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Home Rubriche Risponde il teologo Farsi ibernare per evitare la morte: cosa dice la teologia?

Farsi ibernare per evitare la morte: cosa dice la teologia?

Risponde padre Maurizio Faggioni, docente di bioetica

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La pratica della crioconservazione: sospendere la vita di un malato, attraverso l’ibernazione, in attesa che vengano scoperte le cure. Un modo per allontanare, o evitare, la morte. Cosa dice la teologia?

La scienza medica, in un futuro neanche troppo lontano, sarà in grado di addormentare, anzi, indurre il letargo in un malato terminale per un tempo illimitato. Naturalmente la costosa terapia potrà essere usufruita solo da pochi danarosi. Le persone che si potranno far addormentare per un tempo indefinito avranno la quasi certezza di risvegliarsi un giorno con le cure appropriate per la guarigione. La scienza medica non ha quasi limiti! Credo fermamente che l’uomo e la donna, dopo aver ricevuto da Dio il dono della vita, esistano per sempre. In effetti però gli esseri umani percepiscono la morte come una situazione negativa e terribile.  La realtà è totalmente diversa. Quando un essere umano muore va incontro a una metamorfosi come il bruco e la farfalla. È una nuova creazione! Non può essere diverso! Mi domando: sarà cristianamente lecito farsi mandare in letargo a tempo indeterminato per evitare la  morte per malattia? Rifiutare ad ogni costo la morte del corpo terreno non è forse come rifiutare il meraviglioso incontro con Dio?
Angelo Giroldo

Risponde padre Maurizio Faggioni, docente di bioetica

I film di fantascienza ci hanno abituati a vedere astronauti ibernati per poter affrontare, senza invecchiare, viaggi interstellari di durata indefinita. Sono persone vive conservate in condizioni di vita sospesa (biostasi) attraverso una refrigerazione spinta che sospende le funzioni vitali fino al momento del risveglio. I viaggi interstellari sono ancora lontani a venire, ma fin dagli anni ’60 del secolo scorso si cercò di mettere a punto e rendere concretamente fruibile una tecnologia per ottenere una ibernazione prolungata o conservazione criogenica (dalla parola greca krio che significa gelo) destinata a fissare – per così dire – una persona deceduta nel momento della morte, in attesa che una medicina molto più avanzata, potesse un giorno non solo scongelarla senza danni, ma richiamarla alla vita e curarne le malattie che ne avevano causato la morte. L’idea della sospensione crionica fu teorizzata nel 1962 da Robert Ettinger nel volume dal titolo significativo The Prospect of Immortality e nacquero diverse società che si impegnavano, con precisi accordi contrattuali e dietro il versamento di cifre cospicue, a preparare i cadaveri al congelamento e conservarli in azoto liquido a -196°, per tutto il tempo necessario.
Ai nostri giorni, nell’aprile del 2015, ha fatto scalpore il caso della piccola Einz, bimba tailandese di due anni, affetta da un aggressivo tumore cerebrale. I genitori, dopo aver provato inutilmente ogni mezzo terapeutico disponibile, hanno preso la decisione di rivolgersi alla Alcor Life Extension Foundation per congelarla appena  deceduta.
Non entriamo in alcune questioni eticamente rilevanti alle quali il nostro lettore pure fa cenno. A parte l’incertezza degli esiti di tutta la procedura, i costi la rendono una pratica per pochi sollevando problemi di giustizia. Una questione che viene spesso sottaciuta è che si parla di congelare persone appena decedute, ma in effetti i protocolli di ibernazione prevedono la sostituzione del sangue con liquidi appositi e l’inizio della refrigerazione pochi minuti dopo l’arresto cardiaco, prima che i danni per l’encefalo diventino irreversibili ed è proprio l’irreversibilità del danno encefalico la garanzia dell’avvenuta morte.
La domanda molto precisa posta del lettore – solo apparentemente bizzarra – verte, però, su una questione di senso: perché ricorrere a un mezzo così sofisticato se esso serve soltanto per strappare alla vita un tempo supplementare, attraverso una ipotetica cura da praticare in un futuro più o meno lontano? Lottare contro il dolore, la malattia, la morte non è mancanza di fede in Dio, in quanto risponde a un sano amore e a una doverosa cura per la vita terrena che Dio stesso ci ha donato, ma i sostenitori dell’ibernazione vanno ben oltre. Si ripromettono di sconfiggere l’invecchiamento e la morte, sognano corpi senza età e una immortalità terrena, in sintonia con le istanze di quel movimento eterogeneo che va sotto il nome di Transumanesimo il quale vagheggia il potenziamento della struttura psicofisica dell’essere umano attraverso l’impiego di svariate tecnologie, sino a pervenire a un completo superamento dell’umano nel postumano. L’istruzione della Congregazione per la dottrina della fede, Dignitas personae del 2009, riferendosi in particolare ai tentativi di potenziamento genetico, ha affermato che «in alcune di queste proposte si manifesta una sorta di insoddisfazione o persino di rifiuto del valore dell’essere umano come creatura e persona finita» e ha ravvisato «nel tentativo di creare un nuovo tipo di uomo, una dimensione ideologica secondo la quale l’uomo pretende di sostituirsi al Creatore» (DP 27).
Il giudizio si fa più delicato quando ci accostiamo a singoli casi umani. Come non comprendere l’angoscia dei genitori di Einz e come biasimare la loro tenacia nell’inseguire la speranza che un giorno lontano, anche se loro non ci saranno più, la loro piccola potrà guarire? Qualcuno, speculando sulla loro angoscia, li ha spinti a sigillare la figlia in una tomba di ghiaccio nell’illusione di farle conseguire una immortalità intramondana. Sotto questo punto di vista – al di là della sua fondatezza biomedica – la crioconservazione si presenta come un ingannevole surrogato della speranza vera. È l’illusione di trovare da soli la via dell’immortalità, l’illusione narcisistica di superare da soli la limitatezza di cui è intrisa la creatura umana, una illusione che seduce l’uomo perché – direbbe il Foscolo –  «spento, pur lo sofferma al limitar di Dite». Il credente trova nella fede il coraggio di varcare, trepidante, la soglia, certo di trovare dopo la fatica terrena, oltre la soglia del mistero, l’abbraccio amoroso di un incontro.

Originale: ToscanaOggi.it
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La scienza medica, in un futuro neanche troppo lontano, sarà in grado di addormentare, anzi, indurre il letargo in un malato terminale per un tempo illimitato. Naturalmente la costosa terapia potrà essere usufruita solo da pochi danarosi. Le persone che si potranno far addormentare per un tempo indefinito avranno la quasi certezza di risvegliarsi un giorno con le cure appropriate per la guarigione. La scienza medica non ha quasi limiti! Credo fermamente che l’uomo e la donna, dopo aver ricevuto da Dio il dono della vita, esistano per sempre. In effetti però gli esseri umani percepiscono la morte come una situazione negativa e terribile.  La realtà è totalmente diversa. Quando un essere umano muore va incontro a una metamorfosi come il bruco e la farfalla. È una nuova creazione! Non può essere diverso! Mi domando: sarà cristianamente lecito farsi mandare in letargo a tempo indeterminato per evitare la  morte per malattia? Rifiutare ad ogni costo la morte del corpo terreno non è forse come rifiutare il meraviglioso incontro con Dio?
Angelo Giroldo

Risponde padre Maurizio Faggioni, docente di bioetica

I film di fantascienza ci hanno abituati a vedere astronauti ibernati per poter affrontare, senza invecchiare, viaggi interstellari di durata indefinita. Sono persone vive conservate in condizioni di vita sospesa (biostasi) attraverso una refrigerazione spinta che sospende le funzioni vitali fino al momento del risveglio. I viaggi interstellari sono ancora lontani a venire, ma fin dagli anni ’60 del secolo scorso si cercò di mettere a punto e rendere concretamente fruibile una tecnologia per ottenere una ibernazione prolungata o conservazione criogenica (dalla parola greca krio che significa gelo) destinata a fissare – per così dire – una persona deceduta nel momento della morte, in attesa che una medicina molto più avanzata, potesse un giorno non solo scongelarla senza danni, ma richiamarla alla vita e curarne le malattie che ne avevano causato la morte. L’idea della sospensione crionica fu teorizzata nel 1962 da Robert Ettinger nel volume dal titolo significativo The Prospect of Immortality e nacquero diverse società che si impegnavano, con precisi accordi contrattuali e dietro il versamento di cifre cospicue, a preparare i cadaveri al congelamento e conservarli in azoto liquido a -196°, per tutto il tempo necessario.
Ai nostri giorni, nell’aprile del 2015, ha fatto scalpore il caso della piccola Einz, bimba tailandese di due anni, affetta da un aggressivo tumore cerebrale. I genitori, dopo aver provato inutilmente ogni mezzo terapeutico disponibile, hanno preso la decisione di rivolgersi alla Alcor Life Extension Foundation per congelarla appena  deceduta.
Non entriamo in alcune questioni eticamente rilevanti alle quali il nostro lettore pure fa cenno. A parte l’incertezza degli esiti di tutta la procedura, i costi la rendono una pratica per pochi sollevando problemi di giustizia. Una questione che viene spesso sottaciuta è che si parla di congelare persone appena decedute, ma in effetti i protocolli di ibernazione prevedono la sostituzione del sangue con liquidi appositi e l’inizio della refrigerazione pochi minuti dopo l’arresto cardiaco, prima che i danni per l’encefalo diventino irreversibili ed è proprio l’irreversibilità del danno encefalico la garanzia dell’avvenuta morte.
La domanda molto precisa posta del lettore – solo apparentemente bizzarra – verte, però, su una questione di senso: perché ricorrere a un mezzo così sofisticato se esso serve soltanto per strappare alla vita un tempo supplementare, attraverso una ipotetica cura da praticare in un futuro più o meno lontano? Lottare contro il dolore, la malattia, la morte non è mancanza di fede in Dio, in quanto risponde a un sano amore e a una doverosa cura per la vita terrena che Dio stesso ci ha donato, ma i sostenitori dell’ibernazione vanno ben oltre. Si ripromettono di sconfiggere l’invecchiamento e la morte, sognano corpi senza età e una immortalità terrena, in sintonia con le istanze di quel movimento eterogeneo che va sotto il nome di Transumanesimo il quale vagheggia il potenziamento della struttura psicofisica dell’essere umano attraverso l’impiego di svariate tecnologie, sino a pervenire a un completo superamento dell’umano nel postumano. L’istruzione della Congregazione per la dottrina della fede, Dignitas personae del 2009, riferendosi in particolare ai tentativi di potenziamento genetico, ha affermato che «in alcune di queste proposte si manifesta una sorta di insoddisfazione o persino di rifiuto del valore dell’essere umano come creatura e persona finita» e ha ravvisato «nel tentativo di creare un nuovo tipo di uomo, una dimensione ideologica secondo la quale l’uomo pretende di sostituirsi al Creatore» (DP 27).
Il giudizio si fa più delicato quando ci accostiamo a singoli casi umani. Come non comprendere l’angoscia dei genitori di Einz e come biasimare la loro tenacia nell’inseguire la speranza che un giorno lontano, anche se loro non ci saranno più, la loro piccola potrà guarire? Qualcuno, speculando sulla loro angoscia, li ha spinti a sigillare la figlia in una tomba di ghiaccio nell’illusione di farle conseguire una immortalità intramondana. Sotto questo punto di vista – al di là della sua fondatezza biomedica – la crioconservazione si presenta come un ingannevole surrogato della speranza vera. È l’illusione di trovare da soli la via dell’immortalità, l’illusione narcisistica di superare da soli la limitatezza di cui è intrisa la creatura umana, una illusione che seduce l’uomo perché – direbbe il Foscolo –  «spento, pur lo sofferma al limitar di Dite». Il credente trova nella fede il coraggio di varcare, trepidante, la soglia, certo di trovare dopo la fatica terrena, oltre la soglia del mistero, l’abbraccio amoroso di un incontro.

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