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Film suggeriti: L’Ordine Divino, Commedia Drammatica, 2017

Recensioni Film

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La donna impari in silenzio con piena sottomissione. Non permetto alla donna di insegnare né di esercitare autorità  sull’uomo, ma stia  in silenzio.

1 Timoteo  2:11-12

Siamo nel 1971. Nora, una giovane casalinga e madre di due figli, vive con suo marito in un idilliaco villaggio svizzero. Qui i cambiamenti socio-culturali del movimento del ’68 sono pressoché inesistenti. Ma la quiete del paese e quella familiare viene scossa dall’improvviso impegno di Nora per il suffragio femminile a cui la popolazione maschile è chiamata a rispondere in un referendum di lì a pochi giorni.

In quegli anni io vivevo in Svizzera. Avevo solo 6 anni e di lì a poco avrei frequento  la scuola pubblica che per tutti inizia a 7 anni. Ero figlia di immigrati italiani e in tale veste non ho visto ne vissuto questi tumulti. Ma mi ricordo di aver appreso pochi anni dopo che la Svizzera fu estremamente tardiva, e indiscutibilmente retrograda nella concessione di questo diritto umano e democratico.

Il perché me lo sono chiesta per molti anni. Ma era un quesito non impellente e ne pressante perché comunque la società era meritocratica e pertanto aperta alla costruzione del futuro per chiunque.

Molte donne erano libere. Non era una libertà legata al voto. Era una libertà legata al “non doversi sposare”, e se facevano questa scelta come in automatico, essendo l’istruzione uguale per tutti, le loro possibilità di realizzazione professionale davano loro l’opportunità di una vita dignitosa e piena di soddisfazioni.

Grazie alle lezioni bisettimanali, all’interno del quadro di programma ministeriale della scuola dell’obbligo, della Handarbeit Schule, qualsiasi bambina – quindi poi donna – apprendeva le doti antiche del lavoro ai ferri, l’uncinetto, il ricamo, la cucina e il cucito. Mi ricordo che fu proprio all’epoca di queste lezioni che conobbi la rivista “Burda” di taglio e cucito. (nata nel 1949)

A conti fatti quindi qualsiasi bambina, prima ancora di scoprire le proprie doti in matematica, oppure linguistica, oppure musica o qualsiasi altra disciplina scientifica o umanistica e quindi decidere dell’orientamento del proprio futuro era indottrinata di quelle conoscenze prassiche che le avrebbero permesso di “mettere su famiglia” se avesse scelto questa strada.

La prima grande libertà era già questa. Dare, nel rispetto delle differenze, la possibilità della scelta. Il voto era senza alcun dubbio un passo successivo e non indispensabile nell’immediato.

Credo che in fondo sia stato questo ciò che silenziosamente abbia sotteso alla loro lentezza nell’affrontare l’argomento voto.

La donna non era disprezzata o intrinsecamente sottovalutata. In base alla sua scelta aveva dei confini relazionali a cui doveva dare rispetto e spazio nel bene proprio e di chi la circondava.

Non è forse nell’ “ordine divino”  una distinzione dei ruoli  e della stessa  “dignità dei ruoli”?

Come ovunque nel mondo, ieri come ancora oggi, la dignità si “gioca” per così dire in due ambiti come dicotomizzati tra loro. Il pubblico e il privato. Nel pubblico le carte del mazzo possono essere mischiate all’infinito senza pregiudicare mai definitivamente gli equilibri; ma nel privato le cose cambiano. Quante famiglie implodono, diventando culla prolifica di soggetti sociopatici e disadattati per il semplice, quanto complesso, fenomeno della madre lavoratrice e competitiva con la figura paterna e maschile ? Quante coppie non resistono di fronte ad una suddivisione “paritaria” dei ruoli “domestici” a causa del cliché che deve essere la donna ad “occuparsi” della “cura” del nucleo famigliare tranne che per l’aspetto “economico” che è ad esclusivo appannaggio “maschile”?

Di evoluzione legislativa ce n’è ne stata molta. Basti pensare alle parole del rito del matrimonio. Ma questa evoluzione è stata veramente interiorizzata e metabolizzata oppure è ancora vissuta come una imposizione contro natura? E se questo contro natura in realtà non fosse un contro natura reale ma semplicemente un travisamento storico-antropologico e pertanto anche economico che risale ad un passato remoto e talmente sedimentato da sembrare connaturale?

Se ci si ponessero domande di questo genere bisognerebbe tirare in ballo tante di quelle discipline, scientifiche, che il dibattito si spalancherebbe come un baratro e le risposte potrebbero essere indigeste e scorrette per la moderna “par conditio”.

Alla fine la vita si srotola su di un piano molto più immediato e prassico, spesso anche malato e delittuoso, violenze domestiche fisiche e psicologiche, fino ai casi estremi del femminicidio.

In questo film non c’è nulla di pesante. La tecnica narrativa gioca sul ruolo della protagonista, Nora, mamma e moglie modello, che un giorno decide di voler andare a lavorare in un’agenzia per viaggi. Trova però la totale opposizione di suo marito, tutto ringalluzzito perché appena promosso capoofficina. Il bell’omone non solo impone il divieto, ma le spiega pure che in casa la sua parola “è legge”.
 
Confrontata in seguito ad una nipote adolescente burrascosa che viene internata con l’assenso del cognato, Nora capisce che è proprio arrivato il momento di dare una svolta alla sua vita. Da un lato l’emancipazione come battaglia per i diritti di partecipazione femminile e l’abbattimento dell’omertà sul muro patriarcale. Dall’altro lato l’emancipazione come pretesa di godere finalmente di un orgasmo.
  
È l’assenza del marito per il corso di ripetizione militare a dare l’opportunità alla nostra protagonista di attivarsi: decide di informare il suo villaggio sulla votazione sul diritto di voto alle donne e trova in un’anziana barista lasciata sul lastrico dal marito e in una vigorosa immigrata italiana, diremmo quasi due outsider del paesino, due compagne di lotta perfette.
 
Dopo le prime difficoltà, Nora crea un gruppo d’azione femminile e organizza uno sciopero, le donne in paese decidono di rinunciare alle loro mansioni domestiche e stare tutte assieme fino al giorno della votazione, subendo varie angherie maschili.
 
E proprio nei momenti di gruppo nasce la consapevolezza di un doppio binario necessario dell’emancipazione. Scese in città a manifestare, le donne vengono introdotte a una presa di coscienza della negazione di sé che subiscono persino nella sfera più intima. La propria fisicità diventa allora una prospettiva di lotta. Guidate da una santona svedese, personaggio splendido nell’economia del film e nella gestione delle rotture, si aprono le porte della scoperta del proprio sesso, del piacere, dell’autoerotismo, dell’orgasmo.
 
In questo momento del film l’abilità della regista è massima. Non possiamo infatti dimenticare chi siamo noi oggi: una società del Duemila, una società che vive nella pornificazione – quanti giovani si formano sessualmente sui siti pornografici proprio perché da almeno venti  lustri la famiglia non è più riferimento ne di tenerezza coniugale e tantomeno di intimità empatica tra i due sessi – una banalizzazione disumana della sessualità, con relativa ruolizzazione di restituzione. Mentre nelle scene di “Die göttliche Ordnung” non c’è niente di pornografico, né di erotico.
 
Petra Volpe prova a mettere pienamente in gioco quella dicotomia fra individualità e socialità che rende sesso e amore amalgami così complessi e essenziali nella configurazione dell’evoluzione umana.
 
 
Nora infatti non odia il marito, legge i suoi atteggiamenti all’interno di un contesto sociale che vuole però mettere in discussione. Sa che lui può pensarla come lei e ne comprende l’inibizione. È sì delusa, ma lotta consapevole del suo rispetto. Lotta per mettere in discussione i ruoli, e lotta perché nella loro relazione anche lei venga messa al centro: sì, lotta anche per il suo orgasmo.
 
In un gioco di scene innocue e molto dolci, Petra Volpe fa capire che l’emancipazione per Nora passa necessariamente per una ricerca di una situazione paritaria e di dialogo anche e soprattutto con il suo compagno. Parità, non strumentalità. Nessun uomo è solo un “fabbricatore di stipendio” e nessuna donna è solo una “fabbricatrice di bambini”. In nessuna forma di strumentalità c’è dignità.

Contributo allo sviluppo della personalità:
8
Culturalmente valido:
8
Spiritualmente utile:
8
Discernimento del bene e del male:
8
Avvincente:
7
Innovativo:
10
Indicatore di culture diverse:
6
Resa dei personaggi:
8
Colonna sonora:
6
Fotografia:
7
Pertinenza linguistica e prossemica:
7
Montaggio:
7
E. Simonetti
Ha conseguito il Baccalaureato in S. Teologia presso l'Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense - Roma.

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Film suggeriti: L’Ordine Divino, Commedia Drammatica, 2017

Recensioni Film

  

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La donna impari in silenzio con piena sottomissione. Non permetto alla donna di insegnare né di esercitare autorità  sull’uomo, ma stia  in silenzio.

1 Timoteo  2:11-12

Siamo nel 1971. Nora, una giovane casalinga e madre di due figli, vive con suo marito in un idilliaco villaggio svizzero. Qui i cambiamenti socio-culturali del movimento del ’68 sono pressoché inesistenti. Ma la quiete del paese e quella familiare viene scossa dall’improvviso impegno di Nora per il suffragio femminile a cui la popolazione maschile è chiamata a rispondere in un referendum di lì a pochi giorni.

In quegli anni io vivevo in Svizzera. Avevo solo 6 anni e di lì a poco avrei frequento  la scuola pubblica che per tutti inizia a 7 anni. Ero figlia di immigrati italiani e in tale veste non ho visto ne vissuto questi tumulti. Ma mi ricordo di aver appreso pochi anni dopo che la Svizzera fu estremamente tardiva, e indiscutibilmente retrograda nella concessione di questo diritto umano e democratico.

Il perché me lo sono chiesta per molti anni. Ma era un quesito non impellente e ne pressante perché comunque la società era meritocratica e pertanto aperta alla costruzione del futuro per chiunque.

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Molte donne erano libere. Non era una libertà legata al voto. Era una libertà legata al “non doversi sposare”, e se facevano questa scelta come in automatico, essendo l’istruzione uguale per tutti, le loro possibilità di realizzazione professionale davano loro l’opportunità di una vita dignitosa e piena di soddisfazioni.

Grazie alle lezioni bisettimanali, all’interno del quadro di programma ministeriale della scuola dell’obbligo, della Handarbeit Schule, qualsiasi bambina – quindi poi donna – apprendeva le doti antiche del lavoro ai ferri, l’uncinetto, il ricamo, la cucina e il cucito. Mi ricordo che fu proprio all’epoca di queste lezioni che conobbi la rivista “Burda” di taglio e cucito. (nata nel 1949)

A conti fatti quindi qualsiasi bambina, prima ancora di scoprire le proprie doti in matematica, oppure linguistica, oppure musica o qualsiasi altra disciplina scientifica o umanistica e quindi decidere dell’orientamento del proprio futuro era indottrinata di quelle conoscenze prassiche che le avrebbero permesso di “mettere su famiglia” se avesse scelto questa strada.

La prima grande libertà era già questa. Dare, nel rispetto delle differenze, la possibilità della scelta. Il voto era senza alcun dubbio un passo successivo e non indispensabile nell’immediato.

Credo che in fondo sia stato questo ciò che silenziosamente abbia sotteso alla loro lentezza nell’affrontare l’argomento voto.

La donna non era disprezzata o intrinsecamente sottovalutata. In base alla sua scelta aveva dei confini relazionali a cui doveva dare rispetto e spazio nel bene proprio e di chi la circondava.

Non è forse nell’ “ordine divino”  una distinzione dei ruoli  e della stessa  “dignità dei ruoli”?

Come ovunque nel mondo, ieri come ancora oggi, la dignità si “gioca” per così dire in due ambiti come dicotomizzati tra loro. Il pubblico e il privato. Nel pubblico le carte del mazzo possono essere mischiate all’infinito senza pregiudicare mai definitivamente gli equilibri; ma nel privato le cose cambiano. Quante famiglie implodono, diventando culla prolifica di soggetti sociopatici e disadattati per il semplice, quanto complesso, fenomeno della madre lavoratrice e competitiva con la figura paterna e maschile ? Quante coppie non resistono di fronte ad una suddivisione “paritaria” dei ruoli “domestici” a causa del cliché che deve essere la donna ad “occuparsi” della “cura” del nucleo famigliare tranne che per l’aspetto “economico” che è ad esclusivo appannaggio “maschile”?

Di evoluzione legislativa ce n’è ne stata molta. Basti pensare alle parole del rito del matrimonio. Ma questa evoluzione è stata veramente interiorizzata e metabolizzata oppure è ancora vissuta come una imposizione contro natura? E se questo contro natura in realtà non fosse un contro natura reale ma semplicemente un travisamento storico-antropologico e pertanto anche economico che risale ad un passato remoto e talmente sedimentato da sembrare connaturale?

Se ci si ponessero domande di questo genere bisognerebbe tirare in ballo tante di quelle discipline, scientifiche, che il dibattito si spalancherebbe come un baratro e le risposte potrebbero essere indigeste e scorrette per la moderna “par conditio”.

Alla fine la vita si srotola su di un piano molto più immediato e prassico, spesso anche malato e delittuoso, violenze domestiche fisiche e psicologiche, fino ai casi estremi del femminicidio.

In questo film non c’è nulla di pesante. La tecnica narrativa gioca sul ruolo della protagonista, Nora, mamma e moglie modello, che un giorno decide di voler andare a lavorare in un’agenzia per viaggi. Trova però la totale opposizione di suo marito, tutto ringalluzzito perché appena promosso capoofficina. Il bell’omone non solo impone il divieto, ma le spiega pure che in casa la sua parola “è legge”.
 
Confrontata in seguito ad una nipote adolescente burrascosa che viene internata con l’assenso del cognato, Nora capisce che è proprio arrivato il momento di dare una svolta alla sua vita. Da un lato l’emancipazione come battaglia per i diritti di partecipazione femminile e l’abbattimento dell’omertà sul muro patriarcale. Dall’altro lato l’emancipazione come pretesa di godere finalmente di un orgasmo.
  
È l’assenza del marito per il corso di ripetizione militare a dare l’opportunità alla nostra protagonista di attivarsi: decide di informare il suo villaggio sulla votazione sul diritto di voto alle donne e trova in un’anziana barista lasciata sul lastrico dal marito e in una vigorosa immigrata italiana, diremmo quasi due outsider del paesino, due compagne di lotta perfette.
 
Dopo le prime difficoltà, Nora crea un gruppo d’azione femminile e organizza uno sciopero, le donne in paese decidono di rinunciare alle loro mansioni domestiche e stare tutte assieme fino al giorno della votazione, subendo varie angherie maschili.
 
E proprio nei momenti di gruppo nasce la consapevolezza di un doppio binario necessario dell’emancipazione. Scese in città a manifestare, le donne vengono introdotte a una presa di coscienza della negazione di sé che subiscono persino nella sfera più intima. La propria fisicità diventa allora una prospettiva di lotta. Guidate da una santona svedese, personaggio splendido nell’economia del film e nella gestione delle rotture, si aprono le porte della scoperta del proprio sesso, del piacere, dell’autoerotismo, dell’orgasmo.
 
In questo momento del film l’abilità della regista è massima. Non possiamo infatti dimenticare chi siamo noi oggi: una società del Duemila, una società che vive nella pornificazione – quanti giovani si formano sessualmente sui siti pornografici proprio perché da almeno venti  lustri la famiglia non è più riferimento ne di tenerezza coniugale e tantomeno di intimità empatica tra i due sessi – una banalizzazione disumana della sessualità, con relativa ruolizzazione di restituzione. Mentre nelle scene di “Die göttliche Ordnung” non c’è niente di pornografico, né di erotico.
 
Petra Volpe prova a mettere pienamente in gioco quella dicotomia fra individualità e socialità che rende sesso e amore amalgami così complessi e essenziali nella configurazione dell’evoluzione umana.
 
 
Nora infatti non odia il marito, legge i suoi atteggiamenti all’interno di un contesto sociale che vuole però mettere in discussione. Sa che lui può pensarla come lei e ne comprende l’inibizione. È sì delusa, ma lotta consapevole del suo rispetto. Lotta per mettere in discussione i ruoli, e lotta perché nella loro relazione anche lei venga messa al centro: sì, lotta anche per il suo orgasmo.
 
In un gioco di scene innocue e molto dolci, Petra Volpe fa capire che l’emancipazione per Nora passa necessariamente per una ricerca di una situazione paritaria e di dialogo anche e soprattutto con il suo compagno. Parità, non strumentalità. Nessun uomo è solo un “fabbricatore di stipendio” e nessuna donna è solo una “fabbricatrice di bambini”. In nessuna forma di strumentalità c’è dignità.

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8
Culturalmente valido:
8
Spiritualmente utile:
8
Discernimento del bene e del male:
8
Avvincente:
7
Innovativo:
10
Indicatore di culture diverse:
6
Resa dei personaggi:
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Colonna sonora:
6
Fotografia:
7
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E. Simonetti
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