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Gesù e le donne

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di: Andrea Lebra

«Vorrei ricordare l’intenzione di preghiera che ho proposto per questo mese di ottobre, che dice così: “Preghiamo perché i fedeli laici, specialmente le donne, partecipino maggiormente nelle istituzioni di responsabilità della Chiesa”. Perché nessuno di noi è stato battezzato prete né vescovo: siamo stati tutti battezzati come laici e laiche. I laici sono protagonisti della Chiesa. Oggi c’è bisogno di allargare gli spazi di una presenza femminile più incisiva nella Chiesa, e di una presenza laica, si intende, ma sottolineando l’aspetto femminile, perché in genere le donne vengono messe da parte. Dobbiamo promuovere l’integrazione delle donne nei luoghi in cui si prendono le decisioni importanti. Preghiamo affinché, in virtù del battesimo, i fedeli laici, specialmente le donne, partecipino maggiormente nelle istituzioni di responsabilità nella Chiesa, senza cadere nei clericalismi che annullano il carisma laicale e rovinano anche il volto della Santa Madre Chiesa» (papa Francesco, Angelus dell’11 ottobre 2020).

Il titolo è intrigante e richiama indubbiamente l’attenzione. Il contenuto è uno studio assolutamente rigoroso che presenta, con un linguaggio semplice e senza complesse disquisizioni esegetiche, i rapporti che Gesù era solito intrattenere con le donne e il mondo femminile. Ne è autrice Christine Pedotti, teologa femminista francese, cristiana di confessione cattolica, giornalista e direttrice del settimanale Témoignage chrétien, fondatrice con Anne Soupa del Comité de la Jupe e della Conférence Catholique des Baptisé-e-s Francophones per lottare, rispettivamente, contro la discriminazione nei confronti delle donne e l’emarginazione nei confronti dei laici nella Chiesa.

Parlo del libro Gesù, l’uomo che preferiva le donne, appena edito da Rizzoli Libri (pp. 224) con la traduzione di Andrea Zucchetti, uscito in Francia nel settembre 2018 con il medesimo titolo Jésus, l’homme qui préférait les femmes.

Dieci capitoli, densi di stimoli, che l’autrice ha scritto dopo aver letto con scrupolo e serietà i testi evangelici dove compaiono figure femminili, osservando minuziosamente ogni relazione che Gesù allaccia con loro, ogni occasione di incontro, ogni scambio di gesti e di parole. Testi letti e interpretati tenendo presente il prezioso e affidabile lavoro compiuto negli ultimi decenni dai biblisti che consente di «stabilire con un alto grado di probabilità ciò che appartiene a Gesù e ciò che, più verosimilmente, è una retroproiezione dell’esperienza delle prime comunità di credenti» (p. 11). Ma soprattutto, testi letti e ascoltati con occhi e orecchie non condizionate da due millenni di interpretazioni in larga parte maschili.

Si può affermare che Gesù si comporti con le donne in modo diverso da come è solito comportarsi con gli uomini?

Questa la risposta. «In più di un’occasione Gesù sembra più a suo agio e più rilassato con le donne, mentre è regolarmente infastidito, irritato, dai suoi contemporanei maschi e in particolare da quella che definisce ipocrisia nelle loro pratiche religiose». «In compenso, non troviamo la benché minima parola spregiativa nei confronti delle donne; al contrario, osserviamo da parte di Gesù una costante benevolenza, una particolare attenzione, una forma di tenerezza nei loro riguardi» (p. 14). Il che autorizza ad affermare che non solo Gesù amava profondamente le donne, cercandone e apprezzandone la compagnia, ma che, anzi, le preferiva agli uomini (p. 14).

Le donne dei Vangeli «parlano, reclamano, esigono, supplicano, discutono, e Gesù le osserva, parla con loro, le tocca, le consola, le ammira» (p. 47).

Gesù dà visibilità alle donne e le rispetta anche quando esercitano mestieri degradanti 

I nomi propri femminili che troviamo nei Vangeli sono pochissimi. Sono però tante le donne menzionate, pur non avendo un nome proprio. Queste le percentuali di figure femminili presenti nei Vangeli canonici: 40% in Luca, il 30 % in Marco, il 25% in Matteo e il 25% in Giovanni (p. 21).

Nei Vangeli, ancorché scritti in contesti sociali profondamente patriarcali, non troviamo nessuna parola offensiva riguardo alle donne, nei confronti delle quali anche ai tempi di Gesù giravano parecchi detti niente affatto lusinghieri, come la preghiera di benedizione che ogni pio ebreo doveva recitare al mattino perché Dio non lo aveva fatto né schiavo né donna.

Non solo nessuna parola offensiva o spregevole nei confronti delle donne, ma anche – come emerge dal racconto della peccatrice che unge e bacia i piedi di Gesù in casa di Simone il fariseo (Lc 7, 36-50) – profondo rispetto per le donne considerate come oggetti sessuali e frequentate, possibilmente in segreto, da uomini paganti.

Gesù, poi, «non presenta nessuna caratteristica dello scapolo incallito, estraneo e indifferente al mondo femminile». In lui nessuna traccia benché minima di misoginia (p. 64). Le sue relazioni con le donne che incontra sono, al contrario, estremamente benevole, e soprattutto non collimano con le consuetudini della società del suo tempo (p. 65).

Gesù vede le sofferenze delle donne

Gesù vede e partecipa alle sofferenze delle donne: le comprende e, mosso dalla compassione, vi pone rimedio senza che gli venga richiesto (p. 73). È quanto emerge dall’episodio della risurrezione del figlio unico della vedova di Nain (Lc 7,11-17), ma soprattutto dall’avvincente racconto della guarigione della donna curva (Lc 13,10-17).

C’è una persona sofferente da 18 anni (come il numero di anni in cui gli israeliti furono schiavizzati dai moabiti, come si legge al capitolo 3,14 del libro dei Giudici) di una forma molto grave di artrite deformante che la costringe a stare e a camminare sempre curva, con lo sguardo rivolto verso il basso. È una donna. Non ha un nome. Forse per ricomprendere nella scena la condizione delle donne ebree ai tempi di Gesù che erano consapevoli del loro dovere di piegarsi alla volontà degli uomini da cui dipendevano (prima i padri e, in seguito, i mariti raramente scelti in modo libero).

Gesù sta insegnando nella sinagoga, in giorno di sabato. Vede la donna curva, impossibilitata a restare eretta. Senza essere interpellato, prende l’iniziativa. Interrompe il suo discorso, la chiama a sé e la libera dall’artrite che la deformava sia fisicamente che psicologicamente.

L’intervento di liberazione messo in atto da Gesù restituisce dignità alla donna. La donna è rimessa in piedi: è liberata da ciò che la schiaccia. È dritta e alza il capo, come conviene ad ogni essere umano: finalmente è in grado di guardare il cielo, di lodare Dio e di relazionarsi con i suoi simili. Alla donna viene riconosciuto il diritto ad esistere come soggetto libero che può vivere in pienezza il suo essere “figlia di Abramo” (p. 79).

Gesù ammira la fede delle donne fino a modificare la concezione della sua missione 

Gesù ammira e segnala ai suoi discepoli come esempio da imitare la vedova che, nonostante la morte del marito l’abbia lasciata nell’indigenza, lascia cadere nella cassetta delle offerte del tesoro del tempio i pochi spiccioli che aveva per vivere (Lc 21,1-4). «Un buon esempio dell’attenzione che Gesù dedica agli ultimi, quelli che vengono ignorati e che nessuno ritiene importanti, prime tra tutte le donne e tra queste le vedove, di certo le più sfavorite dalla sorte» (p. 69).

L’ammirazione delle donne da parte di Gesù è rinvenibile anche nella «splendida confessione di fede, una delle più belle dell’intero Vangelo» (p. 92) testimoniata dall’episodio della risurrezione di Lazzaro (Gv 11,1-44). Spetta ad una donna, Marta, la sorella di Lazzaro e Maria, professare la fede in modo straordinariamente cristallino in Gesù: “Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo» (Gv 11,27). Commenta la direttrice del Témoignage chrétien: «La considerazione e la stima che Gesù nutre per lei dimostrano come, per lui, il genere al quale appartiene non è un ostacolo alla comprensione della fede» (p. 97).

Ma è soprattutto l’anonima donna straniera che chiede la guarigione della figlia malata a mettere in crisi Gesù. Il Vangelo (Mc 7,24-30 e Mt 15,21-28) puntualizza che era non solo greca, ma anche di origine pagana, in quanto proveniente dalla Siria e dalla Fenicia. Avendo la consapevolezza di essere stato mandato solo per “le pecore perdute della casa d’Israele”, Gesù in un primo tempo dichiara di non poter far nulla per lei. Ma, di fronte alla sua insistenza e in presenza della fiducia che la donna pone in lui, accetta di “cambiare idea” quanto al modo di concepire la propria missione: il suo Vangelo non è riservato ai soli credenti d’Israele, ma ha una dimensione universale (p. 89).

Gesù ama condurre discussioni teologiche con le donne

Il dialogo con Marta in occasione della morte di Lazzaro non è l’unico esempio delle discussioni teologiche che Gesù amava condurre con la gente che incontrava.

Un’intensa e grande conversazione teologica di Gesù con una donna la troviamo nel Vangelo di Giovanni (4,1-42): «senza alcun dubbio la più riuscita» (p. 101). Avviene in territorio straniero, in Samaria, nell’ora di mezzogiorno, accanto ad un pozzo, il luogo per eccellenza degli incontri amorosi.

Una donna samaritana sta per attingere l’acqua dal pozzo. Gesù le si avvicina e le chiede da bere. Segue un dialogo vivace, al termine del quale la donna capisce di essere in presenza di un autentico profeta. Che abbia forse finalmente incontrato al pozzo «l’autentico uomo della sua vita, o più precisamente l’uomo che dà la Vita?» (p. 105). Ne approfitta per porgli una domanda: dove bisogna adorare Dio? Al tempio di Gerusalemme, come sostengono gli ebrei di Giudea e Galilea o sul monte Garizim, come ritengono i Samaritani? «Inaspettatamente, sotto i panni di una donna dai facili costumi, Gesù scopre una teologa» (p. 105).

Dio è Spirito – le dice Gesù – e coloro che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità”. La donna, che sembrerebbe soddisfatta della risposta, si spinge oltre e pone un’altra domanda sulla venuta e sull’identità del Messia. La risposta di Gesù – “il Messia sono io che parlo con te” – la sconvolge a tal punto che avverte l’impellente esigenza di lasciare la brocca accanto al pozzo e precipitarsi in città per dire a tutti gli abitanti di avere appena incontrato un uomo che potrebbe essere il Messia. Lei, la donna straniera, dalla situazione matrimoniale non regolare, diventa la messaggera del Vangelo di Gesù. Dunque, «è a una donna che Gesù affida totalmente la sua identità; è con una donna che ha una discussione teologica decisiva, e il meno che si possa dire è che a questa interlocutrice non manca certo la capacità di replicare» (p. 110).

Gesù libera le donne perché vede in loro persone non funzioni

La straordinaria modernità dimostrata da Gesù nel rapportarsi con le donne è testimoniata da altre due pagine dei Vangeli: l’accoglienza di Gesù nella casa di Marta e Maria (Lc 10,38-42) e l’episodio della donna adultera (Gv 8,1-11). Il primo testo è stato per lo più letto in senso allegorico. Marta, l’amica di Gesù, che si affaccenda per offrire degna ospitalità a Gesù, incarnerebbe la dimensione “attiva” della vita cristiana. Maria, anch’essa amica di Gesù che, seduta ai suoi piedi, ne ascolta la parola, della vita cristiana incarnerebbe, invece, la dimensione “contemplativa”. Tutti sarebbero chiamati ad essere un po’ Marta e un po’ Maria.

L’autrice del saggio ritiene che l’episodio debba essere letto con uno sguardo diverso. Il posto della donna non è necessariamente e in modo pressoché esclusivo nelle faccende domestiche, come emerge dal comportamento di Marta. Gesù dimostra di apprezzare molto di più il gesto di Maria che in Israele era un privilegio riservato ai maschi: sedersi ai piedi del Maestro e ascoltare la sua parola. «Per dirla in termini contemporanei, in questo breve episodio Gesù libera le donne dalla loro assegnazione di genere… In ciò che lui dice si coglie un’esplicita prefigurazione dell’emancipazione femminile» (p. 124).

Nel secondo testo l’atteggiamento e le parole di Gesù nei confronti della donna sorpresa in adulterio è talmente sovversivo e imbarazzante che è stato cancellato dai manoscritti più antichi. Da come si rapporta con gli uomini che vorrebbero lapidare la donna (“chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra”) e da come si relaziona con lei, Gesù dimostra di voler svincolare la donna dal potere degli uomini. «Per lui le donne non sono proprietà degli uomini, i quali di conseguenza non hanno diritto di vita e di morte su di loro» (p. 131). Non condannando la donna, Gesù «mette il suo errore sullo stesso piano di quello degli uomini che la accusano: un peccato comune, né più né meno, non più grande né più piccolo di altri. Un peccato che non viene negato – Gesù le dice infatti Và, e d’ora in poi non peccare più –, ma che non vale la morte della colpevole» (p. 131).

Gesù tocca e si lascia toccare dalle donne

Per l’uomo ebreo toccare una donna è una questione delicata. In certi periodi della loro vita le donne possono infatti essere considerate persone impure e chi viene a contatto con esse sarà impuro. Le norme che riguardano l’impurità femminile discriminano di fatto le donne, tenendole lontane dalla vita sociale e religiosa.

Emblematico, al riguardo, un breve episodio riportato dai tre Vangeli sinottici (Mt 9,20-22; Mc. 5,25-34; Lc 8,43-48). Una donna che soffre di emorragia mestruale da dodici anni e che è perfettamente consapevole che non le è permesso toccare nessuno, si avvicina furtivamente a Gesù, con la certezza che sarà guarita se riuscirà anche solo a sfiorare il lembo del suo mantello. Nel momento in cui il tentativo le riesce, ella avverte l’arresto del flusso di sangue e la guarigione dal male.

Gesù si accorge che qualcuno l’ha toccato e che una forza è uscita dalla sua persona. La donna guarita, invece di dileguarsi in mezzo alla folla, si getta ai suoi piedi e confessa di essere stata lei a “toccarlo”. “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace”, le dice Gesù. Commenta Christine Pedotti: «Il termine figlia denota una grande tenerezza e mostra, casomai ce ne fosse bisogno, che Gesù comprende e approva il suo gesto. Nel racconto, Gesù si lascia toccare dalla donna, in senso stretto come in senso figurato, e la restituisce alla vita sociale; potremmo forse dire, persino, che le dà la vita: la rimette al mondo» (p. 141).

L’altro episodio, su cui si sofferma la scrittrice francese, è l’unzione di Gesù a Betania da parte di una donna anonima (Mt 14,3-9 e Mc 26,6-13). Un racconto straordinario che i due evangelisti collocano all’inizio del racconto della passione di Gesù. Quello compiuto dalla donna – versare sul capo di Gesù un intero vasetto di alabastro, pieno di profumo di nardo di grande valore – «è un gesto di alta levatura spirituale e teologica: pone una donna più vicina che mai al disvelamento del senso della morte di Gesù» (p. 149). Mentre i discepoli sembrano incapaci di comprendere ciò che sta per accadere a Gesù, è una donna che ne profetizza la morte. Non potendolo fare a parole, lo fa compiendo un gesto molto eloquente riservato normalmente ai morti.

Le donne apostole del Cristo risorto

Secondo tutte le testimonianze evangeliche, le donne discepole – e in primo luogo Maria di Magdala – hanno sempre seguito Gesù con continuità e perseveranza, a differenza dei discepoli che lo hanno abbandonato nel momento dell’arresto al Getsemani. Alla sua morte in croce erano presenti e dunque testimoni. Al momento della sepoltura avevano osservato dove Gesù era stato posto da Giuseppe d’Arimatea e da Nicodemo.

Le donne accanto alla croce non solo «rappresentano anche tutte le donne gravate, nei secoli, dal peso delle sventure che hanno travolto i loro figli e i loro mariti» (p. 161) ma rivelano anche «pienamente il ruolo sociologico di chi deve rassegnarsi a subire, senza poter agire» (p. 162).

Altro dato inconfutabile: secondo tutte le tradizioni evangeliche, sono le donne a testimoniare per prime e ad annunciare ai discepoli la risurrezione di Gesù. «Recatesi alla tomba per onorare una salma, si ritrovano destinatarie di una notizia così incredibile che i discepoli, in effetti, non ci credono» (p. 167).

Come intendere – si chiede Christine Pedotti – questa singolarità del messaggio evangelico, che fa delle donne autentiche apostole, cioè inviate dal Risorto stesso agli undici apostoli, per portare loro la “buona notizia”, l’Evangelo: Gesù Cristo è risorto ed è vivente per sempre?

«Le donne che ascoltano l’annuncio della risurrezione, che vedono per prime il Risorto, sono le stesse che erano vicine al luogo dell’esecuzione. Ritrovano colui che avevano visto soffrire e morire vivo e vittorioso sulla morte. In un certo senso, sono ricompensate per la loro lealtà. Sono rimaste fedeli nelle piccole cose, gli sono rimaste accanto, e ricevono in cambio un tesoro immenso: la notizia della risurrezione» (p. 168).

È qui – ritiene l’autrice – che va individuata la preferenza di Gesù per le donne. Gesù le ha amate e si è relazionato con esse con occhio di riguardo. Le donne corrispondono al suo amore e «ricevono cento volte ciò che hanno donato: un amore senza limiti e senza fine» (p. 169).

Ritorno delle donne al silenzio

«La presenza esclusiva delle donne, il ruolo primario che ricoprono nella scoperta della risurrezione e nel suo annuncio è un’evidenza che, va detto con chiarezza, non si è riflessa in alcun modo nell’organizzazione successiva della Chiesa, anche se, al tempo delle primissime comunità, furono trattate in modo paritario rispetto agli uomini, in netta contrapposizione con gli usi e le consuetudini dell’epoca» (pp. 169-170). Lo testimonia la lettera di Paolo ai Galati, scritta probabilmente nella prima metà degli anni cinquanta: “quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più maschio e femmina, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,27-28).

«In Cristo le differenze, che fino allora era assolute e determinavano una gerarchia tra giudei e miscredenti, uomini liberi e schiavi, maschi e femmine, sono abolite… E tuttavia non si può non constatare che gli usi non sono stati modificati di conseguenza… E le donne sono ritornate al silenzio, senza ricavare alcun privilegio dalla straordinaria predilezione che Gesù aveva dimostrato nei loro confronti» (pp. 170-171).

Come non rimanere sgomenti nel vedere la potenza liberatrice scaturita da Gesù e testimoniata dai testi evangelici infrangersi contro i muri delle incomprensioni e dei rifiuti teorizzati e praticati ancora oggi nella Chiesa da modelli culturali patriarcali e maschilisti?

Quanto ci vorrà ancora – si chiede la teologa femminista francese – perché le istituzioni ecclesiali che tramandano questi testi ne traggano coerentemente le conseguenze, rendendo «infine giustizia alle donne come Gesù stesso ha fatto?» (p. 187).

Ma perché Gesù preferiva le donne ?

Rimane da aggiungere un ulteriore argomento per dimostrare che Gesù – come suggerisce il titolo del libro – «preferiva le donne».

Lo si può scorgere nel mistero dell’incarnazione.

«Gesù era un uomo, di sesso maschile, non un angelo o uno spirito; un essere umano fatto di carne e sangue. Si può ipotizzare che preferisse la compagnia delle donne semplicemente perché era uomo ? Niente ci consente di affermarlo, salvo la sensibilità delle donne che leggono il Vangelo e osservano quest’uomo vivere, agire, parlare. Io – scrive l’autrice nelle ultime due righe del suo saggio – sono una di queste, e non ho alcun dubbio al riguardo: sì, Gesù preferiva le donne» (p. 196).

  • CHRISTINE PEDOTTI, Gesù, l’uomo che preferiva le donne, Traduzione italiana di Andrea Zucchetti, Rizzoli Libri 2020, pp. 224, € 18,00.
Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Gesù e le donne

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di: Andrea Lebra

«Vorrei ricordare l’intenzione di preghiera che ho proposto per questo mese di ottobre, che dice così: “Preghiamo perché i fedeli laici, specialmente le donne, partecipino maggiormente nelle istituzioni di responsabilità della Chiesa”. Perché nessuno di noi è stato battezzato prete né vescovo: siamo stati tutti battezzati come laici e laiche. I laici sono protagonisti della Chiesa. Oggi c’è bisogno di allargare gli spazi di una presenza femminile più incisiva nella Chiesa, e di una presenza laica, si intende, ma sottolineando l’aspetto femminile, perché in genere le donne vengono messe da parte. Dobbiamo promuovere l’integrazione delle donne nei luoghi in cui si prendono le decisioni importanti. Preghiamo affinché, in virtù del battesimo, i fedeli laici, specialmente le donne, partecipino maggiormente nelle istituzioni di responsabilità nella Chiesa, senza cadere nei clericalismi che annullano il carisma laicale e rovinano anche il volto della Santa Madre Chiesa» (papa Francesco, Angelus dell’11 ottobre 2020).

Il titolo è intrigante e richiama indubbiamente l’attenzione. Il contenuto è uno studio assolutamente rigoroso che presenta, con un linguaggio semplice e senza complesse disquisizioni esegetiche, i rapporti che Gesù era solito intrattenere con le donne e il mondo femminile. Ne è autrice Christine Pedotti, teologa femminista francese, cristiana di confessione cattolica, giornalista e direttrice del settimanale Témoignage chrétien, fondatrice con Anne Soupa del Comité de la Jupe e della Conférence Catholique des Baptisé-e-s Francophones per lottare, rispettivamente, contro la discriminazione nei confronti delle donne e l’emarginazione nei confronti dei laici nella Chiesa.

Parlo del libro Gesù, l’uomo che preferiva le donne, appena edito da Rizzoli Libri (pp. 224) con la traduzione di Andrea Zucchetti, uscito in Francia nel settembre 2018 con il medesimo titolo Jésus, l’homme qui préférait les femmes.

Dieci capitoli, densi di stimoli, che l’autrice ha scritto dopo aver letto con scrupolo e serietà i testi evangelici dove compaiono figure femminili, osservando minuziosamente ogni relazione che Gesù allaccia con loro, ogni occasione di incontro, ogni scambio di gesti e di parole. Testi letti e interpretati tenendo presente il prezioso e affidabile lavoro compiuto negli ultimi decenni dai biblisti che consente di «stabilire con un alto grado di probabilità ciò che appartiene a Gesù e ciò che, più verosimilmente, è una retroproiezione dell’esperienza delle prime comunità di credenti» (p. 11). Ma soprattutto, testi letti e ascoltati con occhi e orecchie non condizionate da due millenni di interpretazioni in larga parte maschili.

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Si può affermare che Gesù si comporti con le donne in modo diverso da come è solito comportarsi con gli uomini?

Questa la risposta. «In più di un’occasione Gesù sembra più a suo agio e più rilassato con le donne, mentre è regolarmente infastidito, irritato, dai suoi contemporanei maschi e in particolare da quella che definisce ipocrisia nelle loro pratiche religiose». «In compenso, non troviamo la benché minima parola spregiativa nei confronti delle donne; al contrario, osserviamo da parte di Gesù una costante benevolenza, una particolare attenzione, una forma di tenerezza nei loro riguardi» (p. 14). Il che autorizza ad affermare che non solo Gesù amava profondamente le donne, cercandone e apprezzandone la compagnia, ma che, anzi, le preferiva agli uomini (p. 14).

Le donne dei Vangeli «parlano, reclamano, esigono, supplicano, discutono, e Gesù le osserva, parla con loro, le tocca, le consola, le ammira» (p. 47).

Gesù dà visibilità alle donne e le rispetta anche quando esercitano mestieri degradanti 

I nomi propri femminili che troviamo nei Vangeli sono pochissimi. Sono però tante le donne menzionate, pur non avendo un nome proprio. Queste le percentuali di figure femminili presenti nei Vangeli canonici: 40% in Luca, il 30 % in Marco, il 25% in Matteo e il 25% in Giovanni (p. 21).

Nei Vangeli, ancorché scritti in contesti sociali profondamente patriarcali, non troviamo nessuna parola offensiva riguardo alle donne, nei confronti delle quali anche ai tempi di Gesù giravano parecchi detti niente affatto lusinghieri, come la preghiera di benedizione che ogni pio ebreo doveva recitare al mattino perché Dio non lo aveva fatto né schiavo né donna.

Non solo nessuna parola offensiva o spregevole nei confronti delle donne, ma anche – come emerge dal racconto della peccatrice che unge e bacia i piedi di Gesù in casa di Simone il fariseo (Lc 7, 36-50) – profondo rispetto per le donne considerate come oggetti sessuali e frequentate, possibilmente in segreto, da uomini paganti.

Gesù, poi, «non presenta nessuna caratteristica dello scapolo incallito, estraneo e indifferente al mondo femminile». In lui nessuna traccia benché minima di misoginia (p. 64). Le sue relazioni con le donne che incontra sono, al contrario, estremamente benevole, e soprattutto non collimano con le consuetudini della società del suo tempo (p. 65).

Gesù vede le sofferenze delle donne

Gesù vede e partecipa alle sofferenze delle donne: le comprende e, mosso dalla compassione, vi pone rimedio senza che gli venga richiesto (p. 73). È quanto emerge dall’episodio della risurrezione del figlio unico della vedova di Nain (Lc 7,11-17), ma soprattutto dall’avvincente racconto della guarigione della donna curva (Lc 13,10-17).

C’è una persona sofferente da 18 anni (come il numero di anni in cui gli israeliti furono schiavizzati dai moabiti, come si legge al capitolo 3,14 del libro dei Giudici) di una forma molto grave di artrite deformante che la costringe a stare e a camminare sempre curva, con lo sguardo rivolto verso il basso. È una donna. Non ha un nome. Forse per ricomprendere nella scena la condizione delle donne ebree ai tempi di Gesù che erano consapevoli del loro dovere di piegarsi alla volontà degli uomini da cui dipendevano (prima i padri e, in seguito, i mariti raramente scelti in modo libero).

Gesù sta insegnando nella sinagoga, in giorno di sabato. Vede la donna curva, impossibilitata a restare eretta. Senza essere interpellato, prende l’iniziativa. Interrompe il suo discorso, la chiama a sé e la libera dall’artrite che la deformava sia fisicamente che psicologicamente.

L’intervento di liberazione messo in atto da Gesù restituisce dignità alla donna. La donna è rimessa in piedi: è liberata da ciò che la schiaccia. È dritta e alza il capo, come conviene ad ogni essere umano: finalmente è in grado di guardare il cielo, di lodare Dio e di relazionarsi con i suoi simili. Alla donna viene riconosciuto il diritto ad esistere come soggetto libero che può vivere in pienezza il suo essere “figlia di Abramo” (p. 79).

Gesù ammira la fede delle donne fino a modificare la concezione della sua missione 

Gesù ammira e segnala ai suoi discepoli come esempio da imitare la vedova che, nonostante la morte del marito l’abbia lasciata nell’indigenza, lascia cadere nella cassetta delle offerte del tesoro del tempio i pochi spiccioli che aveva per vivere (Lc 21,1-4). «Un buon esempio dell’attenzione che Gesù dedica agli ultimi, quelli che vengono ignorati e che nessuno ritiene importanti, prime tra tutte le donne e tra queste le vedove, di certo le più sfavorite dalla sorte» (p. 69).

L’ammirazione delle donne da parte di Gesù è rinvenibile anche nella «splendida confessione di fede, una delle più belle dell’intero Vangelo» (p. 92) testimoniata dall’episodio della risurrezione di Lazzaro (Gv 11,1-44). Spetta ad una donna, Marta, la sorella di Lazzaro e Maria, professare la fede in modo straordinariamente cristallino in Gesù: “Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo» (Gv 11,27). Commenta la direttrice del Témoignage chrétien: «La considerazione e la stima che Gesù nutre per lei dimostrano come, per lui, il genere al quale appartiene non è un ostacolo alla comprensione della fede» (p. 97).

Ma è soprattutto l’anonima donna straniera che chiede la guarigione della figlia malata a mettere in crisi Gesù. Il Vangelo (Mc 7,24-30 e Mt 15,21-28) puntualizza che era non solo greca, ma anche di origine pagana, in quanto proveniente dalla Siria e dalla Fenicia. Avendo la consapevolezza di essere stato mandato solo per “le pecore perdute della casa d’Israele”, Gesù in un primo tempo dichiara di non poter far nulla per lei. Ma, di fronte alla sua insistenza e in presenza della fiducia che la donna pone in lui, accetta di “cambiare idea” quanto al modo di concepire la propria missione: il suo Vangelo non è riservato ai soli credenti d’Israele, ma ha una dimensione universale (p. 89).

Gesù ama condurre discussioni teologiche con le donne

Il dialogo con Marta in occasione della morte di Lazzaro non è l’unico esempio delle discussioni teologiche che Gesù amava condurre con la gente che incontrava.

Un’intensa e grande conversazione teologica di Gesù con una donna la troviamo nel Vangelo di Giovanni (4,1-42): «senza alcun dubbio la più riuscita» (p. 101). Avviene in territorio straniero, in Samaria, nell’ora di mezzogiorno, accanto ad un pozzo, il luogo per eccellenza degli incontri amorosi.

Una donna samaritana sta per attingere l’acqua dal pozzo. Gesù le si avvicina e le chiede da bere. Segue un dialogo vivace, al termine del quale la donna capisce di essere in presenza di un autentico profeta. Che abbia forse finalmente incontrato al pozzo «l’autentico uomo della sua vita, o più precisamente l’uomo che dà la Vita?» (p. 105). Ne approfitta per porgli una domanda: dove bisogna adorare Dio? Al tempio di Gerusalemme, come sostengono gli ebrei di Giudea e Galilea o sul monte Garizim, come ritengono i Samaritani? «Inaspettatamente, sotto i panni di una donna dai facili costumi, Gesù scopre una teologa» (p. 105).

Dio è Spirito – le dice Gesù – e coloro che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità”. La donna, che sembrerebbe soddisfatta della risposta, si spinge oltre e pone un’altra domanda sulla venuta e sull’identità del Messia. La risposta di Gesù – “il Messia sono io che parlo con te” – la sconvolge a tal punto che avverte l’impellente esigenza di lasciare la brocca accanto al pozzo e precipitarsi in città per dire a tutti gli abitanti di avere appena incontrato un uomo che potrebbe essere il Messia. Lei, la donna straniera, dalla situazione matrimoniale non regolare, diventa la messaggera del Vangelo di Gesù. Dunque, «è a una donna che Gesù affida totalmente la sua identità; è con una donna che ha una discussione teologica decisiva, e il meno che si possa dire è che a questa interlocutrice non manca certo la capacità di replicare» (p. 110).

Gesù libera le donne perché vede in loro persone non funzioni

La straordinaria modernità dimostrata da Gesù nel rapportarsi con le donne è testimoniata da altre due pagine dei Vangeli: l’accoglienza di Gesù nella casa di Marta e Maria (Lc 10,38-42) e l’episodio della donna adultera (Gv 8,1-11). Il primo testo è stato per lo più letto in senso allegorico. Marta, l’amica di Gesù, che si affaccenda per offrire degna ospitalità a Gesù, incarnerebbe la dimensione “attiva” della vita cristiana. Maria, anch’essa amica di Gesù che, seduta ai suoi piedi, ne ascolta la parola, della vita cristiana incarnerebbe, invece, la dimensione “contemplativa”. Tutti sarebbero chiamati ad essere un po’ Marta e un po’ Maria.

L’autrice del saggio ritiene che l’episodio debba essere letto con uno sguardo diverso. Il posto della donna non è necessariamente e in modo pressoché esclusivo nelle faccende domestiche, come emerge dal comportamento di Marta. Gesù dimostra di apprezzare molto di più il gesto di Maria che in Israele era un privilegio riservato ai maschi: sedersi ai piedi del Maestro e ascoltare la sua parola. «Per dirla in termini contemporanei, in questo breve episodio Gesù libera le donne dalla loro assegnazione di genere… In ciò che lui dice si coglie un’esplicita prefigurazione dell’emancipazione femminile» (p. 124).

Nel secondo testo l’atteggiamento e le parole di Gesù nei confronti della donna sorpresa in adulterio è talmente sovversivo e imbarazzante che è stato cancellato dai manoscritti più antichi. Da come si rapporta con gli uomini che vorrebbero lapidare la donna (“chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra”) e da come si relaziona con lei, Gesù dimostra di voler svincolare la donna dal potere degli uomini. «Per lui le donne non sono proprietà degli uomini, i quali di conseguenza non hanno diritto di vita e di morte su di loro» (p. 131). Non condannando la donna, Gesù «mette il suo errore sullo stesso piano di quello degli uomini che la accusano: un peccato comune, né più né meno, non più grande né più piccolo di altri. Un peccato che non viene negato – Gesù le dice infatti Và, e d’ora in poi non peccare più –, ma che non vale la morte della colpevole» (p. 131).

Gesù tocca e si lascia toccare dalle donne

Per l’uomo ebreo toccare una donna è una questione delicata. In certi periodi della loro vita le donne possono infatti essere considerate persone impure e chi viene a contatto con esse sarà impuro. Le norme che riguardano l’impurità femminile discriminano di fatto le donne, tenendole lontane dalla vita sociale e religiosa.

Emblematico, al riguardo, un breve episodio riportato dai tre Vangeli sinottici (Mt 9,20-22; Mc. 5,25-34; Lc 8,43-48). Una donna che soffre di emorragia mestruale da dodici anni e che è perfettamente consapevole che non le è permesso toccare nessuno, si avvicina furtivamente a Gesù, con la certezza che sarà guarita se riuscirà anche solo a sfiorare il lembo del suo mantello. Nel momento in cui il tentativo le riesce, ella avverte l’arresto del flusso di sangue e la guarigione dal male.

Gesù si accorge che qualcuno l’ha toccato e che una forza è uscita dalla sua persona. La donna guarita, invece di dileguarsi in mezzo alla folla, si getta ai suoi piedi e confessa di essere stata lei a “toccarlo”. “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace”, le dice Gesù. Commenta Christine Pedotti: «Il termine figlia denota una grande tenerezza e mostra, casomai ce ne fosse bisogno, che Gesù comprende e approva il suo gesto. Nel racconto, Gesù si lascia toccare dalla donna, in senso stretto come in senso figurato, e la restituisce alla vita sociale; potremmo forse dire, persino, che le dà la vita: la rimette al mondo» (p. 141).

L’altro episodio, su cui si sofferma la scrittrice francese, è l’unzione di Gesù a Betania da parte di una donna anonima (Mt 14,3-9 e Mc 26,6-13). Un racconto straordinario che i due evangelisti collocano all’inizio del racconto della passione di Gesù. Quello compiuto dalla donna – versare sul capo di Gesù un intero vasetto di alabastro, pieno di profumo di nardo di grande valore – «è un gesto di alta levatura spirituale e teologica: pone una donna più vicina che mai al disvelamento del senso della morte di Gesù» (p. 149). Mentre i discepoli sembrano incapaci di comprendere ciò che sta per accadere a Gesù, è una donna che ne profetizza la morte. Non potendolo fare a parole, lo fa compiendo un gesto molto eloquente riservato normalmente ai morti.

Le donne apostole del Cristo risorto

Secondo tutte le testimonianze evangeliche, le donne discepole – e in primo luogo Maria di Magdala – hanno sempre seguito Gesù con continuità e perseveranza, a differenza dei discepoli che lo hanno abbandonato nel momento dell’arresto al Getsemani. Alla sua morte in croce erano presenti e dunque testimoni. Al momento della sepoltura avevano osservato dove Gesù era stato posto da Giuseppe d’Arimatea e da Nicodemo.

Le donne accanto alla croce non solo «rappresentano anche tutte le donne gravate, nei secoli, dal peso delle sventure che hanno travolto i loro figli e i loro mariti» (p. 161) ma rivelano anche «pienamente il ruolo sociologico di chi deve rassegnarsi a subire, senza poter agire» (p. 162).

Altro dato inconfutabile: secondo tutte le tradizioni evangeliche, sono le donne a testimoniare per prime e ad annunciare ai discepoli la risurrezione di Gesù. «Recatesi alla tomba per onorare una salma, si ritrovano destinatarie di una notizia così incredibile che i discepoli, in effetti, non ci credono» (p. 167).

Come intendere – si chiede Christine Pedotti – questa singolarità del messaggio evangelico, che fa delle donne autentiche apostole, cioè inviate dal Risorto stesso agli undici apostoli, per portare loro la “buona notizia”, l’Evangelo: Gesù Cristo è risorto ed è vivente per sempre?

«Le donne che ascoltano l’annuncio della risurrezione, che vedono per prime il Risorto, sono le stesse che erano vicine al luogo dell’esecuzione. Ritrovano colui che avevano visto soffrire e morire vivo e vittorioso sulla morte. In un certo senso, sono ricompensate per la loro lealtà. Sono rimaste fedeli nelle piccole cose, gli sono rimaste accanto, e ricevono in cambio un tesoro immenso: la notizia della risurrezione» (p. 168).

È qui – ritiene l’autrice – che va individuata la preferenza di Gesù per le donne. Gesù le ha amate e si è relazionato con esse con occhio di riguardo. Le donne corrispondono al suo amore e «ricevono cento volte ciò che hanno donato: un amore senza limiti e senza fine» (p. 169).

Ritorno delle donne al silenzio

«La presenza esclusiva delle donne, il ruolo primario che ricoprono nella scoperta della risurrezione e nel suo annuncio è un’evidenza che, va detto con chiarezza, non si è riflessa in alcun modo nell’organizzazione successiva della Chiesa, anche se, al tempo delle primissime comunità, furono trattate in modo paritario rispetto agli uomini, in netta contrapposizione con gli usi e le consuetudini dell’epoca» (pp. 169-170). Lo testimonia la lettera di Paolo ai Galati, scritta probabilmente nella prima metà degli anni cinquanta: “quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più maschio e femmina, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,27-28).

«In Cristo le differenze, che fino allora era assolute e determinavano una gerarchia tra giudei e miscredenti, uomini liberi e schiavi, maschi e femmine, sono abolite… E tuttavia non si può non constatare che gli usi non sono stati modificati di conseguenza… E le donne sono ritornate al silenzio, senza ricavare alcun privilegio dalla straordinaria predilezione che Gesù aveva dimostrato nei loro confronti» (pp. 170-171).

Come non rimanere sgomenti nel vedere la potenza liberatrice scaturita da Gesù e testimoniata dai testi evangelici infrangersi contro i muri delle incomprensioni e dei rifiuti teorizzati e praticati ancora oggi nella Chiesa da modelli culturali patriarcali e maschilisti?

Quanto ci vorrà ancora – si chiede la teologa femminista francese – perché le istituzioni ecclesiali che tramandano questi testi ne traggano coerentemente le conseguenze, rendendo «infine giustizia alle donne come Gesù stesso ha fatto?» (p. 187).

Ma perché Gesù preferiva le donne ?

Rimane da aggiungere un ulteriore argomento per dimostrare che Gesù – come suggerisce il titolo del libro – «preferiva le donne».

Lo si può scorgere nel mistero dell’incarnazione.

«Gesù era un uomo, di sesso maschile, non un angelo o uno spirito; un essere umano fatto di carne e sangue. Si può ipotizzare che preferisse la compagnia delle donne semplicemente perché era uomo ? Niente ci consente di affermarlo, salvo la sensibilità delle donne che leggono il Vangelo e osservano quest’uomo vivere, agire, parlare. Io – scrive l’autrice nelle ultime due righe del suo saggio – sono una di queste, e non ho alcun dubbio al riguardo: sì, Gesù preferiva le donne» (p. 196).

  • CHRISTINE PEDOTTI, Gesù, l’uomo che preferiva le donne, Traduzione italiana di Andrea Zucchetti, Rizzoli Libri 2020, pp. 224, € 18,00.
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Originale: Settimana News

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