Nell’intervista rilasciata alla direttrice della rivista “Il mio Papa” edizione spagnola, Carmen Magallon, il Pontefice invita nel tempo di pandemia a pensare non al nostro presente ma alle giovani generazioni. ”Dobbiamo prenderci carico del futuro – afferma – e preparare la terra perché gli altri la lavorino”

Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

Sono temi chiave della vita durante la pandemia ed anche proposte per superare questo momento di crisi le direttrici dell’intervista rilasciata da Papa Francesco alla rivista “Il mio Papa” edizione spagnola. “La pandemia – afferma Francesco – sta cambiando il mondo e ci sta mettendo in crisi”. Non si puà sucire da questa situazione nello stesso modo: “O ne usciamo migliori o peggiori. Il modo in cui ne usciamo – spiega il Pontefice – dipende dalle decisioni che prendiamo durante la crisi”.

Farsi carico del futuro

Il Papa pone anche una cruciale domanda: “Quale sarà il modo di vivere che lasceremo alle generazioni future!”? Per il Papa si tratta di smettere di pensare solo a noi stessi o al nostropresente. Si deve guardare al futuro “nella prospettiva di una umanità che desidera rimanere nel tempo come parte della creazione”. “Dobbiamo prenderci carico del futuro, preparare la terra perché gli altri la lavorino”. Questa, afferma, è “la cultura che dobbiamo elaborare nella pandemia”.

Affrontare il dolore

Come rispondere al dolore causato dalla pandemia? Il Papa ricorda prima di tutto i piccoli e i grandi gesti che tanti uomini nel mondo hanno compiuto per aiutare i propri simili. Bisogna rispondere a questo dolore, sottolinea, ”cercando di essere vicini”. “È il momento del silenzio, della vicinanza e del fare ciò che è possibile per restare uniti”. “I santi della porta accanto sono tantissimi”, spiega il Pontefice riferendosi a tutte le persone che si sono messe al servizio di chi aveva bisogno. Queste persone, “non volevano ‘scappare’, ma affrontavano i problemi e cercavano soluzioni pratiche”.

Vicino agli scartati

Francesco ricorda inoltre che l’impegno per la vita non riguarda solo temi legati alla salute. Esorta a impegnarsi per aiutare coloro che sono scartati dal sistema, per coloro che non hanno lavoro. Siamo di fronte, osserva, ad “una grande sfida sociale”. “La cultura dello scarto – sottolinea – ha impregnato il nostro modo di relazionarci”. Per questo non si può seguire lo stesso modello economico che ha l’ingiustizia tra le sue fondamenta. “La pandemia – afferma il Papa – ci ha fatto visualizzare come ci siamo abituati a questo clima di scarto: lo scarto dei vecchi, lo scarto dei poveri, lo scarto dei bambini, dei nascituri”. “Ogni vita – sottolinea – vale e merita di essere difesa e rispettata”.

Cultura della fraternità

Per il Pontefice siamo dunque chiamati ad affrontare con coraggio la cultura dello scarto. Una cultura che “ci minaccia continuamente”. Contro questa cultura dello scarto, bisogna contrapporre un’altro modo di vivere: “La cultura dell’accoglienza, dell’accoglienza, della vicinanza, della fraternità”. Oggi più che mai ci viene chiesto di avere uno spirito fraterno, di andare incontro all’altro, al più debole e al più vulnerabile per prendersi cura di lui.

Momento di preghiera del 27 marzo

Una domanda posta dalla giornalista della rivista “Il mio Papa” riguarda il momento straordinario di preghiera in tempo di pandemia presieduto da Papa Francesco. Il Pontefice ricorda che all’inizio aveva paura di scivolare dal le scale. “Il mio cuore – aggiunge – stava in tutto il popolo di Dio che soffriva e un’umanità che doveva sopportare questa pandemia”. “Ho salito le scale pregando, ho pregato tutto il tempo, e sono andato via pregando. Così ho vissuto quel 27 marzo”. Le udienze generali senza fedeli sono state un momento difficile per il Papa: “E’ stato come parlare con i fantasmi”. “Ho compensato molte di queste assenze fisiche – aggiunge – con il telefono e le lettere”.

Costruire il futuro

Il Papa afferma infine che non c’è una ricetta per uscire dalla crisi. Ma troveremo una strada per cambiare il paradigma economico: “Cominciamo dalle periferie”. “Ho parlato delle periferie, ma dobbiamo includere anche la casa comune, che è il mondo, la cura dell’universo”. La fraternità, come ricorda l’enciclica appena pubblicata “Fratelli tutti”, è una delle chiavi per costruire il futuro. Riferendosi alla distribuzione di un vaccino contro il coronavirus, sottolinea infine che “non può essere di proprietà del Paese, del laboratorio che lo ha trovato di un gruppo di Stati alleati per questo scopo”. “Il vaccino è patrimonio dell’umanità, di tutta l’umanità, è universale”. “Perché la salute dei nostri popoli, come ci insegna la pandemia, è un patrimonio comune, appartiene al bene comune”. Questo, ricorda il Papa, è il criterio.

Migranti

Rispondendo a una domanda sui flussi migratori, il Papa sottolinea che “se non ci prendiamo cura dei migranti, perdiamo una gran parte dell’umanità, della cultura che essi rappresentano”. “Durante il periodo del lockdown, molti migranti sono stati impiegati per lavorare la terra, mantenendo la città pulita, e hanno svolto molteplici servizi. È doloroso vedere come non siano riconosciuti e valorizzati”. Il Pontefice esorta ad approfondire le cause dell’emigrazione, come nel caso del Libano o della Siria. “Sono intere famiglie in fuga da una guerra che non si capisce. “I nostri Paesi – domanda il Papa – possono rimanere neutrali di fronte a questa dolorosa situazione?”.

Speranza nell’umanità

Tra i temi al centro dell’intervista anche quello di una Chiesa povera. Ci sono sacerdoti, religiosi, laici, laici, suore, vescovi ,spiega il Papa , che si impegano moltissimo per raggiungere questo obiettivo. “Ci sono bellissimi esempi – aggiunge – che stanno aprendo la strada”. La sua speranza è risposta in tutta l’umanità. “L’umanità – afferma – è capace di reagire, soprattutto le periferie, se sono organizzate”. “Mi piace pensare all’anima dei popoli, a quella riserva spirituale che permette loro di andare sempre avanti”. Il Pontefice, ricordando popoli perseguitati, come gli Yizadi e i Rohingya, sottolinea che si deve andare a quei popoli che soffrono. “Finché l’intera umanità non sarà resa responsabile di questo, non c’è speranza”.

Sulle orme di Sant’Ignazio

Nell’ambito dei 500 anni della conversione di Sant’Ignazio di Loyola, Francesco esprime infine il desiderio di andare a Manresa, in Spagna, dove Ignazio ha iniziato il suo cammino di conversione. “Credo che la conversione di sant’Ignazio sia anche un incontro del cuore e possa invitarci a riflettere sulla nostra personale conversione, a chiedere il dono della conversione per amare e servire di più secondo lo stile di Gesù Cristo”.

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