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Ghisoni: comunione nella Chiesa per affrontare la questione abusi

Ricercare la responsabilità nella comunione

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Agire insieme nella dinamica della comunione ecclesiale per rispondere al dolore delle vittime di abuso. Il cuore della terza relazione di questo secondo giorno di lavori all’incontro internazionale su “La protezione dei minori nella Chiesa” in corso in Vaticano
 

Cecilia Seppia – Città del Vaticano

Comunione, responsabilità condivisa, prevenzione e solidarietà verso tutti quei fratelli feriti nella carne e nello spirito da qualunque forma di abuso. Muove da questo imperativo e dal desiderio di concorrere al bene comune, la relazione pronunciata oggi pomeriggio al summit in Vaticano, da Linda Ghisoni. Il sottosegretario per la Sezione Fedeli Laici, Dicastero Laici, Famiglia e Vita, si dice subito convinta che la prevenzione non possa esaurirsi “in un bel programma” ma debba diventare “un atteggiamento pastorale ordinario”. Citando la testimonianza di una vittima di abusi che definisce “lupi ululanti” tutti quei pastori della Chiesa che “penetrano nell’ovile per spaventare e disperdere il gregge”, Ghisoni ribadisce che non si può mai parlare di protezione dei minori senza tener presente le vittime e le loro famiglie, senza conoscere gli abusatori, i complici, i negazionisti e i negligenti, quanti hanno insabbiato, e quelli che hanno cercato di parlare e agire ma sono stati messi a tacere. “In ginocchio: questa – sottolinea – sarebbe la postura adeguata per trattare gli argomenti di questi giorni. In ginocchio davanti al Padre misericordioso, che vede lacerato il corpo di Cristo, la sua Chiesa, e ci invia a farci carico, come suo Popolo, delle ferite e a curarle con il balsamo del Suo amore”.

Dovere di conoscenza e responsabilità

Nell’intervento, dal titolo “Communio: agire insieme”, Linda Ghisoni, passa in rassegna una serie di doveri che si impongono di fronte all’abnormità insita in ogni genere di abuso perpetrato su minori: in primis il dovere di conoscenza e presa di coscienza di quanto accaduto, il dovere di verità e giustizia, il dovere di riparazione e prevenzione per non reiterare certi abomini. La conoscenza degli abusi – spiega – è senz’altro di primaria importanza ma lo è altrettanto l’assunzione della dovuta responsabilità e il dovere di rendere ragione rispetto ad essa, cioè “l’accountability” che in genere si accompagna e risponde a esigenze di carattere sociale.

Ricercare la responsabilità nella comunione

Nella Chiesa però il fondamento dell’accountability è piuttosto da ricercarsi nella comunione, propria della sua natura e cifra interpretativa della Chiesa che nel mistero trinitario riconosce il suo volto. E a quanti manifestano insofferenza verso l’attenzione che si dedica alla questione degli abusi o pensa che questo sia solo un “affare” del Papa o dei vescovi Linda Ghisoni dice: “Prendere coscienza del fenomeno e rendere conto della propria responsabilità non è una fissazione, non è un’azione inquisitoria accessoria per soddisfare mere esigenze sociali, bensì un’esigenza scaturente dalla natura stessa della Chiesa come mistero di comunione fondato nella Trinità, come Popolo di Dio in cammino, che non evita, ma affronta, con sempre rinnovata consapevolezza comunionale, anche le sfide legate agli abusi occorsi al suo interno a danno dei più piccoli minando e spaccando questa comunione”. Il riferimento alla Chiesa come comunione e Popolo di Dio in cammino – prosegue Ghisoni – esige però che tutte le componenti del Popolo, ciascuna a modo proprio, vivano quei diritti-doveri di cui sono state rese partecipi nel battesimo. Ciò non ha nulla a che fare con la corsa ai ruoli o al potere, piuttosto prevede l’adempimento di una missione specifica.

Vescovi e presbiteri

Il sottosegretario per la sezione Fedeli Laici, si concentra poi sul rapporto tra vescovo e presbiteri. Se da un lato ai sacerdoti è chiesto che siano uniti al vescovo con sincera carità e obbedienza, “riconoscendone l’autorità di Cristo”, ai presuli è chiesto di prendersi a cuore il loro benessere materiale e spirituale. “E’ sui vescovi infatti – ammonisce – che incombe la responsabilità della santità dei loro sacerdoti”. Occorre però che il ministero sacerdotale si avvalga di solida formazione e sia vissuto come dedizione e servizio alla Chiesa: “Il ministero sacerdotale vissuto in quanto tale preserva da ogni tentazione di accarezzare il potere, di autoreferenzialità e autocompiacimento, di principato e di sfruttamento degli altri per coltivare il proprio piacere a qualsiasi livello, anche sessuale”.

Interazione tra carismi e ministeri: ruolo dei laici

Oltre alla comunione tra vescovo e sacerdoti, si pone però nell’ottica della prevenzione e del contrasto alla piaga degli abusi, l’esigenza di interazione tra i vari carismi e ministeri, la sinodalità come processo condiviso: tutti devono essere coinvolti, seppur nel rispetto delle differenze, perché tutti costituiscono l’unica Chiesa. Fondamentale è anche dunque l’apporto dei laici (come stabilisce il documento conciliare del 1965 dedicato ai presbiteri), ai quali i pastori non devono esitare ad affidare incarichi di servizio, lasciando loro libertà di azione e margine di autonomia. “Si evidenzia, a partire dalla communio che costituisce la Chiesa, un necessario contributo diversificato di tutti, non per reclamare il protagonismo di qualcuno, ma per rendere visibile la ricchezza multiforme della Chiesa nel rispetto del proprium di ognuno, contro la pretesa che il carisma della sintesi sia la sintesi dei carismi”.

Errori da evitare

A ciascuno è chiesto altresì un coinvolgimento dinamico, anche se, ripete la Ghisoni, il ministero episcopale porta su di sé la responsabilità di prendere la decisione ultima, pur avvalendosi del contributo e del consiglio di tutti. Riflessioni queste che invitano a rifuggire due posizioni erronee, quella sintetizzata dal ritornello: “Solo un vescovo può sapere cosa è bene per un vescovo” oppure “solo una donna può sapere cosa è bene per una donna” e così via per laici e preti, perché implica limitazione di pensiero e di azione e rompe la comunione; ma anche reputare che il coinvolgimento dei laici sia sufficiente a garantire maggiore correttezza, perché considerati come soggetto terzo rispetto ad eventi che toccano da vicino la Chiesa. “Da donna laica – confida – debbo onestamente constatare che indistintamente tra i sacerdoti, tra i religiosi, come tra i laici vi possono essere e vi sono persone non libere, disposte a coprire aprioristicamente, asservite a qualcuno invece di essere al servizio amorevole, intelligente e libero della Chiesa e fedeli alla loro propria vocazione”. Perciò, chiosa, “Tornare alla natura comunionale della Chiesa, dove si realizzano le diversità di carismi e ministeri non significa appiattimento ma comporta ricchezza e forza, aiuta a trovare le ragioni per evitare questi slogan estremi e improduttivi”.

Conoscere e studiare pratiche esistenti

L’ultima parte della relazione offre spunti per alcune attuazioni pratiche in materia di comunione e rilancia l’affermazione secondo cui questo meeting convocato dal Papa sulla protezione dei minori non costituisce né un punto di arrivo di un percorso concluso, validato e perfetto né un punto di partenza come ad ignorare quanto fatto finora.  E’ bene dunque conoscere e studiare le pratiche già rodate, promosse in altri episcopati e contesti ecclesiali, pratiche ad esempio che contemplano il coinvolgimento di persone competenti e rappresentanti di tutto il Popolo di Dio.  E’ bene anche tenere conto della diversità dovuta ai vari contesti culturali e sociali in cui è presente la Chiesa senza fare distinzioni: “Non vi sia una businnes class in alcune chiese particolari e una economy class in altre – è il monito – ma l’unica Chiesa di Cristo si esprima dovunque, garantendo a tutti, dappertutto, strumenti, procedure, criteri che, al di là delle necessarie peculiarità locali, tutelino i minori perseguendo la verità, la giustizia, promuovendo la riparazione e la prevenzione in tema di abusi sessuali”.

Procedure ordinarie di verifica

Altro punto fondamentale è inserire nelle Linee guida nazionali uno specifico capitolo che determini motivi e procedure di accountability, affinché i vescovi e i superiori religiosi stabiliscano procedure ordinarie di verifica del compimento di quanto previsto e diano una motivazione delle azioni intraprese, cosa che non va letta come un atto di sfiducia verso il superiore, ma un ausilio nelle decisioni che è chiamato a prendere: “Individuare una realtà di responsabilizzazione infatti non solo non lo indebolisce nella autorevolezza, ma lo valorizza come pastore del gregge”. E nel caso si ravvisino errori, ciò non costituirà un giudizio da cui difendersi per recuperare credito, ma la testimonianza di un cammino fatto insieme, perché “la logica della comunione non sopporta un’accusa e una difesa ma un concorrere al bene di tutti”.

Alcuni provvedimenti

Linda Ghisoni suggerisce infine alcune soluzioni di ordine pratico, organizzativo da attuare nelle varie conferenze episcopali per rispondere più efficacemente all’imperativo di protezione dei minori, invocato dal Papa. Primo l’avvio in sede locale, su base diocesana o regionale, di consigli che operino in maniera corresponsabile con i vescovi e superiori religiosi, supportandoli in questo compito con competenza, come esempio di sana collaborazione alla vita della Chiesa. Secondo: la creazione di commissioni consultive indipendenti in ciascuna Conferenza episcopale, per consigliare e assistere i presuli e promuovere un livello uniforme di responsabilità nelle diverse diocesi. Tali commissioni, mediante riunioni periodiche potranno contribuire ad assicurare maggiore uniformità di pratiche e un confronto sempre più efficace. Terzo: considerare l’opportunità di un ufficio centrale che promuova la formazione di questi organismi in una identità propriamente ecclesiale, solleciti e verifichi con cadenza regolare il corretto funzionamento di quanto avviato a livello locale, con una attenzione alla correttezza anche dal punto di vista ecclesiologico. Quarto: rivedere la normativa sul segreto pontificio, “in modo che esso tuteli i valori che intende proteggere, ossia la dignità delle persone coinvolte, la buona fama di ciascuno, il bene della Chiesa, ma nello stesso tempo consenta lo sviluppo di un clima di maggiore trasparenza e fiducia, evitando l’idea che il segreto venga utilizzato per nascondere problemi anziché per proteggere i beni in gioco”. Ultimo punto, che chiama in causa anche gli operatori mediatici, è quello di affinare criteri per una corretta informazione che sappia mediare le esigenze della trasparenza con quelle della riservatezza affinché non si rischi di non rendere un servizio alla verità.

Citando la Lettera di Papa Francesco al Popolo di Dio del 31 maggio 2018, la relazione conclude con l’auspicio che la solidarietà e l’incontro con la “carne di Cristo”, possa presto sostituire l’omissione: “siamo interpellati – scriveva il Pontefice – come Popolo di Dio a farci carico del dolore dei nostri fratelli feriti nella carne e nello spirito. Se in passato l’omissione ha potuto diventare una forma di risposta, oggi vogliamo che la solidarietà, intesa nel suo significato più profondo ed esigente, diventi il nostro modo di fare la storia presente e futura”.

Originale: Vatican News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Ghisoni: comunione nella Chiesa per affrontare la questione abusi

Ricercare la responsabilità nella comunione

  

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Agire insieme nella dinamica della comunione ecclesiale per rispondere al dolore delle vittime di abuso. Il cuore della terza relazione di questo secondo giorno di lavori all’incontro internazionale su “La protezione dei minori nella Chiesa” in corso in Vaticano
 

Cecilia Seppia – Città del Vaticano

Comunione, responsabilità condivisa, prevenzione e solidarietà verso tutti quei fratelli feriti nella carne e nello spirito da qualunque forma di abuso. Muove da questo imperativo e dal desiderio di concorrere al bene comune, la relazione pronunciata oggi pomeriggio al summit in Vaticano, da Linda Ghisoni. Il sottosegretario per la Sezione Fedeli Laici, Dicastero Laici, Famiglia e Vita, si dice subito convinta che la prevenzione non possa esaurirsi “in un bel programma” ma debba diventare “un atteggiamento pastorale ordinario”. Citando la testimonianza di una vittima di abusi che definisce “lupi ululanti” tutti quei pastori della Chiesa che “penetrano nell’ovile per spaventare e disperdere il gregge”, Ghisoni ribadisce che non si può mai parlare di protezione dei minori senza tener presente le vittime e le loro famiglie, senza conoscere gli abusatori, i complici, i negazionisti e i negligenti, quanti hanno insabbiato, e quelli che hanno cercato di parlare e agire ma sono stati messi a tacere. “In ginocchio: questa – sottolinea – sarebbe la postura adeguata per trattare gli argomenti di questi giorni. In ginocchio davanti al Padre misericordioso, che vede lacerato il corpo di Cristo, la sua Chiesa, e ci invia a farci carico, come suo Popolo, delle ferite e a curarle con il balsamo del Suo amore”.

Dovere di conoscenza e responsabilità

Nell’intervento, dal titolo “Communio: agire insieme”, Linda Ghisoni, passa in rassegna una serie di doveri che si impongono di fronte all’abnormità insita in ogni genere di abuso perpetrato su minori: in primis il dovere di conoscenza e presa di coscienza di quanto accaduto, il dovere di verità e giustizia, il dovere di riparazione e prevenzione per non reiterare certi abomini. La conoscenza degli abusi – spiega – è senz’altro di primaria importanza ma lo è altrettanto l’assunzione della dovuta responsabilità e il dovere di rendere ragione rispetto ad essa, cioè “l’accountability” che in genere si accompagna e risponde a esigenze di carattere sociale.

Ricercare la responsabilità nella comunione

Nella Chiesa però il fondamento dell’accountability è piuttosto da ricercarsi nella comunione, propria della sua natura e cifra interpretativa della Chiesa che nel mistero trinitario riconosce il suo volto. E a quanti manifestano insofferenza verso l’attenzione che si dedica alla questione degli abusi o pensa che questo sia solo un “affare” del Papa o dei vescovi Linda Ghisoni dice: “Prendere coscienza del fenomeno e rendere conto della propria responsabilità non è una fissazione, non è un’azione inquisitoria accessoria per soddisfare mere esigenze sociali, bensì un’esigenza scaturente dalla natura stessa della Chiesa come mistero di comunione fondato nella Trinità, come Popolo di Dio in cammino, che non evita, ma affronta, con sempre rinnovata consapevolezza comunionale, anche le sfide legate agli abusi occorsi al suo interno a danno dei più piccoli minando e spaccando questa comunione”. Il riferimento alla Chiesa come comunione e Popolo di Dio in cammino – prosegue Ghisoni – esige però che tutte le componenti del Popolo, ciascuna a modo proprio, vivano quei diritti-doveri di cui sono state rese partecipi nel battesimo. Ciò non ha nulla a che fare con la corsa ai ruoli o al potere, piuttosto prevede l’adempimento di una missione specifica.

Vescovi e presbiteri

Il sottosegretario per la sezione Fedeli Laici, si concentra poi sul rapporto tra vescovo e presbiteri. Se da un lato ai sacerdoti è chiesto che siano uniti al vescovo con sincera carità e obbedienza, “riconoscendone l’autorità di Cristo”, ai presuli è chiesto di prendersi a cuore il loro benessere materiale e spirituale. “E’ sui vescovi infatti – ammonisce – che incombe la responsabilità della santità dei loro sacerdoti”. Occorre però che il ministero sacerdotale si avvalga di solida formazione e sia vissuto come dedizione e servizio alla Chiesa: “Il ministero sacerdotale vissuto in quanto tale preserva da ogni tentazione di accarezzare il potere, di autoreferenzialità e autocompiacimento, di principato e di sfruttamento degli altri per coltivare il proprio piacere a qualsiasi livello, anche sessuale”.

Interazione tra carismi e ministeri: ruolo dei laici

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Errori da evitare

A ciascuno è chiesto altresì un coinvolgimento dinamico, anche se, ripete la Ghisoni, il ministero episcopale porta su di sé la responsabilità di prendere la decisione ultima, pur avvalendosi del contributo e del consiglio di tutti. Riflessioni queste che invitano a rifuggire due posizioni erronee, quella sintetizzata dal ritornello: “Solo un vescovo può sapere cosa è bene per un vescovo” oppure “solo una donna può sapere cosa è bene per una donna” e così via per laici e preti, perché implica limitazione di pensiero e di azione e rompe la comunione; ma anche reputare che il coinvolgimento dei laici sia sufficiente a garantire maggiore correttezza, perché considerati come soggetto terzo rispetto ad eventi che toccano da vicino la Chiesa. “Da donna laica – confida – debbo onestamente constatare che indistintamente tra i sacerdoti, tra i religiosi, come tra i laici vi possono essere e vi sono persone non libere, disposte a coprire aprioristicamente, asservite a qualcuno invece di essere al servizio amorevole, intelligente e libero della Chiesa e fedeli alla loro propria vocazione”. Perciò, chiosa, “Tornare alla natura comunionale della Chiesa, dove si realizzano le diversità di carismi e ministeri non significa appiattimento ma comporta ricchezza e forza, aiuta a trovare le ragioni per evitare questi slogan estremi e improduttivi”.

Conoscere e studiare pratiche esistenti

L’ultima parte della relazione offre spunti per alcune attuazioni pratiche in materia di comunione e rilancia l’affermazione secondo cui questo meeting convocato dal Papa sulla protezione dei minori non costituisce né un punto di arrivo di un percorso concluso, validato e perfetto né un punto di partenza come ad ignorare quanto fatto finora.  E’ bene dunque conoscere e studiare le pratiche già rodate, promosse in altri episcopati e contesti ecclesiali, pratiche ad esempio che contemplano il coinvolgimento di persone competenti e rappresentanti di tutto il Popolo di Dio.  E’ bene anche tenere conto della diversità dovuta ai vari contesti culturali e sociali in cui è presente la Chiesa senza fare distinzioni: “Non vi sia una businnes class in alcune chiese particolari e una economy class in altre – è il monito – ma l’unica Chiesa di Cristo si esprima dovunque, garantendo a tutti, dappertutto, strumenti, procedure, criteri che, al di là delle necessarie peculiarità locali, tutelino i minori perseguendo la verità, la giustizia, promuovendo la riparazione e la prevenzione in tema di abusi sessuali”.

Procedure ordinarie di verifica

Altro punto fondamentale è inserire nelle Linee guida nazionali uno specifico capitolo che determini motivi e procedure di accountability, affinché i vescovi e i superiori religiosi stabiliscano procedure ordinarie di verifica del compimento di quanto previsto e diano una motivazione delle azioni intraprese, cosa che non va letta come un atto di sfiducia verso il superiore, ma un ausilio nelle decisioni che è chiamato a prendere: “Individuare una realtà di responsabilizzazione infatti non solo non lo indebolisce nella autorevolezza, ma lo valorizza come pastore del gregge”. E nel caso si ravvisino errori, ciò non costituirà un giudizio da cui difendersi per recuperare credito, ma la testimonianza di un cammino fatto insieme, perché “la logica della comunione non sopporta un’accusa e una difesa ma un concorrere al bene di tutti”.

Alcuni provvedimenti

Linda Ghisoni suggerisce infine alcune soluzioni di ordine pratico, organizzativo da attuare nelle varie conferenze episcopali per rispondere più efficacemente all’imperativo di protezione dei minori, invocato dal Papa. Primo l’avvio in sede locale, su base diocesana o regionale, di consigli che operino in maniera corresponsabile con i vescovi e superiori religiosi, supportandoli in questo compito con competenza, come esempio di sana collaborazione alla vita della Chiesa. Secondo: la creazione di commissioni consultive indipendenti in ciascuna Conferenza episcopale, per consigliare e assistere i presuli e promuovere un livello uniforme di responsabilità nelle diverse diocesi. Tali commissioni, mediante riunioni periodiche potranno contribuire ad assicurare maggiore uniformità di pratiche e un confronto sempre più efficace. Terzo: considerare l’opportunità di un ufficio centrale che promuova la formazione di questi organismi in una identità propriamente ecclesiale, solleciti e verifichi con cadenza regolare il corretto funzionamento di quanto avviato a livello locale, con una attenzione alla correttezza anche dal punto di vista ecclesiologico. Quarto: rivedere la normativa sul segreto pontificio, “in modo che esso tuteli i valori che intende proteggere, ossia la dignità delle persone coinvolte, la buona fama di ciascuno, il bene della Chiesa, ma nello stesso tempo consenta lo sviluppo di un clima di maggiore trasparenza e fiducia, evitando l’idea che il segreto venga utilizzato per nascondere problemi anziché per proteggere i beni in gioco”. Ultimo punto, che chiama in causa anche gli operatori mediatici, è quello di affinare criteri per una corretta informazione che sappia mediare le esigenze della trasparenza con quelle della riservatezza affinché non si rischi di non rendere un servizio alla verità.

Citando la Lettera di Papa Francesco al Popolo di Dio del 31 maggio 2018, la relazione conclude con l’auspicio che la solidarietà e l’incontro con la “carne di Cristo”, possa presto sostituire l’omissione: “siamo interpellati – scriveva il Pontefice – come Popolo di Dio a farci carico del dolore dei nostri fratelli feriti nella carne e nello spirito. Se in passato l’omissione ha potuto diventare una forma di risposta, oggi vogliamo che la solidarietà, intesa nel suo significato più profondo ed esigente, diventi il nostro modo di fare la storia presente e futura”.

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