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Il gioco d’azzardo è peccato per la Chiesa?

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Una domanda di grande attualità, visto il diffondersi delle ludopatie. Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale.

Il gioco d’azzardo è peccato per la Chiesa? La legge lo consente, ma non tutto quello che è legale è buono…

Lettera firmata

Il Catechismo della Chiesa cattolica al n. 2413 dice: «I giochi d’azzardo (gioco delle carte, ecc.) o le scommesse non sono in se stessi contrari alla giustizia. Diventano moralmente inaccettabili allorché privano la persona di ciò che le è necessario per far fronte ai bisogni propri e altrui. La passione del gioco rischia di diventare una grave schiavitù. Truccare le scommesse o barare nei giochi costituisce una mancanza grave, a meno che il danno causato sia tanto lieve da non poter essere ragionevolmente considerato significativo da parte di chi lo subisce».

La considerazione che i giochi d’azzardo «non sono in se stessi contrari alla giustizia», vuole probabilmente evitare una deriva rigoristica che finirebbe per mettere in difficoltà anche gli anziani che passano spesso il tempo giocando a carte o a tombola nei circoli parrocchiali. Questa premessa non deve mettere tuttavia in ombra quanto il Catechismo afferma di seguito, ovvero che le pratiche d’azzardo diventano moralmente inaccettabili allorché «privano la persona di ciò che le è necessario per far fronte ai bisogni propri e altrui». E, purtroppo, come è noto questa non è una situazione infrequente: molte persone attraverso pratiche sia legali che clandestine finiscono per rovinate se stesse e danneggiare gravemente le proprie famiglie. Si pensi soltanto alla piaga dei videopoker e al danno sociale che l’introduzione di queste macchine ha prodotto, oppure alla realtà del gioco e delle scommesse on line, forse ancora più insidiosa perché entra direttamente nelle case. Spesso questa piaga si esaspera nelle situazioni di grave miseria quando di fronte alle difficoltà le persone sono tentate di risolvere i propri problemi sfidando illusoriamente la sorte e impoverendosi ancora di più. Bisognerebbe non dimenticare mai la massima secondo la quale «si vince certamente al gioco quando si evita di giocare».

Il Catechismo della Chiesa cattolica insegna dunque con chiarezza che il gioco diventa moralmente inaccettabile quando priva la persona delle risorse necessarie per farsi carico dei propri bisogni e per ottemperare ai propri doveri nei confronti degli altri; io, tuttavia, formulerei un giudizio più severo considerando sempre riprovevole l’azzardo allorquando vi si giochino somme significative, come accade normalmente nei casinò, anche nel caso in cui non vi sia alcun rischio di privarsi del necessario perché si è molto ricchi. Si tratta comunque, a mio avviso, di uno schiaffo alla povertà: un gettare deliberatamente al vento (o, per meglio dire, nelle tasche di chi gestisce il gioco) quello che avrebbe potuto essere donato ai più bisognosi o, comunque, investito per il bene comune.

Il compianto don Enrico Chiavacci si spingeva oltre e, nelle sue lezioni allo Studio teologico fiorentino, considerava di per sé illecite tutte le scelte esclusivamente speculative, e fra queste il gioco d’azzardo, perché contrarie a quello che lui definiva «il primo precetto generale» per un’etica economica ispirata al Vangelo: «non cercare di arricchirti» (cf. E. Chiavacci, Teologia morale 3/1. Teologia morale e vita economica, Assisi 1986, pp. 183.196).

Il Catechismo della Chiesa cattolica mette in luce un ulteriore importante e gravissimo problema, quello della dipendenza: «La passione del gioco rischia di diventare una grave schiavitù». La ludopatia è a tutti gli effetti una malattia psichica. Se è vero che una dipendenza può attenuare e anche azzerare la responsabilità morale, è – anche per questo – evidente che esiste la grave responsabilità di evitare, finché si è in tempo, di scivolare nella dipendenza, ovvero di tutelare la propria libertà e, quindi, di evitare la frequentazione del gioco d’azzardo in quanto potenziale fattore di dipendenza (non è ovviamente il caso della tombola degli anziani nei circoli ricreativi, ma è sicuramente il caso dei videopoker e di altre analoghe «opportunità»). Ad ogni modo, una volta che la dipendenza patologica sia stata acquisita, vi è l’obbligo grave di ricorrere alle terapie possibili.

Dunque, per rispondere alla domanda del lettore, si può dire che il gioco d’azzardo non è sempre e necessariamente un peccato ma che può sicuramente esserlo quando offende la giustizia e la carità e quando costituisce una deliberata esposizione al rischio del vizio e della dipendenza patologica. Ritengo che non poche forme di gioco d’azzardo legale rientrino oggi in queste ultime tipologie, ma, come giustamente afferma il lettore, «non tutto quello che è legale è buono» e, quindi, morale.

Gianni Cioli

Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Una domanda di grande attualità, visto il diffondersi delle ludopatie. Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale.

Il gioco d’azzardo è peccato per la Chiesa? La legge lo consente, ma non tutto quello che è legale è buono…

Lettera firmata

Il Catechismo della Chiesa cattolica al n. 2413 dice: «I giochi d’azzardo (gioco delle carte, ecc.) o le scommesse non sono in se stessi contrari alla giustizia. Diventano moralmente inaccettabili allorché privano la persona di ciò che le è necessario per far fronte ai bisogni propri e altrui. La passione del gioco rischia di diventare una grave schiavitù. Truccare le scommesse o barare nei giochi costituisce una mancanza grave, a meno che il danno causato sia tanto lieve da non poter essere ragionevolmente considerato significativo da parte di chi lo subisce».

La considerazione che i giochi d’azzardo «non sono in se stessi contrari alla giustizia», vuole probabilmente evitare una deriva rigoristica che finirebbe per mettere in difficoltà anche gli anziani che passano spesso il tempo giocando a carte o a tombola nei circoli parrocchiali. Questa premessa non deve mettere tuttavia in ombra quanto il Catechismo afferma di seguito, ovvero che le pratiche d’azzardo diventano moralmente inaccettabili allorché «privano la persona di ciò che le è necessario per far fronte ai bisogni propri e altrui». E, purtroppo, come è noto questa non è una situazione infrequente: molte persone attraverso pratiche sia legali che clandestine finiscono per rovinate se stesse e danneggiare gravemente le proprie famiglie. Si pensi soltanto alla piaga dei videopoker e al danno sociale che l’introduzione di queste macchine ha prodotto, oppure alla realtà del gioco e delle scommesse on line, forse ancora più insidiosa perché entra direttamente nelle case. Spesso questa piaga si esaspera nelle situazioni di grave miseria quando di fronte alle difficoltà le persone sono tentate di risolvere i propri problemi sfidando illusoriamente la sorte e impoverendosi ancora di più. Bisognerebbe non dimenticare mai la massima secondo la quale «si vince certamente al gioco quando si evita di giocare».

Il Catechismo della Chiesa cattolica insegna dunque con chiarezza che il gioco diventa moralmente inaccettabile quando priva la persona delle risorse necessarie per farsi carico dei propri bisogni e per ottemperare ai propri doveri nei confronti degli altri; io, tuttavia, formulerei un giudizio più severo considerando sempre riprovevole l’azzardo allorquando vi si giochino somme significative, come accade normalmente nei casinò, anche nel caso in cui non vi sia alcun rischio di privarsi del necessario perché si è molto ricchi. Si tratta comunque, a mio avviso, di uno schiaffo alla povertà: un gettare deliberatamente al vento (o, per meglio dire, nelle tasche di chi gestisce il gioco) quello che avrebbe potuto essere donato ai più bisognosi o, comunque, investito per il bene comune.

Il compianto don Enrico Chiavacci si spingeva oltre e, nelle sue lezioni allo Studio teologico fiorentino, considerava di per sé illecite tutte le scelte esclusivamente speculative, e fra queste il gioco d’azzardo, perché contrarie a quello che lui definiva «il primo precetto generale» per un’etica economica ispirata al Vangelo: «non cercare di arricchirti» (cf. E. Chiavacci, Teologia morale 3/1. Teologia morale e vita economica, Assisi 1986, pp. 183.196).

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Il Catechismo della Chiesa cattolica mette in luce un ulteriore importante e gravissimo problema, quello della dipendenza: «La passione del gioco rischia di diventare una grave schiavitù». La ludopatia è a tutti gli effetti una malattia psichica. Se è vero che una dipendenza può attenuare e anche azzerare la responsabilità morale, è – anche per questo – evidente che esiste la grave responsabilità di evitare, finché si è in tempo, di scivolare nella dipendenza, ovvero di tutelare la propria libertà e, quindi, di evitare la frequentazione del gioco d’azzardo in quanto potenziale fattore di dipendenza (non è ovviamente il caso della tombola degli anziani nei circoli ricreativi, ma è sicuramente il caso dei videopoker e di altre analoghe «opportunità»). Ad ogni modo, una volta che la dipendenza patologica sia stata acquisita, vi è l’obbligo grave di ricorrere alle terapie possibili.

Dunque, per rispondere alla domanda del lettore, si può dire che il gioco d’azzardo non è sempre e necessariamente un peccato ma che può sicuramente esserlo quando offende la giustizia e la carità e quando costituisce una deliberata esposizione al rischio del vizio e della dipendenza patologica. Ritengo che non poche forme di gioco d’azzardo legale rientrino oggi in queste ultime tipologie, ma, come giustamente afferma il lettore, «non tutto quello che è legale è buono» e, quindi, morale.

Gianni Cioli

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