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Home Rubriche Risponde il teologo È «valida» per un cattolico l’Eucaristia in una chiesa ortodossa?

È «valida» per un cattolico l’Eucaristia in una chiesa ortodossa?

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Chiede un lettore: «Dopo l’incontro fraterno, nello scorso novembre, tra il Vescovo di Roma e il Patriarca di Costantinopoli è legittimo domandarsi: la Messa celebrata in una chiesa cattolica ha lo stesso significato di una celebrata in una chiesa ortodossa?» Risponde padre Valerio Mauro, docente di Teologia sacramentaria alla Facoltà teologica dell’Italia centrale.

Dopo l’incontro fraterno, nello scorso novembre, tra il Vescovo di Roma e il Patriarca di Costantinopoli è legittimo domandarsi: la Messa celebrata in una chiesa cattolica ha lo stesso significato di una celebrata in una chiesa ortodossa? Non dico «validità» perché comunque il valore di una Messa è sempre incommensurabile. Personalmente risponderei di sì perché mi sembra che mi sia stato suggerito: dove non c’è una chiesa cattolica vai in quella ortodossa. La differenza sta solo, oggi, nei riti che per gli ortodossi sono assai più complessi e anche lunghi. Ho sentito una ragazza romena meravigliarsi del breve tempo  e semplicità della nostra celebrazione.

Nereo Liverani

La lettera pone una domanda sul valore della celebrazione eucaristica presso le Chiese ortodosse. La riprendo alla luce della recente festa del Corpus Domini, festa tipica della tradizione cattolica, che ha invitato tutti a riflettere sul mistero dell’Eucaristia. In primo luogo, riprendo l’affermazione del lettore, mostrando come rispecchi la visione cattolica. Il Concilio così si esprime sulla Tradizione liturgica delle Chiese sorelle d’Oriente: «È pure noto a tutti con quanto amore i cristiani d’Oriente celebrino la sacra liturgia, specialmente quella eucaristica, fonte della vita della Chiesa e pegno della gloria futura; … con la celebrazione dell’eucaristia del Signore in queste singole Chiese, la Chiesa di Dio è edificata e cresce, e con la concelebrazione si manifesta la comunione tra di esse. Siccome poi quelle Chiese hanno veri sacramenti – e soprattutto, in virtù della successione apostolica, il sacerdozio e l’eucaristia – che li uniscono ancora a noi con strettissimi vincoli, una certa communicatio in sacris, presentandosi opportune circostanze e con l’approvazione dell’autorità ecclesiastica, non solo è possibile, ma anche consigliabile». (Concilio ecumenico Vaticano II, Decreto sull’ecumenismo Unitatis redintegratio, n. 15). Non è messo in questione, quindi, il valore della celebrazione eucaristica presso le Chiese orientali che non sono in comunione con la sede romana. Si tratta, invece, di mettere a fuoco la diversità dei modi di manifestare il mistero, secondo le antiche tradizioni liturgiche.

L’oriente cristiano ha sviluppato liturgie proprie, che in forme particolari accentuano aspetti specifici del mistero eucaristico. Certamente le liturgie orientali, non solo ortodosse, hanno riti più complessi della semplicità latina. Ma in questa sede preferisco soffermarmi in breve su alcuni aspetti della teologia eucaristica, che risultano più propri della tradizione orientale, che resta fortemente ancorata alla teologia dei Padri della Chiesa e alla loro lettura della Scrittura.

In primo luogo l’Eucaristia non è uno dei sacramenti o «misteri» (termine tipico della teologia orientale) che sono celebrati nella Chiesa. L’Eucaristia è il sacramento/mistero della Chiesa: la costituisce in quanto «mistero dei misteri» o, come dice Ireneo di Lione la «coppa dei misteri». L’Eucaristia costituisce la Chiesa come comunione che invoca la presenza del suo Signore, nell’attesa del compimento definitivo. Nel rito bizantino secondo la liturgia di san Giovanni Crisostomo, dopo la comunione dei fedeli, il sacerdote prega con queste parole: «O nostra santissima Pasqua, Cristo, Sapienza, Verbo e Potenza di Dio, fa’ che possiamo partecipare a te in un modo ancora più perfetto, nella luce inesauribile del tuo Regno a venire». Questa tensione verso il compimento definitivo del cosmo intero anima l’intera liturgia, attraverso la quale l’assemblea diventa partecipe della liturgia del cielo. L’invocazione che troviamo al termine dell’Apocalisse (Maranà tha) esprime benissimo questa tensione. L’eucaristia è l’anticipazione, la presenza velata della «parusia» del Signore Gesù, presenza e attesa al tempo stesso.

Altra dimensione caratteristica della liturgia orientale è il suo carattere d’invocazione o epicletico. Lo Spirito Santo trasforma sia i doni del pane e del vino nel Corpo sacramentale di Cristo sia coloro che vi partecipano, inserendoli profondamente nel Corpo ecclesiale di Cristo. L’azione dello Spirito è un dono del Padre che suscita e manifesta la richiesta da parte della comunità ecclesiale. La Chiesa implora il Padre fin dall’inizio della celebrazione. Con un’immagine eloquente, il teologo russo Paul Evdokimov parla di onde sempre più alte di epiclesi preliminari, fino al momento in cui la liturgia si estende nell’epiclesi della preghiera eucaristica, come per esempio nella liturgia di san Basilio: «Ti preghiamo e ti invochiamo, o santo dei santi, per il beneplacito della tua bontà venga il tuo santo Spirito su noi e sui doni qui presenti. Li benedica e li consacri e renda questo pane il corpo stesso prezioso del Signore, Dio e salvatore nostro Gesù Cristo, e renda questo calice il sangue stesso prezioso del Signore, Dio e salvatore nostro Gesù Cristo, versato per la vita del mondo».

Il valore profondo dato all’epiclesi da parte della tradizione orientale ha un risvolto importante nella visione della Chiesa. La Chiesa è posta dalla liturgia in una posizione di umiltà e invocazione nei confronti di Cristo, suo Signore e Sposo. La sua relazione con Cristo è sul versante dell’umile invocazione, cominciando dal riconoscimento delle proprie colpe fino all’attesa fiduciosa della sua venuta. Inoltre, la preghiera eucaristica viene sigillata dal triplice Amen del popolo, significando la sua partecipazione attiva alla stessa epiclesi.

Infine, come accennato all’inizio, l’Eucaristia costituisce la Chiesa nella comunione. I fedeli che partecipano al corpo eucaristico diventano consanguinei, concorporei di Cristo. San Massimo il confessore scrive che «l’eucaristia trasforma i fedeli in se stessa, per cui essi possono essere chiamati “dèi” perché tutto Dio li riempie interamente. … Così tutti sono uniti in modo veramente cattolico, tutti si fondono per così dire gli uni negli altri». La comunione con Cristo si apre alla comunione tra i fratelli, che travalica ogni distinzione, nello spazio e nel tempo. E si allarga anche ad una comunione mistica con il creato stesso.

Quanto detto sopra non è estraneo alla visione cattolica. Un solo esempio lo prendo dagli scritti di Francesco d’Assisi, dove troviamo un’espressione molto simile a quella di san Massimo il confessore. Francesco scrive ai suoi frati sacerdoti: «Tutta l’umanità trepidi, l’universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull’altare, nella mano del sacerdote, si rende presente Cristo, il Figlio del Dio vivo. O ammirabile altezza e degnazione stupenda! O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane! Guardate, fratelli, l’umiltà di Dio, ed aprite davanti a lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché siate da lui esaltati. Nulla, dunque, di voi trattenete per voi, affinché totalmente vi accolga colui che totalmente a voi si offre. Amen».

Mi piace concludere, infine, con alcune parole del patriarca Atenagora, che ricordiamo ancora per lo storico abbraccio fraterno con Paolo VI: «L’eucaristia protegge il mondo e già segretamente lo illumina. L’uomo vi trova la sua filiazione perduta, attinge la sua vita in quella di Cristo, l’amico segreto, che condivide con lui il pane della necessità e il vino della festa. E il pane è il suo corpo e il vino e il suo sangue e in questa unità più nulla ci separa da nulla né da nessuno. … Esiste qui in terra un luogo nel quale non c’è più separazione, nel quale c’è solo il grande amore, la grande gioia. E questo luogo è il santo calice, il Graal nel cuore della Chiesa. E, di conseguenza, nel tuo cuore» (In dialogo con il patriarca Atenagora, Parigi 1976).

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Chiede un lettore: «Dopo l’incontro fraterno, nello scorso novembre, tra il Vescovo di Roma e il Patriarca di Costantinopoli è legittimo domandarsi: la Messa celebrata in una chiesa cattolica ha lo stesso significato di una celebrata in una chiesa ortodossa?» Risponde padre Valerio Mauro, docente di Teologia sacramentaria alla Facoltà teologica dell’Italia centrale.

Dopo l’incontro fraterno, nello scorso novembre, tra il Vescovo di Roma e il Patriarca di Costantinopoli è legittimo domandarsi: la Messa celebrata in una chiesa cattolica ha lo stesso significato di una celebrata in una chiesa ortodossa? Non dico «validità» perché comunque il valore di una Messa è sempre incommensurabile. Personalmente risponderei di sì perché mi sembra che mi sia stato suggerito: dove non c’è una chiesa cattolica vai in quella ortodossa. La differenza sta solo, oggi, nei riti che per gli ortodossi sono assai più complessi e anche lunghi. Ho sentito una ragazza romena meravigliarsi del breve tempo  e semplicità della nostra celebrazione.

Nereo Liverani

La lettera pone una domanda sul valore della celebrazione eucaristica presso le Chiese ortodosse. La riprendo alla luce della recente festa del Corpus Domini, festa tipica della tradizione cattolica, che ha invitato tutti a riflettere sul mistero dell’Eucaristia. In primo luogo, riprendo l’affermazione del lettore, mostrando come rispecchi la visione cattolica. Il Concilio così si esprime sulla Tradizione liturgica delle Chiese sorelle d’Oriente: «È pure noto a tutti con quanto amore i cristiani d’Oriente celebrino la sacra liturgia, specialmente quella eucaristica, fonte della vita della Chiesa e pegno della gloria futura; … con la celebrazione dell’eucaristia del Signore in queste singole Chiese, la Chiesa di Dio è edificata e cresce, e con la concelebrazione si manifesta la comunione tra di esse. Siccome poi quelle Chiese hanno veri sacramenti – e soprattutto, in virtù della successione apostolica, il sacerdozio e l’eucaristia – che li uniscono ancora a noi con strettissimi vincoli, una certa communicatio in sacris, presentandosi opportune circostanze e con l’approvazione dell’autorità ecclesiastica, non solo è possibile, ma anche consigliabile». (Concilio ecumenico Vaticano II, Decreto sull’ecumenismo Unitatis redintegratio, n. 15). Non è messo in questione, quindi, il valore della celebrazione eucaristica presso le Chiese orientali che non sono in comunione con la sede romana. Si tratta, invece, di mettere a fuoco la diversità dei modi di manifestare il mistero, secondo le antiche tradizioni liturgiche.

L’oriente cristiano ha sviluppato liturgie proprie, che in forme particolari accentuano aspetti specifici del mistero eucaristico. Certamente le liturgie orientali, non solo ortodosse, hanno riti più complessi della semplicità latina. Ma in questa sede preferisco soffermarmi in breve su alcuni aspetti della teologia eucaristica, che risultano più propri della tradizione orientale, che resta fortemente ancorata alla teologia dei Padri della Chiesa e alla loro lettura della Scrittura.

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In primo luogo l’Eucaristia non è uno dei sacramenti o «misteri» (termine tipico della teologia orientale) che sono celebrati nella Chiesa. L’Eucaristia è il sacramento/mistero della Chiesa: la costituisce in quanto «mistero dei misteri» o, come dice Ireneo di Lione la «coppa dei misteri». L’Eucaristia costituisce la Chiesa come comunione che invoca la presenza del suo Signore, nell’attesa del compimento definitivo. Nel rito bizantino secondo la liturgia di san Giovanni Crisostomo, dopo la comunione dei fedeli, il sacerdote prega con queste parole: «O nostra santissima Pasqua, Cristo, Sapienza, Verbo e Potenza di Dio, fa’ che possiamo partecipare a te in un modo ancora più perfetto, nella luce inesauribile del tuo Regno a venire». Questa tensione verso il compimento definitivo del cosmo intero anima l’intera liturgia, attraverso la quale l’assemblea diventa partecipe della liturgia del cielo. L’invocazione che troviamo al termine dell’Apocalisse (Maranà tha) esprime benissimo questa tensione. L’eucaristia è l’anticipazione, la presenza velata della «parusia» del Signore Gesù, presenza e attesa al tempo stesso.

Altra dimensione caratteristica della liturgia orientale è il suo carattere d’invocazione o epicletico. Lo Spirito Santo trasforma sia i doni del pane e del vino nel Corpo sacramentale di Cristo sia coloro che vi partecipano, inserendoli profondamente nel Corpo ecclesiale di Cristo. L’azione dello Spirito è un dono del Padre che suscita e manifesta la richiesta da parte della comunità ecclesiale. La Chiesa implora il Padre fin dall’inizio della celebrazione. Con un’immagine eloquente, il teologo russo Paul Evdokimov parla di onde sempre più alte di epiclesi preliminari, fino al momento in cui la liturgia si estende nell’epiclesi della preghiera eucaristica, come per esempio nella liturgia di san Basilio: «Ti preghiamo e ti invochiamo, o santo dei santi, per il beneplacito della tua bontà venga il tuo santo Spirito su noi e sui doni qui presenti. Li benedica e li consacri e renda questo pane il corpo stesso prezioso del Signore, Dio e salvatore nostro Gesù Cristo, e renda questo calice il sangue stesso prezioso del Signore, Dio e salvatore nostro Gesù Cristo, versato per la vita del mondo».

Il valore profondo dato all’epiclesi da parte della tradizione orientale ha un risvolto importante nella visione della Chiesa. La Chiesa è posta dalla liturgia in una posizione di umiltà e invocazione nei confronti di Cristo, suo Signore e Sposo. La sua relazione con Cristo è sul versante dell’umile invocazione, cominciando dal riconoscimento delle proprie colpe fino all’attesa fiduciosa della sua venuta. Inoltre, la preghiera eucaristica viene sigillata dal triplice Amen del popolo, significando la sua partecipazione attiva alla stessa epiclesi.

Infine, come accennato all’inizio, l’Eucaristia costituisce la Chiesa nella comunione. I fedeli che partecipano al corpo eucaristico diventano consanguinei, concorporei di Cristo. San Massimo il confessore scrive che «l’eucaristia trasforma i fedeli in se stessa, per cui essi possono essere chiamati “dèi” perché tutto Dio li riempie interamente. … Così tutti sono uniti in modo veramente cattolico, tutti si fondono per così dire gli uni negli altri». La comunione con Cristo si apre alla comunione tra i fratelli, che travalica ogni distinzione, nello spazio e nel tempo. E si allarga anche ad una comunione mistica con il creato stesso.

Quanto detto sopra non è estraneo alla visione cattolica. Un solo esempio lo prendo dagli scritti di Francesco d’Assisi, dove troviamo un’espressione molto simile a quella di san Massimo il confessore. Francesco scrive ai suoi frati sacerdoti: «Tutta l’umanità trepidi, l’universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull’altare, nella mano del sacerdote, si rende presente Cristo, il Figlio del Dio vivo. O ammirabile altezza e degnazione stupenda! O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane! Guardate, fratelli, l’umiltà di Dio, ed aprite davanti a lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché siate da lui esaltati. Nulla, dunque, di voi trattenete per voi, affinché totalmente vi accolga colui che totalmente a voi si offre. Amen».

Mi piace concludere, infine, con alcune parole del patriarca Atenagora, che ricordiamo ancora per lo storico abbraccio fraterno con Paolo VI: «L’eucaristia protegge il mondo e già segretamente lo illumina. L’uomo vi trova la sua filiazione perduta, attinge la sua vita in quella di Cristo, l’amico segreto, che condivide con lui il pane della necessità e il vino della festa. E il pane è il suo corpo e il vino e il suo sangue e in questa unità più nulla ci separa da nulla né da nessuno. … Esiste qui in terra un luogo nel quale non c’è più separazione, nel quale c’è solo il grande amore, la grande gioia. E questo luogo è il santo calice, il Graal nel cuore della Chiesa. E, di conseguenza, nel tuo cuore» (In dialogo con il patriarca Atenagora, Parigi 1976).

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