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Guarire il cuore (Ed. OCD)

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2In questo piccolo libricino è condensato in modo mirabile uno dei principi fondamentali della vita relazionale umana. L’autrice è impegnata da moltissimi anni, era poco più che maggiorenne quando intraprese questo cammino, nel confrontarsi e sostenere il dramma dell’esistenza umana; degli ultimi. Chiara Amirante tratteggia e racchiude in queste pagine tutto il dolore che ciascuno di noi è costretto a provare per colpa dei propri e degli altrui errori. In ogni uomo vi è l’inquietante sensazione di una mancanza: egli cerca continuamente qualche cosa di importante, che “dovrebbe possedere”, ma che non riesce mai a raggiungere. Spesso gli accade di osservare qualcuno che sembra aver ottenuto una posizione sociale invidiabile, o individui che hanno scalato “le vette del successo”, ed in questi momenti egli pensa di essere il solo ad avvertire quel “senso di vuoto” che talvolta si materializza in tormento ed angoscia. Si illude quindi che conquistando quelle mete il problema trovi una soluzione immediata. Ma ahimè! Una volta “arrivato”, magari dopo estenuanti sacrifici, rimane deluso e si rende conto che deve esserci qualcosa di più… qualcosa di inspiegabilmente superiore… e si ricomincia daccapo. Questa condizione è comune a tutti gli uomini: ognuno vorrebbe un mondo migliore, più tranquillità e più pace. Possiamo affermare infatti che in tutte le epoche è stato così. Il consorzio umano, pur avendo raggiunto un notevole grado di sofisticazione, piena libertà politica, un tenore di vita alto, un avanzato livello tecnologico, continua ad avvertire un incolmabile vuoto interiore, al quale si addiziona la “preoccupazione” di un futuro dai contorni foschi e burrascosi. La società attuale sembra guidata da una morale edonistica, la vita è ridotta in termini puramente materiali, e il suo unico scopo diviene la ricerca smodata del piacere. Tutto questo non fa che acuire e portare ad esasperazione l’insoddisfazione dell’uomo. E così la filosofia che prevale nel mondo è: “mangiamo e beviamo perché domani… chi sa?” Divertirsi, svagarsi, coltivare degli hobby, non basta più. Oggi si cercano emozioni forti, realtà eccitanti, cose nuove… che spezzino la noia e la monotonia. Ma il vuoto resta, anzi si esaspera, e la ricerca non finisce mai. In questa continua altalena di eventi e ricerca, l’unico punto di riferimento è il proprio “io” ed inevitabilmente si procura dolore anche casuale e non voluto. L’errore non è sempre lieve e anche se lo fosse non sappiamo come esso si infrange su quanto ci circonda e quindi anche se con rammarico ma nessuno può dire di non aver mai sbagliato e di non essere stato causa di dolore. Ma la nostra autrice è come se saltasse a pie piano questo punto dolente e inserisce fin dalle prime pagine l’amore di Dio. Dio è amore. Lei introduce, e come potrebbe essere altrimenti, l’amore di Dio con la parabola del figliol prodigo. Questa parabola è l’esempio evangelico più calzante di chi sia Dio nel suo rapporto con l’umanità. Ma soprattutto descrive in poche righe anche chi è e cosa di solito l’uomo è indotto a provare. L’aspetto più saliente che emerge, soprattutto nelle riflessione sul dolore – risentimento – perdono, è che molti sono abituati o disgraziatamente indotti a proiettare sul Padre dei Cieli l’idea del padre che hanno sulla terra. Ahimè questo non è solo un errore teologico, ma è anche un grande dramma esistenziale. I nostri genitori sono essere umani ed anch’essi figli di Adamo ed eredi del suo peccato. Essi malauguratamente possono essere la causa di una “falsa partenza” nella vita dei propri figli. Un padre violento, una madre alcolizzata o vittima, tutto questo deturpa l’esistenza dei figli fin dai primi passi. Ben presto arriva la consapevolezza di questa responsabilità genitoriale in quanto la vita, spesso persasi nelle derive della società, chiama ad una riflessione. La nostra autrice, a pagina 21 così si esprime: «Il peccato produce vere e proprie malattie interiori, malattie dell’anima, perché provoca una scissione dentro di noi, fra spirito, cuore, corpo, anima e psiche, un conflitto tale che causa uno stato d’ansia continuo, […] complessi di inferiorità, insicurezze, paura del rifiuto, paura del giudizio, tante paure che ci paralizzano e non ci permettono di vivere la vita in pienezza. […] Ci sono una serie di conseguenze del peccato che noi portiamo nell’interiorità del nostro cuore e che non ci permettono di vivere la spensieratezza, la pace e la serenità dei figli di Dio.» Un saggio affermava che il cuore dell’uomo è stato creato con una forma particolare: quella di Dio, e quindi solo Dio può riempire il vuoto, curare le ferite e quindi donare pienezza d’essere al cuore. Peccato, tristezza e morte rappresentano il passato, il presente e il futuro terreno dell’uomo. Ma come quando ci spezziamo una gamba andiamo dal chirurgo-ortopedico, perché altrimenti rimarremmo zoppi a vita, così; ci dice la nostra autrice a pag. 23; quando mi spezzo il cuore vado da Dio, da colui che mi può guarire, perché altrimenti resterò un minorato, uno storpio nello spirito. E’ umano che l’impatto sensoriale del dolore, fisico o psichico che sia, provochi risentimento e rancore. Essi sono una risposta automatica all’offesa, prodottasi anche perché l’individuo traumatizzato non era abbastanza consapevole. Il rancore può essere considerato giusto, (ma continuare a) non perdonare è “ingiusto”, perché nuoce. Chi non vuole perdonare per far male all’offensore, lo danneggia veramente, nuocendo comunque primariamente a se stesso, ma anche ad altri, soprattutto a chi gli è vicino. In questo senso, come ogni fenomeno che ostacola l’esprimersi dell’Amore, il rancore è una questione di egoismo. Il non perdono è una questione di salute pubblica, anche quando si tratta di risentimento del singolo, poiché molti singoli risentimenti favoriscono il rancore collettivo. Ancora di più lo è quando si tratta di risentimento collettivo. Le grandi tragedie collettive, non vanno certamente dimenticate, ma andrebbero consapevolizzate, armonizzando le vibrazioni mnemoniche di queste tragedie, con la vibrazione dell’Amore. Il risentimento che si è creato come conseguenza è comprensibile, ma ciò non lo rende innocuo per la salute pubblica. Il perdono collettivo, che parte dal perdono individuale, è di enorme beneficio per l’umanità intera. Continuando a provare risentimento, si continua a nutrire le paure e le altre emozioni negative nell’orbita del rancore, il che distorce la percezione delle cose, si vedono pericoli dove non ci sono. Si possono facilmente ritenere nemici quelli che soltanto sono diversi, professano una religione differente oppure appartengono a un’altra nazione. Allora, per paura di subire nuovamente, c’è il rischio di offendere preventivamente. «Siate invece gli uni verso gli altri benigni, misericordiosi, perdonatevi a vicenda, come anche Dio vi ha perdonati in Cristo.» (cfr. Ef 4,32) Tante volte siamo perdonati da Dio, ma noi stessi non riusciamo a perdonarci. Chiara Amirante ci invita ad effettuare un percorso di autoesame per perdonarci e per perdonare. A partire da pagina 62 troviamo tracciato come un cammino a tappe da poter mettere in pratica. I tre punti basilari da svolgere sono: perdonare se stessi, chiedere perdono, dare il perdono. Il perdono è fondamentale per un cristiano. Tuttavia per onestà nei riguardi stessi del perdono bisogna precisare anche che c’è una falsa credenza. Molte persone, sia tra gli offesi (sempre ingiustamente) e tra gli offensori (sempre ingiusti quando l’offesa è premeditata) pensano che il cristiano debba perdonare sempre. Ma il perdono è un dono, non c’è bisogno solo di chi lo offre ma anche di chi è disposto ad accettarlo. Il perdono di un cristiano non può concretizzarsi (quindi a nulla vale) se l’offensore non lo accetta (tendendo la mano) e per farlo c’è un solo modo: “chiederlo” riconoscendo la propria colpa (confessandola). «Se si fa grazia all’empio, ei non impara la giustizia; agisce da perverso nel paese della rettitudine, e non considera la maestà dell’Eterno.» (Isaia 26,10) «Badate bene a Voi stessi! Se il tuo fratello pecca, riprendilo; e se si pente, perdonagli.» (Luca 17,3) Il primo segno del pentimento dell’uomo è mostrato dalla confessione del proprio peccato, le due cose sono profondamente legate. La parabola del figliol prodigo (Lc 15,21-24) e del colloquio tra re Davide e il profeta Nathan (2 Sam 12,13) ne sono un esempio. Il vero pentimento non porta l’uomo “solo” a confessare ma “anche” ad abbandonare le proprie trasgressioni e, di conseguenza, ad ottenere il perdono da Dio. La grande sensibilità ed esperienza della nostra autrice la induce a ricordarci che c’è un modo per spezzare questo circolo mortale di ferite e di contro ferite, c’è una terapia che è eccezionale: «Fa agli altri quello che vorresti fosse fatto a te».

E. Simonetti
Ha conseguito il Baccalaureato in S. Teologia presso l'Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense - Roma.

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2In questo piccolo libricino è condensato in modo mirabile uno dei principi fondamentali della vita relazionale umana. L’autrice è impegnata da moltissimi anni, era poco più che maggiorenne quando intraprese questo cammino, nel confrontarsi e sostenere il dramma dell’esistenza umana; degli ultimi. Chiara Amirante tratteggia e racchiude in queste pagine tutto il dolore che ciascuno di noi è costretto a provare per colpa dei propri e degli altrui errori. In ogni uomo vi è l’inquietante sensazione di una mancanza: egli cerca continuamente qualche cosa di importante, che “dovrebbe possedere”, ma che non riesce mai a raggiungere. Spesso gli accade di osservare qualcuno che sembra aver ottenuto una posizione sociale invidiabile, o individui che hanno scalato “le vette del successo”, ed in questi momenti egli pensa di essere il solo ad avvertire quel “senso di vuoto” che talvolta si materializza in tormento ed angoscia. Si illude quindi che conquistando quelle mete il problema trovi una soluzione immediata. Ma ahimè! Una volta “arrivato”, magari dopo estenuanti sacrifici, rimane deluso e si rende conto che deve esserci qualcosa di più… qualcosa di inspiegabilmente superiore… e si ricomincia daccapo. Questa condizione è comune a tutti gli uomini: ognuno vorrebbe un mondo migliore, più tranquillità e più pace. Possiamo affermare infatti che in tutte le epoche è stato così. Il consorzio umano, pur avendo raggiunto un notevole grado di sofisticazione, piena libertà politica, un tenore di vita alto, un avanzato livello tecnologico, continua ad avvertire un incolmabile vuoto interiore, al quale si addiziona la “preoccupazione” di un futuro dai contorni foschi e burrascosi. La società attuale sembra guidata da una morale edonistica, la vita è ridotta in termini puramente materiali, e il suo unico scopo diviene la ricerca smodata del piacere. Tutto questo non fa che acuire e portare ad esasperazione l’insoddisfazione dell’uomo. E così la filosofia che prevale nel mondo è: “mangiamo e beviamo perché domani… chi sa?” Divertirsi, svagarsi, coltivare degli hobby, non basta più. Oggi si cercano emozioni forti, realtà eccitanti, cose nuove… che spezzino la noia e la monotonia. Ma il vuoto resta, anzi si esaspera, e la ricerca non finisce mai. In questa continua altalena di eventi e ricerca, l’unico punto di riferimento è il proprio “io” ed inevitabilmente si procura dolore anche casuale e non voluto. L’errore non è sempre lieve e anche se lo fosse non sappiamo come esso si infrange su quanto ci circonda e quindi anche se con rammarico ma nessuno può dire di non aver mai sbagliato e di non essere stato causa di dolore. Ma la nostra autrice è come se saltasse a pie piano questo punto dolente e inserisce fin dalle prime pagine l’amore di Dio. Dio è amore. Lei introduce, e come potrebbe essere altrimenti, l’amore di Dio con la parabola del figliol prodigo. Questa parabola è l’esempio evangelico più calzante di chi sia Dio nel suo rapporto con l’umanità. Ma soprattutto descrive in poche righe anche chi è e cosa di solito l’uomo è indotto a provare. L’aspetto più saliente che emerge, soprattutto nelle riflessione sul dolore – risentimento – perdono, è che molti sono abituati o disgraziatamente indotti a proiettare sul Padre dei Cieli l’idea del padre che hanno sulla terra. Ahimè questo non è solo un errore teologico, ma è anche un grande dramma esistenziale. I nostri genitori sono essere umani ed anch’essi figli di Adamo ed eredi del suo peccato. Essi malauguratamente possono essere la causa di una “falsa partenza” nella vita dei propri figli. Un padre violento, una madre alcolizzata o vittima, tutto questo deturpa l’esistenza dei figli fin dai primi passi. Ben presto arriva la consapevolezza di questa responsabilità genitoriale in quanto la vita, spesso persasi nelle derive della società, chiama ad una riflessione. La nostra autrice, a pagina 21 così si esprime: «Il peccato produce vere e proprie malattie interiori, malattie dell’anima, perché provoca una scissione dentro di noi, fra spirito, cuore, corpo, anima e psiche, un conflitto tale che causa uno stato d’ansia continuo, […] complessi di inferiorità, insicurezze, paura del rifiuto, paura del giudizio, tante paure che ci paralizzano e non ci permettono di vivere la vita in pienezza. […] Ci sono una serie di conseguenze del peccato che noi portiamo nell’interiorità del nostro cuore e che non ci permettono di vivere la spensieratezza, la pace e la serenità dei figli di Dio.» Un saggio affermava che il cuore dell’uomo è stato creato con una forma particolare: quella di Dio, e quindi solo Dio può riempire il vuoto, curare le ferite e quindi donare pienezza d’essere al cuore. Peccato, tristezza e morte rappresentano il passato, il presente e il futuro terreno dell’uomo. Ma come quando ci spezziamo una gamba andiamo dal chirurgo-ortopedico, perché altrimenti rimarremmo zoppi a vita, così; ci dice la nostra autrice a pag. 23; quando mi spezzo il cuore vado da Dio, da colui che mi può guarire, perché altrimenti resterò un minorato, uno storpio nello spirito. E’ umano che l’impatto sensoriale del dolore, fisico o psichico che sia, provochi risentimento e rancore. Essi sono una risposta automatica all’offesa, prodottasi anche perché l’individuo traumatizzato non era abbastanza consapevole. Il rancore può essere considerato giusto, (ma continuare a) non perdonare è “ingiusto”, perché nuoce. Chi non vuole perdonare per far male all’offensore, lo danneggia veramente, nuocendo comunque primariamente a se stesso, ma anche ad altri, soprattutto a chi gli è vicino. In questo senso, come ogni fenomeno che ostacola l’esprimersi dell’Amore, il rancore è una questione di egoismo. Il non perdono è una questione di salute pubblica, anche quando si tratta di risentimento del singolo, poiché molti singoli risentimenti favoriscono il rancore collettivo. Ancora di più lo è quando si tratta di risentimento collettivo. Le grandi tragedie collettive, non vanno certamente dimenticate, ma andrebbero consapevolizzate, armonizzando le vibrazioni mnemoniche di queste tragedie, con la vibrazione dell’Amore. Il risentimento che si è creato come conseguenza è comprensibile, ma ciò non lo rende innocuo per la salute pubblica. Il perdono collettivo, che parte dal perdono individuale, è di enorme beneficio per l’umanità intera. Continuando a provare risentimento, si continua a nutrire le paure e le altre emozioni negative nell’orbita del rancore, il che distorce la percezione delle cose, si vedono pericoli dove non ci sono. Si possono facilmente ritenere nemici quelli che soltanto sono diversi, professano una religione differente oppure appartengono a un’altra nazione. Allora, per paura di subire nuovamente, c’è il rischio di offendere preventivamente. «Siate invece gli uni verso gli altri benigni, misericordiosi, perdonatevi a vicenda, come anche Dio vi ha perdonati in Cristo.» (cfr. Ef 4,32) Tante volte siamo perdonati da Dio, ma noi stessi non riusciamo a perdonarci. Chiara Amirante ci invita ad effettuare un percorso di autoesame per perdonarci e per perdonare. A partire da pagina 62 troviamo tracciato come un cammino a tappe da poter mettere in pratica. I tre punti basilari da svolgere sono: perdonare se stessi, chiedere perdono, dare il perdono. Il perdono è fondamentale per un cristiano. Tuttavia per onestà nei riguardi stessi del perdono bisogna precisare anche che c’è una falsa credenza. Molte persone, sia tra gli offesi (sempre ingiustamente) e tra gli offensori (sempre ingiusti quando l’offesa è premeditata) pensano che il cristiano debba perdonare sempre. Ma il perdono è un dono, non c’è bisogno solo di chi lo offre ma anche di chi è disposto ad accettarlo. Il perdono di un cristiano non può concretizzarsi (quindi a nulla vale) se l’offensore non lo accetta (tendendo la mano) e per farlo c’è un solo modo: “chiederlo” riconoscendo la propria colpa (confessandola). «Se si fa grazia all’empio, ei non impara la giustizia; agisce da perverso nel paese della rettitudine, e non considera la maestà dell’Eterno.» (Isaia 26,10) «Badate bene a Voi stessi! Se il tuo fratello pecca, riprendilo; e se si pente, perdonagli.» (Luca 17,3) Il primo segno del pentimento dell’uomo è mostrato dalla confessione del proprio peccato, le due cose sono profondamente legate. La parabola del figliol prodigo (Lc 15,21-24) e del colloquio tra re Davide e il profeta Nathan (2 Sam 12,13) ne sono un esempio. Il vero pentimento non porta l’uomo “solo” a confessare ma “anche” ad abbandonare le proprie trasgressioni e, di conseguenza, ad ottenere il perdono da Dio. La grande sensibilità ed esperienza della nostra autrice la induce a ricordarci che c’è un modo per spezzare questo circolo mortale di ferite e di contro ferite, c’è una terapia che è eccezionale: «Fa agli altri quello che vorresti fosse fatto a te».

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