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Eros liberato e la sua drammatica

La liberazione di eros ha sicuramente sciolto vincoli aggioganti e rimesso in circolo potenze sopite, ma come ogni impresa dell’umano essa non gode di un’originaria innocenza.

- Advertisement -
di: Marcello Neri
 

La liberazione di eros ha sicuramente sciolto vincoli aggioganti e rimesso in circolo potenze sopite, ma come ogni impresa dell’umano essa non gode di un’originaria innocenza. L’intrigo avvincente di quella liberazione ha messo anche duramente alla prova la consistenza dei legami che tengono in vita l’umano. Eppure, solo esponendosi a questo rischio si poteva arrivare ad accedere alla persuasione che quei legami non fossero solo una retorica convenzione, ma il vissuto di una passione reale.

In questo, però, eros liberato non ha dismesso i panni della sua drammatica; proprio nel momento in cui tutta una generazione viveva del sogno di aver preso definitivamente congedo da essa.

Il dramma di eros, riscattato dal suo addomesticamento convenzionale nella salvaguardia esterna del costume, si è riversato senza mediazione alcuna nel gioco dell’intreccio dei corpi che ne godevano il beneficio. Inebriati fino all’estasi da quest’ultimo, abbiamo pensato di aver vinto definitivamente il primo.

Questo è lo specchio incantato in cui ci siamo persi, sedotti anche da potenze rapaci che ne hanno tratto profitto senza remora alcuna. C’è tutto un apparato che ci succhia anima e soldi approfittando della leggerezza con cui continuiamo a rimuovere la dura immagine della drammatica di eros, preferendo glissare lo sguardo verso la perpetua conferma della sua inesorabile attrazione.

Maneggiare l’incanto non è solo impresa rischiosa, ma richiede l’arte di un lungo apprendimento. Quello, appunto, di cui oggi pensiamo di poter fare tranquillamente a meno. È questo cortocircuito il vero nodo occultato che ha accompagnato la vicenda della liberazione di eros; e la Chiesa certamente non ha aiutato più di tanto a metterlo a tema come questione che deve essere cara a tutti.

Rimane comunque l’urgenza di un’introduzione dell’umano a quel drammatico che eros liberato ha riversato direttamente nell’intrico esistenziale della vicenda degli affetti, senza la protezione di una qualsivoglia mediazione della cultura. L’analfabetismo affettivo contemporaneo è di un’evidenza dirompente, come lo è la solitudine degli amanti che cercano di venirne a capo.

Intanto, gli affetti sfuggiti all’impegno di ogni legame producono una violenza del tutto corrispondente alla pulsione passionale che pensa di poter consumare completamente eros nella sua mera pratica – illudendosi che essa non lasci alcuna scoria da dover poi sapientemente lavorare dando misura, forma e durata al fascino dell’incontro.

Il disimpegno rispetto al legame finisce col far implodere la delicatezza degli affetti, ostentandone violentemente la fragilità. Abbandonata alle proprie spalle la cultura come luogo del loro possibile apprendimento, per la gestione di questa ferita profonda degli affetti non rimane che il mercato del fai da te o quello degli esperti.

Nutrendosi della rimozione della drammatica di eros, e vivendo in simbiosi con essa, si produce la scena di un’inedita predicazione mediatica del codice iniziatico di «amore» che va letteralmente a ruba. Certo, indice lampante dell’urgenza di un bisogno; ma anche segno evidente che solo la sua riproduzione seriale può garantire l’occupazione del territorio da parte dell’esperto.

Il riscatto degli affetti, e la loro riappropriazione come bene in cui ne va di tutti noi insieme, chiede l’onesto riconoscimento del tratto drammatico che attraversa eros come primo apprendimento di una giustizia degli affetti – dai primi passi del cucciolo d’uomo fino al suo ultimo respiro.

Anche solo riuscire a rendere avveduti di ciò le generazioni che si affacciano al mondo, sarebbe l’eredità generazionale più preziosa che potremmo lasciare a loro.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Eros liberato e la sua drammatica

La liberazione di eros ha sicuramente sciolto vincoli aggioganti e rimesso in circolo potenze sopite, ma come ogni impresa dell’umano essa non gode di un’originaria innocenza.

  

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La liberazione di eros ha sicuramente sciolto vincoli aggioganti e rimesso in circolo potenze sopite, ma come ogni impresa dell’umano essa non gode di un’originaria innocenza. L’intrigo avvincente di quella liberazione ha messo anche duramente alla prova la consistenza dei legami che tengono in vita l’umano. Eppure, solo esponendosi a questo rischio si poteva arrivare ad accedere alla persuasione che quei legami non fossero solo una retorica convenzione, ma il vissuto di una passione reale.

In questo, però, eros liberato non ha dismesso i panni della sua drammatica; proprio nel momento in cui tutta una generazione viveva del sogno di aver preso definitivamente congedo da essa.

Il dramma di eros, riscattato dal suo addomesticamento convenzionale nella salvaguardia esterna del costume, si è riversato senza mediazione alcuna nel gioco dell’intreccio dei corpi che ne godevano il beneficio. Inebriati fino all’estasi da quest’ultimo, abbiamo pensato di aver vinto definitivamente il primo.

Questo è lo specchio incantato in cui ci siamo persi, sedotti anche da potenze rapaci che ne hanno tratto profitto senza remora alcuna. C’è tutto un apparato che ci succhia anima e soldi approfittando della leggerezza con cui continuiamo a rimuovere la dura immagine della drammatica di eros, preferendo glissare lo sguardo verso la perpetua conferma della sua inesorabile attrazione.

Maneggiare l’incanto non è solo impresa rischiosa, ma richiede l’arte di un lungo apprendimento. Quello, appunto, di cui oggi pensiamo di poter fare tranquillamente a meno. È questo cortocircuito il vero nodo occultato che ha accompagnato la vicenda della liberazione di eros; e la Chiesa certamente non ha aiutato più di tanto a metterlo a tema come questione che deve essere cara a tutti.

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Rimane comunque l’urgenza di un’introduzione dell’umano a quel drammatico che eros liberato ha riversato direttamente nell’intrico esistenziale della vicenda degli affetti, senza la protezione di una qualsivoglia mediazione della cultura. L’analfabetismo affettivo contemporaneo è di un’evidenza dirompente, come lo è la solitudine degli amanti che cercano di venirne a capo.

Intanto, gli affetti sfuggiti all’impegno di ogni legame producono una violenza del tutto corrispondente alla pulsione passionale che pensa di poter consumare completamente eros nella sua mera pratica – illudendosi che essa non lasci alcuna scoria da dover poi sapientemente lavorare dando misura, forma e durata al fascino dell’incontro.

Il disimpegno rispetto al legame finisce col far implodere la delicatezza degli affetti, ostentandone violentemente la fragilità. Abbandonata alle proprie spalle la cultura come luogo del loro possibile apprendimento, per la gestione di questa ferita profonda degli affetti non rimane che il mercato del fai da te o quello degli esperti.

Nutrendosi della rimozione della drammatica di eros, e vivendo in simbiosi con essa, si produce la scena di un’inedita predicazione mediatica del codice iniziatico di «amore» che va letteralmente a ruba. Certo, indice lampante dell’urgenza di un bisogno; ma anche segno evidente che solo la sua riproduzione seriale può garantire l’occupazione del territorio da parte dell’esperto.

Il riscatto degli affetti, e la loro riappropriazione come bene in cui ne va di tutti noi insieme, chiede l’onesto riconoscimento del tratto drammatico che attraversa eros come primo apprendimento di una giustizia degli affetti – dai primi passi del cucciolo d’uomo fino al suo ultimo respiro.

Anche solo riuscire a rendere avveduti di ciò le generazioni che si affacciano al mondo, sarebbe l’eredità generazionale più preziosa che potremmo lasciare a loro.

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