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Gesuiti: quando Bergoglio oppose il “rifiuto”

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di: Juan Antonio Estrada

Che il Concilio Vaticano II significasse una riforma della Chiesa e l’apertura a un nuovo approccio è stato qualcosa che le persone e le istituzioni della Chiesa più conservatrici hanno immediatamente captato, probabilmente molto più di quelle aperte ai cambiamenti. Ha segnato la fine di un’era, quella della controriforma, dell’antimodernismo e della difesa contro l’Illuminismo, epoca nella quale il cattolicesimo aveva perso la sintonia con il corso della storia e con le nuove domande e con i bisogni degli uomini.

Bisognava procedere a una riforma interna (la costituzione Lumen gentium) ed esterna (la costituzione Gaudium et spes) della Chiesa, che comportava una nuova teologia dell’episcopato, dei laici, della vita religiosa, del rapporto con le altre chiese e delle missioni, ecc. Il corso del Concilio ha rafforzato gli allarmi dei tradizionalisti. La nuova teologia e gli autori che erano stati condannati da Pio XII negli anni cinquanta trionfavano.

Arrupe: la svolta e le accuse ai gesuiti

I gesuiti, insieme ad altre congregazioni religiose, sono stati protagonisti del Concilio e, nell’insieme, motori dei cambiamenti. L’elezione di Pedro Arrupe come Generale (dal 1965 al 1983) e le Congregazioni Generali 31 (1965-1966) e 32 (1974-1975) segnarono la nuova direzione. L’identità e la missione dei gesuiti dovevano essere riformulate in un nuovo contesto. I problemi del XVI secolo riemersero in una nuova era storica: rinnovare la Chiesa ed esserle fedele; portare avanti una diversa forma di missione e di vita religiosa, sapendo che molti vi si opponevano.

Si cercò di riformare la Compagnia internamente (equiparando professi e coadiutori; trasformando le istituzioni e le scuole in linea con la dottrina sociale e l’opzione per i poveri; dando impulso alla missione e svestendo i gesuiti della dimensione monastica, promuovendo i laici ecc.) ed esternamente (collegamento tra fede e giustizia; promozione dell’ecumenismo; passaggio dalla società di cristianità a una Chiesa in missione in una società secolare, apertura al dialogo con l’Illuminismo e con l’ateismo ecc.).

Arrupe si trasformò in un simbolo del nuovo paradigma. La Compagnia, che era stata una fedele servitrice del papato e della gerarchia, divenne oggetto di sospetto. Fu accusata di mondanità e di vicinanza al comunismo e alla teologia della liberazione, alla quale alcuni gesuiti avevano contribuito; di disobbedienza e di consentire correnti critiche alla gerarchia ecclesiastica e al papato stesso.

Il passaggio da Paolo VI a Giovanni Paolo II, così come la nuova egemonia dei tradizionalisti che erano state minoranze nel Concilio, consolidarono la presa di distanza della Compagnia e di padre Arrupe da parte del governo della Chiesa. L’accettazione e l’obbedienza dei gesuiti nei confronti dell’intervento papale, con la nomina di padre Dezza come delegato per l’intera Compagnia, nomina che aggirava le costituzioni, calmarono gli animi.

Il rifiuto di Bergoglio e Kolvenbach

Ma la sfiducia e il rifiuto nei confronti dei gesuiti sopravvissero in parte della gerarchia romana e in molti vescovi.

L’elezione di padre Kolvenbach (1983) da parte della Congregazione 33 con l’accettazione di Giovanni Paolo II protesse la Compagnia, ma, quando presentò le sue dimissioni (2006) per la prima volta nella storia, e queste furono accettate da papa Benedetto XVI, riapparve il tentativo di controllare e riorientare i gesuiti. L’eredità del Concilio e di Arrupe non solo persisteva, ma si era imposta nonostante l’opposizione della minoranza conservatrice gesuita.

Il tentativo del cardinal Bertone rientra in questo contesto. Rafforza anche ciò che ha significato Bergoglio, un provinciale gesuita in sintonia con i tradizionalisti, che ha vissuto un processo di “conversione pastorale e teologica” quando è stato arcivescovo di Buenos Aires, come è successo a Oscar Arnulfo Romero in El Salvador. Nel conclave è stato visto da molti cardinali come un tradizionalista, sebbene aperto e dialogante. Ecco perché i conservatori penseranno a lui come nuovo delegato papale.

Il rifiuto di Bergoglio, e anche di Kolvenbach, a un altro intervento papale, è stato decisivo. E ora con papa Francesco la dinamica del Vaticano II si recupera, sebbene in un contesto diverso. E con lui l’eredità spirituale e teologica di padre Arrupe e delle congregazioni 32 e 33, che hanno segnato la Compagnia a partire dal Vaticano II. In una parte della Chiesa resiste l’anti-gesuitismo, ora rafforzato da coloro che sfidano il pontificato di papa Francesco.

Juan Antonio Estrada è un filosofo e teologo gesuita spagnolo, docente emerito all’Università di Granada. Articolo pubblicato il 25 gennaio 2020 sul blog Religión Digital (www.religiondigital.org). Traduzione a cura di Lorenzo Tommaselli.

Originale: Settimana News
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Che il Concilio Vaticano II significasse una riforma della Chiesa e l’apertura a un nuovo approccio è stato qualcosa che le persone e le istituzioni della Chiesa più conservatrici hanno immediatamente captato, probabilmente molto più di quelle aperte ai cambiamenti. Ha segnato la fine di un’era, quella della controriforma, dell’antimodernismo e della difesa contro l’Illuminismo, epoca nella quale il cattolicesimo aveva perso la sintonia con il corso della storia e con le nuove domande e con i bisogni degli uomini.

Bisognava procedere a una riforma interna (la costituzione Lumen gentium) ed esterna (la costituzione Gaudium et spes) della Chiesa, che comportava una nuova teologia dell’episcopato, dei laici, della vita religiosa, del rapporto con le altre chiese e delle missioni, ecc. Il corso del Concilio ha rafforzato gli allarmi dei tradizionalisti. La nuova teologia e gli autori che erano stati condannati da Pio XII negli anni cinquanta trionfavano.

Arrupe: la svolta e le accuse ai gesuiti

I gesuiti, insieme ad altre congregazioni religiose, sono stati protagonisti del Concilio e, nell’insieme, motori dei cambiamenti. L’elezione di Pedro Arrupe come Generale (dal 1965 al 1983) e le Congregazioni Generali 31 (1965-1966) e 32 (1974-1975) segnarono la nuova direzione. L’identità e la missione dei gesuiti dovevano essere riformulate in un nuovo contesto. I problemi del XVI secolo riemersero in una nuova era storica: rinnovare la Chiesa ed esserle fedele; portare avanti una diversa forma di missione e di vita religiosa, sapendo che molti vi si opponevano.

Si cercò di riformare la Compagnia internamente (equiparando professi e coadiutori; trasformando le istituzioni e le scuole in linea con la dottrina sociale e l’opzione per i poveri; dando impulso alla missione e svestendo i gesuiti della dimensione monastica, promuovendo i laici ecc.) ed esternamente (collegamento tra fede e giustizia; promozione dell’ecumenismo; passaggio dalla società di cristianità a una Chiesa in missione in una società secolare, apertura al dialogo con l’Illuminismo e con l’ateismo ecc.).

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Arrupe si trasformò in un simbolo del nuovo paradigma. La Compagnia, che era stata una fedele servitrice del papato e della gerarchia, divenne oggetto di sospetto. Fu accusata di mondanità e di vicinanza al comunismo e alla teologia della liberazione, alla quale alcuni gesuiti avevano contribuito; di disobbedienza e di consentire correnti critiche alla gerarchia ecclesiastica e al papato stesso.

Il passaggio da Paolo VI a Giovanni Paolo II, così come la nuova egemonia dei tradizionalisti che erano state minoranze nel Concilio, consolidarono la presa di distanza della Compagnia e di padre Arrupe da parte del governo della Chiesa. L’accettazione e l’obbedienza dei gesuiti nei confronti dell’intervento papale, con la nomina di padre Dezza come delegato per l’intera Compagnia, nomina che aggirava le costituzioni, calmarono gli animi.

Il rifiuto di Bergoglio e Kolvenbach

Ma la sfiducia e il rifiuto nei confronti dei gesuiti sopravvissero in parte della gerarchia romana e in molti vescovi.

L’elezione di padre Kolvenbach (1983) da parte della Congregazione 33 con l’accettazione di Giovanni Paolo II protesse la Compagnia, ma, quando presentò le sue dimissioni (2006) per la prima volta nella storia, e queste furono accettate da papa Benedetto XVI, riapparve il tentativo di controllare e riorientare i gesuiti. L’eredità del Concilio e di Arrupe non solo persisteva, ma si era imposta nonostante l’opposizione della minoranza conservatrice gesuita.

Il tentativo del cardinal Bertone rientra in questo contesto. Rafforza anche ciò che ha significato Bergoglio, un provinciale gesuita in sintonia con i tradizionalisti, che ha vissuto un processo di “conversione pastorale e teologica” quando è stato arcivescovo di Buenos Aires, come è successo a Oscar Arnulfo Romero in El Salvador. Nel conclave è stato visto da molti cardinali come un tradizionalista, sebbene aperto e dialogante. Ecco perché i conservatori penseranno a lui come nuovo delegato papale.

Il rifiuto di Bergoglio, e anche di Kolvenbach, a un altro intervento papale, è stato decisivo. E ora con papa Francesco la dinamica del Vaticano II si recupera, sebbene in un contesto diverso. E con lui l’eredità spirituale e teologica di padre Arrupe e delle congregazioni 32 e 33, che hanno segnato la Compagnia a partire dal Vaticano II. In una parte della Chiesa resiste l’anti-gesuitismo, ora rafforzato da coloro che sfidano il pontificato di papa Francesco.

Juan Antonio Estrada è un filosofo e teologo gesuita spagnolo, docente emerito all’Università di Granada. Articolo pubblicato il 25 gennaio 2020 sul blog Religión Digital (www.religiondigital.org). Traduzione a cura di Lorenzo Tommaselli.

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