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Elena: nostra figlia Ester è vissuta un’ora e ha fatto nuove tutte le cose

Una diagnosi di anencefalia alla prima gravidanza e una famiglia che vive appieno la compagnia di Dio nel cammino di una nascita sofferta.

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L’orefice che ha confezionato un braccialetto per Ester ci ha detto che quel lavoro è stato come una preghiera. Poi la sera prima del funerale ci è piovuta addosso anche la gioia: pensando alle ultime cose da preparare, io e mio marito sentivamo addosso la stessa trepidazione del giorno prima del matrimonio, quel fremito prima di una festa.

È stata una cerimonia condivisa?

L’abbiamo sepolta il 22 agosto, nella festa di Santa Maria Regina, e avevamo pensato di non dirlo troppo in giro. Alla fine abbiamo saputo che tante persone desideravano essere presenti, quelli che nei mesi precedenti avevano pregato per Ester. Ce lo manifestavano come bisogno personale, non solo come desiderio di sostenere noi. Non avrei mai pensato di vedere una chiesa gremita a fine agosto, di lunedì pomeriggio. È stato un giorno di gioia, in cui è sbocciato tutto ciò che la presenza di Ester ha fatto: le relazioni che ha creato, certi nostri legami di amicizia che sono stati rinnovati. Ester non è stata solo la mano che ci ha accompagnato in un percorso di fede, lei ha aperto tante porte … finestre … ha lavorato tanto nel cuore di tante persone che hanno sentito la sua storia. Scopriremo tante altre cose che ha fatto, oltre quelle che sappiamo già. Ne sono certa.

Oggi con voi c’è Davide, che è nato quattro mesi fa. Come state tu e Pietro?

La nascita di Davide ha riaperto i rubinetti delle lacrime, però anche attraverso la sua presenza Ester continua a farci compagnia: quando la gente mi chiede se lui è il primo figlio, devo raccontare cosa è accaduto prima. Davide è nato al Sant’Orsola come Ester, è stato difficile ma anche inevitabile e meraviglioso ritornare nello stesso luogo. È stato spontaneo che io e mio marito facessimo i conti con la domanda: pensa cosa avremmo potuto vivere insieme a Ester se fosse rimasta con noi? Umanamente senti la mancanza. Ed è bello che sia così, che ci sia nostalgia anche se sai che è con gli angeli in cielo, e da lì ci protegge.

Da ultimo, penso alle mamme che leggeranno la tua storia e magari hanno vissuto o vivranno storie simili. Dal tuo racconto, quasi fin da subito, si sente l’eco della Resurrezione. Proprio alla luce di questo orizzonte complessivo, vorrei ritornare al Venerdì Santo che c’è in tutte le storie di dolore: il buio dell’uomo che trema e sente i colpi duri della mortalità. È misterioso che si possa vivere appieno il Venerdì santo e trovare, proprio dentro la fatica più grande, uno spiraglio di luce. Per te come è stato?

Il formarsi della vita è un prodigio. È meraviglioso che tutto possa approdare a una perfezione, altrettanto onesto è dirci che ci possono essere tantissime difficoltà in questo percorso di nove mesi. Bisogna fare il salto del burrone: affidarsi, nella certezza che Dio ci tiene sempre nella sua mano. I nove mesi dell’attesa di Ester sono stati pieni di segni, sarà anche perché noi avevamo gli occhi sgranati. Il giorno in cui il genetista ci fece il quadro tremendo della situazione era proprio un Venerdì Santo e la sera io riguardai la Passione di Mel Gibson. Notai una frase che prima non mi aveva colpito: durante la salita al Calvario sua madre gli corre incontro e Lui le dice: “Vedi, madre… io faccio nuove tutte le cose”. È stata una frase che ho sentito come detta a me, come se Ester dicesse a me: non guardare con gli occhi del dolore. Questo mi ha accompagnato nel cammino successivo, era la possibilità di vedere già la luce anche dentro la sofferenza, per crucem ad lucem. Tanto che, a chi mi chiedeva mentre ero incinta di lei: “Come ti senti ad avere una bimba così nella pancia?”, io rispondevo: piena di Grazia. Sapevo che mia figlia era un desiderio grandissimo di Dio.

Originale: Aleteia.org
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Una diagnosi di anencefalia alla prima gravidanza e una famiglia che vive appieno la compagnia di Dio nel cammino di una nascita sofferta.

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L’orefice che ha confezionato un braccialetto per Ester ci ha detto che quel lavoro è stato come una preghiera. Poi la sera prima del funerale ci è piovuta addosso anche la gioia: pensando alle ultime cose da preparare, io e mio marito sentivamo addosso la stessa trepidazione del giorno prima del matrimonio, quel fremito prima di una festa.

È stata una cerimonia condivisa?

L’abbiamo sepolta il 22 agosto, nella festa di Santa Maria Regina, e avevamo pensato di non dirlo troppo in giro. Alla fine abbiamo saputo che tante persone desideravano essere presenti, quelli che nei mesi precedenti avevano pregato per Ester. Ce lo manifestavano come bisogno personale, non solo come desiderio di sostenere noi. Non avrei mai pensato di vedere una chiesa gremita a fine agosto, di lunedì pomeriggio. È stato un giorno di gioia, in cui è sbocciato tutto ciò che la presenza di Ester ha fatto: le relazioni che ha creato, certi nostri legami di amicizia che sono stati rinnovati. Ester non è stata solo la mano che ci ha accompagnato in un percorso di fede, lei ha aperto tante porte … finestre … ha lavorato tanto nel cuore di tante persone che hanno sentito la sua storia. Scopriremo tante altre cose che ha fatto, oltre quelle che sappiamo già. Ne sono certa.

Oggi con voi c’è Davide, che è nato quattro mesi fa. Come state tu e Pietro?

La nascita di Davide ha riaperto i rubinetti delle lacrime, però anche attraverso la sua presenza Ester continua a farci compagnia: quando la gente mi chiede se lui è il primo figlio, devo raccontare cosa è accaduto prima. Davide è nato al Sant’Orsola come Ester, è stato difficile ma anche inevitabile e meraviglioso ritornare nello stesso luogo. È stato spontaneo che io e mio marito facessimo i conti con la domanda: pensa cosa avremmo potuto vivere insieme a Ester se fosse rimasta con noi? Umanamente senti la mancanza. Ed è bello che sia così, che ci sia nostalgia anche se sai che è con gli angeli in cielo, e da lì ci protegge.

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Da ultimo, penso alle mamme che leggeranno la tua storia e magari hanno vissuto o vivranno storie simili. Dal tuo racconto, quasi fin da subito, si sente l’eco della Resurrezione. Proprio alla luce di questo orizzonte complessivo, vorrei ritornare al Venerdì Santo che c’è in tutte le storie di dolore: il buio dell’uomo che trema e sente i colpi duri della mortalità. È misterioso che si possa vivere appieno il Venerdì santo e trovare, proprio dentro la fatica più grande, uno spiraglio di luce. Per te come è stato?

Il formarsi della vita è un prodigio. È meraviglioso che tutto possa approdare a una perfezione, altrettanto onesto è dirci che ci possono essere tantissime difficoltà in questo percorso di nove mesi. Bisogna fare il salto del burrone: affidarsi, nella certezza che Dio ci tiene sempre nella sua mano. I nove mesi dell’attesa di Ester sono stati pieni di segni, sarà anche perché noi avevamo gli occhi sgranati. Il giorno in cui il genetista ci fece il quadro tremendo della situazione era proprio un Venerdì Santo e la sera io riguardai la Passione di Mel Gibson. Notai una frase che prima non mi aveva colpito: durante la salita al Calvario sua madre gli corre incontro e Lui le dice: “Vedi, madre… io faccio nuove tutte le cose”. È stata una frase che ho sentito come detta a me, come se Ester dicesse a me: non guardare con gli occhi del dolore. Questo mi ha accompagnato nel cammino successivo, era la possibilità di vedere già la luce anche dentro la sofferenza, per crucem ad lucem. Tanto che, a chi mi chiedeva mentre ero incinta di lei: “Come ti senti ad avere una bimba così nella pancia?”, io rispondevo: piena di Grazia. Sapevo che mia figlia era un desiderio grandissimo di Dio.

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