Francesco e i religiosi: un’intervista

«Esiste un clericalismo che si manifesta nelle persone che vivono con atteggiamenti da “segregati”, con la puzza sotto il naso, segregati male. Sono quelli che vivono una specie di atteggiamento aristocratico rispetto agli altri»


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La forza della vocazione. Conversazione con Fernando Prado (Copertina flessibile)


Autore:  Francesco (Jorge Mario Bergoglio), Fernando Prado

Prezzo di listino: EUR 9,50
Nuovo a partire da: EUR 8,07 EUR Disponibile
Usato a partire da: Non disponibile
Data di rilascio: December 1, 2018.

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La sintesi più leggibile ed efficace dell’insegnamento di papa Francesco sulla vita consacrata: così si può indicare il volume – intervista La forza della vocazione. La vita consacrata oggi che esce in contemporanea dalle edizioni Claretianas (Madrid – Spagna) e dalle Edizioni dehoniane.

di: Lorenzo Prezzi

Ci sono testi teologicamente più avveduti come la Lettera apostolica a tutti i consacrati in occasione dell’anno della vita consacrata o più specifici come nelle conversazioni del papa con i confratelli gesuiti, raccolte da A. Spadaro, oppure i numeri di Evangelii Gaudium e Gaudete et exultate dedicati ai religiosi, o ancora il volume curato da J. Braz De Aviz e J. Rodriguez Carballo, ai vertici della Congregazione dei religiosi, È tempo di camminare. La vita consacrata nel magistero pontificio (Lev, Roma 2018), ma la lettura spedita delle quattro ore di colloquio con il clarettiano spagnolo Fernando Prado il 9 agosto 2018 offre un compendio in forma narrativa delle convinzioni del primo papa «religioso» dal 1846.

Anni lenti, fecondi, disordinati

Si respira, come nell’insieme del suo magistero, un’aria singolare di libertà e profondità spirituale. A partire dal giudizio sui difficili anni del post-concilio: lenti, fecondi e disordinati. Come un movimento irregolare, segnato da grandi generosità, da ingiustificate resistenze e da evidenti ingenuità.

Sul versante positivo si può ricordare il tema comunitario, l’inserimento nel vissuto della gente, la riscoperta del carisma. Mi limito a due indicazioni critiche: l’ideologia e il clericalismo. «Ciò che veramente mi preoccupa, ieri come oggi, è quando questi processi di cambiamento vengono guidati dall’ideologia (…). È qualcosa che bisogna smascherare continuamente». «Non m’importa quale sia l’ideologia: la cosa finisce sempre male».

«Esiste un clericalismo che si manifesta nelle persone che vivono con atteggiamenti da “segregati”, con la puzza sotto il naso, segregati male. Sono quelli che vivono una specie di atteggiamento aristocratico rispetto agli altri». Senza ignorare l’ingiustificato privilegio concesso nei decenni recenti dalla Congregazione vaticana ai nuovi istituti «di taglio nettamente conservatore», con uno sguardo di riconoscenza a chi remava in diversa direzione come mons. Gianfranco Gardin, attuale vescovo di Treviso, o mons. Joseph William Tobin, ora cardiale e vescovo a Newark – USA. Ambedue sono stati segretari della Congregazione dei religiosi, prima dell’attuale, monsignor J.R. Carballo.

Col carisma nella Chiesa

Fra le molte acquisizioni ormai stabilmente riconosciute vi è il senso di appartenenza alla Chiesa (non più come «corpo separato» e di riferimento solo al papato), la dislocazione creativa fuori del quadrante europeo, la centralità del carisma. Dal concilio «abbiamo indubbiamente imparato molto. Per stare sul concreto, ti direi che abbiamo imparato soprattutto che il cammino della vita consacrata è quello dell’inserimento nella Chiesa… Ecco: si tratta di un inserimento ecclesiale con categorie ecclesiali, con una vita spirituale ecclesiale, nella quale il vescovo è considerato il capo del corpo e lo si ama come padre, fratello e amico».

L’interculturalità, l’internazionalizzazione, la creatività propria di ciascun ambito geografico caratterizzano ormai tutte le congregazioni maschili e femminili di una certa consistenza: «Una “diseuropeizzazione” che sta dando frutti con Chiese locali forti, Chiese particolari con una identità forte e concreta». Rimangono problemi aperti come la “tratta” di religiosi e religiose giovani per le opere in Europa, l’equilibrio della rappresentanza negli organi di governo e, soprattutto, la declinazione originale e fedele del carisma. «Il carisma fondativo degli istituti richiede, ancora, una specie di purificazione. Dicendo purificazione voglio intendere che dobbiamo riscattare la parte più autentica dei carismi fondativi, per vedere come essa si esprime o dovrebbe esprimersi oggi (…). L’oggi è il presente ed è qui che dobbiamo dare risposte a partire dal nostro carisma. È una sfida che chiede passione».

L’oculato discernimento sulle opere e la resistenza alla libido moriendi mettono alla prova molte famiglie religiose. «Certamente, in molte occasioni le opere ci hanno tradito. Quando si dà troppa importanza alle opere, resta molto nascosta la forza del carisma. Tutto questo è strettamente unito all’elemento del dialogo con il mondo. Le opere devono essere una conseguenza di tale dialogo. Dobbiamo chiederci, per esempio: “È necessaria oggi l’educazione? Si. Sono necessari i collegi? Si. Come porto avanti un collegio?” Queste sono domande che bisogna farsi con chiarezza e a cui si deve rispondere con sincerità. Se, invece, alla fine devo continuare a sopravvivere e a tappare buchi in una grande struttura che mi è servita cinquant’anni fa, ma di cui ora non vedo l’utilità, allora sto sprecando e facendo svanire la ragione dell’opera e la vita consacrata che vivo».

Vi sono ambiti della vita consacrata che hanno teorizzato l’«ars bene moriendi» perché non si vede il futuro o perché non si vuole «avere figli». «Questa, che è una cosa che a prima vista potrebbe apparire onesta, poi, in fondo, rivelava che si cercavano altri tipi di sicurezze, forse più mondane», come la sicurezza economica per una tranquilla vecchiaia.

Fondazioni discusse

Una deriva facilitata anche dal privilegio accordato ai movimenti ecclesiali e ad alcune fondazioni «nuove», caratterizzate dal tradizionalismo e da numerose vocazioni. «Alcune congregazioni si sono presentate come la salvezza della vita consacrata, tanto della vita consacrata apostolica quanto di quella contemplativa. Le si doveva ammirare. Erano il nuovo modello (…) e poi alla fine si è visto che in alcune di esse sono esplosi casi impressionanti di corruzione interna». In positivo, «il criterio di base per giudicare una comunità sono quelle “tre P” delle quali ho parlato in un incontro con persone consacrate. Mi riferisco alla P della povertà, alla P della preghiera e alla P della pazienza».

In Occidente uno dei problemi maggiori è la scarsità delle vocazioni. Perché i giovani non vengono? «È una domanda a cui è difficile rispondere. È ampia e complessa. Io direi: dipende. Dipende sempre (e qui invento un’espressione) dall’“esposizione profetica” che ha la vita consacrata. Voglio dire che dipende dalla forza mostrata dalla vita consacrata di arrivare al cuore di una persona giovane che voglia seguire il Signore per questo cammino. E la forza della vocazione si traduce sempre in gioia». «Dobbiamo chiedere al Signore “che succede?”. Interroghiamo i superiori, chiediamocelo in comunità, tra di noi, interroghiamo il vescovo, la congregazione. Dobbiamo cercare che ci illuminino il momento che stiamo vivendo e, una volta esaminato, analizzato, dopo un buon discernimento, decidere».

Sapendo che è sempre necessario un accurato discernimento sulle vocazioni. «Non si possono ammettere persone che non siano adatte, o persone con problemi abbastanza seri che credono di trovare sostegno agli stessi nella vita consacrata». Coloro che non hanno equilibrio umano o nevrotici li si aiuta diversamente, non accettandoli nella vita consacrata. Così come non si può condividere l’idea di una scelta ad tempus, di un impegno non definitivo.

Omosessuali

Nel contesto del discernimento vi è il tema dell’omosessualità. «Quello dell’omosessualità è una questione molto seria, che occorre discernere accuratamente fin dall’inizio con i candidati, se è il caso. Dobbiamo essere esigenti. Nelle nostre società sembra addirittura che l’omosessualità sia di moda e questa mentalità, in qualche modo, influisce anche sulla vita della Chiesa». «Per questa ragione la Chiesa raccomanda che le persone con questa tendenza radicata non siano accettate al ministero, né alla vita consacrata. Il ministero o la vita consacrata non sono il loro posto. I sacerdoti, i religiosi o le religiose vanno spinti a vivere integralmente il celibato e, soprattutto, a essere perfettamente responsabili, cercando di non creare mai scandalo nelle proprie comunità né nel santo popolo fedele di Dio vivendo una doppia vita. È meglio che lascino il ministero o la vita consacrata piuttosto che vivano una doppia vita».

L’impegno della formazione è uno dei più centrali e preziosi. Ha sempre la dimensione dell’opera artigianale che non può essere messa in produzione di serie. Essa deve abbracciare tutte le dimensioni più importanti della persona. «La formazione deve essere basata su quattro pilastri: la vita spirituale, la vita comunitaria, la vita di studio e la vita apostolica. Tutti questi aspetti devono interagire tra loro». Un impegno che matura in tutti, formandi e formatori, le dimensioni essenziali della profezia e della missione.

La profezia è certo il giudizio sul mondo a partire dall’amore misericordioso di Dio, ma è anche saper attendere il ritorno del Signore. «Questa dimensione escatologica della vita consacrata è importante. È un vivere “come se”, “già e non ancora”. È quello che dobbiamo vivere come orizzonte. È vivere in attesa questo sperare e, nel frattempo, discernere i segni dei tempi».

«Frequentare il futuro significa frequentare questo orizzonte di attesa e frequentare quello che sta per venire nella storia». «Oggi, quando parliamo di missione, intendiamo un concetto più ampio della missione ad gentes, ma la missione ad gentes continua ad essere molto importante. Questo però nella misura in cui la vita consacrata e le comunità si inculturano nel posto, e non quando ci vanno da padroni a dettare agli altri norme e modi di vivere o a credere di dover importare quelli a cui ci si deve sottomettere od obbedire».

Defende nos in proelio

Non poteva mancare una specifica attenzione alla dimensione femminile che costituisce la grande maggioranza della vita consacrata. Non sono in ordine al difficile adeguamento critico rispetto ai modelli femminili contemporanei (femminismo), ma soprattutto al necessario riconoscimento dello specifico apporto della donna nella testimonianza di fede nella Chiesa. «Credo veramente che dobbiamo camminare verso un sempre maggiore riconoscimento della dignità della donna nel mondo e anche nella Chiesa. Progredire nell’eguaglianza è una cosa buona. E tuttavia nemmeno le religiose che assumono stili maschili mi convincono del tutto. Non è necessario smettere di essere donne per diventare uguali».

Chiudo con un curioso e non banale riferimento al diavolo che papa Francesco ha sdoganato nel linguaggio ecclesiale suggerendo la ripresa della preghiera a san Michele a difenderci contro le potenze delle tenebre. (cf. qui su SettimanaNews). Nell’intervista lo colloca nel regno dell’ignoranza, laddove lo smarrimento dell’intelligenza spinge all’immaturità.

«Credo profondamente nel diavolo. Non solo credo che esista, ma lo sento anche molto vivo. Credo che lui si senta più a suo agio dove c’è l’ignoranza. È così che lui si muove, nell’inganno, nell’ignoranza, quando ci si allontana dalla luce della verità. Per questo mi sembra così importante la frontiera esistenziale della cultura e dell’educazione. Bisogna valorizzare bene tutto questo, tra l’altro, in senso escatologico, di lotta tra il bene e il male».

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