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Fine vita, le presunte “novità” del Papa e le contrapposizioni ideologiche

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Un’analisi sul perché le parole di Francesco sul no all’accanimento terapeutico siano state considerate da molti come un’apertura o una svolta
 
ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO
 

C’è da chiedersi perché un no chiaro e ribadito all’eutanasia e all’abbandono dei malati terminali, insieme a un convinto no all’accanimento terapeutico, suoni agli orecchi di molti come una novità. Nel messaggio inviato da Papa Francesco giovedì 16 dicembre al meeting regionale europeo della World Medical Association promosso in collaborazione con la Pontificia Accademia per la Vita, i capisaldi dottrinali erano Pio XII di sessant’anni fa e la Congregazione per la dottrina della fede del 1980, oltre al Catechismo della Chiesa cattolica. 

 

 

Non è affatto una novità che la Chiesa, nel ribadire il suo no al suicidio assistito, dica anche un no all’accanimento terapeutico, cioè a quelle cure divenute ormai sproporzionate che magari mantengono in vita l’organismo umano ma non tengono conto del «bene integrale della persona». Non è affatto una novità ricordare che ci sono casi in cui è lecito astenersi da somministrare cure e trattamenti che pure potrebbero prolungare di qualche tratto la vita di un paziente ormai terminale. 

 

Eppure se le parole del Pontefice vengono percepite da una parte dell’opinione pubblica e della platea mediatica come «una novità» o «un’apertura», questo è un motivo per interrogarsi. E la questione non può essere qui ridotta soltanto a qualche ripresa interessata da chi volontariamente o involontariamente finisce per strumentalizzare il Papa per portare acqua al mulino delle proprie posizioni. C’è qualcosa di più. Ci si può infatti legittimamente chiedere se questo effetto «novità» non sia anche l’esito di decenni di contrapposizioni ideologiche sui temi etici e più sensibili. Contrapposizioni spesso urlate, che hanno avuto l’effetto di provocare incomunicabilità

 

Quell’incomunicabilità che traspare da certi attacchi mirati a tutti coloro che promuovono dialogo e confronto, senza dimenticare l’insegnamento della Chiesa su questi temi ma anche senza preclusioni. Le agende aperturiste imposte a suon di colonizzazioni ideologiche (con le loro sponde mediatiche) hanno finito per provocare reazioni talvolta scomposte e persino parossistiche. Ed è così sembrato che per certi cattolici ormai nessun caso potesse rientrare nei canoni dell’accanimento terapeutico. 

 

Ecco perché le parole del Papa possono contribuire a riequilibrare la situazione e a favorire spazi di confronto, come pure a riscoprire pagine del magistero messe un po’ in ombra.  

 

Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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C’è da chiedersi perché un no chiaro e ribadito all’eutanasia e all’abbandono dei malati terminali, insieme a un convinto no all’accanimento terapeutico, suoni agli orecchi di molti come una novità. Nel messaggio inviato da Papa Francesco giovedì 16 dicembre al meeting regionale europeo della World Medical Association promosso in collaborazione con la Pontificia Accademia per la Vita, i capisaldi dottrinali erano Pio XII di sessant’anni fa e la Congregazione per la dottrina della fede del 1980, oltre al Catechismo della Chiesa cattolica. 

 

 

Non è affatto una novità che la Chiesa, nel ribadire il suo no al suicidio assistito, dica anche un no all’accanimento terapeutico, cioè a quelle cure divenute ormai sproporzionate che magari mantengono in vita l’organismo umano ma non tengono conto del «bene integrale della persona». Non è affatto una novità ricordare che ci sono casi in cui è lecito astenersi da somministrare cure e trattamenti che pure potrebbero prolungare di qualche tratto la vita di un paziente ormai terminale. 

 

Eppure se le parole del Pontefice vengono percepite da una parte dell’opinione pubblica e della platea mediatica come «una novità» o «un’apertura», questo è un motivo per interrogarsi. E la questione non può essere qui ridotta soltanto a qualche ripresa interessata da chi volontariamente o involontariamente finisce per strumentalizzare il Papa per portare acqua al mulino delle proprie posizioni. C’è qualcosa di più. Ci si può infatti legittimamente chiedere se questo effetto «novità» non sia anche l’esito di decenni di contrapposizioni ideologiche sui temi etici e più sensibili. Contrapposizioni spesso urlate, che hanno avuto l’effetto di provocare incomunicabilità

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Ecco perché le parole del Papa possono contribuire a riequilibrare la situazione e a favorire spazi di confronto, come pure a riscoprire pagine del magistero messe un po’ in ombra.  

 

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