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Europa: Vangelo, vocazione e destino

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Il CCEE nasce informalmente nel 1971 come primo luogo di confronto fra i vescovi. Il suo rilievo cresce rapidamente in parallelo all’azione europea della diplomazia vaticana. Personaggi come i cardd. Roger Etchegaray, Basil Hume e Carlo M. Martini lo impongono all’attenzione ecclesiale sia rafforzando il cammino ecumenico (da Basilea a Sibiu) sia affrontando temi pastorali di frontiera con grande apertura (dai giovani alla secolarizzazione, al nascere e morire). La sua autorevolezza è formalmente cresciuta con gli statuti del 1995 che introducono i presidenti delle conferenze episcopali, ma si è appannata la spinta inventiva e di ricerca anche quando affronta temi importanti come il terrorismo e al libertà religiosa (2017). Oggi è composto da 39 membri in rappresentanza di 45 paesi del continente.

La Comece si avvia nel 1980 ed è composta da vescovi delegati dalle Conferenze episcopali dei 28 membri dell’Unione. Il suo compito è riassumibile in cinque verbi: accompagnare le iniziative dell’Unione, comunicare alle istituzioni europee il parere degli episcopati, dialogare con le forze politiche continentali, informare i vescovi e le comunità cristiane, assistere le conferenze episcopali nei rapporti con l’Unione. L’attenzione sistematica ai lavori di Bruxelles trasmette alla Comece una singolare consapevolezza dei compiti, dei limiti e delle contraddizioni delle istituzioni europee, ma anche della loro rilevanza e centralità per il futuro.

Avventura incompiuta

C’è un deficit di memoria nei popoli europei delle tragedie del ’900 e una scarsa consapevolezza dell’incomparabile patrimonio culturale e spirituale che da Atene, Roma e Gerusalemme giunge alle cattedrali e università medievali, attraversa la fiducia umanistica fino al “sapere aude” dell’Illuminismo. Un’avventura millenaria e inconclusa che si scontra sempre con la sua negazione, alimentata dalle diverse crisi e, ultimamente, dalla crisi economica dopo il 2008.

Torna l’affermazione che l’Europa sia più un’idea che non un continente, un’unione di egoismi e non di scopi, un grande equivoco che copre gli interessi del polo franco-tedesco e l’egocentrismo dei 50.000 funzionari dell’Unione.

Eppure – ha detto mons. Ambrosio – «lo spirito europeo è presente e vivo più di quanto si creda». «La cosiddetta idea dell’Europa costituisce una parte integrante sempre presente, una sorta di elemento costitutivo della stessa discussione sull’Europa», parte non rimuovibile della coscienza collettiva. Se è vero che la dimensione economico-burocratica ha oscurato lo slancio di visione politica dei padri fondatori, che gli interessi nazionali non hanno alimentato un racconto europeo all’altezza del presente e che il disegno puramente economico e giuridico non ha retto all’affievolirsi dei riferimenti valoriali, è altrettanto vero che le sfide del futuro chiedono più Europa e non meno.

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La globalizzazione può avere una regolamentazione solo a livello continentale, il ruolo mondiale rispetto alle egemonie USA-Cina-Russia può avere risposta solo nell’Unione e le sfide migratorie, populistiche e della ricerca scientifica non hanno alcuna soluzione adeguata all’interno dei singoli stati.

«L’Europa era flaccentis (fiacca) al tempo di Colombano, come lo è oggi: dobbiamo avere oggi lo stesso loro coraggio. Come ci ricorda papa Francesco, noi cristiani che viviamo in questo continente siamo chiamati a ricuperare la memoria per aiutare la nostra Europa a diventare una comunità che vince la paura e guarda con speranza al futuro».

Sovranismo?

Sulla dimensione critica verso la deriva laicista e tecnocratica dell’Unione e sulla pertinenza contenuta nei termini spregiativi di “populismo” e “sovranismo” ha insistito mons. Migliore. «Quando, nel 1992, passai dalla Polonia alla missione della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa, nel mio primo incontro con il segretario generale, Cathérine Lalumière, essa mi chiese perché la Polonia avesse atteso tre anni prima di aderire al Consiglio d’Europa. Le risposi con una considerazione cara all’allora ministro degli esteri polacco, K. Skubiszewski, il quale sosteneva che, dopo cinquant’anni nel blocco sovietico, prima di aderire ad un’altra associazione di paesi, la Polonia voleva darsi, o per lo meno, impostare le linee generali di un assetto costituzionale, legislativo e giudiziario consono alla propria identità nazionale». Un atteggiamento critico che riemerge nelle posizioni attuali.

«Nei paesi dell’Europa centro-orientale il sovranismo si alimenta nella reazione al volontarismo (laicista) della democrazia liberale, pluralista, multiculturale, attuata con assolutezza dall’Occidente, nella fattispecie dall’Unione Europea. Pur tra le sue varie innegabili derive, nel sovranismo del centro-Est Europa si coglie la giusta aspirazione ad una democrazia libera dalle costruzioni del modello unico occidentale per potersi declinare in modo originale nei diversi contesti».

Le visioni creative dei padri fondatori hanno ceduto lo spazio al volontarismo laicista della burocrazia generando una resistenza «basata su un diritto e a una cultura che spesso sacrifica i valori del tempo, della tradizione, delle identità culturali e religiose all’idea del progresso, del mercato e di una democrazia procedurale».

Il timore del sovranismo centro-europeo sarebbe quello di un nuovo livellamento culturale, simile ai passati regimi. Si vuole invece «potersi sentire un membro a pari dignità nel club europeo, senza doversi adeguare a nuove egemonie».

È indicativo che, nel 2013, venne firmata a Varsavia un dichiarazione comune dei vescovi e del patriarca Cirillo di Mosca per la difesa dei valori tradizionali. Un consenso tra episcopati e patriarcato avvertito da quest’ultimo non soltanto come momento ecumenico, ma propriamente come alleanza strategica per contrastare la deriva dei valori tradizionali in Europa.

Vecchiaia feconda

Il compito dei credenti verso l’Europa viene così indicato da Francesco nel discorso del 28 ottobre 2017: «L’autore della Lettera a Diogneto afferma che “come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani”. In questo tempo essi sono chiamati a ridare anima all’Europa a ridestarne la coscienza, non per occupare degli spazi – questo sarebbe proselitismo –, ma per animare processi che generino nuovi dinamismi nella società. È proprio quanto fece san Benedetto…; egli non si curò di occupare gli spazi di un mondo smarrito e confuso. Sorretto dalla fede, egli guardò oltre e, da una piccola spelonca di Subiaco, diede vita a un movimento contagioso e inarrestabile che ridisegnò il volto dell’Europa».

La missione dei religiosi in Europa non può che partire da qui e dal Vangelo, come ha ricordato il superiore generale dei dehoniani p. Carlos Luis Suarez Codorniù. Rifarsi all’approccio di Gesù verso gli uomini dell’impero, alla duplice modalità di Paolo (il discorso dell’Areopago di Atene e l’ospitalità in casa di Lidia a Efeso), al coraggio di rischiare di Benedetto, Cirillo, Metodio, Caterina, Brigida, Teresa Benedetta della Croce: sono indicazioni sempre valide. Anche per chi, come i dehoniani in Europa, è segnato dalla vecchiaia con le sue fragilità e la sua evidenza di fedeltà.

«C’è una vecchiaia che apre alla speranza e una che si chiude nella tristezza. Le conosciamo entrambi. Per alcuni la vita religiosa in Europa è finita, ha fatto il suo tempo. Lo stato sociale ha occupato il nostro posto. Ma chi ha vissuto fuori del continente ha uno sguardo diverso. Il carisma non è nostro, non è di proprietà. Perché vogliamo farlo morire con noi? I soldi e i beni ci hanno dato troppa sicurezza. Non sempre i religiosi europei hanno saputo aprire le porta agli altri per camminare insieme in condizioni di parità e di corresponsabilità. Un primo servizio è quello della contemplazione. È evidente il valore dell’adorazione eucaristica che è anche atto di protesta contro l’idolo. Un secondo è l’apertura alle generazioni europee giovani. C’è un volontariato giovanile europeo in crescita, impegnato fuori dell’Europa. Come non intercettarlo? Un terzo compito è pensare assieme, nel nostro continente, il futuro comune, il nostro modo di essere dehoniani in Europa. Superando la risorgente tentazione del nazionalismo e delle chiusure etniche. Non è buona l’idea di importare vocazioni da altri continenti per sostenere le opere che si svuotano. È invece bello lasciarsi aiutare, lasciarsi accompagnare da altri. Non “comprare” confratelli, ma scoprire compagni di viaggio».

In uno dei testi di preparazione alla “settimana” si dice: «Nelle pieghe dell’esperienza spirituale di padre Dehon possiamo trovare tre disposizioni fondamentali intorno alle quali egli articola l’immaginario della Congregazione: la capacità di prendere congedo; un’avventurosa disponibilità verso l’ignoto che avanza; l’anacronismo di custodire l’inattuale».

Prendere congedo vuol dire essere in grado di salutare con riconoscenza e senza nostalgia ciò che ormai è passato.

Intraprendere percorsi inediti significa spostarsi la dove si riposiziona la sfida culturale e sociale per la fede cristiana nel vissuto dei nostri contemporanei.

Custodire l’anacronismo vuol dire salvaguardare l’inattuale come la devozione o l’adorazione come elemento ancora capace di fecondità.

1 La settimana di formazione permanente prevedeva questi appuntamenti: D. Menozzi (storico emerito della Scuola Normale Superiore di Pisa), I papi e l’Europa; mons. Celestino Migliore (nunzio apostolico nella Federazione Russa), All’Est dell’Europa; mons. Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza-Bobbio, Lo sguardo dei vescovi sull’Unione Europea; dott.ssa Elena Consolini (attività di internazionalizzazione, Università di Bologna), L’università, l’Europa e oltre; p. Carlo Luis Suarez Codorniù (superiore generale dei dehoniani), Il compito dei religiosi in Europa; video “Campane d’Europa” (C. Casas, 2012); «Vedete, sono uno di voi» (docufilm di E. Olmi su C.M. Martini, 2017). Fra i materiali di preparazione pubblicati su Settimananews.it: M. Bernardoni – M. Neri, “Spiritualità dehoniana e contemporaneo europeo”; C. Theobald, “Il futuro del cristianesimo in Europa”; H. Wilmer, “La vita consacrata nell’Europa che viene”; L. Prezzi – M. Neri, “L’Europa delle religioni”.

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Il CCEE nasce informalmente nel 1971 come primo luogo di confronto fra i vescovi. Il suo rilievo cresce rapidamente in parallelo all’azione europea della diplomazia vaticana. Personaggi come i cardd. Roger Etchegaray, Basil Hume e Carlo M. Martini lo impongono all’attenzione ecclesiale sia rafforzando il cammino ecumenico (da Basilea a Sibiu) sia affrontando temi pastorali di frontiera con grande apertura (dai giovani alla secolarizzazione, al nascere e morire). La sua autorevolezza è formalmente cresciuta con gli statuti del 1995 che introducono i presidenti delle conferenze episcopali, ma si è appannata la spinta inventiva e di ricerca anche quando affronta temi importanti come il terrorismo e al libertà religiosa (2017). Oggi è composto da 39 membri in rappresentanza di 45 paesi del continente.

La Comece si avvia nel 1980 ed è composta da vescovi delegati dalle Conferenze episcopali dei 28 membri dell’Unione. Il suo compito è riassumibile in cinque verbi: accompagnare le iniziative dell’Unione, comunicare alle istituzioni europee il parere degli episcopati, dialogare con le forze politiche continentali, informare i vescovi e le comunità cristiane, assistere le conferenze episcopali nei rapporti con l’Unione. L’attenzione sistematica ai lavori di Bruxelles trasmette alla Comece una singolare consapevolezza dei compiti, dei limiti e delle contraddizioni delle istituzioni europee, ma anche della loro rilevanza e centralità per il futuro.

Avventura incompiuta

C’è un deficit di memoria nei popoli europei delle tragedie del ’900 e una scarsa consapevolezza dell’incomparabile patrimonio culturale e spirituale che da Atene, Roma e Gerusalemme giunge alle cattedrali e università medievali, attraversa la fiducia umanistica fino al “sapere aude” dell’Illuminismo. Un’avventura millenaria e inconclusa che si scontra sempre con la sua negazione, alimentata dalle diverse crisi e, ultimamente, dalla crisi economica dopo il 2008.

Torna l’affermazione che l’Europa sia più un’idea che non un continente, un’unione di egoismi e non di scopi, un grande equivoco che copre gli interessi del polo franco-tedesco e l’egocentrismo dei 50.000 funzionari dell’Unione.

Eppure – ha detto mons. Ambrosio – «lo spirito europeo è presente e vivo più di quanto si creda». «La cosiddetta idea dell’Europa costituisce una parte integrante sempre presente, una sorta di elemento costitutivo della stessa discussione sull’Europa», parte non rimuovibile della coscienza collettiva. Se è vero che la dimensione economico-burocratica ha oscurato lo slancio di visione politica dei padri fondatori, che gli interessi nazionali non hanno alimentato un racconto europeo all’altezza del presente e che il disegno puramente economico e giuridico non ha retto all’affievolirsi dei riferimenti valoriali, è altrettanto vero che le sfide del futuro chiedono più Europa e non meno.

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«L’Europa era flaccentis (fiacca) al tempo di Colombano, come lo è oggi: dobbiamo avere oggi lo stesso loro coraggio. Come ci ricorda papa Francesco, noi cristiani che viviamo in questo continente siamo chiamati a ricuperare la memoria per aiutare la nostra Europa a diventare una comunità che vince la paura e guarda con speranza al futuro».

Sovranismo?

Sulla dimensione critica verso la deriva laicista e tecnocratica dell’Unione e sulla pertinenza contenuta nei termini spregiativi di “populismo” e “sovranismo” ha insistito mons. Migliore. «Quando, nel 1992, passai dalla Polonia alla missione della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa, nel mio primo incontro con il segretario generale, Cathérine Lalumière, essa mi chiese perché la Polonia avesse atteso tre anni prima di aderire al Consiglio d’Europa. Le risposi con una considerazione cara all’allora ministro degli esteri polacco, K. Skubiszewski, il quale sosteneva che, dopo cinquant’anni nel blocco sovietico, prima di aderire ad un’altra associazione di paesi, la Polonia voleva darsi, o per lo meno, impostare le linee generali di un assetto costituzionale, legislativo e giudiziario consono alla propria identità nazionale». Un atteggiamento critico che riemerge nelle posizioni attuali.

«Nei paesi dell’Europa centro-orientale il sovranismo si alimenta nella reazione al volontarismo (laicista) della democrazia liberale, pluralista, multiculturale, attuata con assolutezza dall’Occidente, nella fattispecie dall’Unione Europea. Pur tra le sue varie innegabili derive, nel sovranismo del centro-Est Europa si coglie la giusta aspirazione ad una democrazia libera dalle costruzioni del modello unico occidentale per potersi declinare in modo originale nei diversi contesti».

Le visioni creative dei padri fondatori hanno ceduto lo spazio al volontarismo laicista della burocrazia generando una resistenza «basata su un diritto e a una cultura che spesso sacrifica i valori del tempo, della tradizione, delle identità culturali e religiose all’idea del progresso, del mercato e di una democrazia procedurale».

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È indicativo che, nel 2013, venne firmata a Varsavia un dichiarazione comune dei vescovi e del patriarca Cirillo di Mosca per la difesa dei valori tradizionali. Un consenso tra episcopati e patriarcato avvertito da quest’ultimo non soltanto come momento ecumenico, ma propriamente come alleanza strategica per contrastare la deriva dei valori tradizionali in Europa.

Vecchiaia feconda

Il compito dei credenti verso l’Europa viene così indicato da Francesco nel discorso del 28 ottobre 2017: «L’autore della Lettera a Diogneto afferma che “come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani”. In questo tempo essi sono chiamati a ridare anima all’Europa a ridestarne la coscienza, non per occupare degli spazi – questo sarebbe proselitismo –, ma per animare processi che generino nuovi dinamismi nella società. È proprio quanto fece san Benedetto…; egli non si curò di occupare gli spazi di un mondo smarrito e confuso. Sorretto dalla fede, egli guardò oltre e, da una piccola spelonca di Subiaco, diede vita a un movimento contagioso e inarrestabile che ridisegnò il volto dell’Europa».

La missione dei religiosi in Europa non può che partire da qui e dal Vangelo, come ha ricordato il superiore generale dei dehoniani p. Carlos Luis Suarez Codorniù. Rifarsi all’approccio di Gesù verso gli uomini dell’impero, alla duplice modalità di Paolo (il discorso dell’Areopago di Atene e l’ospitalità in casa di Lidia a Efeso), al coraggio di rischiare di Benedetto, Cirillo, Metodio, Caterina, Brigida, Teresa Benedetta della Croce: sono indicazioni sempre valide. Anche per chi, come i dehoniani in Europa, è segnato dalla vecchiaia con le sue fragilità e la sua evidenza di fedeltà.

«C’è una vecchiaia che apre alla speranza e una che si chiude nella tristezza. Le conosciamo entrambi. Per alcuni la vita religiosa in Europa è finita, ha fatto il suo tempo. Lo stato sociale ha occupato il nostro posto. Ma chi ha vissuto fuori del continente ha uno sguardo diverso. Il carisma non è nostro, non è di proprietà. Perché vogliamo farlo morire con noi? I soldi e i beni ci hanno dato troppa sicurezza. Non sempre i religiosi europei hanno saputo aprire le porta agli altri per camminare insieme in condizioni di parità e di corresponsabilità. Un primo servizio è quello della contemplazione. È evidente il valore dell’adorazione eucaristica che è anche atto di protesta contro l’idolo. Un secondo è l’apertura alle generazioni europee giovani. C’è un volontariato giovanile europeo in crescita, impegnato fuori dell’Europa. Come non intercettarlo? Un terzo compito è pensare assieme, nel nostro continente, il futuro comune, il nostro modo di essere dehoniani in Europa. Superando la risorgente tentazione del nazionalismo e delle chiusure etniche. Non è buona l’idea di importare vocazioni da altri continenti per sostenere le opere che si svuotano. È invece bello lasciarsi aiutare, lasciarsi accompagnare da altri. Non “comprare” confratelli, ma scoprire compagni di viaggio».

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Prendere congedo vuol dire essere in grado di salutare con riconoscenza e senza nostalgia ciò che ormai è passato.

Intraprendere percorsi inediti significa spostarsi la dove si riposiziona la sfida culturale e sociale per la fede cristiana nel vissuto dei nostri contemporanei.

Custodire l’anacronismo vuol dire salvaguardare l’inattuale come la devozione o l’adorazione come elemento ancora capace di fecondità.

1 La settimana di formazione permanente prevedeva questi appuntamenti: D. Menozzi (storico emerito della Scuola Normale Superiore di Pisa), I papi e l’Europa; mons. Celestino Migliore (nunzio apostolico nella Federazione Russa), All’Est dell’Europa; mons. Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza-Bobbio, Lo sguardo dei vescovi sull’Unione Europea; dott.ssa Elena Consolini (attività di internazionalizzazione, Università di Bologna), L’università, l’Europa e oltre; p. Carlo Luis Suarez Codorniù (superiore generale dei dehoniani), Il compito dei religiosi in Europa; video “Campane d’Europa” (C. Casas, 2012); «Vedete, sono uno di voi» (docufilm di E. Olmi su C.M. Martini, 2017). Fra i materiali di preparazione pubblicati su Settimananews.it: M. Bernardoni – M. Neri, “Spiritualità dehoniana e contemporaneo europeo”; C. Theobald, “Il futuro del cristianesimo in Europa”; H. Wilmer, “La vita consacrata nell’Europa che viene”; L. Prezzi – M. Neri, “L’Europa delle religioni”.

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