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Famiglia tradizionale? No, grazie

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I modelli familiari e la rappresentazione dei media in un volume della Pontificia Università Salesiana

Come viene narrata oggi la famiglia dai media? E come i media influenzano il modo di pensarsi delle famiglie? Sono le domande a cui risponde il volume “Raccontare la famiglia e nella famiglia. Percorsi di comunicazione”, pubblicato dall’editrice Las. A partire dall’analisi proposta nel Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni sociali 2015, vari esperti offrono un contributo di riflessione su un tema che non solo è al centro della riflessione della Chiesa – che dedica alla famiglia due Sinodi –. ma anche del mondo laico attraversato dai cambiamenti vissuti da questo istituto soprattutto negli ultimi anni e dal dibattito sul riconoscimento giuridico di nuove forme di convivenza. Come spiega ad AleteiaPaola Springhetti, docente alla Pontificia Università Salesiana e curatrice del volume insieme a Enrico Cassanelli.

Come viene rappresentata oggi la famiglia dai media?

Springhetti: Oggi vengono rappresentate “le” famiglie. Nelle fiction come nelle campagne pubblicitarie o nei talk show vediamo rappresentati molti modelli familiari diversi. Il rischio è che finisca per non avere spazio proprio il modello tradizionale, che comunque rimane maggioritario e alla base della società. Poiché ciò che fa notizia è l’eccezione, a furia di parlarne, l’eccezione diventa la regola. Così nella rappresentazione dei media la famiglia tradizionale o sparisce oppure diventa il luogo della frustrazione e dell’infelicità.

E’ una tendenza che può essere invertita?

Springhetti: Come emerge anche dal libro, il mondo cattolico sta lavorando da tempo su questi temi tentando di influenzare almeno l’offerta di programmi della tv pubblica perché sia attenta a contenuti di carattere educativo che presentino dei valori di solidarietà e di responsabilità che sono propri della famiglia. Ciò che più disgrega la famiglia, infatti, è la cultura individualista e consumista veicolata dai media. Basti pensare ai talk show nei quali i politici continuano a litigare senza riuscire a dialogare e farsi capire.

Quale influenza hanno i nuovi media in queste dinamiche?

Springhetti: I papi ci hanno detto giustamente in questi anni che new media e social network possono essere usati con intelligenza e divertimento, ma allo stesso tempo possono anche portare all’isolamento. Nell’era della “paleotelevisione” c’era la famiglia riunita a guardare la tv in salotto: un modello che non ci convinceva, ma che vedeva ancora la famiglia riunita. Oggi l’immagine è quella dei vari membri della famiglia ognuno in una stanza diversa con il proprio tablet o smartphone.

Come si esce dal pericolo dell’isolamento?

Springhetti: L’unica via d’uscita è la formazione di chiunque abbia un ruolo educativo – genitori, in primo luogo, poi insegnanti, educatori a vario titolo, parrocchie – per un uso più costruttivo dei mezzi di comunicazione e per preservare nella vita quotidiana spazi di socialità vera, di relazioni autentiche tra le persone.

Nel libro c’è un tuo contributo sulle donne nei media: perché questa attenzione specifica?

Springhetti: L’analisi di come l’informazione tratta le donne è un buono specchio della contraddittoria realtà delle donne oggi. Sono convinta che le donne non abbiano effettivamente raggiunto la parità: solo in modo apparente, dal punto di vista formale. Studiano di più degli uomini, ma fanno più fatica a trovare un lavoro e guadagnano di meno. L’arrivo dei figli provoca una crisi perché non c’è un sistema intorno per conciliare la maternità con il lavoro. L’informazione, a sua volta, tratta le donne in modo mortificante, parlandone spesso solo nella cronaca nera. Non c’è spazio per quanto le donne fanno nel sociale, nel politico, nella ricerca scientifica. E’ lo specchio di un disagio. Si parla molto della “crisi dei padri”, ma c’è anche quella delle madri che comunque si sentono inadeguate e non all’altezza di un ruolo da vivere nel lavoro e nella famiglia. Mariti e figli si confrontano con modelli femminili proposti dai media che sono di fatto inarrivabili: donne piene di fascino e talento, capaci di fare ogni cosa con eleganza e senza sforzo e sempre…giovani! Molto lontane dalla donne di casa che fanno quello che possono e… invecchiano. Non si riesce ad accettare la verità della quotidianità femminile. Nella rappresentazione deformante dei media, le donne o sono vittime o superwomen.

L’auspicio è, allora, più attenzione alle famiglie nei media?

Springhetti: Direi più attenzione ai cittadini. Quando si chiede più rispetto alla famiglia nei media, dobbiamo essere convinti che si chiede qualcosa che fa bene a tutti. E’ così anche quando si rivendica la rimozione delle barriere architettoniche in favore dei disabili: certo questo aiuta la loro mobilità, ma è utile anche alla mamma con il passeggino o a chi spinge il carrello della spesa. Se i media sono più attenti ai valori del dialogo, della solidarietà e della responsabilità nei confronti dell’altro, questo fa bene non solo alla famiglia ma a tutti.

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I modelli familiari e la rappresentazione dei media in un volume della Pontificia Università Salesiana

Come viene narrata oggi la famiglia dai media? E come i media influenzano il modo di pensarsi delle famiglie? Sono le domande a cui risponde il volume “Raccontare la famiglia e nella famiglia. Percorsi di comunicazione”, pubblicato dall’editrice Las. A partire dall’analisi proposta nel Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni sociali 2015, vari esperti offrono un contributo di riflessione su un tema che non solo è al centro della riflessione della Chiesa – che dedica alla famiglia due Sinodi –. ma anche del mondo laico attraversato dai cambiamenti vissuti da questo istituto soprattutto negli ultimi anni e dal dibattito sul riconoscimento giuridico di nuove forme di convivenza. Come spiega ad AleteiaPaola Springhetti, docente alla Pontificia Università Salesiana e curatrice del volume insieme a Enrico Cassanelli.

Come viene rappresentata oggi la famiglia dai media?

Springhetti: Oggi vengono rappresentate “le” famiglie. Nelle fiction come nelle campagne pubblicitarie o nei talk show vediamo rappresentati molti modelli familiari diversi. Il rischio è che finisca per non avere spazio proprio il modello tradizionale, che comunque rimane maggioritario e alla base della società. Poiché ciò che fa notizia è l’eccezione, a furia di parlarne, l’eccezione diventa la regola. Così nella rappresentazione dei media la famiglia tradizionale o sparisce oppure diventa il luogo della frustrazione e dell’infelicità.

E’ una tendenza che può essere invertita?

Springhetti: Come emerge anche dal libro, il mondo cattolico sta lavorando da tempo su questi temi tentando di influenzare almeno l’offerta di programmi della tv pubblica perché sia attenta a contenuti di carattere educativo che presentino dei valori di solidarietà e di responsabilità che sono propri della famiglia. Ciò che più disgrega la famiglia, infatti, è la cultura individualista e consumista veicolata dai media. Basti pensare ai talk show nei quali i politici continuano a litigare senza riuscire a dialogare e farsi capire.

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Quale influenza hanno i nuovi media in queste dinamiche?

Springhetti: I papi ci hanno detto giustamente in questi anni che new media e social network possono essere usati con intelligenza e divertimento, ma allo stesso tempo possono anche portare all’isolamento. Nell’era della “paleotelevisione” c’era la famiglia riunita a guardare la tv in salotto: un modello che non ci convinceva, ma che vedeva ancora la famiglia riunita. Oggi l’immagine è quella dei vari membri della famiglia ognuno in una stanza diversa con il proprio tablet o smartphone.

Come si esce dal pericolo dell’isolamento?

Springhetti: L’unica via d’uscita è la formazione di chiunque abbia un ruolo educativo – genitori, in primo luogo, poi insegnanti, educatori a vario titolo, parrocchie – per un uso più costruttivo dei mezzi di comunicazione e per preservare nella vita quotidiana spazi di socialità vera, di relazioni autentiche tra le persone.

Nel libro c’è un tuo contributo sulle donne nei media: perché questa attenzione specifica?

Springhetti: L’analisi di come l’informazione tratta le donne è un buono specchio della contraddittoria realtà delle donne oggi. Sono convinta che le donne non abbiano effettivamente raggiunto la parità: solo in modo apparente, dal punto di vista formale. Studiano di più degli uomini, ma fanno più fatica a trovare un lavoro e guadagnano di meno. L’arrivo dei figli provoca una crisi perché non c’è un sistema intorno per conciliare la maternità con il lavoro. L’informazione, a sua volta, tratta le donne in modo mortificante, parlandone spesso solo nella cronaca nera. Non c’è spazio per quanto le donne fanno nel sociale, nel politico, nella ricerca scientifica. E’ lo specchio di un disagio. Si parla molto della “crisi dei padri”, ma c’è anche quella delle madri che comunque si sentono inadeguate e non all’altezza di un ruolo da vivere nel lavoro e nella famiglia. Mariti e figli si confrontano con modelli femminili proposti dai media che sono di fatto inarrivabili: donne piene di fascino e talento, capaci di fare ogni cosa con eleganza e senza sforzo e sempre…giovani! Molto lontane dalla donne di casa che fanno quello che possono e… invecchiano. Non si riesce ad accettare la verità della quotidianità femminile. Nella rappresentazione deformante dei media, le donne o sono vittime o superwomen.

L’auspicio è, allora, più attenzione alle famiglie nei media?

Springhetti: Direi più attenzione ai cittadini. Quando si chiede più rispetto alla famiglia nei media, dobbiamo essere convinti che si chiede qualcosa che fa bene a tutti. E’ così anche quando si rivendica la rimozione delle barriere architettoniche in favore dei disabili: certo questo aiuta la loro mobilità, ma è utile anche alla mamma con il passeggino o a chi spinge il carrello della spesa. Se i media sono più attenti ai valori del dialogo, della solidarietà e della responsabilità nei confronti dell’altro, questo fa bene non solo alla famiglia ma a tutti.

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