccolo paese, c’è un campo rifugiati. I capi di quel paese hanno parlato ai migranti e hanno detto loro: “Stare qui dentro farà male alla vostra salute mentale, dovete uscire, ma per favore non fate cose brutte! Noi non possiamo aprire i cancelli, ma facciamo un buco dietro, voi uscite, fate una passeggiata in paese…ˮ. E così si sono costruiti buoni rapporti con gli abitanti di quel paesino: i migranti non fanno atti di delinquenza o criminalità. Ma stare chiusi è un lager…». 

 

In Venezuela la situazione sta peggiorando. Che cosa si può fare? Il Vaticano può fare una mediazione?  

«C’è stato un intervento della Santa Sede su richiesta dei quattro presidenti che stavano lavorando come facilitatori, ma la cosa non ha avuto esito perché le proposte non sono state accettate o venivano diluite. Tutti sappiamo la difficile situazione del Venezuela, un paese che io amo molto. So che ora stanno insistendo, non so bene da dove, credo ancora da parte dei quattro presidenti, per rilanciare questa facilitazione e stano cercando il luogo. Ci sono già opposizioni chiare, la stessa opposizione è divisa e il conflitto si acutizza ogni giorno di più. Siamo in movimento. Tutto quello che si può fare, bisogna farlo, con le necessarie garanzie». 

 

Quali sono le prospettive dei rapporti con gli ortodossi russi ma anche con i copti? Il riconoscimento comune del battesimo è importante… Come valuta il rapporto tra Vaticano e Russia alla luce della difesa dei cristiani in Medio Oriente e Siria?  

«Io con gli ortodossi ho sempre avuto una grande amicizia. A Buenos Aires, ogni vigilia di Natale andavo ai vespri alla cattedrale del patriarca ortodosso che adesso è arcivescovo in Ucraina: due ore e 40 di preghiera in una lingua che non capivo. E poi partecipavo alla cena della comunità. Anche gli altri ortodossi, alcune volte, quando avevano bisogno di aiuto legale, venivano alla Curia cattolica. Siamo Chiese sorelle. Con il Papa copto Tawadros II ho un’amicizia speciale, per me è un grande uomo di Dio, è un grande patriarca che porterà la Chiesa avanti, il nome di Gesù avanti. Ha un grande zelo apostolico, è uno dei più “fanatici” per trovare la data fissa della Pasqua. Anche io lo sono, ma lui dice: lottiamo, lottiamo! Quando era vescovo lontano dall’Egitto, andava a dare da mangiare ai disabili. L’unità del battesimo va avanti, la colpa è una cosa storica: nei primi concili era chiaro, poi i cristiani battezzavano i bambini nei santuari e quando volevano sposarsi e si ripeteva il battesimo sotto condizione. È cominciato con noi, non con loro. Siamo in buon cammino per superare questo. Gli ortodossi russi riconoscono il nostro battesimo e io riconosco il loro. Con i georgiani: il patriarca Elia II è un uomo di Dio, un mistico, noi cattolici dobbiamo imparare da questa tradizione mistica. In questo viaggio abbiamo fatto l’incontro ecumenico, c’era anche Bartolomeo, c’erano gli anglicani… L’ecumenismo si fa in cammino con le opere di carità, stando insieme. Non esiste un ecumenismo statico. I teologi devono studiare ma questo non è possibile che finisca bene se non si cammina insieme, pregando insieme… Con il patriarca russo Kirill ci sono rapporti buoni e anche l’arcivescovo Hilarion è venuto parecchie volte a Roma e anche con lui abbiamo un buon rapporto. Con lo Stato russo: so che lo Stato parla della difesa dei cristiani in Medio Oriente, questa credo che sia una cosa buona: parlare contro la persecuzione. Oggi ci sono più martiri che in passato».

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