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Francesco: il Covid, l'”ora della verità” per un futuro migliore

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“Ritorniamo a sognare” (Piemme) è il libro in cui il Papa, conversando con lo scrittore e giornalista britannico Austen Ivereigh, riflette sulla pandemia: una crisi che “sembra unica” perché globale, ma è solo “più visibile” di altri drammi che continuano a ferire l’umanità. Importa andare incontro agli altri, ci aiutano “a dare il meglio di noi stessi”

Fabrizio Contessa – Città del Vaticano

In un labirinto. Il mondo intero ormai da mesi si trova prigioniero nel labirinto della pandemia. Un vero incubo. Uno stato di crisi permanente che comunque costringe a non stare fermi, anche se con il rischio, come in ogni labirinto, di ritrovarsi  sempre  in  un vicolo  cieco. È l’immagine — suggerita da uno dei suo autori preferiti, Jorge Luis Borges ne Il giardino dei sentieri che si biforcano — che Papa Francesco usa per fotografare il momento presente e per indicare  una via d’uscita, seguendo quel filo d’Arianna della creatività che i credenti leggono come opera dello Spirito «che ci chiama fuori da noi stessi». Perché il «peggio» che possa accadere «è restare a guardarci allo specchio, intontiti da tanto girare attorno senza mai uscire dal labirinto». E per venire fuori c’è una sola strada:  abbandonare la cultura “selfie” e andare incontro agli altri. Perché «sono gli altri, attorno a noi, che, come Arianna, ci aiutano a trovare vie di uscita, a dare il meglio di noi stessi».

Immagini, suggerimenti, e suggestioni potenti che Papa Francesco pone a conclusione di Ritorniamo a sognare. La strada verso un futuro migliore, libro realizzato “in conversazione” con lo scrittore e giornalista britannico Austen Ivereigh, che in Italia viene  pubblicato per Piemme da Mondadori. Un volume, spiega Ivereigh, nato  dal lockdown, suggerito appunto dalle immagini  di quello speciale incontro di preghiera del 27 marzo 2020, in cui «Papa Francesco è apparso in piazza San Pietro come un pilota nella tempesta, per guidare l’umanità in una delle sue notti più buie». E poi messo su carta a seguito di conversazioni avvenute in estate.

L’ora della verità

Il punto di partenza è quello attuale. Il Papa lo vede come «l’ora della verità». Un momento di crisi — «da una crisi non si esce mai uguali», ricorda  — e di prova rivelatrice. Francesco pensa alla pandemia, ma non solo. «La crisi del Covid-19 sembra unica perché colpisce la maggior parte dell’umanità. Ma è speciale solo per la sua visibilità. Esistono mille altre crisi altrettanto terribili, tuttavia, siccome ad alcuni di noi paiono lontane, ci comportiamo come se non ci riguardassero». Il pensiero del Pontefice corre alle tante guerre  nel mondo,  al traffico di armi, alle centinaia di migliaia di rifugiati che fuggono dalla povertà, alla fame, ai colossali danni del cambiamento climatico.

I tre “Covid”

            Lo sguardo è sul mondo ma non può prescindere dalla propria vicenda personale. Francesco rilegge la propria storia, riannoda i ricordi, spesso toccanti, e parla delle sue «tre situazioni Covid». Quella della grave malattia polmonare che nell’agosto 1957, al secondo anno di seminario, lo vide lottare tra la vita e la morte. Poi il periodo tedesco, nel 1986, che il Papa definisce come il «Covid dell’esilio», nel senso che fu un esilio volontario per completare gli studi. Infine, quella speciale quarantena — un anno, dieci mesi e tredici giorni — trascorsa all’inizio degli anni Novanta in una residenza gesuita a Córdoba, in obbedienza ai superiori.  «La cosa più strana» in quella circostanza, annota Francesco, è stata la lettura dei trentasette tomi della Storia dei Papi di Ludwig von Pastor:  «Avrei potuto scegliere un romanzo, qualcosa di più interessante. Da dove sono adesso mi domando perché Dio mi avrà ispirato a leggere proprio quell’opera in quel momento. Con quel vaccino il Signore mi ha preparato. Una volta che conosci quella storia, non c’è molto che possa sorprenderti di quanto accade nella curia romana e nella Chiesa di oggi. Mi è servito molto!».  Ogni crisi, insomma, ci offre una lezione, che bisogna saper cogliere. «Questi sono stati i miei principali “Covid” personali. Ne ho imparato che soffri molto, ma se lasci che ti cambi ne esci migliore. Se invece alzi le barricate, ne esci peggiore», chiosa il Pontefice.

Aborto ed ecologia integrale

Nel libro tornano con forza i temi centrali del pontificato. Parole  che con chiarezza sgombrano anche il campo da luoghi comuni  propalati ad arte nel circuito massmediatico. È il caso  delle pagine dedicate all’ecologia, all’aborto e alla difesa della vita umana. Scrive Francesco: «Ho affermato che è necessaria una conversione ecologica, non soltanto per scongiurare la distruzione della natura da parte dell’umanità, ma per evitare che questa distrugga se stessa. E ho rivolto un appello a favore di una “ecologia integrale”, un’ecologia che va molto oltre la cura della natura; è avere riguardo gli uni per gli altri come creature di un Dio che ci ama, con tutto ciò che ne segue». In altre parole,  spiega il Pontefice, «se pensi che l’aborto, l’eutanasia e la pena di morte siano accettabili, al tuo cuore riuscirà difficile preoccuparsi dell’inquinamento dei fiumi e della distruzione delle foreste. E lo stesso dicasi del contrario. E quindi, sebbene molte persone sostengano con accanimento che sono problemi di ordine morale diverso, finché si insiste sul fatto che l’aborto è giustificato ma non lo è la desertificazione, o che l’eutanasia è un male ma l’inquinamento dei fiumi è il prezzo del progresso economico, restiamo impantanati nella mancanza di integrità che ci ha portati al punto in cui siamo». Il Papa dice con chiarezza che non si può «tacere sugli oltre 30-40 milioni di vite non nate che vengono scartate ogni anno per mezzo dell’aborto». E «duole constatare che, in molte regioni che si considerano sviluppate, questa pratica viene spesso promossa perché i bambini in arrivo sono disabili o non pianificati». Si tratta, denuncia Francesco, di una «ideologia neodarwinista della sopravvivenza del più forte, sostenuta da un mercato senza freni ossessionato dal profitto e dalla sovranità individuale». Francesco ricorda quanto ammoniva san Paolo vi nell’Humanae vitae:  «Com’è profetico, ora, il suo messaggio!».

Sinodi e sinodalità

L’analisi del Papa va sempre più in profondità e si sofferma anche sulla necessità di una «prospettiva sinodale». Una necessità per la Chiesa, e non solo.  «Di questa prospettiva sinodale il nostro mondo ha ora un bisogno stringente. Piuttosto che cercare lo scontro dichiarando una guerra in cui ciascuna delle parti spera di sconfiggere l’altra, ci servono processi che consentano di esprimere, ascoltare e maturare le differenze in modo tale da camminare insieme senza bisogno di annientare nessuno». È un lavoro difficile, certamente. Tuttavia, per Francesco non mancano gli esempi positivi.  «L’Ue  – sostiene il Pontefice – ha attraversato un periodo difficile. Ma veder arrivare i suoi membri a un accordo su un insieme di misure di soccorso riguardo al coronavirus — pur con tutti quei diversi programmi e punti di vista, con quel feroce confronto e negoziato — è stato un esempio di questo tentativo di armonizzare le differenze all’interno di uno sforzo generale volto a perseguire l’unità». In questo contesto il Papa si sofferma sui tre sinodi: quello sulla famiglia (2014 e 2015), quello sui giovani, nel 2018, e quello per l’Amazzonia nel 2019.

Tuttavia, osserva Francesco, «una tentazione notevole, che tante volte semina confusione, è considerare il sinodo come una sorta di parlamento in cui è consentito quello “scontro politico” dove, per governare, una parte deve sconfiggere l’altra. Alcune persone hanno cercato di raccogliere sostegno per le loro posizioni alla maniera dei politici: lanciando ammonimenti tramite i media o facendo appello ai sondaggi di opinione. Una condotta contraria allo spirito del sinodo come spazio protetto di discernimento comunitario». Qualcosa del genere è accaduto nel Sinodo sulla famiglia. In quella circostanza «la questione era molto più ampia di quanto si è giunti a credere, ovvero della dimensione specifica della cura pastorale rivolta alle persone divorziate o separate e risposate, e del loro accesso ai sacramenti. Eppure la narrazione di alcuni media legati a certi gruppi ha ridotto e semplificato tutto il lavoro sinodale a questo punto, quasi che i padri sinodali fossero stati convocati soltanto per decidere se consentire o meno ai divorziati risposati di ricevere la Comunione». E tuttavia, «lo Spirito ci ha salvati alla fine, con una svolta al termine della seconda riunione (ottobre 2015) del Sinodo sulla famiglia. Il traboccamento, in questo caso, è giunto soprattutto tramite profondi conoscitori del pensiero di san Tommaso d’Aquino, fra i quali l’arcivescovo di Vienna, cardinale Christoph Schönborn. Hanno recuperato la vera e genuina dottrina morale della scolastica di san Tommaso, svincolandola dalla scolastica decadente che ci aveva portato a una morale fatta di casistica». Ci si è accorti che «non c’era bisogno di cambiare la legge della Chiesa, ma soltanto il modo in cui veniva applicata».

Un’«analoga polarizzazione su una questione secondaria», afferma Francesco, è avvenuta nel Sinodo per l’Amazzonia, anche se «questa volta, per ora, non ha avuto una risoluzione per traboccamento». Il Sinodo, ricorda il Pontefice, era chiamato a evidenziare le enormi sfide che quell’area e i suoi popoli devono affrontare. Tuttavia «alcune persone, nei media e attraverso questi, hanno ridotto l’intero processo sinodale a un solo tema: se la Chiesa sarebbe o non sarebbe stata disposta a ordinare uomini sposati, i cosiddetti viri probati, sebbene quella domanda occupasse solo tre righe in un documento preparatorio di trenta pagine».  Con la conseguenza che «l’affermazione fantasiosa che il sinodo “riguardasse” questo tema ha sminuito e ristretto tutte le enormi sfide della regione, al punto che quando è stata pubblicata la esortazione apostolica Querida Amazonia, nel febbraio 2020, molti si sono sentiti delusi o sollevati dal fatto che “il Papa non ha aperto quella porta”».  In realtà, «il sinodo è stato un progresso sotto molti aspetti: ci ha dato una missione e una visione chiare per stare accanto ai popoli nativi, ai poveri e alla terra; e per difendere la cultura e il creato dalle potenti forze di morte e distruzione guidate esclusivamente dal profitto».  Non solo, il Papa parla anche dell’emergere di temi importanti che non erano stati messi in agenda.  Infatti, «un problema emerso è stato la riluttanza di molti sacerdoti, in alcuni dei nove paesi che includono l’Amazzonia all’interno dei propri confini, a essere inviati come missionari nella regione. Preferivano venire mandati all’estero, in Europa e negli Stati Uniti, dove le condizioni sono più comode. Sicché il sinodo ha scorto con chiarezza un concreto problema pastorale che i vescovi di quei paesi devono risolvere con urgenza: la mancanza di solidarietà e di zelo missionario nel cuore di molti dei nostri sacerdoti».

Chiesa di popolo e lavoro

La riflessione sulla Chiesa e sui popoli nell’Amazzonia ne introduce una ancora più ampia: la Chiesa di popolo e la dignità del lavoro.  «Dio ci attrae — sottolinea il Papa — tenendo conto di una complessa trama di relazioni, ed è proprio là, in mezzo ai crocevia della storia, che ci invia. Essere cristiani, quindi, significa sapersi parte di un popolo, del Popolo di Dio espresso in diverse nazioni e culture, ma che trascende ogni confine di razza e di lingua. Il Popolo di Dio è una comunità all’interno della più ampia comunità di una nazione, al suo servizio, per contribuire a plasmarne l’identità, nel rispetto del contemporaneo ruolo svolto da altre istituzioni culturali e religiose. Ma se la Chiesa ha un compito particolare da svolgere nei momenti di crisi, è proprio quello di ricordare al popolo la sua anima, la sua necessità di rispettare il bene comune».  Per questo motivo, sottolinea ancora Francesco, «un cristiano difenderà i diritti e le libertà individuali, ma non potrà mai essere un individualista. Un cristiano amerà e servirà il suo paese con sentimento patriottico, ma non può essere un mero nazionalista».

Papa Bergoglio trae queste convinzioni anche dalla sua esperienza  in Argentina.  Ricorda, con passaggi toccanti, l’incontro con i cartoneros, gli uomini e i ragazzi che soprattutto di notte vagavano per le strade di Buenos Aires alla ricerca di cartone e di altro materiale da rivendere. Una delle tristi conseguenze della grave crisi economica attraversata del Paese sudamericano all’alba del terzo millennio. «Li si vedevo trascinare per strada enormi borse piene del materiale che raccoglievano. Ricordo di aver notato, una sera, un carro tirato da quello che pensavo fosse un cavallo, ma quando mi sono avvicinato ho scoperto che erano due ragazzini, non avranno avuto neanche dodici anni». E ancora: «Dopo aver conosciuto i cartoneros, una notte mi sono unito ai loro giri. Ero vestito in abiti civili e non portavo la croce pettorale di vescovo; solo i capi sapevano chi fossi. Ho visto come lavoravano, come vivevano degli avanzi della città, riciclando ciò che essa aveva scartato, e ho visto anche che alcune élite li identificavano con quegli scarti».  Soprattutto, il Papa spiega che «i cartoneros sono l’esempio di un popolo che nella periferia si organizza per sopravvivere e dà mostra di quella dignità che è il tratto distintivo dei movimenti popolari. Quando gli scartati si associano non dietro un’ideologia o per ottenere potere, ma per ottenere l’accesso alle tre realtà che definiscono una vita dignitosa — terra, casa, lavoro — possiamo dire che qui c’è un segno, una promessa, una profezia».

Da qui la riflessione passa ai temi economici e alla dignità del lavoro.  «Che futuro avremo quando il 40 o il 50 per cento dei giovani sarà senza lavoro, come già avviene in alcuni paesi?», si domanda il Pontefice, per il quale occorre garantire che «il lavoro non sia soltanto un modo per guadagnare denaro, ma anche per esprimersi, partecipare e costruire il bene comune». Anzi, «dobbiamo andare oltre l’idea che il lavoro di chi bada a un familiare, o di una madre a tempo pieno, o di un volontario in un progetto sociale che assiste centinaia di bambini, non sia un lavoro perché non riceve un salario».

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“Ritorniamo a sognare” (Piemme) è il libro in cui il Papa, conversando con lo scrittore e giornalista britannico Austen Ivereigh, riflette sulla pandemia: una crisi che “sembra unica” perché globale, ma è solo “più visibile” di altri drammi che continuano a ferire l’umanità. Importa andare incontro agli altri, ci aiutano “a dare il meglio di noi stessi”

Fabrizio Contessa – Città del Vaticano

In un labirinto. Il mondo intero ormai da mesi si trova prigioniero nel labirinto della pandemia. Un vero incubo. Uno stato di crisi permanente che comunque costringe a non stare fermi, anche se con il rischio, come in ogni labirinto, di ritrovarsi  sempre  in  un vicolo  cieco. È l’immagine — suggerita da uno dei suo autori preferiti, Jorge Luis Borges ne Il giardino dei sentieri che si biforcano — che Papa Francesco usa per fotografare il momento presente e per indicare  una via d’uscita, seguendo quel filo d’Arianna della creatività che i credenti leggono come opera dello Spirito «che ci chiama fuori da noi stessi». Perché il «peggio» che possa accadere «è restare a guardarci allo specchio, intontiti da tanto girare attorno senza mai uscire dal labirinto». E per venire fuori c’è una sola strada:  abbandonare la cultura “selfie” e andare incontro agli altri. Perché «sono gli altri, attorno a noi, che, come Arianna, ci aiutano a trovare vie di uscita, a dare il meglio di noi stessi».

Immagini, suggerimenti, e suggestioni potenti che Papa Francesco pone a conclusione di Ritorniamo a sognare. La strada verso un futuro migliore, libro realizzato “in conversazione” con lo scrittore e giornalista britannico Austen Ivereigh, che in Italia viene  pubblicato per Piemme da Mondadori. Un volume, spiega Ivereigh, nato  dal lockdown, suggerito appunto dalle immagini  di quello speciale incontro di preghiera del 27 marzo 2020, in cui «Papa Francesco è apparso in piazza San Pietro come un pilota nella tempesta, per guidare l’umanità in una delle sue notti più buie». E poi messo su carta a seguito di conversazioni avvenute in estate.

L’ora della verità

Il punto di partenza è quello attuale. Il Papa lo vede come «l’ora della verità». Un momento di crisi — «da una crisi non si esce mai uguali», ricorda  — e di prova rivelatrice. Francesco pensa alla pandemia, ma non solo. «La crisi del Covid-19 sembra unica perché colpisce la maggior parte dell’umanità. Ma è speciale solo per la sua visibilità. Esistono mille altre crisi altrettanto terribili, tuttavia, siccome ad alcuni di noi paiono lontane, ci comportiamo come se non ci riguardassero». Il pensiero del Pontefice corre alle tante guerre  nel mondo,  al traffico di armi, alle centinaia di migliaia di rifugiati che fuggono dalla povertà, alla fame, ai colossali danni del cambiamento climatico.

I tre “Covid”

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            Lo sguardo è sul mondo ma non può prescindere dalla propria vicenda personale. Francesco rilegge la propria storia, riannoda i ricordi, spesso toccanti, e parla delle sue «tre situazioni Covid». Quella della grave malattia polmonare che nell’agosto 1957, al secondo anno di seminario, lo vide lottare tra la vita e la morte. Poi il periodo tedesco, nel 1986, che il Papa definisce come il «Covid dell’esilio», nel senso che fu un esilio volontario per completare gli studi. Infine, quella speciale quarantena — un anno, dieci mesi e tredici giorni — trascorsa all’inizio degli anni Novanta in una residenza gesuita a Córdoba, in obbedienza ai superiori.  «La cosa più strana» in quella circostanza, annota Francesco, è stata la lettura dei trentasette tomi della Storia dei Papi di Ludwig von Pastor:  «Avrei potuto scegliere un romanzo, qualcosa di più interessante. Da dove sono adesso mi domando perché Dio mi avrà ispirato a leggere proprio quell’opera in quel momento. Con quel vaccino il Signore mi ha preparato. Una volta che conosci quella storia, non c’è molto che possa sorprenderti di quanto accade nella curia romana e nella Chiesa di oggi. Mi è servito molto!».  Ogni crisi, insomma, ci offre una lezione, che bisogna saper cogliere. «Questi sono stati i miei principali “Covid” personali. Ne ho imparato che soffri molto, ma se lasci che ti cambi ne esci migliore. Se invece alzi le barricate, ne esci peggiore», chiosa il Pontefice.

Aborto ed ecologia integrale

Nel libro tornano con forza i temi centrali del pontificato. Parole  che con chiarezza sgombrano anche il campo da luoghi comuni  propalati ad arte nel circuito massmediatico. È il caso  delle pagine dedicate all’ecologia, all’aborto e alla difesa della vita umana. Scrive Francesco: «Ho affermato che è necessaria una conversione ecologica, non soltanto per scongiurare la distruzione della natura da parte dell’umanità, ma per evitare che questa distrugga se stessa. E ho rivolto un appello a favore di una “ecologia integrale”, un’ecologia che va molto oltre la cura della natura; è avere riguardo gli uni per gli altri come creature di un Dio che ci ama, con tutto ciò che ne segue». In altre parole,  spiega il Pontefice, «se pensi che l’aborto, l’eutanasia e la pena di morte siano accettabili, al tuo cuore riuscirà difficile preoccuparsi dell’inquinamento dei fiumi e della distruzione delle foreste. E lo stesso dicasi del contrario. E quindi, sebbene molte persone sostengano con accanimento che sono problemi di ordine morale diverso, finché si insiste sul fatto che l’aborto è giustificato ma non lo è la desertificazione, o che l’eutanasia è un male ma l’inquinamento dei fiumi è il prezzo del progresso economico, restiamo impantanati nella mancanza di integrità che ci ha portati al punto in cui siamo». Il Papa dice con chiarezza che non si può «tacere sugli oltre 30-40 milioni di vite non nate che vengono scartate ogni anno per mezzo dell’aborto». E «duole constatare che, in molte regioni che si considerano sviluppate, questa pratica viene spesso promossa perché i bambini in arrivo sono disabili o non pianificati». Si tratta, denuncia Francesco, di una «ideologia neodarwinista della sopravvivenza del più forte, sostenuta da un mercato senza freni ossessionato dal profitto e dalla sovranità individuale». Francesco ricorda quanto ammoniva san Paolo vi nell’Humanae vitae:  «Com’è profetico, ora, il suo messaggio!».

Sinodi e sinodalità

L’analisi del Papa va sempre più in profondità e si sofferma anche sulla necessità di una «prospettiva sinodale». Una necessità per la Chiesa, e non solo.  «Di questa prospettiva sinodale il nostro mondo ha ora un bisogno stringente. Piuttosto che cercare lo scontro dichiarando una guerra in cui ciascuna delle parti spera di sconfiggere l’altra, ci servono processi che consentano di esprimere, ascoltare e maturare le differenze in modo tale da camminare insieme senza bisogno di annientare nessuno». È un lavoro difficile, certamente. Tuttavia, per Francesco non mancano gli esempi positivi.  «L’Ue  – sostiene il Pontefice – ha attraversato un periodo difficile. Ma veder arrivare i suoi membri a un accordo su un insieme di misure di soccorso riguardo al coronavirus — pur con tutti quei diversi programmi e punti di vista, con quel feroce confronto e negoziato — è stato un esempio di questo tentativo di armonizzare le differenze all’interno di uno sforzo generale volto a perseguire l’unità». In questo contesto il Papa si sofferma sui tre sinodi: quello sulla famiglia (2014 e 2015), quello sui giovani, nel 2018, e quello per l’Amazzonia nel 2019.

Tuttavia, osserva Francesco, «una tentazione notevole, che tante volte semina confusione, è considerare il sinodo come una sorta di parlamento in cui è consentito quello “scontro politico” dove, per governare, una parte deve sconfiggere l’altra. Alcune persone hanno cercato di raccogliere sostegno per le loro posizioni alla maniera dei politici: lanciando ammonimenti tramite i media o facendo appello ai sondaggi di opinione. Una condotta contraria allo spirito del sinodo come spazio protetto di discernimento comunitario». Qualcosa del genere è accaduto nel Sinodo sulla famiglia. In quella circostanza «la questione era molto più ampia di quanto si è giunti a credere, ovvero della dimensione specifica della cura pastorale rivolta alle persone divorziate o separate e risposate, e del loro accesso ai sacramenti. Eppure la narrazione di alcuni media legati a certi gruppi ha ridotto e semplificato tutto il lavoro sinodale a questo punto, quasi che i padri sinodali fossero stati convocati soltanto per decidere se consentire o meno ai divorziati risposati di ricevere la Comunione». E tuttavia, «lo Spirito ci ha salvati alla fine, con una svolta al termine della seconda riunione (ottobre 2015) del Sinodo sulla famiglia. Il traboccamento, in questo caso, è giunto soprattutto tramite profondi conoscitori del pensiero di san Tommaso d’Aquino, fra i quali l’arcivescovo di Vienna, cardinale Christoph Schönborn. Hanno recuperato la vera e genuina dottrina morale della scolastica di san Tommaso, svincolandola dalla scolastica decadente che ci aveva portato a una morale fatta di casistica». Ci si è accorti che «non c’era bisogno di cambiare la legge della Chiesa, ma soltanto il modo in cui veniva applicata».

Un’«analoga polarizzazione su una questione secondaria», afferma Francesco, è avvenuta nel Sinodo per l’Amazzonia, anche se «questa volta, per ora, non ha avuto una risoluzione per traboccamento». Il Sinodo, ricorda il Pontefice, era chiamato a evidenziare le enormi sfide che quell’area e i suoi popoli devono affrontare. Tuttavia «alcune persone, nei media e attraverso questi, hanno ridotto l’intero processo sinodale a un solo tema: se la Chiesa sarebbe o non sarebbe stata disposta a ordinare uomini sposati, i cosiddetti viri probati, sebbene quella domanda occupasse solo tre righe in un documento preparatorio di trenta pagine».  Con la conseguenza che «l’affermazione fantasiosa che il sinodo “riguardasse” questo tema ha sminuito e ristretto tutte le enormi sfide della regione, al punto che quando è stata pubblicata la esortazione apostolica Querida Amazonia, nel febbraio 2020, molti si sono sentiti delusi o sollevati dal fatto che “il Papa non ha aperto quella porta”».  In realtà, «il sinodo è stato un progresso sotto molti aspetti: ci ha dato una missione e una visione chiare per stare accanto ai popoli nativi, ai poveri e alla terra; e per difendere la cultura e il creato dalle potenti forze di morte e distruzione guidate esclusivamente dal profitto».  Non solo, il Papa parla anche dell’emergere di temi importanti che non erano stati messi in agenda.  Infatti, «un problema emerso è stato la riluttanza di molti sacerdoti, in alcuni dei nove paesi che includono l’Amazzonia all’interno dei propri confini, a essere inviati come missionari nella regione. Preferivano venire mandati all’estero, in Europa e negli Stati Uniti, dove le condizioni sono più comode. Sicché il sinodo ha scorto con chiarezza un concreto problema pastorale che i vescovi di quei paesi devono risolvere con urgenza: la mancanza di solidarietà e di zelo missionario nel cuore di molti dei nostri sacerdoti».

Chiesa di popolo e lavoro

La riflessione sulla Chiesa e sui popoli nell’Amazzonia ne introduce una ancora più ampia: la Chiesa di popolo e la dignità del lavoro.  «Dio ci attrae — sottolinea il Papa — tenendo conto di una complessa trama di relazioni, ed è proprio là, in mezzo ai crocevia della storia, che ci invia. Essere cristiani, quindi, significa sapersi parte di un popolo, del Popolo di Dio espresso in diverse nazioni e culture, ma che trascende ogni confine di razza e di lingua. Il Popolo di Dio è una comunità all’interno della più ampia comunità di una nazione, al suo servizio, per contribuire a plasmarne l’identità, nel rispetto del contemporaneo ruolo svolto da altre istituzioni culturali e religiose. Ma se la Chiesa ha un compito particolare da svolgere nei momenti di crisi, è proprio quello di ricordare al popolo la sua anima, la sua necessità di rispettare il bene comune».  Per questo motivo, sottolinea ancora Francesco, «un cristiano difenderà i diritti e le libertà individuali, ma non potrà mai essere un individualista. Un cristiano amerà e servirà il suo paese con sentimento patriottico, ma non può essere un mero nazionalista».

Papa Bergoglio trae queste convinzioni anche dalla sua esperienza  in Argentina.  Ricorda, con passaggi toccanti, l’incontro con i cartoneros, gli uomini e i ragazzi che soprattutto di notte vagavano per le strade di Buenos Aires alla ricerca di cartone e di altro materiale da rivendere. Una delle tristi conseguenze della grave crisi economica attraversata del Paese sudamericano all’alba del terzo millennio. «Li si vedevo trascinare per strada enormi borse piene del materiale che raccoglievano. Ricordo di aver notato, una sera, un carro tirato da quello che pensavo fosse un cavallo, ma quando mi sono avvicinato ho scoperto che erano due ragazzini, non avranno avuto neanche dodici anni». E ancora: «Dopo aver conosciuto i cartoneros, una notte mi sono unito ai loro giri. Ero vestito in abiti civili e non portavo la croce pettorale di vescovo; solo i capi sapevano chi fossi. Ho visto come lavoravano, come vivevano degli avanzi della città, riciclando ciò che essa aveva scartato, e ho visto anche che alcune élite li identificavano con quegli scarti».  Soprattutto, il Papa spiega che «i cartoneros sono l’esempio di un popolo che nella periferia si organizza per sopravvivere e dà mostra di quella dignità che è il tratto distintivo dei movimenti popolari. Quando gli scartati si associano non dietro un’ideologia o per ottenere potere, ma per ottenere l’accesso alle tre realtà che definiscono una vita dignitosa — terra, casa, lavoro — possiamo dire che qui c’è un segno, una promessa, una profezia».

Da qui la riflessione passa ai temi economici e alla dignità del lavoro.  «Che futuro avremo quando il 40 o il 50 per cento dei giovani sarà senza lavoro, come già avviene in alcuni paesi?», si domanda il Pontefice, per il quale occorre garantire che «il lavoro non sia soltanto un modo per guadagnare denaro, ma anche per esprimersi, partecipare e costruire il bene comune». Anzi, «dobbiamo andare oltre l’idea che il lavoro di chi bada a un familiare, o di una madre a tempo pieno, o di un volontario in un progetto sociale che assiste centinaia di bambini, non sia un lavoro perché non riceve un salario».

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