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Francesco e il concilio: colpevoli!

Il concilio Vaticano II è all’origine della crisi ecclesiale registrata in Occidente?

- Advertisement -
di: Lorenzo Prezzi

 

Il concilio Vaticano II è all’origine della crisi ecclesiale registrata in Occidente? La ripresa della spinta riformista conciliare da parte di Francesco rafforzerà ulteriormente l’abbandono della fede dei popoli di antica cristianità?

Nel dibattito ecclesiale le due domande si incrociano e confondono. Anche i più convinti sostenitori del concilio non negano le gravi difficoltà pastorali e istituzionali che la de-cristianizzazione sta producendo. Ma neppure i conservatori immaginano che un puro ritorno all’indietro sia garanzia per rovesciare i processi di secolarizzazione. Per questo è buona norma guardare con attenzione le ragioni di quanti argomentano secondo percorsi non consueti o non immediatamente etichettabili.

È stato il caso dell’«opzione Benedetto» proposta nel volume di Rod Dreher. È ora opportuna la presentazione del volume di Guillaume Cuchet, Comment notre monde a cessé d’être chrétien (Come il nostro mondo ha smesso di essere cristiano; ed. Seuil, Paris 2018).

Tutto comincia nel 1965

La tesi è ad un tempo abrasiva e limitata. L’interruttore che ha acceso l’improvviso cedimento della pratica cristiana in Francia è esattamente sovrapponibile alla fine del Vaticano secondo, cioè il 1965. Non quindi il successivo ’68 e neppure l’irritato rifiuto per l’Humanae vitae di Paolo VI, dello stesso anno. Contestualmente si afferma che la coincidenza temporale non significa una causazione diretta, quanto una coincidenza non occasionale.

«Il concilio non ha provocato la rottura (nel senso che non ci sarebbe stata senza di esso), ma che l’ha fatta scattare dandole una intensità particolare». «Anche se il concilio si iscriveva nell’asse di un processo di modernizzazione già ben abbozzato in certi ambienti e contesti, non di meno ha costituito per la massa dei cattolici ordinari uno choc religioso che, in dialettica con la mutazione socioculturale coeva, ha dato avvio a una esplosività particolare».

Per quanti hanno trovato nel concilio una straordinaria esperienza di fede e di amore alla Chiesa, per la continuità del riferimento a esso del magistero (anche quando ne limitava la portata), per la sua centralità nella teologia e nell’esperienza pratica dei credenti anche la semplice sovrapposizione tra concilio e crisi risulta irritante e da rimuovere. Sia l’ermeneutica della continuità come quella della discontinuità alimentano la centralità del riferimento al Vaticano II.

Eppure, la rottura della pratica cristiana c’è stata. «È necessario pensare a un avvenimento dietro questo fenomeno, quanto meno in ordine al suo avvio. La mia ipotesi è che si tratti del concilio Vaticano II. Non si vede in effetti quale altro evento contemporaneo avrebbe potuto scatenare una simile reazione. La cronologia mostra che non è solo il modo di applicazione del concilio dopo la sua chiusura che ha provocato la rottura. Per il solo fatto di essere stato celebrato, nella misura in cui rendeva plausibile la riforma delle norme tradizionali, il concilio è stato sufficiente a distruggerle». Il combinato disposto dei mutamenti socio-culturali e delle riforme ecclesiali ha avviato una frana di proporzioni gigantesche.

Crollo dell’appartenenza

Il volume in esame ricostruisce con precisione le molte inchieste sociologiche sui frequentanti, in particolare fra il 1950 e il 1962 con una particolare attenzione alla «carta Boulard»: una mappa geografica del paese che il sacerdote Fernand Boulard ha costruito con acribia dagli anni ’30 aggiornandola fino agli anni post-conciliari sulle aree di più o meno spiccata adesione alla frequenza e alle credenze di Chiesa.

Ne fa emergere non solo le linee di continuità che datano ancora prima della rivoluzione, ma anche i momenti e le aree di ripresa della vita cristiana, fino al «salto» registrato di malavoglia e non tematizzato: se fra il 1943-1964 la frequenza è sostanzialmente stabile sul 37%, fra il 1966 e il 1972 conosce un improvviso crollo al 25%. Un cedimento trainato dalla generazione giovanile (12-24 anni) che esce e non rientra più nella pratica. Si ridisegna drasticamente la piramide delle età dei frequentanti e la frana interessa progressivamente le giovani e le donne, gli adulti e le famiglie.

Cosa è successo? Perché riferirsi al Vaticano II? Da lì prende avvio la legittimazione della libertà religiosa interpretata come libertà dalla propria fede, il venire meno dell’obbligo della pratica, una liturgia di adesione aleatoria e non di consuetudine, l’impressionante crisi del presbiterio. Un piccolo e significativo segnale riguarda la confessione. Su tre inchieste (rispettivamente del 1952, 1974, 1983) i confessanti mensili passano da 15% a 1% nel 1974, restando tali nel 1983. Quelli che non si confessano mai sono rispettivamente il 37%, il 54% e il 69%.

Le donne fra il 1952 e il 1974 calano dal 23% all’1% nella confessione mensile. Quelle che non si confessano mai passano dal 26% al 47%. Il venir meno dell’imperativo obbligante, la scomparsa del «peccato mortale», l’assenza della predicazione sui «novissimi» (le realtà ultime) e il declino non arginato delle vocazioni ecclesiastiche segnano ancor oggi la difficile testimonianza del credente.

Conclusioni indebite

Il volume si ferma qui, ma basta citare un commento sul fronte ortodosso per capire quale conseguenza si può indebitamente trarne: «La triste evoluzione della Chiesa cattolica post-conciliare… dovrebbe mettere in guardia i prelati ortodossi che hanno sognato e sognano ancora di convocare per la Chiesa ortodossa un grande concilio paragonabile a quello cattolico. Essa ha voluto compiere il proprio aggiornamento, ma avuto come effetto principale quello di provocare la disgregazione interna e la drammatica emorragia di un gran numero dei suoi fedeli» (Jean-Claude Larchet).

Il passaggio alla ripresa del concilio e del processo di riforma di Francesco è molto facile. Le accuse di provocare confusione nel popolo cristiano e di modificare il deposito della tradizione sono diventate uno stanco ritornello delle voci anti-papali. Volutamente ignare della radice evangelica, della pazienza storica («avviare processi»), dell’estraneità a ogni modello di razionalismo sistemico e della dimensione testimoniale gioiosa del suo magistero.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Il concilio Vaticano II è all’origine della crisi ecclesiale registrata in Occidente? La ripresa della spinta riformista conciliare da parte di Francesco rafforzerà ulteriormente l’abbandono della fede dei popoli di antica cristianità?

Nel dibattito ecclesiale le due domande si incrociano e confondono. Anche i più convinti sostenitori del concilio non negano le gravi difficoltà pastorali e istituzionali che la de-cristianizzazione sta producendo. Ma neppure i conservatori immaginano che un puro ritorno all’indietro sia garanzia per rovesciare i processi di secolarizzazione. Per questo è buona norma guardare con attenzione le ragioni di quanti argomentano secondo percorsi non consueti o non immediatamente etichettabili.

È stato il caso dell’«opzione Benedetto» proposta nel volume di Rod Dreher. È ora opportuna la presentazione del volume di Guillaume Cuchet, Comment notre monde a cessé d’être chrétien (Come il nostro mondo ha smesso di essere cristiano; ed. Seuil, Paris 2018).

Tutto comincia nel 1965

La tesi è ad un tempo abrasiva e limitata. L’interruttore che ha acceso l’improvviso cedimento della pratica cristiana in Francia è esattamente sovrapponibile alla fine del Vaticano secondo, cioè il 1965. Non quindi il successivo ’68 e neppure l’irritato rifiuto per l’Humanae vitae di Paolo VI, dello stesso anno. Contestualmente si afferma che la coincidenza temporale non significa una causazione diretta, quanto una coincidenza non occasionale.

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«Il concilio non ha provocato la rottura (nel senso che non ci sarebbe stata senza di esso), ma che l’ha fatta scattare dandole una intensità particolare». «Anche se il concilio si iscriveva nell’asse di un processo di modernizzazione già ben abbozzato in certi ambienti e contesti, non di meno ha costituito per la massa dei cattolici ordinari uno choc religioso che, in dialettica con la mutazione socioculturale coeva, ha dato avvio a una esplosività particolare».

Per quanti hanno trovato nel concilio una straordinaria esperienza di fede e di amore alla Chiesa, per la continuità del riferimento a esso del magistero (anche quando ne limitava la portata), per la sua centralità nella teologia e nell’esperienza pratica dei credenti anche la semplice sovrapposizione tra concilio e crisi risulta irritante e da rimuovere. Sia l’ermeneutica della continuità come quella della discontinuità alimentano la centralità del riferimento al Vaticano II.

Eppure, la rottura della pratica cristiana c’è stata. «È necessario pensare a un avvenimento dietro questo fenomeno, quanto meno in ordine al suo avvio. La mia ipotesi è che si tratti del concilio Vaticano II. Non si vede in effetti quale altro evento contemporaneo avrebbe potuto scatenare una simile reazione. La cronologia mostra che non è solo il modo di applicazione del concilio dopo la sua chiusura che ha provocato la rottura. Per il solo fatto di essere stato celebrato, nella misura in cui rendeva plausibile la riforma delle norme tradizionali, il concilio è stato sufficiente a distruggerle». Il combinato disposto dei mutamenti socio-culturali e delle riforme ecclesiali ha avviato una frana di proporzioni gigantesche.

Crollo dell’appartenenza

Il volume in esame ricostruisce con precisione le molte inchieste sociologiche sui frequentanti, in particolare fra il 1950 e il 1962 con una particolare attenzione alla «carta Boulard»: una mappa geografica del paese che il sacerdote Fernand Boulard ha costruito con acribia dagli anni ’30 aggiornandola fino agli anni post-conciliari sulle aree di più o meno spiccata adesione alla frequenza e alle credenze di Chiesa.

Ne fa emergere non solo le linee di continuità che datano ancora prima della rivoluzione, ma anche i momenti e le aree di ripresa della vita cristiana, fino al «salto» registrato di malavoglia e non tematizzato: se fra il 1943-1964 la frequenza è sostanzialmente stabile sul 37%, fra il 1966 e il 1972 conosce un improvviso crollo al 25%. Un cedimento trainato dalla generazione giovanile (12-24 anni) che esce e non rientra più nella pratica. Si ridisegna drasticamente la piramide delle età dei frequentanti e la frana interessa progressivamente le giovani e le donne, gli adulti e le famiglie.

Cosa è successo? Perché riferirsi al Vaticano II? Da lì prende avvio la legittimazione della libertà religiosa interpretata come libertà dalla propria fede, il venire meno dell’obbligo della pratica, una liturgia di adesione aleatoria e non di consuetudine, l’impressionante crisi del presbiterio. Un piccolo e significativo segnale riguarda la confessione. Su tre inchieste (rispettivamente del 1952, 1974, 1983) i confessanti mensili passano da 15% a 1% nel 1974, restando tali nel 1983. Quelli che non si confessano mai sono rispettivamente il 37%, il 54% e il 69%.

Le donne fra il 1952 e il 1974 calano dal 23% all’1% nella confessione mensile. Quelle che non si confessano mai passano dal 26% al 47%. Il venir meno dell’imperativo obbligante, la scomparsa del «peccato mortale», l’assenza della predicazione sui «novissimi» (le realtà ultime) e il declino non arginato delle vocazioni ecclesiastiche segnano ancor oggi la difficile testimonianza del credente.

Conclusioni indebite

Il volume si ferma qui, ma basta citare un commento sul fronte ortodosso per capire quale conseguenza si può indebitamente trarne: «La triste evoluzione della Chiesa cattolica post-conciliare… dovrebbe mettere in guardia i prelati ortodossi che hanno sognato e sognano ancora di convocare per la Chiesa ortodossa un grande concilio paragonabile a quello cattolico. Essa ha voluto compiere il proprio aggiornamento, ma avuto come effetto principale quello di provocare la disgregazione interna e la drammatica emorragia di un gran numero dei suoi fedeli» (Jean-Claude Larchet).

Il passaggio alla ripresa del concilio e del processo di riforma di Francesco è molto facile. Le accuse di provocare confusione nel popolo cristiano e di modificare il deposito della tradizione sono diventate uno stanco ritornello delle voci anti-papali. Volutamente ignare della radice evangelica, della pazienza storica («avviare processi»), dell’estraneità a ogni modello di razionalismo sistemico e della dimensione testimoniale gioiosa del suo magistero.

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