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Francesco: impariamo a vivere nell’attesa come una donna incinta

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All’udienza generale saluta il Movimento cattolico mondiale per il clima e auspica che «le chiese locali rispondano con determinazione al grido della terra e al grido dei poveri»

«Quando una donna si accorge che è incinta, ogni giorno impara a vivere nell’attesa di vedere lo sguardo di quel bambino che verrà. Anche noi dobbiamo imparare da queste attese umane e vivere nell’attesa di guardare il Signore, di trovare il Signore. Non è facile, ma si impara». Papa Francesco ha fatto ricorso a questa analogia, proseguendo un ciclo di catechesi sulla speranza cristiana all’udienza generale del mercoledì, ricordando che san Paolo invitava le prime comunità a indossare la «speranza della salvezza» come un «elmo» sul capo di fronte «ai timori e alle perplessità», a partire dalla paura di morire che abbiamo tutti: «Mi viene a memoria un vecchietto – ha detto al proposito – che diceva: io non ho paura della morte, ho un po’ di paura di vederla venire!». 

 

«Nelle scorse catechesi abbiamo iniziato il nostro percorso sul tema della speranza rileggendo in questa prospettiva alcune pagine dell’Antico Testamento. Ora vogliamo passare a mettere in luce la portata straordinaria che questa virtù viene ad assumere nel Nuovo Testamento, quando incontra la novità rappresentata da Gesù Cristo», ha esordito il Papa argentino, sottolineando: «Noi cristiani siamo donne e uomini di speranza».  

 

Jorge Mario Bergoglio ha incentrato la propria catechesi attorno alla prima lettera di San Paolo alla comunità dei Tessalonicesi, alla quale l’apostolo delle genti cerca di far comprendere «tutti gli effetti e le conseguenze» che la risurrezione di Gesù, avvenuta da poco, «comporta per la storia e per la vita di ciascuno». In particolare, ha ricordato Francesco, «la difficoltà della comunità non era tanto di riconoscere la risurrezione di Gesù: tutti ci credevano – ma di credere nella risurrezione dei morti. Gesù è risorto, ma i morti…. avevano un po’ di difficoltà. In tal senso, questa lettera si rivela quanto mai attuale. Ogni volta che ci troviamo di fronte alla nostra morte, o a quella di una persona cara, sentiamo – ha proseguito Francesco – che la nostra fede viene messa alla prova. Emergono tutti i nostri dubbi, tutta la nostra fragilità, e ci chiediamo: “Davvero ci sarà la vita dopo la morte…? Potrò ancora vedere e riabbracciare le persone che ho amato…?”. Questa domanda me l’ha fatta una signora pochi giorni fa in un’udienza: incontrerò i miei? Un dubbio… Anche noi, nel contesto attuale, abbiamo bisogno di ritornare alla radice e alle fondamenta della nostra fede, così da prendere coscienza di quanto Dio ha operato per noi in Cristo Gesù e cosa significa la nostra morte. Tutti abbiamo un po’ di paura della morte per questa incertezza. Mi viene a memoria un vecchietto, bravo! – ha detto il Papa con un inciso – che diceva io non ho paura della morte, ho un po’ di paura di vederla venire!».  

 

San Paolo, ha proseguito il Papa, «di fronte ai timori e alle perplessità della comunità, invita a tenere salda sul capo come un elmo, soprattutto nelle prove e nei momenti più difficili della nostra vita, “la speranza della salvezza”. È un elmo. Ecco cos’è la speranza cristiana. Quando si parla di speranza, possiamo essere portati ad intenderla secondo l’accezione comune del termine, vale a dire in riferimento a qualcosa di bello che desideriamo, ma che può realizzarsi oppure no: speriamo… come un desiderio… si dice per esempio: “Spero che domani faccia bel tempo!”, ma sappiamo che il giorno dopo può fare invece brutto tempo… La speranza cristiana – ha rimarcato il Papa – non è così. La speranza cristiana è l’attesa di qualcosa che già è stato compiuto: lì c’è la porta, io spero di arrivare alla porta, cosa devo fare? Camminare verso la porta. Così la speranza cristiana: avere la certezza che io sto in cammino verso qualcosa che c’è, non verso qualcosa che io voglio che sia, qualcosa che certamente si realizzerà per ciascuno di noi. Anche la nostra risurrezione e quella dei cari defunti, quindi, non è una cosa che potrà avvenire oppure no, ma è una realtà certa, in quanto radicata nell’evento della risurrezione di Cristo. Sperare quindi significa imparare a vivere nell’attesa. Quando una donna si accorge che è incinta – ha esemplificato a braccio Jorge Mario Bergoglio – ogni giorno impara a vivere nell’attesa di vedere lo sguardo di quel bambino che verrà. Anche noi: dobbiamo imparare da queste attese umane e vivere nell’attesa di guardare il Signore, di trovare il Signore. Questo non è facile, ma si impara». Questo però «implica un cuore umile, povero: solo un povero sa attendere. Chi è già pieno di sé e dei suoi averi, non sa riporre la propria fiducia in nessun altro se non in sé stesso».  

 

Il Papa ha concluso la sua catechesi invitando i fedeli presenti in «aula Paolo VI» a ripetere tre volte a voce alta un’espressione usata da san Paolo sempre ai Tessalonicesi, una frase «che a me tocca tanto il cuore»: «E così per sempre saremo con il Signore»: «Tutto passa, ma dopo la morte per sempre saremo con il Signore», ha chiosato il Papa, «e là, col Signore, ci incontreremo».  

 

Dopo la catechesi il Papa ha salutato, in particolare, una delegazione del Movimento cattolico mondiale per il clima, presente all’udienza, «e li ringrazio per l’impegno a curare la nostra casa comune in questi tempi di grave crisi socio-ambientale. Incoraggio a continuare a tessere le reti affinché le chiese locali rispondano con determinazione al grido della terra e al grido dei poveri». 

 

Francesco ha salutato anche gli ufficiali del comando della Guardia di Finanza di Parma e i membri del Centro di spiritualità della misericordia, con il Vescovo di Piazza Armerina, monsignor Rosario Gisana, venuti con l’icona della Madre di Misericordia che verrà esposta a San Pietro. 

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«Quando una donna si accorge che è incinta, ogni giorno impara a vivere nell’attesa di vedere lo sguardo di quel bambino che verrà. Anche noi dobbiamo imparare da queste attese umane e vivere nell’attesa di guardare il Signore, di trovare il Signore. Non è facile, ma si impara». Papa Francesco ha fatto ricorso a questa analogia, proseguendo un ciclo di catechesi sulla speranza cristiana all’udienza generale del mercoledì, ricordando che san Paolo invitava le prime comunità a indossare la «speranza della salvezza» come un «elmo» sul capo di fronte «ai timori e alle perplessità», a partire dalla paura di morire che abbiamo tutti: «Mi viene a memoria un vecchietto – ha detto al proposito – che diceva: io non ho paura della morte, ho un po’ di paura di vederla venire!». 

 

«Nelle scorse catechesi abbiamo iniziato il nostro percorso sul tema della speranza rileggendo in questa prospettiva alcune pagine dell’Antico Testamento. Ora vogliamo passare a mettere in luce la portata straordinaria che questa virtù viene ad assumere nel Nuovo Testamento, quando incontra la novità rappresentata da Gesù Cristo», ha esordito il Papa argentino, sottolineando: «Noi cristiani siamo donne e uomini di speranza».  

 

Jorge Mario Bergoglio ha incentrato la propria catechesi attorno alla prima lettera di San Paolo alla comunità dei Tessalonicesi, alla quale l’apostolo delle genti cerca di far comprendere «tutti gli effetti e le conseguenze» che la risurrezione di Gesù, avvenuta da poco, «comporta per la storia e per la vita di ciascuno». In particolare, ha ricordato Francesco, «la difficoltà della comunità non era tanto di riconoscere la risurrezione di Gesù: tutti ci credevano – ma di credere nella risurrezione dei morti. Gesù è risorto, ma i morti…. avevano un po’ di difficoltà. In tal senso, questa lettera si rivela quanto mai attuale. Ogni volta che ci troviamo di fronte alla nostra morte, o a quella di una persona cara, sentiamo – ha proseguito Francesco – che la nostra fede viene messa alla prova. Emergono tutti i nostri dubbi, tutta la nostra fragilità, e ci chiediamo: “Davvero ci sarà la vita dopo la morte…? Potrò ancora vedere e riabbracciare le persone che ho amato…?”. Questa domanda me l’ha fatta una signora pochi giorni fa in un’udienza: incontrerò i miei? Un dubbio… Anche noi, nel contesto attuale, abbiamo bisogno di ritornare alla radice e alle fondamenta della nostra fede, così da prendere coscienza di quanto Dio ha operato per noi in Cristo Gesù e cosa significa la nostra morte. Tutti abbiamo un po’ di paura della morte per questa incertezza. Mi viene a memoria un vecchietto, bravo! – ha detto il Papa con un inciso – che diceva io non ho paura della morte, ho un po’ di paura di vederla venire!».  

 

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San Paolo, ha proseguito il Papa, «di fronte ai timori e alle perplessità della comunità, invita a tenere salda sul capo come un elmo, soprattutto nelle prove e nei momenti più difficili della nostra vita, “la speranza della salvezza”. È un elmo. Ecco cos’è la speranza cristiana. Quando si parla di speranza, possiamo essere portati ad intenderla secondo l’accezione comune del termine, vale a dire in riferimento a qualcosa di bello che desideriamo, ma che può realizzarsi oppure no: speriamo… come un desiderio… si dice per esempio: “Spero che domani faccia bel tempo!”, ma sappiamo che il giorno dopo può fare invece brutto tempo… La speranza cristiana – ha rimarcato il Papa – non è così. La speranza cristiana è l’attesa di qualcosa che già è stato compiuto: lì c’è la porta, io spero di arrivare alla porta, cosa devo fare? Camminare verso la porta. Così la speranza cristiana: avere la certezza che io sto in cammino verso qualcosa che c’è, non verso qualcosa che io voglio che sia, qualcosa che certamente si realizzerà per ciascuno di noi. Anche la nostra risurrezione e quella dei cari defunti, quindi, non è una cosa che potrà avvenire oppure no, ma è una realtà certa, in quanto radicata nell’evento della risurrezione di Cristo. Sperare quindi significa imparare a vivere nell’attesa. Quando una donna si accorge che è incinta – ha esemplificato a braccio Jorge Mario Bergoglio – ogni giorno impara a vivere nell’attesa di vedere lo sguardo di quel bambino che verrà. Anche noi: dobbiamo imparare da queste attese umane e vivere nell’attesa di guardare il Signore, di trovare il Signore. Questo non è facile, ma si impara». Questo però «implica un cuore umile, povero: solo un povero sa attendere. Chi è già pieno di sé e dei suoi averi, non sa riporre la propria fiducia in nessun altro se non in sé stesso».  

 

Il Papa ha concluso la sua catechesi invitando i fedeli presenti in «aula Paolo VI» a ripetere tre volte a voce alta un’espressione usata da san Paolo sempre ai Tessalonicesi, una frase «che a me tocca tanto il cuore»: «E così per sempre saremo con il Signore»: «Tutto passa, ma dopo la morte per sempre saremo con il Signore», ha chiosato il Papa, «e là, col Signore, ci incontreremo».  

 

Dopo la catechesi il Papa ha salutato, in particolare, una delegazione del Movimento cattolico mondiale per il clima, presente all’udienza, «e li ringrazio per l’impegno a curare la nostra casa comune in questi tempi di grave crisi socio-ambientale. Incoraggio a continuare a tessere le reti affinché le chiese locali rispondano con determinazione al grido della terra e al grido dei poveri». 

 

Francesco ha salutato anche gli ufficiali del comando della Guardia di Finanza di Parma e i membri del Centro di spiritualità della misericordia, con il Vescovo di Piazza Armerina, monsignor Rosario Gisana, venuti con l’icona della Madre di Misericordia che verrà esposta a San Pietro. 

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