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E’ vero che nei Vangeli Gesù non ride mai? La spiegazione del teologo

Risponde don Stefano Tarocchi, docente di Sacra Scrittura

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Nei Vangeli Gesù non è mai descritto mentre ride. Ma la gioia fa parte del suoi messaggio.

Mi è capitato di leggere che non c’è nessun passo del Vangelo in cui Gesù ride. Mi chiedo, è così? Questo può significare qualcosa? Eppure, la Chiesa ha sempre parlato di gioia, ed è un tema molto caro a Papa Francesco. Cosa possiamo intuire, da quello che sappiamo, del carattere umano di Gesù?

Lettera firmata

Risponde don Stefano Tarocchi, docente di Sacra Scrittura

Molti ricorderanno che Umberto Eco, nel celebre Il nome della Rosa, mette in bocca al monaco Jorge una affermazione assai discutibile: «è noto a tutti che Cristo non rideva mai». Mentre è vero che nei Vangeli canonici Gesù non è mai descritto mentre ride: nei Vangeli si parla invece del pianto di Gesù: «quando fu vicino, alla vista della città pianse su di essa» (Lc 19,41). Tuttavia, il figlio di Dio incarnato è un uomo dalla piena umanità, in grado di provare tutti i sentimenti che prova un uomo, e capace di esortare alla gioia più profonda i suoi discepoli. Del resto, l’espressione paradigmatica della gioia si ritrova già nel saluto dell’angelo a Maria: «rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te» (Lc 1,26-38), e in quello di Gesù alle donne che lo incontrano dopo la risurrezione: «Gesù venne loro incontro e disse: “Salute a voi!” (letteralmente “Rallegratevi”)». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono» (Mt 28,9).
Già Tertulliano, scrittore e apologeta delle prime generazioni cristiane, così scriveva in un’opera contro i credenti che contaminano la fede con filosofie pagane: «non abbiamo bisogno della curiosità dopo aver incontrato Gesù Cristo, né di cercare altro dopo aver conosciuto il Vangelo». E voleva intendere il desiderio di occuparci di dettagli che ai Vangeli non interessa raccontare. Infatti, come dice il Concilio «gli autori sacri scrissero i quattro Vangeli, scegliendo alcune cose tra le molte che erano tramandate a voce o già per iscritto, redigendo un riassunto di altre, o spiegandole con riguardo alla situazione delle Chiese, conservando infine il carattere di predicazione, sempre però in modo tale da riferire su Gesù cose vere e sincere» (Dei Verbum 19).
Riguardo a Gesù, così dice ai suoi discepoli «Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così, infatti, perseguitarono i profeti che furono prima di voi» (Mt 5,12). Come scrive la lettera di Pietro: «nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare» (1 Pt 4,13)
Ancora Gesù che ascolta gli apostoli, al ritorno dalla loro missione: «non rallegratevi perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10,20). Così nel libro degli Atti, si parla degli stessi apostoli che «se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù» (At 5,41). Ne abbiamo la riprova nello scritto di Paolo ai Corinzi a proposito del ministero degli inviati del Vangelo: «come afflitti, ma sempre lieti; come poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!» (2 Cor 6,10).
Ma è soprattutto il corpo delle lettere dell’apostolo, e in particolare quelle scritte di suo pugno, che usa il linguaggio della gioia: così il primo scritto in ordine cronologico del Nuovo Testamento: «siate sempre lieti» (1 Ts 5,16).
E ai cristiani di Roma, Paolo scrive: «siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera» (Rom 12,12). Infine, ai cristiani di Corinto: «per il resto, fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi» (2 Cor 13,11).
Infine, nello scritto ai cristiani di Filippi dice: «anche voi godetene e rallegratevi con me… Fratelli miei, siate lieti nel Signore. Scrivere a voi le stesse cose, a me non pesa e a voi dà sicurezza». E così conclude: «siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino!» (Fil 2,18; 3,1; 4,4-5).
Quindi, è da questa prospettiva che dobbiamo considerare la fede cristiana, come ci insegna fino dalla sua elezione il papa Francesco – e prima di lui Paolo VI –: se Francesco parla di «Gioia del Vangelo» (Evangelii Gaudium)  è per rammentarci, fra l’altro, che «Gesù stesso “esultò di gioia nello Spirito Santo” (Lc 10,21)» e che «il suo messaggio è fonte di gioia: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11)» (Evangelii Gaudium 5).
Ciascuno di noi ne tragga le conseguenze, per evitare di vivere come «cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua» (Evangelii Gaudium 6).

Originale: ToscanaOggi.it
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Nei Vangeli Gesù non è mai descritto mentre ride. Ma la gioia fa parte del suoi messaggio.

Mi è capitato di leggere che non c’è nessun passo del Vangelo in cui Gesù ride. Mi chiedo, è così? Questo può significare qualcosa? Eppure, la Chiesa ha sempre parlato di gioia, ed è un tema molto caro a Papa Francesco. Cosa possiamo intuire, da quello che sappiamo, del carattere umano di Gesù?

Lettera firmata

Risponde don Stefano Tarocchi, docente di Sacra Scrittura

Molti ricorderanno che Umberto Eco, nel celebre Il nome della Rosa, mette in bocca al monaco Jorge una affermazione assai discutibile: «è noto a tutti che Cristo non rideva mai». Mentre è vero che nei Vangeli canonici Gesù non è mai descritto mentre ride: nei Vangeli si parla invece del pianto di Gesù: «quando fu vicino, alla vista della città pianse su di essa» (Lc 19,41). Tuttavia, il figlio di Dio incarnato è un uomo dalla piena umanità, in grado di provare tutti i sentimenti che prova un uomo, e capace di esortare alla gioia più profonda i suoi discepoli. Del resto, l’espressione paradigmatica della gioia si ritrova già nel saluto dell’angelo a Maria: «rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te» (Lc 1,26-38), e in quello di Gesù alle donne che lo incontrano dopo la risurrezione: «Gesù venne loro incontro e disse: “Salute a voi!” (letteralmente “Rallegratevi”)». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono» (Mt 28,9).
Già Tertulliano, scrittore e apologeta delle prime generazioni cristiane, così scriveva in un’opera contro i credenti che contaminano la fede con filosofie pagane: «non abbiamo bisogno della curiosità dopo aver incontrato Gesù Cristo, né di cercare altro dopo aver conosciuto il Vangelo». E voleva intendere il desiderio di occuparci di dettagli che ai Vangeli non interessa raccontare. Infatti, come dice il Concilio «gli autori sacri scrissero i quattro Vangeli, scegliendo alcune cose tra le molte che erano tramandate a voce o già per iscritto, redigendo un riassunto di altre, o spiegandole con riguardo alla situazione delle Chiese, conservando infine il carattere di predicazione, sempre però in modo tale da riferire su Gesù cose vere e sincere» (Dei Verbum 19).
Riguardo a Gesù, così dice ai suoi discepoli «Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così, infatti, perseguitarono i profeti che furono prima di voi» (Mt 5,12). Come scrive la lettera di Pietro: «nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare» (1 Pt 4,13)
Ancora Gesù che ascolta gli apostoli, al ritorno dalla loro missione: «non rallegratevi perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10,20). Così nel libro degli Atti, si parla degli stessi apostoli che «se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù» (At 5,41). Ne abbiamo la riprova nello scritto di Paolo ai Corinzi a proposito del ministero degli inviati del Vangelo: «come afflitti, ma sempre lieti; come poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!» (2 Cor 6,10).
Ma è soprattutto il corpo delle lettere dell’apostolo, e in particolare quelle scritte di suo pugno, che usa il linguaggio della gioia: così il primo scritto in ordine cronologico del Nuovo Testamento: «siate sempre lieti» (1 Ts 5,16).
E ai cristiani di Roma, Paolo scrive: «siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera» (Rom 12,12). Infine, ai cristiani di Corinto: «per il resto, fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi» (2 Cor 13,11).
Infine, nello scritto ai cristiani di Filippi dice: «anche voi godetene e rallegratevi con me… Fratelli miei, siate lieti nel Signore. Scrivere a voi le stesse cose, a me non pesa e a voi dà sicurezza». E così conclude: «siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino!» (Fil 2,18; 3,1; 4,4-5).
Quindi, è da questa prospettiva che dobbiamo considerare la fede cristiana, come ci insegna fino dalla sua elezione il papa Francesco – e prima di lui Paolo VI –: se Francesco parla di «Gioia del Vangelo» (Evangelii Gaudium)  è per rammentarci, fra l’altro, che «Gesù stesso “esultò di gioia nello Spirito Santo” (Lc 10,21)» e che «il suo messaggio è fonte di gioia: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11)» (Evangelii Gaudium 5).
Ciascuno di noi ne tragga le conseguenze, per evitare di vivere come «cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua» (Evangelii Gaudium 6).

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