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“Fratelli tutti” auspica e annuncia la rivoluzione definitiva

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Giovanni Marcotullio 

Ieri pomeriggio davanti alla tomba del Poverello il Sommo Pontefice ha apposto la sua firma all’enciclica che da un testo del suo omonimo e patrono prende il titolo. Vi si trova un’esposizione lucida e profetica della porta stretta che ancora l’umanità può imboccare per scongiurare la propria implosione e aderire alla salvezza di Cristo.

Atteso e temuto fin dal titolo (e a leggerlo appare remoto e sciocco, come deve, il ricordo di certe polemiche), è un testo dal contenuto assai complesso e dal tono difficilmente descrivibile, quello di Fratelli tutti – l’enciclica che ieri pomeriggio Papa Francesco ha firmato davanti alla tomba del santo di cui ha voluto prendere il nome per il suo pontificato.

Il discorso di un Grande Veglio

Consegno questa Enciclica sociale – leggiamo anche in un tweet condiviso dal suo account – come un umile apporto alla riflessione affinché, di fronte a diversi modi attuali di eliminare o ignorare gli altri, siamo in grado di reagire con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole.

Ecco perché – si diceva – difficilmente descrivibile: un’enciclica è un documento magisteriale tra i più autorevoli e imponenti che la cancelleria pontificia conosca, eppure il Santo Padre se ne serve per proporre “un umile apporto alla riflessione”, ed è forte nella lettura (soprattutto nell’introduzione e nella breve conclusione) l’impressione provocata dal tono “minore” che l’uso della prima persona (non tipico del genere letterario) conferisce al documento. Poi si scorrono le pagine e quel che ne emerge è tutt’altro che una posizione dimessa: Francesco la presenta come “enciclica sociale” perché non verte su questioni di fede né di morale – laddove per “fede” s’intenda dogmatica e per “morale” si esprimano le classiche posizioni specifiche del Magistero – ma quel che il lettore candido recepisce è precisamente una grande e complessiva narrazione su cose di fede e di morale.

È il grande discorso – si potrebbe dire – di un vecchio dei nostri giorni che s’ispira a un giovane di tanto tempo fa, al quale lo lega il discepolato rispetto all’Eterno Giovane, Cristo Gesù. Tra Francesco e Francesco, davanti e dietro a Gesù, scorrono fra i 287 paragrafi dell’Enciclica molti nomi, non tutti di cattolici, di cristiani né di credenti, ma prima di tutti questi dettagli (sopra ciascuno di questi episodi) sta il grande discorso di un Veglio che molto ha visto nei suoi giorni e a cui molto lo Spirito ha dato di vedere per quelli a venire. Non è “un testamento”, non nel senso che l’autore vi detterebbe le proprie ultime volontà: come è sempre quando si predica l’Evangelo, si tratta piuttosto delle volontà ultime di Dio.

Ogni evangelizzazione, ogni profezia, ogni apocalissi che si rispetta è l’offerta di una speciale intelligenza della storia, e per questo Francesco ha dedicato una delle prime pagine dell’enciclica alla lucida denuncia de “la fine [!] della coscienza storica”:

Per questo stesso motivo si favorisce anche una perdita del senso della storia che provoca ulteriore disgregazione. Si avverte la penetrazione culturale di una sorta di “decostruzionismo”, per cui la libertà umana pretende di costruire tutto a partire da zero. Restano in piedi unicamente il bisogno di consumare senza limiti e l’accentuarsi di molte forme di individualismo senza contenuti. In questo contesto si poneva un consiglio che ho dato ai giovani: «Se una persona vi fa una proposta e vi dice di ignorare la storia, di non fare tesoro dell’esperienza degli anziani, di disprezzare tutto ciò che è passato e guardare solo al futuro che lui vi offre, non è forse questo un modo facile di attirarvi con la sua proposta per farvi fare solo quello che lui vi dice? Quella persona ha bisogno che siate vuoti, sradicati, diffidenti di tutto, perché possiate fidarvi solo delle sue promesse e sottomettervi ai suoi piani. È così che funzionano le ideologie di diversi colori, che distruggono (e de-costruiscono) tutto ciò che è diverso e in questo modo possono dominare senza opposizioni. A tale scopo hanno bisogno di giovani che disprezzino la storia, che rifiutino la ricchezza spirituale e umana che è stata tramandata attraverso le generazioni, che ignorino tutto ciò che li ha preceduti» [Christus vivit 181].

Sono le nuove forme di colonizzazione culturale. Non dimentichiamo che «i popoli che alienano la propria tradizione e, per mania imitativa, violenza impositiva, imperdonabile negligenza o apatia, tollerano che si strappi loro l’anima, perdono, insieme con la fisionomia spirituale, anche la consistenza morale e, alla fine, l’indipendenza ideologica, economica e politica» [Raúl Silva Henríquez, Omelia al Te Deum a Santiago del Cile, 18 settembre 1974]. Un modo efficace di dissolvere la coscienza storica, il pensiero critico, l’impegno per la giustizia e i percorsi di integrazione è quello di svuotare di senso o alterare le grandi parole. Che cosa significano oggi alcune espressioni come democrazia, libertà, giustizia, unità? Sono state manipolate e deformate per utilizzarle come strumenti di dominio, come titoli vuoti di contenuto che possono servire per giustificare qualsiasi azione.

Fratelli tutti 13-14

Struttura e contenuto

L’enciclica è suddivisa in otto capitoli dalle lunghezze non perfettamente omogenee (alcuni capitoli sono in estensione il doppio o il triplo di altri): nel primo – suggestivamente intitolato “le ombre di un mondo chiuso” – Francesco intende invitare a «porre attenzione ad alcune tendenze del mondo attuale che ostacolano lo sviluppo della fraternità universale». Si tratta, insieme col quarto, col quinto e col settimo, di uno dei quattro capitoli di media lunghezza, e – senza pretesa di esaustività – vi si espongono alcuni fenomeni socio-economici di medio-lungo periodo che producono un progressivo inaridimento della vita politica (nel senso nobile e alto del termine) e la posizione delle condizioni per futuribili ma nient’affatto remoti scenari di nuovi conflitti mondiali.

Ai presagi sinistri additati con lucidità l’enciclica risponde proponendo “un estraneo sulla strada”, la sagoma del Samaritanus bonus (come la Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede firmata quest’estate e resa nota pochi giorni addietro): è in assoluto il capitolo più lungo dell’enciclica, quello che più direttamente affonda le radici nella Rivelazione giudaico-cristiana, proponendo una ricca e dettagliata esegesi dell’ineffabile parabola evangelica.

Per i cristiani, le parole di Gesù hanno anche un’altra dimensione, trascendente. Implicano il riconoscere Cristo stesso in ogni fratello abbandonato o escluso (cf. Mt 25,40.45). In realtà, la fede colma di motivazioni inaudite il riconoscimento dell’altro, perché chi crede può arrivare a riconoscere che Dio ama ogni essere umano con un amore infinito e che «gli conferisce ciò con una dignità infinita». A ciò si aggiunge che crediamo che Cristo ha versato il suo sangue per tutti e per ciascuno, e quindi nessuno resta fuori dal suo amore universale. E se andiamo alla fonte ultima, che è la vita intima di Dio, ci incontriamo con una comunità di tre Persone, origine e modello perfetto di ogni vita in comune. La teologia continua ad arricchirsi grazie alla riflessione su questa grande verità.

A volte mi rattrista il fatto che, pur dotata di tali motivazioni, la Chiesa ha avuto bisogno di tanto tempo per condannare con forza la schiavitù e diverse forme di violenza. Oggi, con lo sviluppo della spiritualità e della teologia, non abbiamo scuse. Tuttavia, ci sono ancora coloro che ritengono di sentirsi incoraggiati o almeno autorizzati dalla loro fede a sostenere varie forme di nazionalismo chiuso e violento, atteggiamenti xenofobi, disprezzo e persino maltrattamenti verso coloro che sono diversi. La fede, con l’umanesimo che ispira, deve mantenere vivo un senso critico davanti a queste tendenze e aiutare a reagire rapidamente quando cominciano a insinuarsi. Perciò è importante che la catechesi e la predicazione includano in modo più diretto e chiaro il senso sociale dell’esistenza, la dimensione fraterna della spiritualità, la convinzione sull’inalienabile dignità di ogni persona e le motivazioni per amare e accogliere tutti.

Ivi, 85-86

Dopo la lezione della sacra pagina, nel terzo capitolo – “pensare e generare un mondo aperto” – è all’enunciazione della proposta che Francesco pone mano, pure con un generoso riferimento a quelle “periferie esistenziali” che recentemente anche il cardinale Zuppi ha detto “dei penultimi”:

Voglio ricordare quegli “esiliati occulti” che vengono trattati come corpi estranei nella società. Tante persone con disabilità «sentono di esistere senza appartenere e senza partecipare». Ci sono ancora molte cose «che [impediscono] loro una cittadinanza piena». L’obiettivo è non solo assisterli, ma la loro «partecipazione attiva alla comunità civile ed ecclesiale. […]». […]

Ivi, 98

La Chiesa propone all’umanità di “andare oltre un mondo di soci”. A capo di tre paragrafi suggestivamente dedicati al motto repubblicano francese, Francesco spiega:

La fraternità non è solo il risultato di condizioni di rispetto per le libertà individuali, e nemmeno di una certa regolata equità. Benché queste siano condizioni di possibilità, non bastano perché essa ne derivi come risultato necessario. La fraternità ha qualcosa di positivo da offrire alla libertà e all’uguaglianza.

Ivi, 103

Se alla fine del terzo capitolo il Papa aveva riproposto la classica (e sempre disattesa) lezione sulla gerarchia e sulla derivazione tra destinazione universale dei beni e proprietà privata nella dottrina sociale cristiana, all’inizio del quarto – “un cuore aperto al mondo intero” – egli fa lo stesso per i due (strattonati e incompresi) principî del diritto a non emigrare e del diritto a emigrare, spiegando che la comunità internazionale dovrebbe farsi carico anzitutto del contrasto alle cause delle migrazioni massive, e quindi della regolazione razionale e sostenibile dei flussi migratori.

Del quinto capitolo basta il titolo – “la migliore politica” – per capire che l’argomento è tra i più cari non solo a Papa Bergoglio ma all’intero corpus della Dottrina Sociale della Chiesa. Oltre all’immancabile riferimento alla “forma più alta di carità” (186) la sezione addita con urgenza la crescente preponderanza di poteri sovranazionali (massimamente economici e finanziari), davanti ai quali i governi e gli stati stessi si trovano sovente inermi: è per questo che il Pontefice invita le Nazioni Unite a una riflessione sull’opportunità di elaborare una riforma dell’ONU che doti l’Organizzazione di meno obsoleti strumenti davanti a queste nuove sfide.

Dal sesto capitolo – “dialogo e amicizia sociale” – emerge la proposta di una vita che sia “arte dell’incontro” con tutti: si elogiano le potenzialità dei nuovi media e se ne deprecano i limiti, anche “solo” in termini di ricaduta sulla gente. Inoltre, Francesco richiama alcuni fondamentali per il dialogo:

Il relativismo non è la soluzione. Sotto il velo di una presunta tolleranza, finisce per favorire il fatto che i valori morali siano interpretati dai potenti secondo le convenienze del momento. Se in definitiva «non ci sono verità oggettive né principî stabili, al di fuori della soddisfazione delle proprie aspirazioni e delle necessità immediate, […] non possiamo pensare che i programmi politici o la forza della legge basteranno. […] Quando è la cultura che si corrompe e non si riconosce più alcuna verità oggettiva o principî universalmente validi, le leggi verranno intese solo come imposizioni arbitrarie e come ostacoli da evitare» [Laudato si’ 123].

Ivi, 206

E ancora:

Parliamo di un dialogo che esige di essere arricchito e illuminato da ragioni, da argomenti razionali, da varietà di prospettive, da apporti di diversi saperi e punti di vista, e che non esclude la convinzione che è possibile giungere ad alcune verità fondamentali che devono e dovranno sempre essere sostenute. Accettare che ci sono alcuni valori permanente, benché non sia sempre facile riconoscerli, conferisce solidità e stabilità a un’etica sociale. Anche quando li abbiamo riconosciuti e assunti grazie al dialogo e al consenso, vediamo che tali valori di base vanno al di là di ogni consenso, li riconosciamo come valori che trascendono i nostri contesti e mai negoziabili. Potrà crescere la nostra comprensione del loro significato e della loro importanza – e in questo senso il consenso è una realtà dinamica – ma in sé stessi sono apprezzati come stabili per il loro significato intrinseco.

Ivi, 211

I “percorsi di un nuovo incontro” – settimo capitolo – vengono additati nell’“artigianato della pace” e nell’importanza del perdono, e di quest’ultimo si lava con la liscivia l’immaginetta devozionale slavata che molti ne hanno:

Chi patisce ingiustizia deve difendere con forza i diritti suoi e della sua famiglia, proprio perché deve custodire la dignità che gli è stata data, una dignità che Dio ama. Se un delinquente ha fatto del male a me o a uno dei miei cari, nulla mi vieta di esigere giustizia e di adoperarmi affinché quella persona – o qualunque altra – non mi danneggi di nuovo né faccia lo stesso con altri. Mi spetta farlo, e il perdono non solo non annulla questa necessità bensì la richiede.

Ivi, 241

Il no alla pena di morte viene ribadito forte come ce lo si aspetta dal Papa che ha rimesso mano al Catechismo per ripristinarvi la nitidezza del precetto evangelico: la medesima fermezza si estende alla negazione che una guerra – «resa vergognosa alle forze del male» – possa mai dirsi ed essere giusta.

L’ottavo capitolo – “le religioni al servizio della fraternità nel mondo” – Papa Francesco rivendica con fermezza il diritto della Chiesa di perseguire la propria azione evangelizzatrice, che non può essere relegata nella sfera privata delle persone perché ha un portato politico nativo. Parimenti invoca dagli Stati, e per tutti gli uomini, la libertà religiosa necessaria per seguire almeno «un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini» (Nostra Ætate 2, cit. in Fratelli tutti 277). Recisa è poi la smentita di qualsivoglia nesso tra religione e violenza:

La verità è che la violenza non trova base alcuna nelle convinzioni religiose fondamentali, bensì nelle loro deformazioni.

Ivi, 282

Diventare i fratelli che siamo: un salto di qualità

Sul finire Francesco torna con la mente all’incontro del 4 febbraio 2019 ad Abu-Dhabi, quando con il Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb ha avuto la gioia di rivolgere a tutti gli uomini un invito e un incoraggiamento alla fratellanza universale che da oggi trova in Fratelli tutti uno sviluppo coerente, genuinamente cattolico e quindi aperto alle intelligenze di tutti gli uomini di buona volontà (espressione che ricorre quattro volte nel corso del documento).

È appunto questo ciò che l’enciclica si proponeva di fare, con pagine che «non pretendono di riassumere la dottrina sull’amore fraterno, ma si soffermano sulla sua dimensione universale, sulla sua apertura a tutti» (6). Si tratta del resto di un documento lontano quanto è possibile esserlo da un banale irenismo (“siamo fratelli, volêmose bbene…”), dal momento che vi si assume la portata critica dell’emergenza pandemica come nessun’altra autorità mondiale ha osato fare:

Proprio mentre stavo scrivendo questa lettera, ha fatto irruzione in maniera inattesa la pandemia del Covid-19, che ha messo in luce le nostre false sicurezze. Al di là delle varie risposte che hanno dato i diversi Paesi, è apparsa evidente l’incapacità di agire insieme. Malgrado si sia iper-connessi, si è verificata una frammentazione che ha reso più difficile risolvere i problemi che ci toccano tutti. Se qualcuno pensa che si trattasse solo di far funzionare meglio quello che già facevamo, o che l’unico messaggio sia che dobbiamo migliorare i sistemi e le regole già esistenti, sta negando la realtà.

Ivi, 7

Quel che si richiede è un radicale salto di qualità.

Consegno questa Enciclica sociale come un umile apporto alla riflessione affinché, di fronte a diversi modi attuali di eliminare o ignorare gli altri, siamo in grado di reagire con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole. #FratelliTuttipic.twitter.com/Wx3GtnxMrV

— Papa Francesco (@Pontifex_it) October 3, 2020

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Giovanni Marcotullio 

Ieri pomeriggio davanti alla tomba del Poverello il Sommo Pontefice ha apposto la sua firma all’enciclica che da un testo del suo omonimo e patrono prende il titolo. Vi si trova un’esposizione lucida e profetica della porta stretta che ancora l’umanità può imboccare per scongiurare la propria implosione e aderire alla salvezza di Cristo.

Atteso e temuto fin dal titolo (e a leggerlo appare remoto e sciocco, come deve, il ricordo di certe polemiche), è un testo dal contenuto assai complesso e dal tono difficilmente descrivibile, quello di Fratelli tutti – l’enciclica che ieri pomeriggio Papa Francesco ha firmato davanti alla tomba del santo di cui ha voluto prendere il nome per il suo pontificato.

Il discorso di un Grande Veglio

Consegno questa Enciclica sociale – leggiamo anche in un tweet condiviso dal suo account – come un umile apporto alla riflessione affinché, di fronte a diversi modi attuali di eliminare o ignorare gli altri, siamo in grado di reagire con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole.

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Ecco perché – si diceva – difficilmente descrivibile: un’enciclica è un documento magisteriale tra i più autorevoli e imponenti che la cancelleria pontificia conosca, eppure il Santo Padre se ne serve per proporre “un umile apporto alla riflessione”, ed è forte nella lettura (soprattutto nell’introduzione e nella breve conclusione) l’impressione provocata dal tono “minore” che l’uso della prima persona (non tipico del genere letterario) conferisce al documento. Poi si scorrono le pagine e quel che ne emerge è tutt’altro che una posizione dimessa: Francesco la presenta come “enciclica sociale” perché non verte su questioni di fede né di morale – laddove per “fede” s’intenda dogmatica e per “morale” si esprimano le classiche posizioni specifiche del Magistero – ma quel che il lettore candido recepisce è precisamente una grande e complessiva narrazione su cose di fede e di morale.

È il grande discorso – si potrebbe dire – di un vecchio dei nostri giorni che s’ispira a un giovane di tanto tempo fa, al quale lo lega il discepolato rispetto all’Eterno Giovane, Cristo Gesù. Tra Francesco e Francesco, davanti e dietro a Gesù, scorrono fra i 287 paragrafi dell’Enciclica molti nomi, non tutti di cattolici, di cristiani né di credenti, ma prima di tutti questi dettagli (sopra ciascuno di questi episodi) sta il grande discorso di un Veglio che molto ha visto nei suoi giorni e a cui molto lo Spirito ha dato di vedere per quelli a venire. Non è “un testamento”, non nel senso che l’autore vi detterebbe le proprie ultime volontà: come è sempre quando si predica l’Evangelo, si tratta piuttosto delle volontà ultime di Dio.

Ogni evangelizzazione, ogni profezia, ogni apocalissi che si rispetta è l’offerta di una speciale intelligenza della storia, e per questo Francesco ha dedicato una delle prime pagine dell’enciclica alla lucida denuncia de “la fine [!] della coscienza storica”:

Per questo stesso motivo si favorisce anche una perdita del senso della storia che provoca ulteriore disgregazione. Si avverte la penetrazione culturale di una sorta di “decostruzionismo”, per cui la libertà umana pretende di costruire tutto a partire da zero. Restano in piedi unicamente il bisogno di consumare senza limiti e l’accentuarsi di molte forme di individualismo senza contenuti. In questo contesto si poneva un consiglio che ho dato ai giovani: «Se una persona vi fa una proposta e vi dice di ignorare la storia, di non fare tesoro dell’esperienza degli anziani, di disprezzare tutto ciò che è passato e guardare solo al futuro che lui vi offre, non è forse questo un modo facile di attirarvi con la sua proposta per farvi fare solo quello che lui vi dice? Quella persona ha bisogno che siate vuoti, sradicati, diffidenti di tutto, perché possiate fidarvi solo delle sue promesse e sottomettervi ai suoi piani. È così che funzionano le ideologie di diversi colori, che distruggono (e de-costruiscono) tutto ciò che è diverso e in questo modo possono dominare senza opposizioni. A tale scopo hanno bisogno di giovani che disprezzino la storia, che rifiutino la ricchezza spirituale e umana che è stata tramandata attraverso le generazioni, che ignorino tutto ciò che li ha preceduti» [Christus vivit 181].

Sono le nuove forme di colonizzazione culturale. Non dimentichiamo che «i popoli che alienano la propria tradizione e, per mania imitativa, violenza impositiva, imperdonabile negligenza o apatia, tollerano che si strappi loro l’anima, perdono, insieme con la fisionomia spirituale, anche la consistenza morale e, alla fine, l’indipendenza ideologica, economica e politica» [Raúl Silva Henríquez, Omelia al Te Deum a Santiago del Cile, 18 settembre 1974]. Un modo efficace di dissolvere la coscienza storica, il pensiero critico, l’impegno per la giustizia e i percorsi di integrazione è quello di svuotare di senso o alterare le grandi parole. Che cosa significano oggi alcune espressioni come democrazia, libertà, giustizia, unità? Sono state manipolate e deformate per utilizzarle come strumenti di dominio, come titoli vuoti di contenuto che possono servire per giustificare qualsiasi azione.

Fratelli tutti 13-14

Struttura e contenuto

L’enciclica è suddivisa in otto capitoli dalle lunghezze non perfettamente omogenee (alcuni capitoli sono in estensione il doppio o il triplo di altri): nel primo – suggestivamente intitolato “le ombre di un mondo chiuso” – Francesco intende invitare a «porre attenzione ad alcune tendenze del mondo attuale che ostacolano lo sviluppo della fraternità universale». Si tratta, insieme col quarto, col quinto e col settimo, di uno dei quattro capitoli di media lunghezza, e – senza pretesa di esaustività – vi si espongono alcuni fenomeni socio-economici di medio-lungo periodo che producono un progressivo inaridimento della vita politica (nel senso nobile e alto del termine) e la posizione delle condizioni per futuribili ma nient’affatto remoti scenari di nuovi conflitti mondiali.

Ai presagi sinistri additati con lucidità l’enciclica risponde proponendo “un estraneo sulla strada”, la sagoma del Samaritanus bonus (come la Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede firmata quest’estate e resa nota pochi giorni addietro): è in assoluto il capitolo più lungo dell’enciclica, quello che più direttamente affonda le radici nella Rivelazione giudaico-cristiana, proponendo una ricca e dettagliata esegesi dell’ineffabile parabola evangelica.

Per i cristiani, le parole di Gesù hanno anche un’altra dimensione, trascendente. Implicano il riconoscere Cristo stesso in ogni fratello abbandonato o escluso (cf. Mt 25,40.45). In realtà, la fede colma di motivazioni inaudite il riconoscimento dell’altro, perché chi crede può arrivare a riconoscere che Dio ama ogni essere umano con un amore infinito e che «gli conferisce ciò con una dignità infinita». A ciò si aggiunge che crediamo che Cristo ha versato il suo sangue per tutti e per ciascuno, e quindi nessuno resta fuori dal suo amore universale. E se andiamo alla fonte ultima, che è la vita intima di Dio, ci incontriamo con una comunità di tre Persone, origine e modello perfetto di ogni vita in comune. La teologia continua ad arricchirsi grazie alla riflessione su questa grande verità.

A volte mi rattrista il fatto che, pur dotata di tali motivazioni, la Chiesa ha avuto bisogno di tanto tempo per condannare con forza la schiavitù e diverse forme di violenza. Oggi, con lo sviluppo della spiritualità e della teologia, non abbiamo scuse. Tuttavia, ci sono ancora coloro che ritengono di sentirsi incoraggiati o almeno autorizzati dalla loro fede a sostenere varie forme di nazionalismo chiuso e violento, atteggiamenti xenofobi, disprezzo e persino maltrattamenti verso coloro che sono diversi. La fede, con l’umanesimo che ispira, deve mantenere vivo un senso critico davanti a queste tendenze e aiutare a reagire rapidamente quando cominciano a insinuarsi. Perciò è importante che la catechesi e la predicazione includano in modo più diretto e chiaro il senso sociale dell’esistenza, la dimensione fraterna della spiritualità, la convinzione sull’inalienabile dignità di ogni persona e le motivazioni per amare e accogliere tutti.

Ivi, 85-86

Dopo la lezione della sacra pagina, nel terzo capitolo – “pensare e generare un mondo aperto” – è all’enunciazione della proposta che Francesco pone mano, pure con un generoso riferimento a quelle “periferie esistenziali” che recentemente anche il cardinale Zuppi ha detto “dei penultimi”:

Voglio ricordare quegli “esiliati occulti” che vengono trattati come corpi estranei nella società. Tante persone con disabilità «sentono di esistere senza appartenere e senza partecipare». Ci sono ancora molte cose «che [impediscono] loro una cittadinanza piena». L’obiettivo è non solo assisterli, ma la loro «partecipazione attiva alla comunità civile ed ecclesiale. […]». […]

Ivi, 98

La Chiesa propone all’umanità di “andare oltre un mondo di soci”. A capo di tre paragrafi suggestivamente dedicati al motto repubblicano francese, Francesco spiega:

La fraternità non è solo il risultato di condizioni di rispetto per le libertà individuali, e nemmeno di una certa regolata equità. Benché queste siano condizioni di possibilità, non bastano perché essa ne derivi come risultato necessario. La fraternità ha qualcosa di positivo da offrire alla libertà e all’uguaglianza.

Ivi, 103

Se alla fine del terzo capitolo il Papa aveva riproposto la classica (e sempre disattesa) lezione sulla gerarchia e sulla derivazione tra destinazione universale dei beni e proprietà privata nella dottrina sociale cristiana, all’inizio del quarto – “un cuore aperto al mondo intero” – egli fa lo stesso per i due (strattonati e incompresi) principî del diritto a non emigrare e del diritto a emigrare, spiegando che la comunità internazionale dovrebbe farsi carico anzitutto del contrasto alle cause delle migrazioni massive, e quindi della regolazione razionale e sostenibile dei flussi migratori.

Del quinto capitolo basta il titolo – “la migliore politica” – per capire che l’argomento è tra i più cari non solo a Papa Bergoglio ma all’intero corpus della Dottrina Sociale della Chiesa. Oltre all’immancabile riferimento alla “forma più alta di carità” (186) la sezione addita con urgenza la crescente preponderanza di poteri sovranazionali (massimamente economici e finanziari), davanti ai quali i governi e gli stati stessi si trovano sovente inermi: è per questo che il Pontefice invita le Nazioni Unite a una riflessione sull’opportunità di elaborare una riforma dell’ONU che doti l’Organizzazione di meno obsoleti strumenti davanti a queste nuove sfide.

Dal sesto capitolo – “dialogo e amicizia sociale” – emerge la proposta di una vita che sia “arte dell’incontro” con tutti: si elogiano le potenzialità dei nuovi media e se ne deprecano i limiti, anche “solo” in termini di ricaduta sulla gente. Inoltre, Francesco richiama alcuni fondamentali per il dialogo:

Il relativismo non è la soluzione. Sotto il velo di una presunta tolleranza, finisce per favorire il fatto che i valori morali siano interpretati dai potenti secondo le convenienze del momento. Se in definitiva «non ci sono verità oggettive né principî stabili, al di fuori della soddisfazione delle proprie aspirazioni e delle necessità immediate, […] non possiamo pensare che i programmi politici o la forza della legge basteranno. […] Quando è la cultura che si corrompe e non si riconosce più alcuna verità oggettiva o principî universalmente validi, le leggi verranno intese solo come imposizioni arbitrarie e come ostacoli da evitare» [Laudato si’ 123].

Ivi, 206

E ancora:

Parliamo di un dialogo che esige di essere arricchito e illuminato da ragioni, da argomenti razionali, da varietà di prospettive, da apporti di diversi saperi e punti di vista, e che non esclude la convinzione che è possibile giungere ad alcune verità fondamentali che devono e dovranno sempre essere sostenute. Accettare che ci sono alcuni valori permanente, benché non sia sempre facile riconoscerli, conferisce solidità e stabilità a un’etica sociale. Anche quando li abbiamo riconosciuti e assunti grazie al dialogo e al consenso, vediamo che tali valori di base vanno al di là di ogni consenso, li riconosciamo come valori che trascendono i nostri contesti e mai negoziabili. Potrà crescere la nostra comprensione del loro significato e della loro importanza – e in questo senso il consenso è una realtà dinamica – ma in sé stessi sono apprezzati come stabili per il loro significato intrinseco.

Ivi, 211

I “percorsi di un nuovo incontro” – settimo capitolo – vengono additati nell’“artigianato della pace” e nell’importanza del perdono, e di quest’ultimo si lava con la liscivia l’immaginetta devozionale slavata che molti ne hanno:

Chi patisce ingiustizia deve difendere con forza i diritti suoi e della sua famiglia, proprio perché deve custodire la dignità che gli è stata data, una dignità che Dio ama. Se un delinquente ha fatto del male a me o a uno dei miei cari, nulla mi vieta di esigere giustizia e di adoperarmi affinché quella persona – o qualunque altra – non mi danneggi di nuovo né faccia lo stesso con altri. Mi spetta farlo, e il perdono non solo non annulla questa necessità bensì la richiede.

Ivi, 241

Il no alla pena di morte viene ribadito forte come ce lo si aspetta dal Papa che ha rimesso mano al Catechismo per ripristinarvi la nitidezza del precetto evangelico: la medesima fermezza si estende alla negazione che una guerra – «resa vergognosa alle forze del male» – possa mai dirsi ed essere giusta.

L’ottavo capitolo – “le religioni al servizio della fraternità nel mondo” – Papa Francesco rivendica con fermezza il diritto della Chiesa di perseguire la propria azione evangelizzatrice, che non può essere relegata nella sfera privata delle persone perché ha un portato politico nativo. Parimenti invoca dagli Stati, e per tutti gli uomini, la libertà religiosa necessaria per seguire almeno «un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini» (Nostra Ætate 2, cit. in Fratelli tutti 277). Recisa è poi la smentita di qualsivoglia nesso tra religione e violenza:

La verità è che la violenza non trova base alcuna nelle convinzioni religiose fondamentali, bensì nelle loro deformazioni.

Ivi, 282

Diventare i fratelli che siamo: un salto di qualità

Sul finire Francesco torna con la mente all’incontro del 4 febbraio 2019 ad Abu-Dhabi, quando con il Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb ha avuto la gioia di rivolgere a tutti gli uomini un invito e un incoraggiamento alla fratellanza universale che da oggi trova in Fratelli tutti uno sviluppo coerente, genuinamente cattolico e quindi aperto alle intelligenze di tutti gli uomini di buona volontà (espressione che ricorre quattro volte nel corso del documento).

È appunto questo ciò che l’enciclica si proponeva di fare, con pagine che «non pretendono di riassumere la dottrina sull’amore fraterno, ma si soffermano sulla sua dimensione universale, sulla sua apertura a tutti» (6). Si tratta del resto di un documento lontano quanto è possibile esserlo da un banale irenismo (“siamo fratelli, volêmose bbene…”), dal momento che vi si assume la portata critica dell’emergenza pandemica come nessun’altra autorità mondiale ha osato fare:

Proprio mentre stavo scrivendo questa lettera, ha fatto irruzione in maniera inattesa la pandemia del Covid-19, che ha messo in luce le nostre false sicurezze. Al di là delle varie risposte che hanno dato i diversi Paesi, è apparsa evidente l’incapacità di agire insieme. Malgrado si sia iper-connessi, si è verificata una frammentazione che ha reso più difficile risolvere i problemi che ci toccano tutti. Se qualcuno pensa che si trattasse solo di far funzionare meglio quello che già facevamo, o che l’unico messaggio sia che dobbiamo migliorare i sistemi e le regole già esistenti, sta negando la realtà.

Ivi, 7

Quel che si richiede è un radicale salto di qualità.

Consegno questa Enciclica sociale come un umile apporto alla riflessione affinché, di fronte a diversi modi attuali di eliminare o ignorare gli altri, siamo in grado di reagire con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole. #FratelliTuttipic.twitter.com/Wx3GtnxMrV

— Papa Francesco (@Pontifex_it) October 3, 2020

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