«Ero affamato, malato, straniero…». Alla fine saremo giudicati su questo

Risponde il Teologo


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Rimasto colpito da un brano del Vangelo (Matteo, 25, 31-46) riascoltato ad un funerale un lettore chiede se non si dovrebbe insistere di più, nella catechesi, su quello che facciamo concretamente al nostro prossimo, come suggerisce il brano di Matteo del Giudizio finale. Risponde don Diego Pancaldo, docente di Teologia spirituale alla Facoltà teologica dlel’Italia Centrale.

Sono stato di recente a un funerale: il brano del Vangelo era quello sul Giudizio finale, «ero affamato, nudo, malato, forestiero, carcerato…». Sono parole che conosciamo bene, ma in quel contesto mi hanno colpito molto. Non avevo mai considerato questo aspetto: praticamente è come se un professore ci dicesse già l’argomento su cui sarà la prossima interrogazione. Invece noi spesso ci preoccupiamo di altro, se abbiamo rispettato i vari precetti… Pensiamo di guadagnarci il paradiso tenendoci lontano dai peccati: ma non basta!

Forse i preti, mi viene da pensare, dovrebbero insistere di più su questo: chiederci se abbiamo incontrato sulla nostra strada persone povere, bisognose, malate… e se le abbiamo aiutate. In fondo è questo che ci sarà chiesto nell’esame che conta.

Lettera firmata

Il lettore coglie acutamente nel testo di Matteo l’argomento su cui tutti verremmo interrogati «all’esame finale», quello che veramente conta. San Giovanni della Croce scriveva: «Alla sera delle vita ciò che conta è aver amato», manifestando la profonda sapienza dei Santi che può sicuramente aiutarci.

Nel brano di Matteo emergono due aspetti strettamente connessi: innanzitutto l’affermazione che quanto noi facciamo o non facciamo al più piccolo dei suoi fratelli viene fatto o non fatto a Cristo stesso. Da ciò deriva anche la divisione di coloro che devono essere giudicati: «Il magnifico re e giudice si sente solidale con i più piccoli dei suoi fratelli – scrive Hans Urs von Balthasar – soltanto nella solidarietà egli è re, come colui che è quindi disceso nelle più basse e miserabili situazioni umane e le ha ben conosciute. Tutto questo ogni uomo, la cui vita sarà esaminata un giorno dal giudice, dovrà spesso meditare: negli uomini fratelli più miserabili egli si incontra da sempre con il suo giudice». San Paolo, nella lettera ai Romani, ci ricorda che «la carità è la pienezza della legge», che i vari precetti sono orientati dunque all’amore.

Anche il recente Magistero ha molto insistito su questo aspetto. San Giovanni Paolo II, nella Novo millennio ineunte ai numeri 49 e 50 ha ricordato la necessità di attualizzare la tradizione bimillenaria della Chiesa con una «nuova fantasia della carità», sottolineando che la pagina evangelica di Matteo 25, 31-46 «è una pagina di Cristologia, che proietta un fascio di luce sul mistero di Cristo. Su questa pagina, non meno che sul versante dell’ortodossia, la Chiesa misura la sua fedeltà di Sposa di Cristo…nella persona dei poveri c’è una presenza di Cristo che impone alla Chiesa un’opzione preferenziale per loro».

Papa Benedetto in Deus caritas est, al numero 15, evidenzia che alla luce del brano evangelico di Matteo, «l’amore diviene il criterio di una vita umana…amore di Dio e amore del prossimo si fondono insieme: nel più piccolo incontriamo Gesù stesso e in Gesù incontriamo Dio». Al numero 18 spiega come sia possibile realizzare l’amore del prossimo così come lo esige Gesù, a partire dall’intimo incontro con Dio: «Io vedo con gli occhi di Cristo e posso dare all’altro ben più che le cose esternamente necessarie: posso donargli lo sguardo d’amore di cui egli ha bisogno». Gli occhi della fede e dell’amore permettono di riconoscere «dietro il povero Gesù» (J. Vanier), nella persona sofferente, «la presenza divina ferita» (Paolo VI). Senza il contatto con Dio, aggiunge Papa Benedetto, non si riesce a riconoscere nell’altro l’immagine divina, «ma senza l’attenzione per l’altro si inaridisce anche il rapporto con Dio. Allora questo rapporto è “corretto”, ma senza amore. Solo la mia disponibilità ad andare incontro al prossimo, a mostrargli amore, mi rende sensibile anche di fronte a Dio».

A conferma di tutto questo egli cita l’esempio dei Santi, in modo particolare di Teresa di Calcutta, evidenziando che essi «hanno attinto la loro capacità di amare il prossimo, in modo sempre nuovo, dal loro incontro con il Signore Eucaristico e, reciprocamente, questo incontro ha acquisito il suo realismo e la sua profondità proprio nel loro servizio agli altri».

Infine mi pare importante ricordare la lezione di Papa Francesco che più volte, specialmente nell’anno giubilare, ha commentato il brano di Matteo, invitandoci ad accogliere la tenerezza di Dio e a testimoniarla attraverso le opere di misericordia corporali e spirituali. Nella catechesi del 30 giugno 2016, ad esempio, il Papa ci invita a fare un esame di coscienza, dal momento che «una cosa è parlare di misericordia, un’altra è vivere la misericordia…le opere di misericordia non sono temi teorici, ma sono testimonianze concrete. Obbligano a rimboccarsi le maniche per alleviare la sofferenza». Papa Francesco ci invita a guardare Gesù nei sofferenti «perché così Gesù guarda me, guarda tutti noi».

Il Papa ci manifesta con le sue parole e con i suoi gesti questa verità essenziale. Ne è stato un luminoso esempio lo straordinario incontro con le persone disabili dell’Istituto Seraphicum di Assisi il 4 ottobre 2013: «Qui è Gesù nascosto in questi ragazzi, in questi bambini, in queste persone. Sull’altare adoriamo la Carne di Gesù; in loro troviamo le piaghe di Gesù. Gesù nascosto nell’Eucaristia e Gesù nascosto in queste piaghe. Hanno bisogno di essere ascoltate!».

Diego Pancaldo

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