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Educare i futuri preti alla convivialità

Costruire una cultura della convivialità.

- Advertisement -
di: Michele Giulio Masciarelli
Educare alla convivialità

Tollerare non basta più. Non c’è chi non veda che l’idea illuministica della tolleranza non interpreta più la complessità contemporanea, mentre s’apre lo spazio per un’idea cristiana: «Oggi, nella società delle differenze, nella società multiculturale, multietnica, multirazziale e multireligiosa la tolleranza non basta più, perché in questa nuova si­tuazione non possiamo relazionarci all’altro con un semplice atteggiamento di rispetto. È già tanto, ma è anche troppo poco. Oggi il problema è che con l’al­tro dobbiamo convivere e soprattutto costruire un destino comune. C’è bisogno di passare da atteggia­menti semplicemente di rispetto e di tolleranza ad atteggiamenti di cooperazione, di convivialità, di sim­patia, per un cammino di civiltà da fare insieme».[1]

La Chiesa vive in un mondo che le crea problemi d’ogni genere (ad esempio, per la sua evangelizzazione), ma che – paradossalmente – l’aiuta anche a ricordare i tesori del suo patrimonio spirituale dimenticati e a diseppellirli, come questa specie di sinodalità a cui esso tende per la via non facile di una complessità buona e, anche per decifrarla e trovare i modi di fronteggiarla, si richiede l’aiuto della capacità critica della teologia.

Costruire una cultura della convivialità. In questa parola-chiave – convivialità – si riassume il significato attuale ed esaltante, ma anche difficile e impegnativo di una delle forme più alte e raffinate dell’educazione. Essa chiama ad andare ben oltre la semplice tolleranza che, sebbene sia parola di civilissima pedagogia, mostra ormai d’inscriversi in una prospettiva progettualmente minimale: «La convivialità è qualcosa di molto più profondo della semplice tolleranza reciproca».[2]

Dunque, esaurita la spinta propulsiva dell’idea illuministica di tolleranza, i tempi spingono per adottare allora la profezia eucaristica della convivialità,[3] la quale pretende previamente una pedagogia della decostruzione: chiede di demistificare le ragioni che giustificano i bastioni della separatezza, per poterli poi rovesciare.

Essa chiede, inoltre, una pedagogia dei gesti: esige, cioè, l’attivazione più realistica del linguaggio non verbale del coerente coinvolgimento personale.

Essa, infine, mostra di fidarsi solo di una pedagogia narrativa, che sia fortemente collegata con l’etica narrativa, la quale presenta modelli concreti di comportamenti buoni, mentre favorisce l’incontro di identità narrative, giacché l’uomo è un nodo di relazioni, un nodo di storie.[4]

Il narrare non impegna l’uso imperativo del verbo: è il mite raccontare la vita. Ma è allora, per questo, inefficace? Dipende dalla qualità di ciò che si narra: storie autentiche, sincere, pienamente fedeli alle leggi della vita, al magistero della coscienza, alla radicalità del Credo religioso (per chi ha fede) trascinano, convincono ed educano.

La convivialità eucaristica ispiri l’educazione dei seminari

La convivialità eucaristica ispiri l’educazione. È magnifico che la convivialità eucaristica possa essere ispiratrice anche di una convivialità culturale. «La convivialità, come tendenza della cultura, deve farsi commensalità, come esperienza tra le culture. Per cambiare il mondo al segno della giustizia, occorre cambiare la vita al segno dell’amore».[5] Ora l’eucaristia chiede alla Chiesa d’impegnare per intero la sua maternità e di esprimere con delicatezza e forza la sua sponsalità: queste sono doti che le provengono dalla sua natura eucaristica: del resto, chi ha capito e realizzato, fino in fondo, i dinamismi di carità e di servizio alle nozze di Cana, figura profetica della mensa eucaristica, se non Maria, una sposa e una madre?

La Chiesa deve esprimere alla tavola eucaristica ciò che Maria ha fatto intorno alla mensa nuziale di Cana: essere attenta, accostare Cristo ai servi, i servi a Cristo; chiedere il miracolo a Cristo (cambiare l’acqua in vino) e ai servi (agli uomini cui è destinata la missione) di collaborare al compimento del miracolo facendo quello che essi possono fare (riempire le giare d’acqua).[6]

Si ricerchi una convivialità discepolare. Il discepolo del Vangelo è la creatura della convivialità perché informa la sua vita alla familiarità con Cristo, al quotidiano stare con lui e al mangiare alla sua mensa; in modo particolare, uomo della convivialità eucaristica è il sacerdote, per vocazione e missione. Perciò l’educazione nei seminari e nei luoghi di formazione dei futuri presbiteri deve comprendere la nota della “convivialità”, la quale, oltre alla dimensione spirituale-eucaristica, ne implica altre: la relazionalità umana, quella pastorale, e una personalità empatica che faccia distinguere i futuri presbiteri per capacità alta di accoglienza e di comprensione di fronte ai problemi che la vita e la missione pongono continuamente.

Non deve mancare, nella loro formazione, la dimensione che, con espressione larga, si può chiamare della “convivialità culturale”. La lunga frequentazione del Cristo nell’intimità dell’esperienza eucaristica deve portare a creare nei futuri preti un cuore davvero discepolare, ossia conviviale, amorevole, pronto all’ascolto, abbandonato alla fiducia nell’altro, disposto a precedere nel dare.

 

Educare i futuri presbiteri alla convivialità pastorale

Formare a una convivialità pastorale. Quei particolari discepoli, che sono i futuri preti, debbono essere portati al possesso della virtù della convivialità che colora di bella confidenza i rapporti con gli altri fratelli di creazione oltre che quelli dentro la famiglia ecclesiale. L’essere nati dallo stesso letto nuziale (il fonte battesimale) e l’essere commensali alla stessa Cena di famiglia (l’altare-mensa), pretendono dai cristiani un atteggiamento consequenziale di calda e fraterna intesa, di sincera e partecipe amicizia, di caritatevole ed eucaristica solidarietà.

Non è concepibile che i futuri preti abbiano un cuore sclerotico, rigido, chiuso; essi dovranno avere invece un cuore modellato eucaristicamente, cioè mite, generoso, misericordioso, capace di dono e di perdono, che indirizza altruisticamente i suoi battiti di amore sapiente e conviviale, come il mondo d’oggi vuole essere accolto.

Un discepolo di Gesù avrà un cuore eucaristico, perché solo intorno alla gioia accogliente e nutriente della Mensa è possibile che il cuore diventi conviviale. Assorbendo una mentalità eucaristica, il discepolo svilupperà una personalità conviviale che si fa riconoscere per una spiccata tensione all’altro, per la volontà di prenderlo in custodia, non per catturalo, ma per accompagnarlo ad essere se stesso fino in fondo.

Allenare a usare stili conviviali. Nascono così stili conviviali che s’impongono sempre di più fino a creare, col tempo, una tradizione e a intessere la trama per una cultura conviviale.

La “cultura della convivialità” sfocia o si innesta nella “cultura della tenerezza”,[7] che va intesa come «lo stile permanente dei singoli e della comunità volto all’attenzione, all’interessamento degli altri, al rispetto dei rapporti, all’impegno alacre, alla gioia di operosità, al senso ludico, alla sintesi di contemplazione e azione. […] Tenerezza è adattabilità, duttilità, elasticità, come alternativa alla rigidità della mente, del cuore, dei progetti e delle operazioni. Il ramo dell’albero si dice tenero quando è flessibile. Non si tratta di scendere a compromessi con la coscienza, bensì di salire all’amorevolezza della convivenza».[8]

La cultura o la “civiltà della tenerezza” – alla cui costruzione i cristiani possono dare un grande contributo proprio con lo stile della convivialità eucaristica – si apre a stella: è tenerezza verso se stessi, verso il prossimo, verso il creato, verso i popoli.[9]

In modo particolare, la «civiltà della tenerezza» la si promuove impegnandosi a creare un’antropologia e una cultura della convivialità che realizzino la fecondazione reciproca delle differenze.[10]


[1] a. nanni, Conflittualità e tolleranza, in Mondialità, 23 (1992) 20. Sulla raffinata educazione alla convivialità delle culture, cf. I. Illich, La convivialità, Mondadori, Milano 1974; M. Montani, L’universalismo culturale: identità che si coniugano con alterità, in Orientamenti pedagogici, 38 (1991) 509-521.
[2] R. Panikkar, I fondamenti della democrazia. Forza, debolezza, limite, Roma 2000, p. 45. Cf. soprattutto un classico dell’educazione e della cultura in termini di convivialità: I. Illich, La convivialità, Como 1992.
[3] Cf. A. Nanni, Educare alla Convivialità, Bologna 1994.
[4] P. Bichsel, Il lettore, il narrare, Milano 1989.
[5] S. Palumbieri, L’uomo e il futuro, II, Roma 1993, p. 30.
[6] Cf. M.G. Masciarelli, La Maestra. Lezioni mariane a Cana, Città del Vaticano 2002.
[7] Cf. C. Rocchetta, Teologia della tenerezza, Bologna 2000 (Con bibliografia).
[8] S. Palumbieri, L’uomo e il futuro, II, p. 273.
[9] Cf. G. Martirani, La civiltà della tenerezza. Nuovi stili di vita per il terzo millennio, Milano 1997, pp. 51-149.
[10] Cf. A. Nanni, Educare alla convivialitàUn progetto formativo per l’uomo planetario, Bologna 1994, pp. 168-170.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Educare i futuri preti alla convivialità

Costruire una cultura della convivialità.

  

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Educare alla convivialità

Tollerare non basta più. Non c’è chi non veda che l’idea illuministica della tolleranza non interpreta più la complessità contemporanea, mentre s’apre lo spazio per un’idea cristiana: «Oggi, nella società delle differenze, nella società multiculturale, multietnica, multirazziale e multireligiosa la tolleranza non basta più, perché in questa nuova si­tuazione non possiamo relazionarci all’altro con un semplice atteggiamento di rispetto. È già tanto, ma è anche troppo poco. Oggi il problema è che con l’al­tro dobbiamo convivere e soprattutto costruire un destino comune. C’è bisogno di passare da atteggia­menti semplicemente di rispetto e di tolleranza ad atteggiamenti di cooperazione, di convivialità, di sim­patia, per un cammino di civiltà da fare insieme».[1]

La Chiesa vive in un mondo che le crea problemi d’ogni genere (ad esempio, per la sua evangelizzazione), ma che – paradossalmente – l’aiuta anche a ricordare i tesori del suo patrimonio spirituale dimenticati e a diseppellirli, come questa specie di sinodalità a cui esso tende per la via non facile di una complessità buona e, anche per decifrarla e trovare i modi di fronteggiarla, si richiede l’aiuto della capacità critica della teologia.

Costruire una cultura della convivialità. In questa parola-chiave – convivialità – si riassume il significato attuale ed esaltante, ma anche difficile e impegnativo di una delle forme più alte e raffinate dell’educazione. Essa chiama ad andare ben oltre la semplice tolleranza che, sebbene sia parola di civilissima pedagogia, mostra ormai d’inscriversi in una prospettiva progettualmente minimale: «La convivialità è qualcosa di molto più profondo della semplice tolleranza reciproca».[2]

Dunque, esaurita la spinta propulsiva dell’idea illuministica di tolleranza, i tempi spingono per adottare allora la profezia eucaristica della convivialità,[3] la quale pretende previamente una pedagogia della decostruzione: chiede di demistificare le ragioni che giustificano i bastioni della separatezza, per poterli poi rovesciare.

Essa chiede, inoltre, una pedagogia dei gesti: esige, cioè, l’attivazione più realistica del linguaggio non verbale del coerente coinvolgimento personale.

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Essa, infine, mostra di fidarsi solo di una pedagogia narrativa, che sia fortemente collegata con l’etica narrativa, la quale presenta modelli concreti di comportamenti buoni, mentre favorisce l’incontro di identità narrative, giacché l’uomo è un nodo di relazioni, un nodo di storie.[4]

Il narrare non impegna l’uso imperativo del verbo: è il mite raccontare la vita. Ma è allora, per questo, inefficace? Dipende dalla qualità di ciò che si narra: storie autentiche, sincere, pienamente fedeli alle leggi della vita, al magistero della coscienza, alla radicalità del Credo religioso (per chi ha fede) trascinano, convincono ed educano.

La convivialità eucaristica ispiri l’educazione dei seminari

La convivialità eucaristica ispiri l’educazione. È magnifico che la convivialità eucaristica possa essere ispiratrice anche di una convivialità culturale. «La convivialità, come tendenza della cultura, deve farsi commensalità, come esperienza tra le culture. Per cambiare il mondo al segno della giustizia, occorre cambiare la vita al segno dell’amore».[5] Ora l’eucaristia chiede alla Chiesa d’impegnare per intero la sua maternità e di esprimere con delicatezza e forza la sua sponsalità: queste sono doti che le provengono dalla sua natura eucaristica: del resto, chi ha capito e realizzato, fino in fondo, i dinamismi di carità e di servizio alle nozze di Cana, figura profetica della mensa eucaristica, se non Maria, una sposa e una madre?

La Chiesa deve esprimere alla tavola eucaristica ciò che Maria ha fatto intorno alla mensa nuziale di Cana: essere attenta, accostare Cristo ai servi, i servi a Cristo; chiedere il miracolo a Cristo (cambiare l’acqua in vino) e ai servi (agli uomini cui è destinata la missione) di collaborare al compimento del miracolo facendo quello che essi possono fare (riempire le giare d’acqua).[6]

Si ricerchi una convivialità discepolare. Il discepolo del Vangelo è la creatura della convivialità perché informa la sua vita alla familiarità con Cristo, al quotidiano stare con lui e al mangiare alla sua mensa; in modo particolare, uomo della convivialità eucaristica è il sacerdote, per vocazione e missione. Perciò l’educazione nei seminari e nei luoghi di formazione dei futuri presbiteri deve comprendere la nota della “convivialità”, la quale, oltre alla dimensione spirituale-eucaristica, ne implica altre: la relazionalità umana, quella pastorale, e una personalità empatica che faccia distinguere i futuri presbiteri per capacità alta di accoglienza e di comprensione di fronte ai problemi che la vita e la missione pongono continuamente.

Non deve mancare, nella loro formazione, la dimensione che, con espressione larga, si può chiamare della “convivialità culturale”. La lunga frequentazione del Cristo nell’intimità dell’esperienza eucaristica deve portare a creare nei futuri preti un cuore davvero discepolare, ossia conviviale, amorevole, pronto all’ascolto, abbandonato alla fiducia nell’altro, disposto a precedere nel dare.

 

Educare i futuri presbiteri alla convivialità pastorale

Formare a una convivialità pastorale. Quei particolari discepoli, che sono i futuri preti, debbono essere portati al possesso della virtù della convivialità che colora di bella confidenza i rapporti con gli altri fratelli di creazione oltre che quelli dentro la famiglia ecclesiale. L’essere nati dallo stesso letto nuziale (il fonte battesimale) e l’essere commensali alla stessa Cena di famiglia (l’altare-mensa), pretendono dai cristiani un atteggiamento consequenziale di calda e fraterna intesa, di sincera e partecipe amicizia, di caritatevole ed eucaristica solidarietà.

Non è concepibile che i futuri preti abbiano un cuore sclerotico, rigido, chiuso; essi dovranno avere invece un cuore modellato eucaristicamente, cioè mite, generoso, misericordioso, capace di dono e di perdono, che indirizza altruisticamente i suoi battiti di amore sapiente e conviviale, come il mondo d’oggi vuole essere accolto.

Un discepolo di Gesù avrà un cuore eucaristico, perché solo intorno alla gioia accogliente e nutriente della Mensa è possibile che il cuore diventi conviviale. Assorbendo una mentalità eucaristica, il discepolo svilupperà una personalità conviviale che si fa riconoscere per una spiccata tensione all’altro, per la volontà di prenderlo in custodia, non per catturalo, ma per accompagnarlo ad essere se stesso fino in fondo.

Allenare a usare stili conviviali. Nascono così stili conviviali che s’impongono sempre di più fino a creare, col tempo, una tradizione e a intessere la trama per una cultura conviviale.

La “cultura della convivialità” sfocia o si innesta nella “cultura della tenerezza”,[7] che va intesa come «lo stile permanente dei singoli e della comunità volto all’attenzione, all’interessamento degli altri, al rispetto dei rapporti, all’impegno alacre, alla gioia di operosità, al senso ludico, alla sintesi di contemplazione e azione. […] Tenerezza è adattabilità, duttilità, elasticità, come alternativa alla rigidità della mente, del cuore, dei progetti e delle operazioni. Il ramo dell’albero si dice tenero quando è flessibile. Non si tratta di scendere a compromessi con la coscienza, bensì di salire all’amorevolezza della convivenza».[8]

La cultura o la “civiltà della tenerezza” – alla cui costruzione i cristiani possono dare un grande contributo proprio con lo stile della convivialità eucaristica – si apre a stella: è tenerezza verso se stessi, verso il prossimo, verso il creato, verso i popoli.[9]

In modo particolare, la «civiltà della tenerezza» la si promuove impegnandosi a creare un’antropologia e una cultura della convivialità che realizzino la fecondazione reciproca delle differenze.[10]


[1] a. nanni, Conflittualità e tolleranza, in Mondialità, 23 (1992) 20. Sulla raffinata educazione alla convivialità delle culture, cf. I. Illich, La convivialità, Mondadori, Milano 1974; M. Montani, L’universalismo culturale: identità che si coniugano con alterità, in Orientamenti pedagogici, 38 (1991) 509-521.
[2] R. Panikkar, I fondamenti della democrazia. Forza, debolezza, limite, Roma 2000, p. 45. Cf. soprattutto un classico dell’educazione e della cultura in termini di convivialità: I. Illich, La convivialità, Como 1992.
[3] Cf. A. Nanni, Educare alla Convivialità, Bologna 1994.
[4] P. Bichsel, Il lettore, il narrare, Milano 1989.
[5] S. Palumbieri, L’uomo e il futuro, II, Roma 1993, p. 30.
[6] Cf. M.G. Masciarelli, La Maestra. Lezioni mariane a Cana, Città del Vaticano 2002.
[7] Cf. C. Rocchetta, Teologia della tenerezza, Bologna 2000 (Con bibliografia).
[8] S. Palumbieri, L’uomo e il futuro, II, p. 273.
[9] Cf. G. Martirani, La civiltà della tenerezza. Nuovi stili di vita per il terzo millennio, Milano 1997, pp. 51-149.
[10] Cf. A. Nanni, Educare alla convivialitàUn progetto formativo per l’uomo planetario, Bologna 1994, pp. 168-170.

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